Sinistra disunita e litigiosa: “Potere al Popolo!” denuncia l’arrivismo di LeU. D’Alema dice il contrario di Grasso e lo spettacolo dei ‘paracadutati’ è triste

Pubblico qui di seguito due articoli, uno su LeU, la formazione politica guidata da Pietro Grasso,  ex presidente del Senato, e uno sulla nuova lista di sinistra, “Potere al Popolo”. 

Ps. Piccola considerazione ‘personale’ di chi è appartenuto, lungo tutta la sua gioventù (fine anni Ottanta/metà anni Novanta, in parte anche fino all’inizio degli anni Duemila): LeU non ci sta facendo una gran bella figura, con il caos in corso sulle candidature. Avevano promesso rispetto del principio della “territorialità” e delle “competenze”, oltre che inneggiare, ovviamente, al “rinnovamento” delle liste. Bene, quale è il risultato? Vediamone alcuni. Il medico di Lampedusa, Pietro Bartolo, portato come un’icona all’assemblea fondativa di LeU lo scorso novembre, annuncia che non si candida per “restare vicino ai suoi immigrati a Lampedusa”. In realtà, lo avevano messo in un collegio uninominale impossibile da vincere (Pavia) e non se l’è sentita di rischiare. Un altro bel nome, il direttore generale di Unicef Italia, Andrea Iacomini, ha rinunciato. C’è da capirli: perché rinunciare a lavori faticosi, ma ricchi umanamente e appassionanti, per collegi insicuri e, forse, un oscuro lavoro da deputati semplici? Chi mette, in lista, invece, LeU? Il portavoce del presidente del Senato, Pietro Grasso, Alessio Pasquini. I giornalisti come me, ovviamente, lo conoscono: è una persona seria e perbene, ma è un paracadutato. Poi, altri due portavoce (o, meglio, ‘porta-silenzi’): Piero Martino (ex Pd, storico portavoce del Ppi, della Margherita, di Franco Marini come di Dario Franceschini) che oggi fa il “responsabile comunicazione” di LeU e lo storico uomo ombra di Bersani, Stefano Di Traglia. Li conosco entrambi, li stimo, ci parlo tutti i giorni o quasi, specie con Martino (Di Traglia parla poco…), ma che senso ha? Meglio loro di Bartolo o Iacomini?

Infine, dai territori, dentro LeU, salgono in questi giorni polemiche al fulmicotone contro il Nazionale che, chiuso in una stanza di via Zanardelli, sta componendo le liste elettorali (al tavolo sono in pochissimi: Grasso, Boldrini, Migliavacca e Stumpo per Bersani, Fratoianni per SII): i motivi della polemica sono, in pratica, sempre gli stessi. “Non vogliamo i paracadutati dall’alto”, non accettiamo “i visitors”, “scelte dissennate e non rispettose dei territori”, “se andate avanti così la campagna elettorale ve la fate da soli”. Le missive e le telefonate si ripetono uguali e monotone, in queste ore, da molte regioni: la Sicilia protesta contro l’arrivo Epifani, paracadutato nel listino proporzionale; la Calabria contro Nico Stumpo, capolista in due listini; l’Abruzzo contro una calabrese, Celeste Costantino, e perfino contro un ‘cugino’ molisano, Danilo Leva, perché gli abruzzesi sono stati esclusi; la Sardegna si rifiuta di candidare, sempre nel listino, Claudio Grassi (ex responsabile Organizzazione del Prc, poi transitato con Sel-SI); la Campania ha detto di no a un re delle preferenze e dei voti come Antonio Bassolino, ma ora deve dire di sì a molti altri ‘paracadutati’ che vengono da fuori; il Friuli non vuole Anna Falcone (presunta ‘società civile’, in quota Grasso); la Toscana e l’Emilia sono stufe di doversi sobbarcare i big di Mdp e SI che, fuori da tali regioni, non verrebbero eletti. In pratica solo il Salento non protesta: D’Alema se lo batte da mesi in lungo e in largo. Ora, con tutto l’affetto e la simpatia, se questa è la ‘Nuova Sinistra’, mille volte meglio il Pd… O, come state per leggere qui sotto, quelli di Potere al Popolo genuini, utopisti, ma onesti…


