“Liberi e Uguali” nasce con Grasso alla guida. Il presidente del Senato infiamma la platea, ma i problemi non mancano. Cronaca della giornata e un po’ di ‘colore’

  1. “Io ci sono!”.  Grasso conquista la platea dei delegati della nuova ‘Cosa Rossa’.
Guttuso

I funerali di Togliatti, quadro di Renato Guttuso

<Io ci sono! Io ci sono! Io ci sono!». E’ nato un nuovo leader, nel parco della Sinistra radicale e post-comunista italiana, pur senza averne le stimmate (del glorioso passato). Si chiama Pietro, detto ‘Piero’, Grasso. L’ex pm e poi procuratore capo di Palermo, poi ancora a capo della Procura nazionale Antimafia, amico personale di Falcone e Borsellino, venne candidato ed eletto dal Pd a guida Bersani nel 2012 e poi è diventato presidente del Senato, ieri ha dimostrato la stoffa – non scontata – dell’oratore politico. Specie quando ha attaccato, senza nominarlo, il Pd: «Mi hanno offerto d tutto», ha ricordato sprezzante, «dai seggi sicuri alla possibilità di fare la riserva della Repubblica» (il che vuol dire, tradotto, di fare il presidente della Repubblica nel post-Mattarella: sei anni, però, troppi). E già lì parte la prima standing ovation di una platea che il Pd lo odia e che, sostanzialmente, punta a far perdere le elezioni a Renzi e ai suoi oltre che aspirare – legittimamente – a rientrare in Parlamento con percentuali variabili tra il 6% e il 10% (molto dipenderà, appunto, da quanto porterà con sé in dote proprio la figura di Grasso).
Il discorso di Grasso arriva a conclusione di una decina di interventi di esponenti di «mondi» della «società civile»: applauditissimo il medico di Lampedusa, Bartolo, protagonista di Fuocoammare di Rosi (niente parentele con Francesco), pluri-premiato.
Alternati a loro parlano i «Tre Tenori» Civati-Fratoianni-Speranza. A differenza dei big (Bersani, D’Alema, Bassolino, Epifani, Errani, Rossi, Vendola) – cui tocca confondersi nelle seconde e terze file per evitare la sensazione di sinistra deja–vù – i tre sono quarantenni di belle speranze, e non solo chi, di loro, è Speranza. Anche loro infiammano la platea. Pippo Civati prima si perde nei ricordi familiari («Papà votava La Malfa»), poi, da birichino, sfotte Pisapia («Ma dove Campo vai con Alfano?!»). La sala vibra molto per Fratoianni, ex ‘bello’ di Rifondazione, che tuona contro «la schiavitù del lavoro, l’oppressione del Capitale, il liberismo di Trump e della May», ma anche contro «i nuovi neofascisti». Successo pieno pure per Speranza, che tiene forse il discorso più bello e più appassionato prima di Grasso: invoca una «Nuova Sinistra Mondiale», una sorta di neo-Internazionale, sulle orme di Bernie Sanders e Corbyn (però non cita Tsipras), mette «il lavoro» al centro della «lotta della sinistra» di cui stila un dettagliato programma, art. 18 in testa. La leader della Cgil, Susanna Camusso, è in prima fila ad applaudire e, forse, pure a candidarsi alle Politiche nelle file di Mdp (ma il suo portavoce smentisce secco).
Infine, tocca a Grasso. Infiamma e conquista la platea. Si emoziona, ma non perde il filo. Racconta prima la sua storia di pm in prima fila nella lotta alla mafia. Delinea poi un programma di sinistra radicale nei temi ma «moderata» nei toni, che «rifiuta i tatticismi», ma che farà «proposte serie e credibili». Urla «ora tocca a noi!» ma invoca una leadership collettiva. Rifiuta la logica del ‘voto utile’, ma sa che non sarà né per lui né per la nascente ‘Nuova Cosa Rossa’ una passeggiata di salute, la sfida nelle urne al Pd. Però, spiegano i suoi quando ha finito, «la eserciterà in modo fermo e severo, la sua leadership». Tradotto: vigilerà sui candidati per evitare «zone grigie, errori e malintesi». E – insistono sempre i suoi – invoca «porte aperte» a chi oggi non c’è: sinistra dem, cattolicesimo democratico, femminismo, ambientalismo. La presidente della Camera, Laura Boldrini, non c’è ancora, ma i suoi consiglieri sì, dal portavoce Roberto Natale al consigliere giuridico Carlo Leoni (ex Ds): sta per arrivare pure lei, nella neo-sinistra.
Alla fine, sorrisi e abbracci. I dirigenti della ex Sinistra Radicale brindano: «Abbiamo fatto Bingo», dice Paolo Cento: «lui è il nostro uomo in più, farà la differenza». Grasso commenta che «è stata una bellissima mattinata, ma c’è ancora tanta strada da fare».
In effetti, è vero: la strada ancora da fare, per la Nuova Sinistra Unita, è ancora tanta. I tre partiti fondatori (Mdp-SI-Possibile) hanno dato vita a una lista unica, ma non ancora a un partito unico e nessuno di loro può affermare, in sincerità, che nascerà davvero:le differenze, tra chi viene da Rifondazione poi Sel poi SI e chi dal Pd (gli ex dem di Mdp) sono tante, forse troppe. Le quote per le candidature sono state ripartite col bilancino (50% Mdp, 35% SI, 15% Possibile): sono stati votati, i delegati, in assemblee provinciali, ma non tutto è filato via liscio: SI e Possibile si sono ‘alleate’ e sottratto numeri a Mdp. Sgambetti tra compagni? Si vedrà più avanti, quando le liste verranno composte (se ne occupa Nico Stumpo, già uomo d’ordine di Bersani: nel 2013 fece ‘piangere’ molti sicuri presunti candidati nel Pd, ne farà piangere altrettanti ora, compagni o meno che siano). Inoltre, i posti richiesti da molti, big di Mdp in testa a tutti (Bersani, D’Alema, Errani, Epifani, Bassolino, Panzeri, etc.) sono tanti, forse troppi, e certezze non ve ne sono, di eleggibili: i calcoli più realistici parlano di una pattuglia di 25 deputati e 10 senatori. Infine, nome e simbolo ancora non ci sono. Il simbolo, forse con una rosa stilizzata nel mezzo, avrà due diciture: sopra, «Liberi ed Uguali» (ma l’associazione dei liberal del Pd «Libertà Eguale» preannuncia già ricorso in tribunale per plagio) e, sotto, «con Grasso».
«Con Grasso possiamo puntare al 10%», è la spavalda sfida di Massimo D’Alema che si candiderà al Senato in Puglia: in un collegio, ma pure in cinque listini bloccati. Sarà dura, infatti, strappare collegi uninominali a Pd, destre, M5S, ma i dirigenti della Sinistra-Sinistra ci credono: «A Piacenza, con Bersani, a Ravenna con Errani, in Toscana con Enrico Rossi possiamo fare molto male al Pd». Altri, ben più realistici, fanno di conto: «Ci basta prendere il 6%, vuol dire 25 deputati e 12 senatori. Così andiamo alle consultazioni da Mattarella e come premier il nome di Renzi non lo faremo mai. Altri nomi? D’Alema vorrebbe Draghi, Bersani vuole appoggiare dall’esterno un governo Di Maio. Vedremo».
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2. Il ‘colore’. Le spillette del Che (e Stalin) ci sono ancora, le bandiere rosse non più. 
speranza

