NEW! La nuova legge elettorale: il Mattarellum rovesciato o Rosatellum bis, tutto quello che c’è da sapere

Scrivo a sole poche ore dal deposito del nuovo testo di legge elettorale alla Camera dei Deputati, quindi chiedo da subito venia per qualche possibile errore o omissione. Ps. Grazie al professor Stefano Ceccanti per le sue considerazioni prese dal suo blog. 

ettore rosato

Il capogruppo del gruppo dem alla Camera Ettore Rosato

Che cos’è il ‘Mattarellum rovesciato’ o ‘Rosatellum 2.0’.

Il nuovo testo di legge elettorale che il Pd, attraverso il relatore Emanuele Fiano, ha presentato oggi in commissione Affari costituzionali della Camera si può definire un “Mattarellum rovesciato” perché prevede l’assegnazione dei seggi in proporzione quasi esattamente rovesciata rispetto al Mattarellum (che, ricordiamolo, prevedeva il 75% di collegi maggioritari e il 25% di recupero proporzionale con il meccanismo dello scorporo): in questo caso il 64% dei seggi viene attribuito con metodo proporzionale e il 36% in collegi maggioritari a turno unico. Il nuovo sistema prevede la possibilità di stringere coalizioni tra partiti diversi, ma non l’indicazione del capo della coalizione. Il nuovo sistema viene anche chiamato “Rosatellum bis” o ‘2.0’ dal nome del capogruppo alla Camera del Pd, Ettore Rosato, che – prima del fallimento del ‘sistema tedesco’ puro in Aula a giugno – aveva presentato un sistema elettorale metà maggioritario e metà proporzionale (50% e 50%) che era stato chiamato ‘Rosatellum’. Identico testo è stato depositato dal Pd anche al Senato, dove però l’esame della legge elettorale arriverà solo in seconda lettura.

I principali e peculiari elementi del nuovo sistema elettorale.

Si tratta, in via generale, di un sistema elettorale proporzionale (al 64% dell’attribuzione dei seggi di entrambe le Camere) con una robusta correzione di maggioritario (36%) che funge, di fatto, come una sorta di premio di maggioranza ‘mascherato’. Chi strappa più collegi, cioè, aumenta – se da solo o, ancora meglio, se in coalizione – i suoi seggi in Parlamento rispetto ai voti che prende, con metodo proporzionale, nei collegi plurinominali. Infatti, le coalizioni non solo sono ammesse, ma incentivate: per vincere più collegi possibili (231 alla Camera, 102 al Senato) è meglio allearsi tra più partiti che sostengono il singolo candidato perché, nei collegi uninominali, ‘il primo che arriva prende tutto’. Il voto al candidato di collegio può avere, dunque, un effetto di trascinamento sulla parte proporzionale perché il voto e il candidato saranno i più visibili. Resta il problema delle liste corte (così vuole la Consulta perché siano riconoscibili i candidati) ma bloccate. I leader e maggiorenti dei vari partiti imporranno quindi le loro scelte e decisioni per il 64% dei seggi di Camera e Senato. La soglia di sbarramento per i singoli partiti è bassa (3%) mentre per le coalizioni è più alta (10%) ma non impossibile da ottenere. In ogni caso, solo una coalizione che ottenga più del 35-37% nella parte proporzionale (almeno 250 deputati e 100 senatori) e riesca a strappare più di 100 collegi alla Camera e più di 50 al Senato può sperare di avere discrete chanches di godere di una maggioranza parlamentare omogena in entrambi i rami del Parlamento. Allo stato attuale dei sondaggi, solo il centrodestra potrebbe riuscirci. Per una valutazione più sistemica rimando alle parole del professore Stefano Ceccanti tratte dal suo blog: “Dal punto di vista della rappresentanza il sistema sarebbe  decisamente migliorativo perché adotterebbe le soluzioni europee (liste bloccate corte e collegi uninominali maggioritari) invece dell’anomalia italiana, tra le grandi democrazie, del voto di preferenza. Dal punto di vista della governabilità quasi nulla cambierebbe, nel senso che se le opzioni degli elettori restano frammentate, senza una lista o coalizione che superi il 40%, dalle urne non uscirà nessun vincitore e si cercherà di comporre difficili coalizioni post-elettorali con ruolo rilevante della Presidenza della Repubblica. Vi è solo una piccola differenza, nel senso che si inserisce un limitato correttivo maggioritario legato ai collegi, mentre nelle leggi vigenti la disproporzionalità era solo dovuta allo sbarramento e alla soglia del 40%, difficilmente raggiungibile, per accedere al premio Camera”.

