Sinistra disunita e litigiosa: “Potere al Popolo!” denuncia l’arrivismo di LeU. D’Alema dice il contrario di Grasso e lo spettacolo dei ‘paracadutati’ è triste

Pubblico qui di seguito due articoli, uno su LeU, la formazione politica guidata da Pietro Grasso,  ex presidente del Senato, e uno sulla nuova lista di sinistra, “Potere al Popolo”. 

Ps. Piccola considerazione ‘personale’ di chi è appartenuto, lungo tutta la sua gioventù (fine anni Ottanta/metà anni Novanta, in parte anche fino all’inizio degli anni Duemila): LeU non ci sta facendo una gran bella figura, con il caos in corso sulle candidature. Avevano promesso rispetto del principio della “territorialità” e delle “competenze”, oltre che inneggiare, ovviamente, al “rinnovamento” delle liste. Bene, quale è il risultato? Vediamone alcuni. Il medico di Lampedusa, Pietro Bartolo, portato come un’icona all’assemblea fondativa di LeU lo scorso novembre, annuncia che non si candida per “restare vicino ai suoi immigrati a Lampedusa”. In realtà, lo avevano messo in un collegio uninominale impossibile da vincere (Pavia) e non se l’è sentita di rischiare. Un altro bel nome, il direttore generale di Unicef Italia, Andrea Iacomini, ha rinunciato. C’è da capirli: perché rinunciare a lavori faticosi, ma ricchi umanamente e appassionanti, per collegi insicuri e, forse, un oscuro lavoro da deputati semplici? Chi mette, in lista, invece, LeU? Il portavoce del presidente del Senato, Pietro Grasso, Alessio Pasquini. I giornalisti come me, ovviamente, lo conoscono: è una persona seria e perbene, ma è un paracadutato. Poi, altri due portavoce (o, meglio, ‘porta-silenzi’): Piero Martino (ex Pd, storico portavoce del Ppi, della Margherita, di Franco Marini come di Dario Franceschini) che oggi fa il “responsabile comunicazione” di LeU e lo storico uomo ombra di Bersani, Stefano Di Traglia. Li conosco entrambi, li stimo, ci parlo tutti i giorni o quasi, specie con Martino (Di Traglia parla poco…), ma che senso ha? Meglio loro di Bartolo o Iacomini?

Infine, dai territori, dentro LeU, salgono in questi giorni polemiche al fulmicotone contro il Nazionale che, chiuso in una stanza di via Zanardelli, sta componendo le liste elettorali (al tavolo sono in pochissimi: Grasso, Boldrini, Migliavacca e Stumpo per Bersani, Fratoianni per SII): i motivi della polemica sono, in pratica, sempre gli stessi. “Non vogliamo i paracadutati dall’alto”, non accettiamo “i visitors”, “scelte dissennate e non rispettose dei territori”, “se andate avanti così la campagna elettorale ve la fate da soli”. Le missive e le telefonate si ripetono uguali e monotone, in queste ore, da molte regioni: la Sicilia protesta contro l’arrivo Epifani, paracadutato nel listino proporzionale; la Calabria contro Nico Stumpo, capolista in due listini; l’Abruzzo contro una calabrese, Celeste Costantino, e perfino contro un ‘cugino’ molisano, Danilo Leva, perché gli abruzzesi sono stati esclusi; la Sardegna si rifiuta di candidare, sempre nel listino, Claudio Grassi (ex responsabile Organizzazione del Prc, poi transitato con Sel-SI); la Campania ha detto di no a un re delle preferenze e dei voti come Antonio Bassolino, ma ora deve dire di sì a molti altri ‘paracadutati’ che vengono da fuori; il Friuli non vuole Anna Falcone (presunta ‘società civile’, in quota Grasso); la Toscana e l’Emilia sono stufe di doversi sobbarcare i big di Mdp e SI che, fuori da tali regioni, non verrebbero eletti. In pratica solo il Salento non protesta: D’Alema se lo batte da mesi in lungo e in largo. Ora, con tutto l’affetto e la simpatia, se questa è la ‘Nuova Sinistra’, mille volte meglio il Pd… O, come state per leggere qui sotto, quelli di Potere al Popolo genuini, utopisti, ma onesti…