Roberto Speranza

Ettore Maria Colombo – ROMA

Pala Atlantico, molto oltre l’Eur, grande sala per concerti: 1500 posti a sedere, agibilità per 2700 se una parte resta in piedi. Ce ne sono almeno altri 2500 fuori, di persone: «compagni e compagne» in carne e ossa, corpo e spirito, arrivati dalle lande più lontane.
Morale: un successo, almeno in termini numerici, incontestabile. Fila per entrare interminabile, infinita, ma la gente attende paziente. Pure alcuni giornalisti restano fuori per ore, ma non protestano come di solito sono abituati a fare. Del resto, tra i giornalisti, la Sinistra-Sinistra ‘tira’ assai. Presenta la giornata un collega, Luca Telese, anchorman de La 7, ex del Giornale, fondatore di Pubblico. Cattiverie e maldicenze fioccano solo per lui: «Ha scritto libri peggiori di Pansa per rivalutare i fascisti e ora chiama alla mobilitazione contro i neofascisti?! Lavorava per Berlusconi e ora torna di sinistra?! Maddai, Telese!!!».
Il servizio d’ordine è inflessibile: deve arrivare Pietro Grasso, e le camionette della Polizia sono così tante che sembra debbano respingere gli assalitori del G8 di Genova. E, guarda un po’, chi ti spunta? Luca Casarini, leader delle ‘Tute Bianche’: è un po’ ingrassato, ma si è sposato e con prole, ora veste elegante e vive a Palermo: da dirigente di SI (è, addirittura, il segretario regionale di Sinistra Italiana in terra di Sicilia) si candiderà pure lui, pare. La gente un po’ si arrabbia («Fanno entrare gli invitati e non i delegati!»), ma l’organizzazione regge. Tutto è nelle mani – nodose e nervose – di Nico Stumpo, storico uomo macchina di Pier Luigi Bersani: sarà lui, peraltro, a fare le liste.
Ma per ora non è tempo di argomenti così «volgari». Oggi c’è da festeggiare la nascita della Nuova Sinistra Unita. Il nome ci sarebbe già: bello, facile e comprensibile, «la Sinistra». Invece si chiamerà «Liberi ed (ma la ‘e’ eufonica ci sarà o no? Non si sa) Eguali» e, più sotto, «con Grasso». Epperò, guai a chiamarla «Cosa Rossa»: i giovani ed efficienti addetti stampa di Mdp-SI-Possibile (equamente distribuiti tra uomini e donne, peraltro tutti bravissimi, tosti, efficienti e assai ‘svelti’ sui new media) ti bacchettano  sulle dita.
Si alternano, rapidi e commoventi, l’operaio, la sindacalista, la ricercatrice, il cassintegrato, etc. Silenzio religioso per tutti, grandi applausi per «i Tre Tenori» Civati-Fratoianni-Speranza (ma solo per ‘Bob Hope’ è vera standing ovation pari solo a quella per Enrico Bartolo, il medico degli immigrati che li cura nella martoriata Lampedusa). Intanto, non sventola una bandiera rossa che sia una (ordine di scuderia: «compagni, non ci facciamo riconoscere!»). Poi la sala è scossa da un fremito: «Parola a Grasso!».
Lui si emoziona, la platea – che scatterà in piedi ad applaudirlo un’infinità di volte – pure. E il «colore» tipico delle liturgie comuniste? Scarsino. Bisogna uscire fuori, tra gli infreddoliti rimasti ad ascoltare dai maxi-schermi, per trovare il ‘solito’ – per queste occasioni della Sinistra – stand de il manifesto dove si vendono immaginette, spille e magneti di Che Guevara e Castro, Mao e Ho Chi Min, Lenin, Trotzskij e persino di Stalin.
E i big? Bersani è seduto parecchie file dietro, accanto al senatore Fornaro. Vendola si sbraccia già più file davanti. La deputata Simoni, cugina di Renzi, sfoggia una mise elegantissima e l’inseparabile Toscano. L’ex ‘re’ di Napoli, Bassolino, è intabarrato in una sciarpa azzurra. Infine, soprattutto, c’è D’Alema. Il guaio è che è il «solito» D’Alema. Ai giornalisti che gli si fanno sotto per strappargli dichiarazioni risponde con l’odio che nutre per ‘noi’: «Vi consiglierei di parlare con il dottor Bartolo (il medico di Lampedusa, ndr), gli chiederei come mai è qua. Sarebbe il vostro mestiere, ‘disciamo’. Ma a voi dove vi pigliano?». Ah, se non ci fosse lui, D’Alema, come sarebbe stata più ‘noiosa’ la giornata.
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NB: Gli articoli sono usciti il 4 dicembre alle pagine 4-5 del Quotidiano Nazionale.
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Come e perché Renzi sceglierà Teresa Bellanova al posto della Guidi e chi è lei, la poco vispa Teresa…

tetto del Quirinale

Il ‘tetto’ del Quirinale, detto ‘Torrino’, dove riceve i suoi ospiti il Capo dello Stato, oggi Mattarella