Camera e Senato: la definizione di circoscrizioni e collegi

La Camera dei Deputati (630 seggi) è divisa in 28 circoscrizioni (pari alle 20 regioni ma con le regioni più grandi ‘spacchettate’ in più circoscrizioni), 231 collegi uninominali (compresi i sei collegi uninominali del Trentino Alto-Adige), 386 collegi plurinominali, i 12 collegi per i deputati eletti all’Estero con metodo proporzionale e un collegio uninominale singolo per la Valle d’Aosta. Il Senato (315 seggi elettivi, il resto sono senatori a vita, oggi cinque) conta 20 circoscrizioni (pari alle 20 regioni), 102 collegi uninominali (più uno del Molise, uno della Valle d’Aosta e i cinque del Trentino, totale 109), 206 collegi plurinominali e i 6 collegi dei senatori eletti all’Estero (con metodo proporzionale).

Nei 232 collegi uninominali della Camera (225 in 18 regioni, 1 in Val d’Aosta e 6 in Trentino Alto Adige) è eletto il candidato che arriva primo. 12 deputati sono eletti come sempre nei collegi esteri con metodo perfettamente proporzionale. I restanti 386 seggi  sono attribuiti con la proporzionale, metodo del quoziente intero e più alti resti: gli sbarramenti sono del 10% per le coalizioni e del 3% per le liste, nonché del 20% regionale (o due collegi vinti) per le liste delle minoranze linguistiche. 

Al Senato i collegi saranno, quindi, in totale 109 (102 in 18 regioni, compreso quello del Molise, 1 in Val d’Aosta e 6 in Trentino Alto Adige). 6 sono gli eletti all’estero. I restanti 206 sono eletti con la proporzionale seguendo lo stesso metodo della Camera.

L’articolo 1 della proposta di legge Fiano si riferisce alla Camera dei Deputati, l’articolo 2 al Senato, l’art. 3 delega al governo per il ritaglio di collegi e circoscrizioni.

Sbarramento al 3% per le liste, al 10% per coalizioni nazionali

Lo sbarramento nazionale per ogni lista è fissato al 3% dei voti sia alla Camera che al Senato. E’ possibile formare delle coalizioni tra partiti ma queste dovranno avere carattere nazionale: non ci si può alleare, cioè, tra partiti diversi in regioni diverse né, tantomeno, in collegi e in circoscrizioni plurinominali diverse. Le coalizioni devono superare uno sbarramento nazionale del 10% e, altro particolare importante, per le coalizioni “non vengono computati i voti dei partiti che non hanno superato l’1% dei voti”, il che vuol dire che i voti sotto l’1% sono persi sia per una lista (che deve comunque superare il 3%) sia per la coalizione (10%). I partiti in coalizione “devono presentare candidati unitari nei collegi uninominali” e l’elettore non può votare partiti in coalizioni diverse.

La scheda elettorale: le quote di genere.

La scheda elettorale è unica. Non è ammesso il voto disgiunto (cioè votare per un candidato di un partito o coalizione e il partito o coalizione che sostiene un altro candidato sempre nel collegio). Non è possibile lo scorporo (scorporare dalla parte maggioritaria la quota proporzionale come era invece possibile nel Mattarellum) e sono rispettate le quote di genere nei collegi come nei listini: nessun genere può superare il 60% nella composizione delle liste.

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La scheda elettorale: come è fatta.

La scheda elettorale prevede due tipi di voto in un’unica scheda. Da un lato si vota il candidato nel collegio uninominale, che può essere sostenuto da uno o più partiti (sono ammesse le coalizioni), sotto il suo nome figurano il partito o i partiti che lo sostengono con uno o più simboli per individuarli. Accanto al simbolo del partito che sostiene il candidato nel collegio compariranno i nomi dei candidati nei collegi plurinominali eletti con il proporzionale. I listini saranno corti e bloccati: il numero dei candidati non può essere inferiore a due e superiore a quattro. Ci si potrà candidare al massimo in tre listini proporzionali diversi (le multi-candidature) e un candidato di un collegio potrà essere presente in non più di tre diversi listini proporzionali, ma potrà evidentemente optare per il listino, dove viene di fatto ‘paracadutato’, solo se perde il collegio. Infatti, essendo il collegio uninominale maggioritario se il candidato di un partito o coalizione vince il collegio terrà quello.