 

  1. “Potere al Popolo”: il 3% è un miraggio irraggiungibile, far male a LeU no…

 

Supporter del Partito comunista russo inneggiano a Lenin

Marcia dei comunisti russi a Mosca – 2017

LENIN diceva che «lo Stato socialista è una macchina perfetta, anche una cuoca sa governarlo». La nota teoria della «cuoca di Lenin» si applica alla perfezione alla lista «Potere al Popolo!» che, con una stella rossa (seppur assai generica e poco ‘sovietica’) come simbolo, si presenta alle elezioni. La cuoca in questione è la portavoce della lista stessa. Si chiama Viola Carofalo, ha 37 anni («fornita di eleganza e intelligenza ironica, già buca il video» così la descrive il quotidiano comunista il manifesto, dove il richiamo della foresta ancora si sente, evindentemente…) e si definisce «meridionale e precaria». Viola è ricercatrice di Filosofia morale all’Orientale di Napoli, ma soprattutto viene da un’esperienza dal basso assai particolare, quella del centro (ex Opg) Je so’ pazz’ (qui c’entra, però, molto Pino Daniele e molto poco il maxismo-.leninismo…). La cosa curiosa è che la portavoce di «Potere al Popolo!» fa la portavoce, ma non si candida.
Del resto, si sa come sono fatti, nella sinistra-sinistra radicale: «Prima il Popolo», poi le poltrone. E infatti, nella lista, ci sono esperienze di estrema sinistra radicale di ogni tipo e provenienza. C’è il sindacalismo di base: Ubs, Cub, ex sinistra sindacale della Cgil (Giorgio Cremaschi, uno che era troppo ‘di sinistra’ e ‘radicale’ persino nella Fiom e che, alla fine, dalla Cgil se n’è dovuto andare via perché Camusso e Landini così vollero…).
Ci sono – come farne a meno? – le esperienze sociali di base dei No–Tav (Piemonte), No-Triv (Puglia), No-Mose (Veneto). E c’è quel poco che resta di esperienze floride e vivaci, nei decenni passati, ormai essiccate: i centri sociali più «duri e puri»; il movimento «no-global» o, meglio, i suoi scampoli (Haidi Giuliani, madre di Carlo, morto al G8 di Genova); i rimasugli della Lista Tsipras alle Europee. C’è, infine, quel che resta di un partito che fu glorioso, Rifondazione comunista, ma che oggi è ridotto al lumicino: guidato, dopo l’ex ministro Paolo Ferrero, dall’abruzzese iper-movimentista Maurizio Acerbo, ha mantenuto, però, quel poco di struttura e di radicamento che hanno già portato in dote, alla nuova lista, l’agevole superamento del numero di firme necessarie, come prescrive il Rosatellum, per potersi presentare in tutta la Penisola, sia nei collegi che nei listini.
L’OBIETTIVO del 3% ,è ovviamente, una chimera irraggiungibile, ma se M5S e Pd («Renzi e Berlusconi sono la stessa cosa, i 5Stelle sono contro gli immigrati», etc.) non si curano, giustamente, affatto, dal loro punto di vista, di una lista simile, LeU qualcosa da temere ce l’ha. Sia perché qualche figura autorevole (il cantautore Paolo Pietrangeli, quello di «Contessa», l’ex allenatore Renato Ulivieri, la pacifista Lidia Menapace, il mitico trotzkista che “coltiva le rose” e fece cadere il II governo Prodi, Franco Turigliatto, etc.) si è candidata con «Potere al Popolo». Sia perché, su LeU, danno il giudizio più tranchant: «E’ un ‘Pd-2’ ambiguo e poltronista, il loro, D’Alema e Bersani hanno fatto solo disastri». Parola di Viola Carofalo, in arte ‘cuoca’ di Lenin.
NB: L’articolo è pubblicato il 26 gennaio 2018 a pagina 6 del Quotidiano Nazionale.  
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2. D’Alema punta, dopo il voto, al “governo del Presidente”. A LeU lo fischiano tutti. 
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L’ex premier e leader dei Ds Massimo D’Alema