IL ‘RISIKO’ IN CORSO, DA MESI, AL MISE…

Quasi sicuramente la nuova ‘ministra’ allo Sviluppo Economico sarà l’attuale viceministro al Mise, il ministero di via Veneto, Teresa Bellanova che, fino all’ultimo rimpasto di governo, quello di fine gennaio 2015, ha visto nominare, da parte del premier, tre vice ministri e otto sottosegretari, che hanno giurato il 29 gennaio, tra cui peraltro, l’ex sottosegretario alle Riforme, Ivan Scalfarotto, proprio allo Sviluppo economico al posto di quel Carlo Calenda che è volato a Bruxelles. Nomina che, però, è diventata operativa solo il 18 marzo, quando il neo-rappresentante italiano a Bruxelles è entrato effettivamente in carica nel suo nuovo ruolo ‘europeo’. Senza dire del fatto che, sempre al Mise, regna quello che l’ex ministro del dicastero durante il governo Monti, Corrado Passera (ex banchiere oggi diventato fondatore e leader del movimento politico ‘Italia Unica’: si presenta, da solo, alle comunali di Milano) ha giustamente definito “un preoccupante vuoto” a causa della dipartita non solo di Calenda ma anche di Claudio De Vicenti, ex sottosegretario del Mise che, quando si dimise il ministro alle Infrastrutture, Maurizio Lupi (Ncd-Ap), venne sostituito dall’allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Graziano Delrio, e – al posto, strategico e cruciale, di Delrio – arrivò lui, De Vincenti. Morale: non solo Renzi dovrà nominare un nuovo ministro al Mise (la Bellanova, quasi sicuramente, appunto), ma anche un ‘nuovo’ viceministro al posto della medesima Bellanova, senza dire del fatto che il ministero ha perso due nomi competenti e di peso come erano, appunto, sia Calenda per le imprese che De Vincenti. Ma perché Renzi sceglierebbe, dopo un breve, molto probabilmente, interim presso la Presidenza del Consiglio, proprio la Bellanova, che viene dalla Cgil ed è lontanissima – per storia personale e politica, formazione sociale, politica e sindacale – dal premier? Per una lunga serie di motivi, politici, tattici ed umani.

I MOTIVI, NOBILI E MENO NOBILI, DI UNA SCELTA…

Certo, il primo problema che Renzi ha davanti risponde al quesito cherchez la femme. Infatti, come si sa, il premier ci tiene molto al cosiddetto “equilibrio di genere” all’interno del suo governo. Un governo che era nato con una perfetta parità tra uomini e donne. Erano, infatti, otto le donne e otto gli uomini del governo Renzi, all’atto del suo insediamento, il secondo governo (dopo quello Letta) della XVII legislatura, nonché il 63esimo governo della Repubblica (giurò, nelle mani di Napolitano, il 25 febbraio 2015).

Solo che, nel frattempo, il premier ha ‘perso’ ben due donne: l’ex ministro degli Esteri, Federica Mogherini, diventata ‘Lady Pesc’, cioè promossa a capo di tutta la diplomazia della commissione Ue a partire dal I novembre 2014 (rimase ministro fino al 30 ottobre, nonostante Renzi avesse formalizzato la richiesta alla Ue a luglio), che è stata sostituita, dopo un lungo cercare, sempre tra le ‘donne’. Si parlò, a lungo, per dire, della deputata dem Lia Quartapelle, ma retroscena e gossip dell’epoca dicono che, solo a sentirne il nome, l’allora Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, si fece una furia, giudicandola “una ragazzina priva di esperienza internazionale”. Anche per questo, ma non solo per tale motivo, la scelta, alla fine, cadde su un antico sodale di Renzi, il deputato Pd Paolo Gentiloni che, prima nella Margherita di Rutelli e poi nel Pd di Veltroni-Franceschini-Epifani-Bersani, favorì l’ascesa del giovane Matteo.

L’altra donna al governo, Maria Grazia Lanzetta, mollò ben prima, anzi quasi subito, il 30 gennaio 2015, il suo incarico di ministro (senza portafoglio) agli Affari regionali. Teoricamente, la Lanzetta lasciò l’incarico per andare a fare l’assessore a Cultura, Istruzione, Pa e molto altro nella neonata giunta calabrese guidata da quel Mario Oliverio (Pd) che aveva da poco vinto le elezioni da governatore della Calabria, ma dopo pochissimi giorni mollò anche tale incarico a causa di quello che ritenne un “insuperabile contrasto” con Oliviero che aveva nominato, nella sua giunta, un assessore indagato a giudizio. E così, l’ex sindaco di Monasterace, si è di fatto ritirata a “vita privata”, finendo in un cono d’ombra.

Morale: le donne, nel governo Renzi, sono ‘tracollate’ da otto a sei mentre gli uomini son saliti da otto a dieci, colle nomine, appunto, di Gentiloni agli Esteri e di Enrico Costa (Ncd-Ap) alla Famiglia. Ma non c’è solo questo motivo di ‘riequilibrio’ di genere nella possibile scelta della donna Bellanova al posto della donna Guidi.