 

  1. “Potere al Popolo”: il 3% è un miraggio irraggiungibile, far male a LeU no…

 

Supporter del Partito comunista russo inneggiano a Lenin

Marcia dei comunisti russi a Mosca – 2017

LENIN diceva che «lo Stato socialista è una macchina perfetta, anche una cuoca sa governarlo». La nota teoria della «cuoca di Lenin» si applica alla perfezione alla lista «Potere al Popolo!» che, con una stella rossa (seppur assai generica e poco ‘sovietica’) come simbolo, si presenta alle elezioni. La cuoca in questione è la portavoce della lista stessa. Si chiama Viola Carofalo, ha 37 anni («fornita di eleganza e intelligenza ironica, già buca il video» così la descrive il quotidiano comunista il manifesto, dove il richiamo della foresta ancora si sente, evindentemente…) e si definisce «meridionale e precaria». Viola è ricercatrice di Filosofia morale all’Orientale di Napoli, ma soprattutto viene da un’esperienza dal basso assai particolare, quella del centro (ex Opg) Je so’ pazz’ (qui c’entra, però, molto Pino Daniele e molto poco il maxismo-.leninismo…). La cosa curiosa è che la portavoce di «Potere al Popolo!» fa la portavoce, ma non si candida.
Del resto, si sa come sono fatti, nella sinistra-sinistra radicale: «Prima il Popolo», poi le poltrone. E infatti, nella lista, ci sono esperienze di estrema sinistra radicale di ogni tipo e provenienza. C’è il sindacalismo di base: Ubs, Cub, ex sinistra sindacale della Cgil (Giorgio Cremaschi, uno che era troppo ‘di sinistra’ e ‘radicale’ persino nella Fiom e che, alla fine, dalla Cgil se n’è dovuto andare via perché Camusso e Landini così vollero…).
Ci sono – come farne a meno? – le esperienze sociali di base dei No–Tav (Piemonte), No-Triv (Puglia), No-Mose (Veneto). E c’è quel poco che resta di esperienze floride e vivaci, nei decenni passati, ormai essiccate: i centri sociali più «duri e puri»; il movimento «no-global» o, meglio, i suoi scampoli (Haidi Giuliani, madre di Carlo, morto al G8 di Genova); i rimasugli della Lista Tsipras alle Europee. C’è, infine, quel che resta di un partito che fu glorioso, Rifondazione comunista, ma che oggi è ridotto al lumicino: guidato, dopo l’ex ministro Paolo Ferrero, dall’abruzzese iper-movimentista Maurizio Acerbo, ha mantenuto, però, quel poco di struttura e di radicamento che hanno già portato in dote, alla nuova lista, l’agevole superamento del numero di firme necessarie, come prescrive il Rosatellum, per potersi presentare in tutta la Penisola, sia nei collegi che nei listini.
L’OBIETTIVO del 3% ,è ovviamente, una chimera irraggiungibile, ma se M5S e Pd («Renzi e Berlusconi sono la stessa cosa, i 5Stelle sono contro gli immigrati», etc.) non si curano, giustamente, affatto, dal loro punto di vista, di una lista simile, LeU qualcosa da temere ce l’ha. Sia perché qualche figura autorevole (il cantautore Paolo Pietrangeli, quello di «Contessa», l’ex allenatore Renato Ulivieri, la pacifista Lidia Menapace, il mitico trotzkista che “coltiva le rose” e fece cadere il II governo Prodi, Franco Turigliatto, etc.) si è candidata con «Potere al Popolo». Sia perché, su LeU, danno il giudizio più tranchant: «E’ un ‘Pd-2’ ambiguo e poltronista, il loro, D’Alema e Bersani hanno fatto solo disastri». Parola di Viola Carofalo, in arte ‘cuoca’ di Lenin.
NB: L’articolo è pubblicato il 26 gennaio 2018 a pagina 6 del Quotidiano Nazionale.  
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2. D’Alema punta, dopo il voto, al “governo del Presidente”. A LeU lo fischiano tutti. 
d'alema 2