Ettore Maria Colombo – ROMA
«Siamo disponibili a confrontarci con tutti i partiti solo per cambiare una pessima legge elettorale». La sconfessione più cocente a ‘Spezzaferro’ D’Alema arriva dal teorico leader di LeU, Pietro Grasso che reagisce in modo glaciale a Massimo D’Alema. Il quale, a sua volta, disistima Grasso: lo ritiene, come dice agli amici più cari, unfit,  «inadeguato» a rappresentare LeU. «Si impappina a parlare – sibilano i suoi pasdaran  – in tv è un disastro, la proposta sulle tasse universitarie è stata un boomerang. E non siamo stati certo noi a volerlo, ma  Bersani…».
In più, il presidente del Senato – il quale sostiene ogni giorno, cosa che fa perdere la trebisonda alla Boldrini e non solo a lei,  «la linea politica di LeU la decido solo io» – non era stato avvertito né da D’Alema (figurarsi) né da altri dell’intervista di questi  al Corsera. Quella in cui D’Alema espone la teoria, tipicamente “dalemiana”, della nascita di un  «governo del Presidente», subito dopo il voto, con tutti dentro, anche FI, ovviamente.
D’Alema ottiene l’effetto voluto: di lui e della sua ‘teoria’ si parla tutto il giorno, ma sostanzialmente per avversarla. I forzisti tacciono, leghisti e grillini se la ridono, i dem respingono sdegnati, anche quelli di sinistra come Orlando, la proposta al mittente e i renziani, da Giachetti a Marcucci, lo sbertucciano.
Il guaio è che D’Alema crea alta tensione e malumori soprattutto dentro il suo, di “partito”. Molti dirigenti di LeU, soprattutto quelli che vengono da SeL  (Fratoianni) e da Possibile (Civati) entrano in una vera e propria crisi di nervi. Fratoianni viene descritto «furibondo»,  Civati è «imbufalito». Solo  pochi, però, parlano in chiaro. Stefano Fassina tuona: «L’ultimo governo del Presidente in Italia, quello Monti, è stato un disastro. La linea di LeU dopo il 4 marzo la decideremo tutti insieme». Giorno in cui, peraltro, D’Alema varrà solo per «uno»:  dentro LeU, infatti, di dalemiani candidati, in pratica, non ce n’è, tranne due (Paolucci, Campania, e Rosati Lombardia, artefice della rottura con Gori). Pippo Civati,  inqiueto per i messaggi «contraddittori» che LeU dà «al nostro popolo», dice secco: «è un’idea  sua, io sono contrario». Chiude il trittico Laura Boldrini, a sua volta in polemica dura proprio con Grasso  sulle alleanze (Grasso guarda ai 5Stelle, lei li detesta): «Parole che disincentivano il voto». Morale: tesi respinta e con perdite.
Non che, dentro il Nazareno, tutto vada liscio. Al di là di ‘godere’ per le reazioni anti-D’Alema, c’è un triplo problema e si chiama «Gentiloni-Minniti-Boschi». Il premier sta vivendo come un’offesa personale la richiesta di Renzi di una candidatura in un collegio uninominale, a rischio sconfitta. Minniti, invece, è proprio furibondo: Renzi aveva garantitoa entrambi l’esatto contrario, cioè la loro candidatura solo in più listini proporzionali per tenerli al riparo dalla brutta figura nei collegi. Boschi, invece, fa caso a sé: Renzi fa girare la voce che correrà nel collegio di Firenze 1 (Camera) ma al Nazareno sono molto scettici: vedono per lei solo il listino bloccato, ovviamente in Toscana.
Infine, i ‘nanetti’. Lorenzo Guerini, plenipotenziario di Renzi, ha dovuto faticare non poco per contenere l’ira funesta di Beatrice Lorenzin, capocordata di «Civica e Popolare»: la ministra alla Salute si vuole candidare nel Lazio, contro Zingaretti, che li ha scaricati. Il Nazareno non considererà la scelta «un atto ostile», anche perché i voti dei ‘civici e popolari’ servono come il pane. Di collegi sicuri, però, ne avranno pochi: sei, forse otto, ma l’accordo c’è. Anche con i Radicali di «+Europa», nonostante il tira e molla sfibrante (storica tecnica radicale), sarà chiuso l’accordo, ma solo l’ultimo giorno utile, sabato 19. Avranno quattro, forse sei, seggi blindati. Insomma, la coalizione c’è, per quanto sia «mini». Solo quando sono arrivati i plenipotenziari della minuscola lista «Insieme» (Psi-Verdi-ulivisti), che di seggi ne hanno chiesti dieci, al Nazareno si sono rilassati: «Valete lo 0,1%», gli è stato risposto ridendo, «ne avrete tre. E ricordatevi pure di ringraziarci…».
NB: L’articolo è stato pubblicato il 19 gennaio 2018 sul Quotidiano Nazionale. 
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#Renzi tratta sulla# scuola: intesa con la minoranza a un passo, poi voto di fiducia sul maxi-emendamento, dove verranno accolte alcune richieste della sinistra #Pd. Solo Tocci e Mineo, oltre grillini e Sel, restano sulle barricate.