C’è anche un motivo tutto ‘politico’. Infatti, la Bellanova, che pure viene da una storia tutta iscritta dentro la ‘sinistra’ social-sindacale, oltre che politica, dopo la rottura interna alla sinistra dem dell’asse Cuperlo-Speranza, si iscrive nell’area dei più riformisti e meno oltranzisti dell’area della (ex) sinistra bersaniana e post-dalemiana. I quali, capitanati dal ministro all’Agricoltura, Maurizio Martina, si staccano, in seguito al voto negativo della sinistra sull’Italicum, per formare l’area di ‘Sinistra E’ Cambiamento’, ancora oggi attiva. Bellanova entra, dunque, in un’area sostanzialmente ‘filo-renziana’ come è, per un altro verso, ormai anche quella dei ‘Giovani Turchi’ guidati dal presidente Orfini, dal ministro Orlando e da Raciti: tutte ‘aree’ nella maggioranza del Pd, poco critiche e bendisposte, più che al ‘dialogo’, ad accettare tutti i principi del renzismo.

Infine, terzo motivo che non pesa poco nella scelta che farà Renzi, c’è una questione tutta locale o meglio, per la precisione, ‘pugliese’ dato che la Bellanova è nativa del Tavoliere e che, in Puglia, regna ormai di fatto, non solo come governatore, ma pure come ‘reuccio’ del Pd locale e fa, in Puglia e limitrofi, il bello e il cattivo tempo.

Morale: la Bellanova, acquistando peso e prestigio, potrà di certo creare un contraltare di potere – locale e non solo – ad Emiliano. Infine, passando da una ‘confindustriale’ come la Guidi a una ‘cigiellina’ come la Bellanova, Renzi vuole anche dare una sterzata più sociale e più collaborativa – con i sindacati che ‘collaborativi’ sono, ovviamente, e cioè Cisl e Uil, non certo la Cgil e la Fiom… – al suo governo, in vista delle elezioni amministrative di giugno e, ancora più in là, del referendum costituzionale di ottobre 2016 e, infine, in vista di elezioni politiche che potrebbero arrivare presto, di certo non alla fine naturale della legislatura, e cioè marzo 2018.

 

CHI E’ LA ‘SCONOSCIUTA’ E POCO VISPA TERESA…

A questo punto, però, serve il whos’who. Chi è Teresa Bellanova? Del fatto che, da sottosegretario al Lavoro, nominata il 28 febbraio 2014, nel governo Renzi è stata promossa, il 29 gennaio 2015, viceministro allo Sviluppo economico, s’è detto. Ma cosa ha fatto, la Bellanova, ‘prima’ di andare al governo? La sindacalista, appunto, e per tutta una vita. Teresa Bellanova è nata a Ceglie Messapica, provincia di Brindisi, nel 1958. Ha iniziato a lavorare giovanissima, ancora adolescente, e si è iscritta da subito alla Cgil, partecipando alle lotte contro il caporalato particolarmente forti, nel Tavoliere pugliese, e sempre fatte sotto l’egida del grande leader della ricostruzione e della Cgil del dopoguerra, Di Vittorio.

La Bellanova inizia a lavorare in un settore durissimo, per gli uomini come per le donne, quello dei braccianti e diventa subito coordinatrice regionale delle donne della sua categoria, la Federbracccianti. Poi si sposta nel Sud-Est barese e, ancora dopo, in provincia di Lecce, a Casarano, per contrastare la piaga del caporalato. Il suo percorso, o cursus honorum, dentro la Cgil, la porta, piano piano, a ricoprire diverse e sempre più importanti funzioni. Fino a quando, nel 1988, viene nominata segretaria generale provinciale della Flai (Federazione Lavoratori AgroIndustria) nella provincia di Lecce. Nel 1996, poi, lo scatto vero: Bellanova viene nominata, durante la segreteria Cofferati, del cui gruppo dirigente post-Trentin e di ‘sinistra’, è, di fatto, espressione, segretaria generale della Filtea (Federazione italiana Tessile Abbigliamento Calzaturiero), incarico che ricopre fino al 2000, quando entra a far parte della segreteria nazionale Filtea con delega alle politiche per il Mezzogiorno, politiche industriali, mercato del lavoro, conto-terziarismo e formazione professionale mentre segretaria generale diventa la ben più ‘riformista’ e di fatto assai più moderata, Valeria Fedeli che ricoprirà tale incarico fino all’inizio degli anni Duemila spostando la Filtea su posizioni molto meno massimaliste e ben più moderata, su spinta dell’allora segretario generale della Cgil, l’ex socialista riformista Epifani. Anche per questo motivo, la Bellanova decide di lasciare, per sempre, il sindacato (dove, volendo, si può rimanere ‘a vita’…) e di tentare la strada della politica, come pure hanno fatto e faranno molti sindacalisti di peso prima e dopo di lei: Sergio Cofferati, ex sindaco di Bologna, ex europarlamentare dem e, oggi, uscito dal Pd ‘a sinistra’: Guglielmo Epifani, ex segretario del Pd per un breve periodo, deputato dem e presidente della commissione Industria della Camera; Valeria Fedeli, vicepresidente del Senato, Achille Passoni, ex senatore e oggi numero due di Marco Minniti, nel Comitato sui Servizi; Paolo Nerozzi, ex senatore della sinistra; Giorgio Airaudo, deputato di Sel e candidato sindaco a Torino, etc.