L’ex premier e leader dei Ds Massimo D’Alema

Ettore Maria Colombo – ROMA
«Siamo disponibili a confrontarci con tutti i partiti solo per cambiare una pessima legge elettorale». La sconfessione più cocente a ‘Spezzaferro’ D’Alema arriva dal teorico leader di LeU, Pietro Grasso che reagisce in modo glaciale a Massimo D’Alema. Il quale, a sua volta, disistima Grasso: lo ritiene, come dice agli amici più cari, unfit,  «inadeguato» a rappresentare LeU. «Si impappina a parlare – sibilano i suoi pasdaran  – in tv è un disastro, la proposta sulle tasse universitarie è stata un boomerang. E non siamo stati certo noi a volerlo, ma  Bersani…».
In più, il presidente del Senato – il quale sostiene ogni giorno, cosa che fa perdere la trebisonda alla Boldrini e non solo a lei,  «la linea politica di LeU la decido solo io» – non era stato avvertito né da D’Alema (figurarsi) né da altri dell’intervista di questi  al Corsera. Quella in cui D’Alema espone la teoria, tipicamente “dalemiana”, della nascita di un  «governo del Presidente», subito dopo il voto, con tutti dentro, anche FI, ovviamente.
D’Alema ottiene l’effetto voluto: di lui e della sua ‘teoria’ si parla tutto il giorno, ma sostanzialmente per avversarla. I forzisti tacciono, leghisti e grillini se la ridono, i dem respingono sdegnati, anche quelli di sinistra come Orlando, la proposta al mittente e i renziani, da Giachetti a Marcucci, lo sbertucciano.
Il guaio è che D’Alema crea alta tensione e malumori soprattutto dentro il suo, di “partito”. Molti dirigenti di LeU, soprattutto quelli che vengono da SeL  (Fratoianni) e da Possibile (Civati) entrano in una vera e propria crisi di nervi. Fratoianni viene descritto «furibondo»,  Civati è «imbufalito». Solo  pochi, però, parlano in chiaro. Stefano Fassina tuona: «L’ultimo governo del Presidente in Italia, quello Monti, è stato un disastro. La linea di LeU dopo il 4 marzo la decideremo tutti insieme». Giorno in cui, peraltro, D’Alema varrà solo per «uno»:  dentro LeU, infatti, di dalemiani candidati, in pratica, non ce n’è, tranne due (Paolucci, Campania, e Rosati Lombardia, artefice della rottura con Gori). Pippo Civati,  inqiueto per i messaggi «contraddittori» che LeU dà «al nostro popolo», dice secco: «è un’idea  sua, io sono contrario». Chiude il trittico Laura Boldrini, a sua volta in polemica dura proprio con Grasso  sulle alleanze (Grasso guarda ai 5Stelle, lei li detesta): «Parole che disincentivano il voto». Morale: tesi respinta e con perdite.
Non che, dentro il Nazareno, tutto vada liscio. Al di là di ‘godere’ per le reazioni anti-D’Alema, c’è un triplo problema e si chiama «Gentiloni-Minniti-Boschi». Il premier sta vivendo come un’offesa personale la richiesta di Renzi di una candidatura in un collegio uninominale, a rischio sconfitta. Minniti, invece, è proprio furibondo: Renzi aveva garantitoa entrambi l’esatto contrario, cioè la loro candidatura solo in più listini proporzionali per tenerli al riparo dalla brutta figura nei collegi. Boschi, invece, fa caso a sé: Renzi fa girare la voce che correrà nel collegio di Firenze 1 (Camera) ma al Nazareno sono molto scettici: vedono per lei solo il listino bloccato, ovviamente in Toscana.
Infine, i ‘nanetti’. Lorenzo Guerini, plenipotenziario di Renzi, ha dovuto faticare non poco per contenere l’ira funesta di Beatrice Lorenzin, capocordata di «Civica e Popolare»: la ministra alla Salute si vuole candidare nel Lazio, contro Zingaretti, che li ha scaricati. Il Nazareno non considererà la scelta «un atto ostile», anche perché i voti dei ‘civici e popolari’ servono come il pane. Di collegi sicuri, però, ne avranno pochi: sei, forse otto, ma l’accordo c’è. Anche con i Radicali di «+Europa», nonostante il tira e molla sfibrante (storica tecnica radicale), sarà chiuso l’accordo, ma solo l’ultimo giorno utile, sabato 19. Avranno quattro, forse sei, seggi blindati. Insomma, la coalizione c’è, per quanto sia «mini». Solo quando sono arrivati i plenipotenziari della minuscola lista «Insieme» (Psi-Verdi-ulivisti), che di seggi ne hanno chiesti dieci, al Nazareno si sono rilassati: «Valete lo 0,1%», gli è stato risposto ridendo, «ne avrete tre. E ricordatevi pure di ringraziarci…».
NB: L’articolo è stato pubblicato il 19 gennaio 2018 sul Quotidiano Nazionale. 
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Due pezzi (o commenti) acidi. L’ira funesta di D’Alema e i flop di Sel-Sinistra italiana….