Il presidente del Senato, Pietro Grasso.

Il presidente del Senato, Pietro Grasso.

ROMA – «FARANNO due-tre modifiche, quelle che diversi importanti soggetti, istituzionali e sociali, chiedono. Poi ci sarà la fiducia su un testo blindato che tale resterà pure alla Camera per il voto finale (dove deve arrivare entro il I luglio se si vuole evitare il blocco del turn over, ndr.)». L’antica sapienza del senatore Paolo Naccarato (ex Tremonti, ex Ncd, ora Gal) aiuta a districarsi nel tormentone del giorno: passerà il ddl scuola al Senato? Sì.

Oggi riprenderà l’esame del ddl in commissione Cultura e il minuetto tra maggioranza e opposizione sui 2mila e rotti emendamenti in discussione rischia di incanaglirla. Come pure i rapporti, tesi allo spasimo, tra Renzi e Grasso. Il presidente del Senato vorrebbe imporre anche un passaggio in commissione Bilancio, quella presieduta dal ciclopico e rinviato a giudizio Azzollini, essendo il ddl scuola una legge di spesa. Inoltre, Grasso – che ormai i renziani detestano – non vuole che il governo metta la fiducia, ma la questione di fiducia verrà posta e, entro giovedì, il testo arriverà blindato per l’Aula.

Ci sarà il famoso Vietnam che la sinistra dem (22-25 senatori, se in formazione completa) un giorno sì e l’altro pure minaccia, al Senato? In parte sì, a sentire le dichiarazioni di vietcong avvezzi a ogni guerriglia. «La fiducia sarebbe un abuso e una dichiarazione di guerra», bombarda Corradino Mineo. «Il governo usa la clava delle assunzioni dei precari per compiere scelte dannose», attacca Walter Tocci. In parte no, a sentire i bersaniani doc. «La fiducia è l’atomica, non mi piace si usi ogni volta», dice il senatore Federico Fornaro, «ma la mia formazione politica non è di chi nega la fiducia al governo con leggerezza. Spero e credo che si troverà una mediazione, anche perché, sulla scuola, noi veniamo apprezzati dalla gente e non possiamo più perdere la faccia».

Alla mediazione con il governo lavora, sul lato minoranza, un altro bersaniano (ex ideologo del Bersani-pensiero, peraltro), Miguel Gotor. Chiede molte cose, e tutte molto tecniche, Gotor (fondo di perequazione per le scuole svantaggiate, rispetto delle graduatorie nell’organico comune e di sostegno, da potenziare, etc.), ma la sostanza è politica: «Se Renzi cede su alcuni punti, abbastanza sostanziali, è fatta».

MA lo stesso premier che ieri avvertiva tutti, facendo un po’ di classica guerra psicologica («se il ddl non passa, non ci saranno le 100 mila assunzioni che si faranno con il turn over»), cederà davvero alla sua odiata minoranza? È incredibile, ma stavolta può succedere. «Non c’è aria di Vietnam», confermano renziani saggi come il senatore lucano Salvatore Margiotta, «l’accordo nel Pd è davvero a un passo». Certo, i senatori dem renziani a palazzo Madama mettono le mani avanti: «Tocci e Mineo sono variabili impazzite, potrebbero votare no alla fiducia e qualcun altro di loro uscire dall’Aula, ma i numeri ci sono, il ddl passerà».