Nel 2006 Bellanova si candida, per la prima volta, alle elezioni della Camera su richiesta del partito di cui è attiva militante, i Democratici di Sinistra (Ds), su richiesta del segretario di allora, Piero Fassino. Dopo aver partecipato alla fase costituente del Pd, la Bellanova viene eletta alla Camera dei Deputati per la seconda volta nel 2008, messa in lista dall’allora segretario Veltroni. Dal 21 maggio 2008 è componente della XI Commissione (lavoro pubblico e privato). Infine, è riconfermata deputato nel 2013 – messa in lista dal segretario di allora, Bersani, di cui era seguace – e diventa segretario del gruppo Pd alla Camera. In sostanza, la Bellanova è stata eletta nelle liste del Pd tre volte: XV, XVI e XVII legislatura fino a quando, il 28 febbraio 2014, viene nominata sottosegretario di Stato al Lavoro nel Governo Renzi, il 29 gennaio 2015 viceministro allo Sviluppo economico e, ora, forse, tra poco, direttamente ministro dello stesso dicastero. Per una donna partita dalle lotte bracciantili in Puglia un bel salto. Discreta, schietta, silenziosa, gran lavoratrice, tessitrice di rapporti e molto esperta di relazioni sociali e sindacali con le parti sociali (imprenditori come sindacati) come con quelle politiche, teresa è forse poco ‘vispa’ di carattere, un po’ scontroso e un po’ ombroso, ma di certo ‘roccioso’ e ‘impegnato’. Un carattere forte, dunque, che in un ministero delicato e importante come il Mise le sarà sicuramente di aiuto nel risolvere le tante ‘grane’ del ministero.

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 2 aprile 2016 sul sito Internet Quotidiano.net (http://www.quotidiano.net

#Renzi e i suoi marines contro la minoranza #Pd e i suoi vietcong. Due giorni di guerriglia ad alta intensità. Tema: la riforma del Senato

NB: due articoli pubblicati qui di seguito sono usciti il primo il 2 agosto 2015 a pagina 6 del Quotidiano Nazionale mentre il secondo è uscito il 3 agosto 2015 a pagina 8 del Quotidiano Nazionale. 

1) Renzi: pazienza finita con i ribelli Pd: <Stop agguati o vi porto al voto a marzo 2016>.  Se in autunno la riforma non passa in prima lettura, sarà guerra totale con la minoranza.

Ettore Maria Colombo  – BOLOGNA –

Matteo Renzi e il Senato.

Matteo Renzi e il Senato.

CASO AZZOLLINI e voto al Senato. Caso Rai e voto, sempre al Senato, su quell’art 4 che ha visto la maggioranza di governo andare «sotto» grazie all’unione delle opposizioni e di ben 19 (su 25 potenziali) senatori della minoranza. Caso riforma del Senato e voto – dove? sempre al Senato, si capisce – che, ai primi di settembre, si trasformerà nella «prova regina», per Renzi. «O la minoranza si adegua e accetta il compromesso già proposto (elezione indiretta dei senatori mediante listino apposito, ndr.) – si ragiona a palazzo Chigi – oppure se vogliono guerra avranno guerra. Come si dice? A brigante, brigante e mezzo», sbotta Renzi che «di quelli» non ne può più.

FINO, appunto, all’«arma fine di mondo»: il ricorso alle urne anticipate (prima data utile: febbraio-marzo 2016) a costo di votare alla Camera con l’Italicum (legge già approvata, collegi già disegnati dal ministero dell’Interno sulla base di uno studio dell’Istat, pur se con dei “bachi” che urgono revisione) e, al Senato, con il Consultellum. Una doppia legge elettorale un po’ pazza (e molto “italica”) che però il vicepresidente della Camera, Roberto Giachetti, un pasdaran del premier, ritiene «uno scenario plausibile». E scenario che permetterebbe al segretario-premier d’imbastire una campagna elettorale tutta contro i «frenatori», i «gufi» e i «conservatori» anti-riforme e anti-italiani presenti sia «dentro» (la minoranza) che, naturalmente, «fuori» (Grillo e Salvini) il suo Pd. Si vedrà. Certo è che nel Pd è ripresa la guerra «tutti contro tutti» e, appunto, su tutti gli argomenti.

Si prenda, per dire, la giustizia. Renzi sfida i giudici («Non siamo i vostri passacarte») e – assicura chi, col capogruppo al Senato Luigi Zanda e i vicesegretari Pd, ha preso parte alla scelta di dare libertà di voto sul caso Azzollini – «ha preso tale decisione non per calcolo, ma per intima convinzione».
L’EX giudice ed ex (sconfitto) candidato sindaco di Venezia, Felice Casson, attacca con durezza il voto dei colleghi che hanno salvato il senatore dell’Ncd («Lo ha salvato la Casta infastidita dai pm»). Ben 12 senatori dem prendono carta e penna e replicano piccati: «parole offensive, sgradevoli, lettura fuorviante e caricaturale del rapporto politica-magistratura». Poi entrano nel merito, ma a pesare sono le firme: la giornalista antimafia Capacchione, il capogruppo in Giunta Immunità Cucca, e poi Ichino, Santini, Susta, etc.
Ma a bruciare, sulla pelle di Renzi, è ben altro, e cioè il voto sulla Rai che lo «costringe» a rinnovare il cda con la vituperata Gasparri.
L’attacco dei marines renziani (Carbone, Marcucci, pure Lotti) è spietato, violento, ad alzo zero. La replica dei vietcong della minoranza è altrettanto dura, spietata.
Le parole volano pesanti, tra colleghi, specie al Senato, neppure ci si parla più: «paiono due gruppi diversi, tra renziani e sinistra, anche fisicamente siedono distanti», nota un osservatore esterno.

In più, l’Unità perde ogni giorno l’occasione di portar pace. Federico Fornaro, che di suo sarebbe uno pacioso, le scrive una lettera piccata «amareggiato dalla ricostruzione» (il giorno dopo il senatore ed ex giornalista Massimo Mucchetti la paragonerà alla Pravda). E sarà pur vero, come dice Renzi, che «meno male, son pochi», quelli della minoranza, al Senato, ma se restano in 20-25 saranno dolori, per la maggioranza a settembre.
Se, invece, come già accaduto alla Camera, Renzi riuscisse ad asciugarli (grazie al suo Zanda, ovvio) a 10-15 pasdaran suicidi, allora sì che i verdiniani tornerebbero utili. Altrimenti, da settembre in poi, a palazzo Madama «si balla» e, forse, si va persino a elezioni. Lo sa Renzi, lo sa la sinistra dem.