d'alema 2

L’ex premier e leader dei Ds Massimo D’Alema

1) D’Alema non vuole sconfiggere Renzi, ma Belzebù…

SOLO a voler scorrere le agenzie di ieri (12 luglio 2016, ndr.), il botta&risposta Renzi-D’Alema ha riempito di «take» l’intera giornata politica. Il tema erano le banche (Renzi ha rimproverato a D’Alema Telecom, D’Alema a Renzi Banca Etruria…), ma l’altro ieri erano le riforme, domani chissà: forse il Meteo. Renzi ama trovarsi dei nemici né D’Alema è mai stato da meno ma, fino a neppure un mese fa, era Renzi che ‘personalizzava’ lo scontro e D’Alema che la prendeva larga: insomma, a Renzi ‘conviene’ avere in D’Alema il nemico pubblico numero 1 da combattere e battere in nome del ‘nuovo’, della ‘rottamazione’ e del ‘cambiamento’. A D’Alema assai meno. Non a caso, fino a un po’ di tempo fa, D’Alema ha cercato di evitare lo scontro aperto. Di solito, scendeva dall’aereo  e diceva: «Sono reduce da un viaggio a Bruxelles (o altrove, non importava, contava solo il piglio e il cipiglio sprezzante, ndr), non mi occupo di politica italiana, ma di politica estera. Io sono presidente della Feps» (Feps sta per «Foundation for european progressive studies», è il centro studi del Pse, conta pochissimo, ma per Lui è pari, mutatis mutandis, all’Istituto Gramsci del caro Pci: come a dire, conta tantissimo). E invece, appunto, tempo un mese dalla sonora batosta presa da Renzi alle amministrative, D’Alema ha sentito «l’odore del sangue». Ha capito che il (suo) Nemico si può battere. Ma non serve dargli i «colpetti» come vogliono fare «quelli» della minoranza, tipo Bersani e Cuperlo – due tipi che Lui, in verità, disprezza e che, Lui lo sa bene, non avranno mai «il coraggio» di abbandonare e/o tradire la (loro) ex «Ditta».  No, Renzi il Maligno, il Diavolo, Belzebù-Renzi bisogna colpirlo con tutta la forza che si ha, scatenando l’Armageddon.