La scheda elettorale: come si vota.

Il voto al candidato nel collegio uninominale e al partito vale ‘doppio’: vale cioè come voto al candidato nel collegio e al partito. Il voto solo al partito di una coalizione vale automaticamente come voto al candidato nel collegio di quel partito o coalizione. Il voto solo al candidato del collegio dovrebbe non finire non attribuito ma estendersi, in modo proporzionale, rispetto al partito o ai partiti che lo sostengono in quel collegio, per impedire che quello stesso voto si disperda ma questo punto è ancora oggetto di discussione tra i partiti.

“L’elettore – scrive sempre il professor Ceccanti – dà dunque  un voto unico che vale per una lista proporzionale bloccata corta in una circoscrizione plurinominale e per il candidato nel collegio uninominale. Se più liste sono collegate in una coalizione ad un medesimo candidato uninominale e l’elettore vota solo il candidato nel collegio, i voti così espressi sono spalmati pro quota tra le liste proporzionali secondo le opzioni già espresse dagli altri elettori (ad es. se 9 elettori votano solo il candidato e ci sono due liste collegate, di cui la prima col doppio dei voti della seconda, 6 voti si spalmano sulla prima e 3 sulla seconda). Le coalizioni devono essere omogenee sul piano nazionale”.

I possibili tempi di approvazione della nuova legge elettorale

Dopo la presa in visione, oggi, del nuovo testo base della legge elettorale, Mazziotti, presidente della Prima commissione Affari costituzionali della Camera, ha fissato a martedì prossimo 26 settembre le prime votazioni del testo base in commissione e a al giorno dopo il termine per la presentazione degli emendamenti. Impossibile, dunque, che il provvedimento approdi in aula il 29 settembre, come stabilito dall’ultima conferenza dei capigruppo. Mazziotti ha spiegato che la maggior parte dei gruppi avrebbe chiesto che il testo vada in Aula il 4 ottobre, perché se è vero che ci sarà comunque il contingentamento dei tempi (cioè la possibilità di votare il testo in modo spedito in Aula), un eventuale suo slittamento potrebbe “incrociarsi” con la sessione di bilancio che inizia il 15 ottobre, ma il cui iter partirà stavolta dal Senato. Dunque, la legge elettorale – se non succederà nulla, cioè se non verrà affossata dai voti segreti (previsti e possibili alla Camera, preclusi invece, in materia elettorale, al Senato) – potrebbe vedere la luce, alla Camera, entro il 15 ottobre e passare poi al Senato, una volta che questi abbia esaurito la prima lettura della Legge di Stabilità. In sostanza, se tutto andasse bene, e anche se la Camera dovesse riprendere in mano il testo in seconda lettura a seguito di eventuali modifiche del Senato, la legge potrebbe essere varata tra novembre e dicembre, di fatto in coincidenza della sessione di bilancio. Un azzardo, certo, che l’ultima volta che è stato tentato, sulla legge elettorale, a giugno, è subito naufragato, alla Camera. Presto si vedrà se anche questa legge elettorale finirà al macero o se, invece, diventerà il nuovo modo con cui gli italiani voteranno.

Chi appoggia il testo, in Parlamento, e chi no.