2) Riforme, scontro finale nel Pd. Orfini: Vietnam? basta minacce. I ribelli annunciano emendamenti a raffica alla riforma del Senato. Boschi: noi giovani più saggi dei vecchi.

Ettore Maria Colombo – BOLOGNA

 

Il portone d'ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

Il portone d’ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

PATETICI. Irresponsabili. Figli della vecchia politica. Siete come Razzi, Scilipoti, anzi siete peggio. Teorici alla doppia morale. Vili. Traditori. Cercate imboscate. Assurdi. Minoritari. Inquietanti (sic). Inaccettabili. Anti-italiani». Ecco, queste solo nella giornata di ieri erano, scorrendo le agenzie, le dichiarazioni «ufficiali» di renziani di prima (Carbone Ernesto, Marcucci Andrea), seconda (Morani Alessia, Di Giorgi Rosa) e pure di terza fascia (la ex minoranza di «Sinistra è Cambiamento»: Mauri Matteo, Mirabelli Franco).
Senza dimenticare il presidente del partito, Matteo Orfini, che – forse anche per farsi dimenticare gli attriti con il premier su Roma – dismette i panni super partes per quelli del fustigator di costumi: «Che alcuni senatori del mio partito minaccino il ’Vietnam parlamentare’ contro il nostro governo a me pare incredibile», fa con un tweet. Infine, in serata, parla la Boschi: «la minoranza deve adeguarsi alla maggioranza» e «Toccherà a noi giovani esser più saggi di senatori che hanno più esperienza ma minacciano la guerriglia». Si distinguono, in ogni caso, tutti i renziani – veri o di complemento – sopraccitati per l’attacco a testa bassa contro la minoranza (quando si trovano tra loro i renziani li chiamano «minorati») del loro stesso partito, che sarebbe il Pd.

L’ACCUSA, roba da pena capitale, è di puntare, tramite una serie di emendamenti (almeno tre: Senato elettivo diretto e non di secondo grado; allargamento della platea dei Grandi elettori per l’elezione del presidente della Repubblica; placet di entrambe le Camere per il via libera ad alcune leggi) che verranno depositati la prossima settimana a palazzo Madama dai «vigliacchi traditori» medesimi, al «Vietnam», in Senato in merito alla riforma del Senato stessa.
La reazione dei «minorati» – che ormai si crogiolano nel definirsi vietcong, in ricordo della (vittoriosa) lotta anti-imperialista durante la guerra del Vietnam – è stata altrettanto accesa, dura, serrata: «non siamo i passacarte di palazzo Chigi» (Roberto Speranza); «siete diventati i volontari dell’intolleranza, pretoriani dell’obbedire senza discutere» (Chiti Vannino e Migliavacca Maurizio); etc.. Fino al dottor sottile Miguel Gotor che, già storico del caso Moro, già ideologo di Pier Luigi Bersani e, ora, «generale» delle truppe Vietcong (comandante in seconda il pacioso Federico Fornaro), sibila: «chi parla di Vietnam ha visto troppi film di avventura, cerca lo scontro».

ORA, stabilito che del «merito», in realtà, interessa poco e a tutti mentre della lotta politica interna al partito interessa assai (e a tutti), bisogna «fare a capirsi», quando si parla di Pd. Un certo grado (alto) di polemica interna è usuale, tra i dem, ma stavolta l’impressione è che il livello dello scontro stia, oggettivamente, «tracimando». I renziani non vedono l’ora di liberarsi di «gufi» e «rosiconi», e stavolta per sempre. Sia per creare un ‘vero’ «partito della Nazione» di centro che guarda a destra, e non certo più a sinistra, ma anche per iniziare a controllare sul serio e per davvero un partito che ancora gli sguscia via tra le mani, facendo in grande l’operazione di ‘normalizzazione’ già imposta all’Unità.
La sinistra interna, invece, che pure non ha intenzione di seguire i vari Fassina-Civati-Cofferati in scissioni «fumose e velleitarie» e continua a puntare a riprendersi il partito (la cara vecchia «Ditta»), inizia a puntare seriamente, più che alle elezioni anticipate, a un cambio di cavallo in corsa: non un Renzi bis, ma a un governo istituzionale, o «del Presidente», che – complice, oltre a Mattarella, un pezzo di Pd passato con Renzi che dovrebbe «ri-tradire» e tornare con loro (franceschiniani, fassiniani, Giovani turchi persino) – traghetti il Paese a fine legislatura e permetta di riprendere la «battaglia di lunga durata» e, poi, il Pd. Chi vincerà, alla fine, tra yankees renziani e vietcong (neo?) comunisti, non si sa. Una sola cosa è certa: la guerra in Vietnam, quella vera, alla fine non la vinse nessuno.

 

E’ tornato il #Pd “quando era bambino”, quello che si mangia i leader. Partito il lungo assedio dei vecchi big e delle mille correnti al Rottamatore

Matteo Renzi parla alla Direzione del Pd.

Matteo Renzi parla alla Direzione del Pd.