E COSÌ, a partire dalla famosa dichiarazione estorta, mai rilasciata, ma di fatto confessata (“A Roma voterei pure il Diavolo pur di battere Renzi, compresa la Raggi, Giachetti non ha chanches”), da un mesetto, D’Alema, è tornato tonico, garrulo, sferzante, pugnace e salace. Solo, ieri, per dire, ha parlato, nell’ordine, al Tg5, al Fatto, alla Gazzetta del Mezzogiorno, altre agenzie e tg locali, etc. E così vuole e andrà avanti fin quando si terrà il referendum costituzionale di ottobre: non è solo per Renzi, la «partita della vita», quel referendum, ma pure per Lui. I temi su cui D’Alema punta sono, invece, sempre gli stessi: «La riforma è pasticciata, confusa, non si capisce nulla»; «L’Italicum è una legge pericolosa e incostituzionale»; «Se Renzi cade, nessun diluvio, si fa un altro governo». E qui arriva il colpo basso: «In Italia c’è un cospicuo numero di persone in grado
di fare il premier» (Sottotesto: «Io in testa, ‘disciamo’…»). Ora, al di là del fatto che, in effetti, se cade il governo Renzi, Mattarella, o chi per lui, i partiti presenti in Parlamento, Pd compreso, o chi per loro, e le forze ‘sane’ (?) della Nazione, cercheranno di fare un governo istituzionale o di scopo, come possa (al di là che, ovviamente, ‘voglia’…) rientrare in gioco un politico fuori dal Parlamento, che in teoria si occupa ‘solo’ di politica internazionale e che, dopo averne provate tante, di battaglie per la premiership e la leadership, le ha perse tutte, resta – ai nostri modesti occhi – un Mistero…
Ps. Ieri D’Alema ha parlato anche della «tragedia che ha colpito la nostra terra» e chiesto al presidente Emiliano di «trasmettere tutto il mio cordoglio, affetto, solidarietà». Stile Putin, che ha scritto a Renzi: «Da lontano, ma vi siamo vicini». Ma non era lui il deputato semplice di Gallipoli?

NB: L’articolo è stato pubblicato a pagina 8 di Quotidiano Nazionale del 13 luglio 2016

2) La nuova ‘Cosa Rossa’ neanche è nata e già perde pezzi: se ne vanno Zedda e Cofferati

«NON SI fanno le tessere, non si discute, la democrazia interna è sospesa». Così l’ex sindaco di Bologna ed ex europarlamentare del Pd Sergio Cofferati, appena tre giorni fa, sul Manifesto.
«Dividere la sinistra è stato un errore strategico, le elezioni amministrative sono state un disastro, non c’è stata nessuna autocritica, Sinistra italiana è un’operazione autoreferenziale, fatta in Parlamento, ma mai nata sui territori». Così, invece, Massimo Zedda, sindaco di Cagliari, sostenuto da 300 sardi guidati dal senatore Luciano Uras: entrambi, a lungo, hanno militato in Sel.
In meno di tre giorni, entrambi – Zedda e Cofferati – hanno preso il cappello e sbattuto la porta: il primo (Zedda) perché vuole tornare con il Pd, il secondo perché giudica i suoi compagni di strada, in pratica, sia incapaci che autoreferenziali.

IERI, quando si è aperta l’assemblea programmatica di Sel-SI a Roma, al centro congressi Frentani (storico catino di interminabili, faticosi e litigiosi Comitati politici di Rifondazione Comunista, partito da cui molti di loro provengono per auto-scissione di Vendola dal Prc di Ferrero), molti osservatori, oltre a Zedda, Cofferati (e compresi esponenti di Sel romana di peso come Massimigliano Smeriglio, pure lui assai critico verso l’attuale dirigenza di Sel) si aspettavano qualche cenno, sia pur minimo, di autocritica da parte degli (ex) colonnelli di Vendola (Fratoianni in testa) e degli ex deputati del Pd confluiti in Sel (D’Attorre) che hanno condotto l’esperimento di Sel-SI fino a ora con assai modesti risultati. Invece, zero, niente, nisba. Fratoianni attacca «politicismi e snobismi» (tradotto: Zedda e i suoi si vogliono ‘vendere’ al Pd, Cofferati ha la puzza sotto il naso), D’Attorre, con linguaggio degno del Pci staliniano degli anni ’30, «l’avventurismo renziano». Persino Arturo Scotto, capogruppo di Sel alla Camera, uno bravo, serio, tosto, chiama alla «mobilitazione totale contro Renzi per il No al referendum di ottobre: se Renzi se ne va, abbiamo vinto». Peccato che Sel (o SI: starebbe per Sinistra Italiana, forse farà il suo congresso a dicembre, forse si vedrà, il percorso congressuale non è ancora iniziato, non si sa quanti e quali sono gli iscritti, è tutto molto vago, compreso, appunto, quello straccio di democrazia interna che si rimprovera mancare al Pd) abbia perso, e male, le elezioni amministrative e sia presente in Parlamento solo grazie a un patto stipulato nel 2013 con il Pd (anche se allora c’era Bersani).
Avanti così, a mettere la testa sotto la sabbia, e la sinistra che fu radicale resterà molto confusa e assai poco felice., rischiando di replicare la fine ingloriosa della Sinistra Arcobaleno di Bertinotti, Vendola e una manciata di ex Ds, ex Verdi ed ex Psi che, nel giro di due soli anni (2008-2009), riusci a farsi buttare fuori, per assenza di quorum, dal Parlamento italiano e da quello europeo. 