Il testo base della nuova legge elettorale è presentato dal Pd (Fiano) alla Camera e dal renziano Marcucci al Senato: gode quindi dei favori della maggioranza del partito di Renzi. Le minoranze (Orlando e Emiliano) si sono espresse, cautamente per ora, ma sostanzialmente a favore di questa nuova legge elettorale. Forza Italia ha detto sì, seppure tra qualche mal di pancia, specie degli azzurri del Sud, a rischio nei collegi di elezione. La Lega si è da subito detta a favore. Fratelli d’Italia è contro perché ritiene il disegno di legge “a favore dei nominati”, ma non farà le barricate. L’M5S è contro e ritiene questo tentativo un “Imbrogliellum”. Mdp è ferocemente contraria, Sinistra italiana un po’ meno, Campo progressista di Pisapia ha espresso critiche non feroci. Alternativa popolare di Alfano è a favore e così Ala di Verdini. Altri gruppi minori che stanno nel gruppo Misto (Psi, etc.) pure. E’ troppo presto per dire a chi convenga la nuova legge elettorale, ma di certo penalizzerebbe i Cinquestelle (che non si coalizzano con nessuno e sono deboli, come singoli candidati, nei collegi), la ricomposizione di una sinistra-sinistra forte e larga (la soglia al 3% non incentiva le sommatorie della galassia della sinistra), ma anche partiti piccoli o piccolissimi non coalizzabili e che, da soli, non possono pensare di superare il 3% (Ap di Alfano, per dire, rischia molto se non riesce a entrare in coalizione col Pd o con Fi). Invece, questa legge può favorire, ma non eccessivamente, il Pd (sempre che riesca a fare una coalizione con soggetti centristi da un lato e di sinistra dall’altro), specie se piazza buoni e competitivi candidati al Centro e al Sud, e può favorire fortemente il centrodestra che, non più obbligato a fare un ‘listone’ unico, può differenziare la sua proposta politica nella parte proporzionale (FI, Lega, Fd’It, Federazione delle Libertà, altri soggetti neocentristi) e presentare candidati forti di consenso sia al Nord che al Sud.

NB: Questo articolo è stato scritto in forma originale per questo blog il 21 settembre 2017. 

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NEW AGGIORNATO! Il Pd ha una legge elettorale: è il Rosatellum o Fianum. Ecco la spiegazione di cos’è e come funziona

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L’aula di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica

Ettore Maria Colombo – ROMA

Questo articolo è stato scritto oggi, 17 maggio 2017, in forma originale per il blog e aggiornato oggi, 18 maggio 2017, sempre per il blog http://www.ettorecolombo.com

Il Pd trova ‘l’uovo di Colombo’ sulla legge elettorale

Un sistema ‘simil-tedesco’ con una sola scheda elettorale (due, in realtà: una per la Camera e una per il Senato), diviso a metà in quanto a distribuzione degli eletti: 50% scelti in collegi uninominali e 50% su liste plurinominali (corte e bloccate, di 4 nomi) con metodo proporzionale. Questo è il ‘Rosatellum’, dal cognome del capogruppo dem alla Camera dei Deputati, o ‘Fianum’, dal cognome del nuovo relatore del nuovo testo base, Emanuele Fiano (Pd), in commissione Affari costituzionali. Con l’appoggio del Pd e di altri gruppi politici (Lega Nord- Ala/Sc – Svp, etc.), questo testo si propone di farsi strada rapidamente alla Camera dei Deputati, dove il Pd e alleati hanno una solida maggioranza parlamentare, e di riuscire a spuntarla anche al Senato, dove i numeri sono più ballerini, ma – assicurano dal Nazareno – “ci saranno”.

L’autore di questo blog è in grado, grazie all’aiuto di alcuni esperti deputati dem, nonché di alcuni tecnici della materia elettorale, di anticiparne le linee guida prima che il nuovo modello di legge elettorale venga depositato – lo sarà solo stasera – dal Pd (relatore Fiano) presso la commissione Affari costituzionali alla Camera. Naturalmente, alcuni dettagli tecnici possono sfuggire, si prega quindi il lettore di tenerne conto nella lettura.

Definizione generale del ‘Rosatellum’ o ‘Fianum’.

Si tratta di un sistema ‘a fossato’, detto in modo tecnico, che separa in modo rigido l’elezione della quota maggioritaria a collegi uninominali (50%) da quella proporzionale (50% in collegi plurinominali).  “Simile non al sistema usato in Germania – dove i voti presi a livello nazionale, superando la soglia del 5%, guida l’assegnazione dei seggi anche nella parte uninominale, è una variante di sistemi conosciuti nell’Est Europa e usata in Giappone e Messico (in tutto una ventina di Paesi) dove l’assegnazione dei seggi tra quota maggioritaria e quota proporzionale è indipendente l’una dall’altra (da cui il ‘fossato’)”, come spiega il costituzionalista Stefano Ceccanti, vicino al Pd, in una sua nota tecnica.