BOLOGNA –  «QUANDO il Pd era bambino», i segretari venivano cotti a fuoco lento e poi costretti alle dimissioni (vedi alla voce: Veltroni). «Quando il Pd era bambino», le correnti impazzavano, i «caminetti» di big e le «notti dei lunghi coltelli» pure (vedi voce: Franceschini). «Quando il Pd era bambino», nei territori comandavano «cacicchi» e ras locali, le primarie erano blindate (vedi prima vittoria di Bersani su Renzi) o finivano a schifìo come a Napoli, Palermo e altri posti. Poi, come d’incanto, tutto finì. Il Pd era diventato «adulto»: infatti, era arrivato Renzi il «Rottamatore», con tutto il portato della sua «narrazione». Tre le tesi del renzismo dominante e imperante almeno fino a ier l’altro: 1) Le correnti sono il retaggio di un passato lontano, della fusione «fredda» tra il Pci-Pds-Ds di D’Alema-Veltroni-Fassino e la Margherita di Rutelli&co. che Renzi ha sconfitto per sempre. 2) Le primarie sono la fede laica di ogni democratico provetto: si fanno sempre e a ogni livello. In più, i ras «locali» sono banditi: il centro irradia la sua luce, la periferia, silente, ne gode. 3) C’è ora, finalmente, «un uomo solo al comando», il segretario-premier, cui si deve fedeltà, lealtà, rispetto, fiducia, amore. Il Pd è un «partito nuovo» o, appunto, «della Nazione». Quello del 40% (già sceso intorno al 32-33%, e potrebbe scendere ancora, si vedrà), che vince ‘tutte’ le elezioni (Europee: vinte; amministrative: vinte; Regionali: non vinte), che si impone come guida del Paese, faro delle riforme, cuore del cambiamento, etc. etc. etc.
Tempo un anno (Renzi è segretario del Pd dal dicembre 2013, premier dal febbraio 2014) e tutto pare tornato esattamente come era prima. Dall’Alpe alla Sicilia, da Torino a Roma.

SULL’ALPE vedi caso Milano: al post-Pisapia si sono già candidati in cinque, forse presto diventan dieci, proprio come i piccoli indiani. Alla Sicilia: il governatore Crocetta resiste, a dispetto di pupi, pupari e renziani siculi (Faraone). E a Roma, dove pure i sampietrini e i gatti sanno che Renzi avrebbe voluto cacciare Marino per andare al voto e dove, invece, Marino ha fatto pure il rimpasto (l’ennesimo) ed è li che governa, a dispetto dei santi. Così, quasi non c’è più città o regione dove Renzi riesca a imporsi. Fino a veri e propri «schiaffi» non di Anagni ma di Sesto Fiorentino (la sindaca, sua pupilla, è stata sfiduciata) o pugnalate alle spalle. Tipo quelle di Ladylike Alessandra Moretti, una che sa fiutare il vento: bersianana di ferro, poi renziana al cubo, ora è già pronta a nuove avventure.
E ahivoglia il povero vicesegretario Guerini (la Serracchiani non parla: se parla, fa danno) a correre, mediare, limare, cercar la quadra. I governatori del Sud remano naturaliter contro il governo (Emiliano ha iniziato, De Luca arriverà), quelli del Centro-Nord sono freddi, distanti (Chiamparino, Rossi), nella «rossa» Bologna la sinistra dem s’è ripresa il partito, in altre città e federazioni «lo faremo presto», garriscono i suoi colonnelli.

E LE PRIMARIE? Le primarie meglio farne poche o farle solo per il segretario-leader, certo non per i segretari locali. E anche per sindaci e governatori meglio sceglieri “dall’alto”. E il partito? Ecco, quello meglio rifarlo un po’ più pesante, rispetto al tanto evocato partito “leggero” veltronian-renziano, dare un’aggiustina allo Statuto, metter giù regole nuove dure, un po’ sovietiche, contro i dissidenti (succederà anche ai gruppi parlamentari), riaprire l’Unità (grafica nuova, contenuti light), riprovarci col finanziamento pubblico, dopo il flop di quello privato, provare a riaprire sedi e luoghi (mica tanto “ideali”, ormai, ahiloro, come invocava e predicava il povero Luciano Barca). Solo che, «nel» partito, è ripartita la sarabanda delle correnti. Come prima, più di prima. Vecchie e nuove. I Giovani Turchi, «leali» a Bersani (e a Letta) quasi quanto a Renzi poi (sic) si son messi in proprio: Orfini puntella Marino, lo incita, ne sceglie lui gli assessori, Raciti fa lo stesso con Crocetta.

CENTO fiori nascono: «Progetto democratico» (ex-lettiani, ex-Ppi, ex-prodiani, direttrice tosco-emiliana), «Campo democratico» (Bettini, Gozi, Zampa), «l’area 29 giugno» (Simoni, Garofani, etc.: la data è quella della rielezione di Napolitano, mah), «Sinistra E’ Cambiamento» (Martina, Mauri, Ginefra, Amendola: la sigla è SEC: ri-mah). Vecchie cordate riemergono dopo lungo sonno (fioroniani, veltroniani, franceschiniani) o si confondono, confondono le acque, si uniscono e s’ingrossano come fiumi in piena: i «cattorenziani» (Delrio, Richetti), i renziani «2.0» (ex lettiani, ex-Ppi) e quelli «3.0»: in arrivo, dopo gli ex-Sel di Migliore, gli ex-Sc di Romano, gli ex-Psi di Di Lello e Di Gioia.
E la tanto temuta «sinistra», quella che tutti i giorni regala il titolo «il Pd si divide» provocando travasi di bile a Renzi e al «giglio magico» (Lotti, Boschi: fine) più ristretto?