NB: l’articolo è stato pubblicato su Quotidiano Nazionale il 17 luglio 2016 a pagina 14.

La Camera vota il dl Irpef, Sel vota si’ ma si spacca. Il capogruppo alla Camera Migliore si dimette e il partito si divide sul rapporto con il Pd

L’ok definitivo arrivato ieri alla Camera dei Deputati al decreto Irpef (contiene i famosi 80 euro in busta paga e pure le nuove norme sulla Tasi), approvato con 322 sì, 149 no e 9 astenuti, produce un terremoto a sinistra. A sorpresa, infatti, arrivano al governo i voti di Sel. imageLa formazione fondata guidata dal governatore pugliese Nichi Vendola dice sì al decreto ma è un sì sofferto, assai precario, e foriero di nuove, ulteriori, divisioni a sinistra. La decisione viene annunciata a sorpresa, in aula, dalla deputata Titti Di Salvo, che motiva il sì di Sel con voce assai tesa e parole taglienti, mentre resta silente, un banco sotto, il capogruppo Gennaro Migliore, capofila del ‘sì’ al dl Irpef (da lui sempre giudicato positivamente) come di una sinistra larga che, partendo da Sel, sappia andare oltre e fare asse col Pd di Renzi.

Il presidente di SEL, Nichi Vendola.

Il presidente di SEL, Nichi Vendola.

Una posizione, quella di Migliore, maggioritaria nel gruppo alla Camera, ma non nel partito: 17 voti a 15 a favore delle sue posizioni dialoganti con il Pd era finita la sofferta e tesa riunione notturna dei deputati vendoliani. Due deputati sono già usciti dal gruppo per iscriversi direttamente al Pd, ma altri due (Airaudo e Marcon) si sono astenuti nel voto sul dl Irpef, segnalando il malcontento dell’ala dura. Quella più vicina alle posizioni vicine alla lista Tsipras e alla fusione con quel i resti della sinistra radicale guidata dal nuovo astro nascente del partito, il pugliese Nicola Fratoianni. Ecco perché, a stretto giro di polemica e subito dopo il voto alla Camera, Migliore formalizza le sue dimissioni. Vendola – che non vedeva l’ora arrivassero – dichiara focoso che “a Renzi lo scouting in Sel non conviene” e che “restiamo all’opposizione”. Sempre più spaccati e ininfluenti, però.

NB. Questo articolo e’ stato pubblicato il 18 giugno 2014 sulle pagine di poltiica di Quotidiano nazionale (http://www.quotidiano.net.)

Il sito ufficiale di Sinistra Ecologia e Libertà’: http://wwww.sinistraecologiaeliberta.it

la pagina Facebook di NichiVendola: http://www.facebook.it/nichivendola

la pagina Facebook di Gennaro Migliore: wwww.facebook.it/gennaromigliore

La Camera vota il dl Irpef, Sel vota si’ ma si spacca. Il capogruppo alla Camera Migliore si dimette e il partito si divide sul rapporto con il Pd

La Camera vota il dl Irpef, Sel vota si’ ma si spacca. Il capogruppo alla Camera Migliore si dimette e il partito si divide sul rapporto con il Pd

L’ok definitivo arrivato ieri alla Camera dei Deputati al decreto Irpef (contiene i famosi 80 euro in busta paga e pure le nuove norme sulla Tasi), approvato con 322 sì, 149 no e 9 astenuti, produce un terremoto a sinistra. A sorpresa, infatti, arrivano al governo i voti di Sel. imageLa formazione fondata guidata dal governatore pugliese Nichi Vendola dice sì al decreto ma è un sì sofferto, assai…

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