E se grillini e Sel sono già sulle barricate («Renzi ricatta il Parlamento», urla Vendola), «molti azzurri e di altri gruppi minori», racconta sempre Naccarato, «nei prossimi giorni scopriranno di avere improrogabili impegni». Anche perché la legislatura proprio non la vuole far cadere nessuno. Certo, fino alla fine non si può mai sapere cosa succederà. Come recitava l’antico brocardo latino, infatti, senatores boni viri, Senatus mala bestia.

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 24 giugno 2015 a pagina 14 del Quotidiano Nazionale. 

#VersoleRegionali/4. Febbre da urne, Renzi dal Veneto attacca tutti. Bersani getta un ponte sulla scuola

Renzi parla all'Assemblea nazionale del Pd del 15 giugno (Roma hotel Ergife)

Renzi parla all’Assemblea nazionale del Pd del 15 giugno (Roma hotel Ergife)

Ieri, a Vicenza, era una giornata uggiosa. Matteo Renzi arriva in Veneto per un incontro elettorale e diversi incontri privati (tra cui uno con il patron di Diesel, Roberto Rosso) a sostegno di Alessandra Moretti,candidata a governatore del centrosinistra, per una volta tutto unito, almeno in Veneto, fino a SeL.

La sfida, però, è di quelle impossibili: si tratta di battere Luca Zaia, governatore uscente della Lega che, in Veneto, non teme rivali. Non teme lo scissionista veneto Flavio Tosi, che gli corre contro insieme a Ncd e altre liste locali, mentre Forza Italia corre con Zaia (al netto dei fittiani, che in Veneto stanno con Tosi…) figurarsi se Zaia teme la giovane Alessandra. Ed è su Zaia che Renzi, senza mai volerlo nominare, affonda subito e duro: “Abbiamo fatto di più noi in un anno che la Lega in venti!”. Del resto, anche Renzi – che pure continua a ripetere che “il Pd si è abituato a vincere e vinceremo ovunque, anche se qui la partita è difficile” – sa e si auspica, nei suoi sogni migliori, un bel ‘6 a 1’. Veneto escluso, cioè.

Ciononostante, Renzi ce la mette tutta per cercare di tirare la volata all’amica Alessandra, ex bersaniana di ferro passata con i renziani armi e bagagli. Il premier la loda perché “ha lasciato Strasburgo, ditelo a Toti e a Pastorino!”. Poi annuncia che varie ministre (Boschi, Pinotti, Madia,persino la Mogherini…) verranno nei prossimi giorni in Veneto per sostenere la campagna elettorale dell’amica ‘Ale’ come lui tornerà più volte in Liguria mentre oggi sarà in Campania, a Salerno, per sostenere De Luca.

Ecco perché, durante un comizio-show fatto in piedi, sul palco, a Vicenza, il premier, quando parla, prende subito di petto Salvini: “Non siamo mai stati quelli del ‘volemose bene’ e neppure del ‘venghino, signori, venghino’ (sta parlando degli immigrati, ndr.), ma è squallido e stucchevole giocare sulla pelle degli immigrati, chiedendo tutti i giorni le dimissioni di Alfano da parte di uno (Salvini, ndr.) che con Alfano fa gli accordi in Liguria e Umbria!”.

Il premier parla anche di molto altro, dalle riforme della giustizia (“Anticorruzione e falso in bilancio sono legge. Quasi nessuno c credeva, noi sì!”, la prescrizione l’abbiamo cancellata noi!”) alla ripresa (“Se il Veneto tira, cresce di più della Germania”), dal lavoro (“il Jobs Act è di sinistra!”) alla scuola (“La discussione è aperta, ma dobbiamo ascoltare di più”).