Di conseguenza, l’elezione del 50% degli eletti nella parte dei collegi uninominali avviene con un sistema maggioritario a turno secco che segue il principio del ‘the first past all’ (il primo prende tutto, cioè tutti i voti di ogni collegio uninominale) mentre l’elezione del 50% degli eletti ripartiti in modo proporzionale, ripartiti sulla base di circoscrizioni plurinominali (grandi quanto l’accorpamento di 2/3 collegi uninominali e corrispondenti a una popolazione di 80/100 mila abitanti) assegna il restante 50% degli eletti su base, appunto, proporzionale, ma con una soglia di sbarramento unica e fissa per tutti (5%).

Tale sistema non ha nulla a che vedere né con l’Italicum (approvato dal governo Renzi: valeva solo per la Camera, prevedeva ballottaggio, poi cassato dalla Consulta, tra le prime due forze politiche e premio di maggioranza al 40%, soglia di sbarramento al 3%) né con il Consultellum, ciò che resta del vecchio Porcellum cassato dalla Consulta (proporzionale puro su base regionale, sbarramenti al 20%, 8% e 3%, preferenza unica). In parte è ripreso da una proposta depositata dai deputati di Ala (il gruppo di Verdini) Abrignani e Parisi, che però  prevedeva l’assegnazione di un premio di maggioranza, qui assente, in parte è ricalcato sul modello di sistema elettorale in vigore, dalla fine della seconda guerra mondiale, in Germania Ovest e poi esteso alla Germania Est dal 1990 ma dove è, appunto, il voto proporzionale a ‘guidare’ il sistema. Il sistema simil tedesco si può definire invece una via di mezzo tra un sistema maggioritario semi-puro, come era il Mattarellum (75% di collegi maggioritari e 25% di quota proporzionale alla Camera, due schede, 75% di collegi al Senato con scorporo del 25% per la quota proporzionale, una scheda) e un sistema maggioritario puro corretto da una quota robusta di proporzionale, ma mai quanto quello in vigore nella Prima Repubblica, dove vigevano le preferenze.

Non vi è premio di maggioranza, come invece indicava il progetto di legge di Ala, né alla Camera né al Senato, è abolito il sistema dello scorporo previsto dal Mattarellum, la scheda elettorale è unica, la soglia di sbarramento anche e fissata al 5%, ma potrebbe scendere nella contrattazione tra i partiti nel corso della sua approvazione nelle Camere (nel Mattarellum era al 4%, nell’Italicum al 3% ma solo per la Camera, nel Consultellum la soglia per i partiti è l’8%, per le coalizioni il 20%, per i partiti dentro coalizione il 3%).

La scheda elettorale è unica (una per la Camera e una per il Senato) ma ripartita in due parti: a sinistra c’è il nome del candidato di collegio (quota maggioritaria secca), a destra il o i partiti che sostengono il candidato (quota proporzionale). La modalità di elezione è triplice (MODIFICA INTERVENUTA NELLA REDAZIONE DEL TESTO TRA IERI, 17 MAGGIO, E OGGI, 18 MAGGIO): 1) si può votare il candidato di collegio: tale voto si trasferisce al partito collegato sulla scheda nella parte proporzionale, MA DATO CHE OGNI CANDIDATO PUO’ ESSERE SOSTENUTO ANCHE DA PIU’ DI UNA LISTA, IL SUO NOME SI RIPETE PIU’ VOLTE ACCANTO A OGNI LISTA CHE LO APPOGGIA; 2) si può votare il partito o i partiti che, nella quota proporzionale, sostengono il nome scelto come candidato nella parte maggioritaria: in tale caso il voto si trasferisce automaticamente nella parte maggioritaria a sostegno del candidato di collegio collegato a tali liste; 3) si può votare, con doppia croce, il candidato di collegio e il o i partiti nella parte proporzionale (opzione, di fatto, ‘rafforzativa’).

L’alternanza di genere nelle liste non è espressamente prevista, vi è solo che ciascuno dei due sessi non possa rappresentare più del 60% in ogni listino: vuol dire che, in un collegio plurinominale con due seggi da assegnare, debbono esserci un uomo e una donna, ma se il collegio assegna tre seggi, due uomini e una donna (o viceversa) e via così. Manca cioè una netta alternanza di genere, come nelle quote rosa (uomini e donne alternati nei listini). Senza tale norma, si potrebbe verificare che tutti i capolista e i secondi posti nel listino siano uomini, relegando le donne in fondo. Un errore cui verrà di certo posto rimedio durante la discussione in Aula. 