La sinistra, per i renziani, «trama» nell’ombra: obiettivo, riprendersi la cara vecchia «Ditta». Ma ormai – come diceva la canzone – <la paura dà il coraggio di arrivare fino al bosco>, ergo tutto o quasi avviene alla luce del sole. Sinistra dem di Gianni Cuperlo (25 parlamentari) e Area Riformista di Roberto Speranza (45 parlamentari, di cui 25 senatori: i «vietcong» che hanno fatto, fanno, o presto faranno, il «Vietnam» su ogni legge) a ottobre si fondono. Bersani, tornato tonico, gira le Feste dell’Unità e attacca Renzi (giù applausi).
Enrico Letta non manca un’intervista, un tweet («chi di spada ferisce», etc.) per attaccare il premier a testa bassa. L’ex rottamata Rosy Bindi sfida il premier, lo sfotte e se la ride: «voi dal Pd non mi caccerete mai!». E D’Alema? Ah, beh, D’Alema è il «solito» D’Alema: «io mi occupo di Europa», dice, «di Medio Oriente», di “Fondazioni” (la mitica Feeps…) e, intanto, cena con la leader della Cgil, Susanna Camusso a Ponza, tesse trame, strategie, sottili come i tanto amati origami. Tanto l’obiettivo è sempre quello: riprendersi il partito.
Riprendersi «la Ditta», appunto, come se ancora fosse quella dei tempi del Pci-Pds-Ds. «Lo spezzo in due, il ragazzino», dice «Baffino». Come reagirà Renzi? Non si sa, forse ricorrendo alle elezioni. Ma quali? Politiche? Arduo, almeno fino al 2016, anche 2017. Certo è che, nel Pd, chi perde troppe elezioni locali, tipo le amministrative di giugno 2015, poi perde pure la poltrona da segretario. E’ un must. Di «quando il Pd era bambino».

NB. Questo articolo è stato pubblicato su Quotidiano Nazionale il I agosto 2015 a pagina 4. 

Landini in campo per sfidare Renzi. Gelo Cgil: “Non siamo un partito”. Minoranza Pd critica. Poi il leader Fiom rettifica

Maurizio Landini, segretario della Fiom-Cgil

Maurizio Landini, segretario della Fiom-Cgil

Maurizio Landini o il moderno Amleto in tuta blu. Il leader della Fiom rilascia, ieri, un’intervista al Fatto quotidiano in cui parla del sindacato come di un soggetto che si deve porre il problema di una rappresentanza sociale più larga e aprirsi a una rappresentanza ‘anche’ politica”. Il Fatto forza le sue parole e titola: “E’ ora di sfidare Renzi. Ora faccio politica”. Apriti cielo. Il premier lo attacca a brutto muso in diretta tv su Rai 3 e il suo stesso sindacato, la Cgil, prende subito le distanze. Un tweet del portavoce di Susanna Camusso, Massimo Gibelli, recita: “Tanti auguri a Landini, ma il sindacato Fiom è un’altra cosa”. L’accento è tutto sulla Fiom, soggetto sindacale da ‘preservare’ pure da Landini, per la Cgil.

La polemica divampa e a Landini tocca precisare, correggere, smussare. “La prima pagina del Fatto – scrive in una nota il leader della Fiom – mi attribuisce un’affermazione non pronunciata”. Poi torna sul concetto: “la ‘sfida a Renzi’ per il sindacato, oltre alla ‘normale azione contrattuale’, consiste nella creazione di una coalizione sociale che superi i confini della tradizionale rappresentanza sindacale”. Lana caprina? Mica tanto. Di un nuovo partito a sinistra del Pd si parla da mesi. Pippo Civati e i suoi pare che se ne andranno per sempre poco prima delle Regionali. Quando, in Liguria, una coalizione che si raccoglie intorno allo sconfitto alle primarie, Sergio Cofferati, lancerà un candidato anti-Pd ufficiale.

La sinistra Pd, divisa in molte anime (Sinistra dem di Cuperlo, la più critica, i bersaniani di Area riformista, il grosso, singoli come Fassina e Boccia) è sempre più insofferente verso Renzi e ha vissuto come uno schiaffo i decreti delegati sul Jobs Act, ma persino un iper-critico come Alfredo D’Attorre si limita a parlare di “battaglie comuni tra forze politiche e sociali sull’art. 18”. Infatti, la Cgil lancerà un referendum popolare per ripristinare l’art. 18 e Fassina già annuncia che sarà tra i promotori. Insomma, il grosso dei bersaniani sta con la Camusso, non con Landini.

Landini, che in realtà punta a prendersi la Cgil al congresso del 2018, se mai scendesse in politica sogna un modello organizzativo incentrato tutto sul sociale: una via di mezzo tra Syrizia con i suoi gruppi di aiuto popolari. e Podemos, di cui apprezza la rete ‘orizzontale’ e movimentista. Inoltre, Landini ‘disprezza’ i partitini della sinistra a sinistra del Pd e il loro perenne oscillare tra la ricerca di alleanza con il Pd stesso e modelli partitici che ritiene superati e obsoleti. Non a caso li chiama ‘i partitini’. Con Landini stanno personalità indipendenti come la Spinelli e Rodotà. I partitini stanno, appunto, da un altra parte. SeL ha organizzato mesi fa ‘Human Factor, network aperto alla sinistra Pd, ai giovani di Tilt, ad altre realtà politiche (la lista L’altra Europa con Tsipras, Prc, Pdci, etc.) proponendo la pratica della ‘doppia tessera’ (di Sel e di altre realtà), ma proprio Landini e Rodotà hanno storto il naso e in SeL si sono piccati.

Nella sinistra radical l’anima è divisa in due: sociale quella di Landini, che vuole rompere con ‘tutto’ il Pd, organizzativista quella di Sel che con la sinistra Pd si vorrebbe fondere in una riedizione in piccolo del Pci. Rivelatrici le parole di Civati: “quando Landini parla di sinistra sociale da contrapporre con quella politica non capisco e non sono d’accordo”. L’unico possibilista è il senatore dissidente del Pd Corradino Mineo: “Anche a Renzi capitò di perdere contro Bersani. Ora gli consiglio di rispettare Landini”. Duro il commento di un altro senatore, il giovane turco Stefano Esposito: “Landini sfidi Renzi così conteremo i voti, finalmente, e non gli articoli di giornale”.

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 23 febbraio 2015 a pagina due del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)