L'ex segretario del Pd, Pier Luigi Bersani

L’ex segretario del Pd, Pier Luigi Bersani

Buone notizie arrivano da Roma, dove la minoranza dem promette lealtà, in vista del voto. In particolare, Pier Luigi Bersani – ribadito che “il Pd è il mio partito, mi spendo perché vinca” – apre sulla riforma della scuola. “Se si risolvono le questioni di merito che abbiamo posto, saremo felicissimi di votare la riforma”, dice Bersani, in vista del Senato. Per Bersani “sono rimaste due questioni basiche: una è il rapporto tra l’autonomia di un insegnante e il ruolo del dirigente che così non va bene”, tema complesso e di difficile soluzione, tuttavia. L’altra riguarda “la soluzione del problema del precariato”. E qui l’ex leader del Pd si sarebbe fatto garante di una mediazione con la leader della Cgil, Susanna Camusso, con cui Renzi non parla: il punto starebbe nel predisporre un piano si assunzioni pluriennali per gli insegnanti di II fascia (gli abilitati oltre i 100 mila già in via di assunzione). Ergo, se c’è l’accordo, la sinistra Pd dà luce verde, al ddl scuola, al Senato.

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 22 maggio 2015 a pagina del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net) 

Bonanni anticipa l’addio alla Cisl, dove gli succederà la Furlan, ma pensa a una nuova aggregazione di cattolici

Le riforme, e cioè “la madre di tutte le battaglie che stiamo affrontando in questi giorni”, per dirla con il piglio guerresco del ministro alle Riforme Maria Elena Boschi, sono approdate, a partire da oggi, in Senato. Compito e lavoro non facile, a dirla tutta. Infatti, se è vero che gli effetti della sentenza Ruby hanno subito prodotto i loro benefici effetti – a voler guardare le cose dal punto di vista di palazzo Chigi – con tanto di rinsaldamento (definitivo?) del ‘patto del Nazareno’, il governo rischia di fare i conti senza l’oste. E ‘l’oste’ si chiama Aula, schiumante rabbia, insofferenza e insoddisfazione, di palazzo Madama. Come sempre in questi casi, infatti, ai calcoli politici si mischiano problemi e veri e propri drammi personali.

Infatti, se nella ‘fronda’ dei dissidenti di casa Pd c’è chi lo fa per convinzione profonda (Chiti, Tocci, etc.), chi quasi per dispetto (Mineo) e chi in modo intelligente e collaborativo (Gotor, Russo), in casa azzurra i dissidi di linea politica avversa a quella del Cav (Fitto, ma anche i cosentiniani e altri ‘sudisti’ sparsi tra FI e Gal) si mischiano con voglie ed eccessi di protagonismo (Minzolini). Infine, a complicare le cose, oltre all’ostruzionismo, ormai palese – specie dopo la rottura del (finto) dialogo sulle riforme M5S/Pd – dei grillini e quello dei vendoliani (tutti ‘ortodossi’, e cioè sulla linea Vendola, non a caso neppure uno è uscito dal gruppo di Sel), ci è messa, e a partire da oggi, pure la Lega Nord.

Per un Calderoli sostanzialmente ‘collaborativo’ , ma che ieri avvertiva la Boschi (“Non è vero, come lei dice, che il tempo della trattativa è finito”), c’è un segretario, Matteo Salvini, che avverte Renzi via schermi di Agorà estate (Rai 3): “Il Senato così com’è non serve, la riforma, così com’è, non la votiamo”. Morale: già sommabili i voti di M5S (ortodossi, 40, e dissidenti, 14), Sel (7), due su dieci dei Popolari (Mauro e Di Maggio), i dissidenti democrat (15, ma forse meno) e azzurri (tra cinque e dieci, dipende dalle capacità di ‘convinzione’ che metterà in campo Berlusconi verso di loro in questi giorni…), se arrivano i 15 senatori leghisti, la differenza la potrebbero fare – per far ottenere al governo e alla maggioranza l’agognata ‘quota’ dei 2/3 (214) dei voti utili a evitare il referendum confermativo – due gruppi minori e molto magmatici, Gal (11) e Autonomie (10). Non a caso, già oggi M5S e Sel chiederanno di mettere ai voti la necessità di rispedire il ddl Boschi in commissione e, nel corso dei prossimi giorni, se ne vedranno delle belle sugli articoli più deboli e contestati della riforma del Senato: elettività dei senatori, se di primo o secondo grado e come, immunità degli stessi, riduzione del numero dei parlamentari, se debba riguardare pure la Camera.