E’ vietato, pena annullamento della scheda, votare il candidato di un collegio e il/i partiti di un altro schieramento politico (divieto del cd. ‘voto disgiunto’). Nella parte destra della scheda compaiono, accanto al simbolo del partito, i nomi della lista bloccata (fino a un massimo di quattro nomi) che vengono eletti fino a esaurimento secondo i voti al partito. C’è l’obbligo di omogeneità per i collegamenti tra liste a livello di collegi plurinominali. Vuol dire che non si può fare il voto disgiunto in nessun caso. 

Il metodo di elezione di deputati e senatori.

Nei collegi uninominali vince chi arriva primo. Nel restante 505 assegnato con metodo proporzionale prendono seggi le liste che hanno superato il 5% di voti validi sul territorio  nazionale. Stabiliti i seggi spettanti a livello nazionale, si scende nelle circoscrizioni plurinominali e si segue l’ordine di lista (fino a 4 nomi per ogni lista) al fine di stabilire gli eletti. Se un eletto risulta in più collegi plurinominali (circoscrizioni) risulta eletto automaticamente dove la lista che lo sostiene è andata peggio: eliminate dunque le ‘opzioni’ di scelta dei candidati nei listini (dette anche ‘pluricandidature’), bocciate dalla Consulta nella sentenza sull’Italicum insieme al ballottaggio senza soglia, e il metodo del sorteggio introdotto dalla stessa sentenza della Consulta. eliminate, ovviamente, anche il metodo delle elezioni con le preferenze previste sia dall’Italicum (preferenza multipla) che dal Consultellum (preferenza unica). Niente capolista bloccati.

La Camera dei Deputati (630 deputati) viene divisa in due parti: 303 deputati vengono eletti con metodo maggioritario nei collegi uninominali e 303 nei collegi circoscrizionali, cioè con metodo proporzionale e sbarramento al 5% (forse, se non verrà abbassato…).

Il totale fa ‘solo’ 606 perché ne mancano altri 24, i quali sono: a) i 12 deputati eletti nelle circoscrizioni Estero (con metodo tutto proporzionale) e b) i 12 deputati eletti nelle regioni a Statuto speciale con tutela delle minoranze linguistiche così ripartiti: un eletto in Valle d’Aosta (collegio unico maggioritario) e 12 eletti in Trentino Alto-Adige (8 collegi uninominali maggioritari e 3 collegi proporzionali secondo il Mattarellum del 1994). Di fatto, nei collegi del Trentino e della Valle d’Aosta la soglia di sbarramento è al 20% circa. mentre per il grosso del restante (303 collegi plurinominali) è al 5% su base nazionale.

I 303 collegi maggioritari sono uninominali (grandi circa 70 mila abitanti l’uno) mentre le circoscrizioni saranno tra 80 e 100 (o, forse, meno), raccogliendo due o tre collegi uninominali dalla grandezza di circa 700 mila abitanti a circoscrizione.

Il Senato della Repubblica (315 senatori eletti, essendo oggi altri 4 senatori eletti a vita) è diviso in due parti di eletti: 150 collegi maggioritari a turno unico e 151 eletti nelle 50 circoscrizioni per la parte proporzionale (la divisione non esatta dipende dal fatto che alcune regioni hanno diritto a un tot di senatori e non possono scendere al di sotto).

Il totale fa ‘solo’ 301 e non 315 perché, anche in questo caso, ne mancano 14: i 6 senatori eletti nelle circoscrizioni Estero con metodo rigidamente proporzionale e gli 8 senatori eletti nelle due regioni a statuto speciale Trentino Alto-Adige (che sono 7: 5 eletti nei collegi maggioritari e 2 con quota proporzionale, sempre seguendo il Mattarellum 1994) e uno in Valle d’Aosta (collegio maggioritario unico). La soglia di sbarramento è sempre al 5% ma calcolata su base regionale, quindi indipendente dal totale nazionale al Senato, ma la ripartizione dei seggi, ove si superi il 5% dei voti, è fatta sempre su base nazionale.