A complicare di più le cose, c’è anche il timing dei lavori d’aula. Dopo circa trenta ore di dibattito, quelle della scorsa settimana, è iniziata la discussione generale sul ddl Boschi (recante, appunto, riforma del Senato e riforma del Titolo V della Costituzione). Una discussione che si era già rivelata infuocata e ‘caldissima’, oltre che lunga quanto quella del Senatus et popolusque romanum (124 interventi di altrettanti senatori, venti minuti cadauno), ma che, da oggi in poi, s’è capito che la settimana in corso sarà pure peggio. Dopo le repliche dei due relatori, infatti, e prima di iniziare il vaglio degli emendamenti (4500 quelli presentati ‘solo’ sui primi due articoli del ddl, 7831 in tutto, 6 mila solo da Sel…) ha preso la parola la Boschi ed è stata proprio lei a dar fuoco alle polveri. “Le bugie, in politica, non servono, anzi, come diceva Fanfani – ha detto la ministra in Aula – hanno le gambe corte. Parlare di svolta illiberale e autoritaria in corso nel Paese è una bugia allucinante”.

Apriti cielo. Si sono indignati tutti, dai grillini – non nuovi ai soliti show en plein aird’Aula, tra cartelli, urla belluine, pianti e persino letterali svenimenti – ai ‘sellini’, dai dissidenti azzurri a quelli Pd (Mineo) fino ai più oscuri senatori peones di ogni ordine e grado. Il presidente, Pietro Grasso, ha cercato inutilmente di riportare la ‘calma’ in Aula, ma ormai la frittata era fatta. ‘Frittata’, quella della ministra, che fa il paio con l’intervista rilasciata ad Avvenire pochi giorni fa in cui apriva al nemico storico della sinistra italica da decenni (il semipresidenzialismo di craxiana memoria..) e che la mette in una posizione scomoda e difficile anche dentro il Pd. Infatti, se ‘contro’ Renzi, tra i democrat (senatori o deputati) è difficile trovare qualcuno che osi dire ‘ah’, contro la Boschi se ne sentono – specie nei corridoi del Transatlantico – di tutti i colori. E se è vero che c’è del sessismo malcelato, in tali critiche, è anche vero che i mugugni sul Pd a trazione renziana salgono d’intensità. Eppure, il premier è stato chiaro: “L’ostruzionismo è un sasso messo sui binari delle riforme”, ha detto dal Mozambico, “ma noi con pazienza togliamo il sasso e faremo ripartire il treno”. L’intento politico di Renzi, del governo e dei renziani di casa Pd è chiaro. Il solo elemento che latita in modo lampante è la pazienza, che a metter ‘sassi’ sulla via delle riforme ci pensano i dissidenti.

 

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il leader uscente della Cisl, Raffaele Bonanni

il leader uscente della Cisl, Raffaele Bonanni

ROMA –  Raffaele Bonanni annuncerà oggi, in una riunione straordinaria di tutti i segretari confederali e regionali della Cisl, che lascerà la guida dell’organizzazione che guidava, ormai, dal lontano 2006. La notizia la lancia Dagospia che ‘brucia’ l’intervista che il leader cislino aveva programmato, non a caso, col quotidiano Avvenire. La scadenza ‘naturale’ del mandato di Bonanni (riconfermato segretario nel 2009 e, poi ancora nel 2013, ma solo per due anni perché in procinto di raggiungere, nel 2015, il limite dei 65 anni), era, però, fissata ad aprile 2015 e nessuno si aspettava l’anticipo né, tantomeno, un anticipo così brusco, così immediato e immotivato, a meno che non si voglia credere alle ‘voci’ di una mezza ‘rivolta’ della pancia cislina contro la gestione Bonanni e addirittura contro la sua pensione e le prebende accumulate.

Eppure, solo pochi giorni fa, Bonanni, a Senigallia, al seminario dell’Mcl, il movimento cattolico del lavoro guidato da Carlo Costalli, non aveva dato cenni di alcun genere, sull’argomento dimissioni. Anche se aveva tenuto un intervento molto ‘politico’ e criticato non solo la Cgil, ma anche il premier Renzi e la sua cronica ‘carenza’ di concertazione, metodo di lavoro a metà tra il sindacale e il politico da sempre caro al sindacato cislino.

il futuro segretario della Cisl, Anna Maria Furlan

il futuro segretario della Cisl, Anna Maria Furlan

Almeno per la successione a Bonanni, non vi sono né vi saranno problemi. Da tempo il leader cislino ha individuato il suo delfino in Annamaria Furlan (56 anni, genovese), che verrà indicata già oggi all’interno della riunione di tutto lo stato maggiore della Cisl, ma la cui nomina verrà formalizzata solo nella prima decade di ottobre, quando si riunirà il Consiglio generale del sindacato bianco in una sorta di congresso generale anticipato. Ma i motivi delle dimissioni di Bonanni sono assai più complicate. Certo, fonti di via Po, sede centrale della Cisl, parlano di “normale avvicendamento” e di una decisione “già maturata nell’estate”. Tutt’al più, si spingono a indicare una (ennesima) strategia ‘anti-Camusso’.

Venerdì 25 ottobre, peraltro, vi sarà un già previsto incontro a tre (Bonanni-Camusso-Angeletti) per decidere le modalità di mobilitazione di Cgil-Cisl-Uil sul lavoro e su possibili (ma molto difficili) iniziative ‘unitarie’ della cd. ‘Trimurti’ in previsione dell’autunno (caldo?). La Cgil preme per scioperare, come farà la Fiom, sull’art. 18, Cisl e Uil non ci pensano neppure. E lo stesso Bonanni va al Tg3 per assicurare che “la posizione della Cisl sul lavoro non cambierà”. Niente strappi, né tantomeno scioperi, sull’art. 18 come fa la Cgil.

Il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei

Il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei

Ma se Bonanni ha rappresentato, in tutti questi anni, una linea aperta ai tanti cambiamenti del mercato del lavoro (dal pacchetto Treu alla riforma Biagi), oltre che dialogante con tutti i governi (Berlusconi, Prodi, Monti), il leader cislino è stato anche ben altro, specie in campo ‘pre-politico’. Uno dei protagonisti delle operazioni ‘Todi 1’ e ‘Todi 2’, per dire, quando il mondo cattolico (Cisl, Mcl, Acli, Confcoop), era a un passo dal fondare, sotto la benedizione della Cei del cardinal Bagnasco (e, indirettamente, del ‘vecchio’ Ruini), un vero partito o, quantomeno, un movimento politico. Un progetto in parte tradito e, in parte, naufragato con la discesa in campo del senatore Monti e della sua lista. Morta, però, nel giro di meno di un anno, o meglio squagliatasi Scelta civica, il partito-non partito (più un cartello elettorale) montiano e rimessosi in moto il quadro politico, si vuole rimettere in moto pure il mondo cattolico che sente e continua a coltivare il sogno di  colmare, al ‘centro’ dello schieramento politico, un grande vuoto. Ecco perché Bonanni vedrà prima Enrico Letta (già la prossima settimana, si dice) e poi molti altri protagonisti di quella stagione e non, forse pure quel Corrado Passera oggi impegnato a lanciare, portandolo in giro per l’Italia, il suo movimento-pre-partito-non-partito, ‘Italia Unica’. “Se Renzi fallisce e in Italia arriva la Troika, dobbiamo essere pronti a offrire una nuova offerta politica”, dice un ex Todi 2. Almeno Bonanni, da oggi, è pronto a tessere la sua nuova tela.

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 23 ottobre 2014 sulle pagine di politica del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)

Bonanni anticipa l’addio alla Cisl, dove gli succederà la Furlan, ma pensa a una nuova aggregazione di cattolici

Bonanni anticipa l’addio alla Cisl, dove gli succederà la Furlan, ma pensa a una nuova aggregazione di cattolici

Le riforme, e cioè “la madre di tutte le battaglie che stiamo affrontando in questi giorni”, per dirla con il piglio guerresco del ministro alle Riforme Maria Elena Boschi, sono approdate, a partire da oggi, in Senato. Compito e lavoro non facile, a dirla tutta. Infatti, se è vero che gli effetti della sentenza Ruby hanno subito prodotto i loro benefici effetti – a voler guardare le cose dal…

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