Per disegnare i collegi come le circoscrizioni verrà affidata una delega al governo con tempi certi per la loro definizione. Il governo può, in tempi celeri, ‘costruire’ i collegi (quello nazionale unico per superare la soglia del 5% non ha bisogno di altre definizioni, quello delle circoscrizioni regionali esiste già, mancano le circoscrizioni plurinominali e i collegi uninominali), diciamo entro 45 giorni. Se la legge fosse approvata a fine luglio, la delega al governo scatterebbe subito e i collegi sarebbero pronti da metà settembre 2017 il che vuol dire che, entro novembre 2017, in teoria, si potrebbe ancora andare a elezioni anticipate. 

Pregi e difetti del sistema descritto.

Il sistema è, tecnicamente chiaro ma complicato. Assomiglia molto al metodo di elezione dei sindaci nelle grandi città (sopra i 15 mila abitanti, legge elettorale risalente al 1993): quella presentava, però, il doppio turno, che qui non c’è, e la possibilità del voto disgiunto (possibilità di votare un candidato sindaco di una coalizione e un partito di un’altra), regola che qui è espressamente vietata. La scheda sarà unica, anche se forse un po’ difficile da leggere perché ‘zeppa’ di nomi (candidato nei collegi, simboli partiti, liste di nomi a sostegno dei partiti). Non vi è alcun premio di maggioranza da attribuire né a una lista né a una coalizione. I capolista bloccati vengono eliminati, le preferenze anche, mentre sono ammesse – come dice la Consulta nella sua sentenza sul Porcellum 1/2014 – le liste corte bloccate perché permettono la conoscibilità dei candidati (si parla qui della parte proporzionale). I collegi sono il metodo più chiaro e semplice per eleggere parlamentari e non escludono la possibilità di indire primarie di collegio e/o di coalizione per scegliere il leader della medesima, figura che, però, non è espressamente prevista nella legge. Eliminato l’infernale meccanismo dello scorporo, che permetteva, nel vecchio Mattarellum, il proliferare delle cd. ‘liste civetta’. Le due parti – maggioritario e proporzionale – sono separate e distinte, lo sbarramento al 5% (ma potrà scendere al 4% nella contrattazione) aiuta a combattere la frammentazione del sistema politico e il metodo scelto incentiva – anche se non obbliga – a creare delle coalizioni.

Da notare che le coalizioni possono anche limitarsi a essere di collegio o in più collegi, non devono cioè essere per forza di ambito nazionale o pluri-regionale. 

Sulla funzionalità e possibile governabilità del sistema, invece, non si può dire nulla, o poco: nei colleghi è eletto chi arriva primo e nella parte proporzionale si ha diritto a seggi solo se si supera la soglia del 5%, ma solo la prova delle elezioni e la maggiore o minore consistenza delle coalizioni o della forza dei singoli partiti potrà dire se questo sistema elettorale aiuterà la governabilità o meno del sistema politico. Di certo, però, non la peggiora come, invece, faceva un sistema totalmente o quasi del tutto proporzionale. Un sistema, quello indicato dallo schieramento iniziale (FI-M5S-Ncd-altri centristi) che portava il testo dell’ex relatore, il presidente della commissione Affari costituzionali della Camera, Mazziotti di Celso, che corrispondeva a un proporzionale puro con sbarramento unico al 3%, capolista bloccati, preferenze plurime e un inarrivabile per chiunque premio di maggioranza fissato al 40% e peraltro diverso tra Camera e Senato.

Possibili tempi tecnici e politici di approvazione

Il nuovo relatore, Fiano, assicura che “il Pd non perderà tempo”. Forse slitterà di qualche giorno il termine per gli emendamenti (fissato al 19 maggio) e l’approdo definitivo in Aula (29 maggio) ma l’obiettivo del Pd è approvare, alla Camera, la nuova legge elettorale entro giugno per portarla in Senato per la sua approvazione definitiva entro luglio. Ovviamente, al Senato, dove Pd e alleati hanno numeri assai più ballerini, il percorso della legge elettorale sarà molto più arduo, ma il Pd non dispera di avere i numeri per approvare in via definitiva il suo testo prima che le Camere, a fine luglio, entrino nella pausa estiva. E avere una legge elettorale nuova in vigore vuol dire, poi, appunto, poter andare a votare, politicamente, prima possibile perché, se il governo cadesse, Mattarella non potrebbe opporre alle forze politiche l’assenza di una nuova normativa in materia.

NB: L’articolo è stato scritto in forma originale per il blog il 17/18 maggio 2017.