“Dentro” LeU: le scelte (contradditorie) in Lombardia e Lazio, il nodo candidature, lo scontro interno sui ‘big’ da promuovere. Ben quattro articoli…

NB: Pubblico qui di seguito, in ordine temporale decrescente, quattro articoli usciti su QN  la settimana scorsa, sulla sinistra che si muove a sinistra del Pd (LeU e dintorni) 

d'alema 2

L’ex premier e leader dei Ds Massimo D’Alema

 

 1. Leu ha deciso di tagliarsi la testa da sola: correrà da sola in Lombardia, con il Pd nel Lazio. 
Ettore Maria Colombo – ROMA
E’ stata una liberatoria, ma scontata, standing ovation quella che ha accolto la decisione dell’assemblea regionale lombarda di LeU (Liberi e Uguali) di correre «soli» contro centrodestra 5Stelle e Pd che schiera il renziano, ma con qualche chanches di farcela, Giorgio Gori, ex sindaco di Bergamo, già ieri dato solo 5 punti sotto il leghista Fontana (la gara sarà tra il centrodestra e il centrosinistra: i 5Stelle in Lombardia pesano assai poco). Il candidato governatore di LeU sarà dunque Onorio Rosati, ex segretario della Camera del Lavoro di Milano:  a lui spetterà superare l’improbo sbarramento che la legge regionale fissa al 5%, asticella ardua da superare – in Sicilia, dove pure c’era il 5%, l’ha passata solo il candidato presidente, Claudio Fava, ma nessun consigliere è stato eletto, in Lombardia rischia di non farcela neppure Rosati – per una sinistra-sinistra (l’ex Prc-Sel, in buona sostanza), mai dotata di numeri robusti, sopra il Po. E da superare ci sarà anche l’ostilità della Cgil lombarda e nazionale: la Camusso in persona mandò, tre anni fa, gli ispettori interni del sindacato a Milano rimproverando presunte spese ‘pazze’ e mai saldate, ma messe in conto e in carico alla Cgil, proprio a Rosati e a Antonio Panzeri. Un altro ex ex cigiellino dirottato, come Rosati, all’Europarlamento: eletti dal  Pd, nel 2013, dopo anni di bella vita a Bruxelles, sono  passati armi e bagagli, ma scarse truppe, dentro Mdp. Il passato è passato e l’ispezione finì in nulla, ma di certo la Cgil non  aiuterà la corsa in solitaria di LeU.  «Noi corriamo da soli, la Sinistra nasce per uscire dalla solitudine» dice, semi-citando Gabriel Garcia Marquez, il milanese Francesco Laforgia, uno dei big di Mdp, di cui è diventato capogruppo alla Camera, ma la corsa in solitaria  ha aumentato tensioni interne già molto alte dentro LeU.
 I «moderati» e «unitari» di LeU – da Grasso a Boldrini, da Enrico Rossi  a Bersani (che, sotto sotto, però in realtà ha sempre spinto per la corsa in solitaria: Rosati e Panzeri sono uomini «suoi») – ci hanno provato a far scendere a più miti consigli l’ala «dura» e «isolazionista» del partito-non partito, movimento-non movimento, ma inutilmente. L’ala radicale, per definizione, di LeU (SI di Fratoianni e e Civati) si è alleata proprio con i lombardi di Mdp ed ha  avuto la meglio. In cambio, l’ala «trattativista» (con il Pd), presente in LeU (Grasso, Boldrini e pezzi di Mdp), ha ottenuto un sostanziale via libera a dare vita a un centrosinistra «classico» o «organico» in Lazio. Qui si ricandida il governatore uscente, Nicola Zingaretti, che – a differeza di Gori – non è un renziano, anzi all’ultimo congresso ha votato e fatto votare per Orlando, ma soprattutto viene dal Pci.  Certo, il percorso individuato dall’assemblea laziale di LeU è contorto e barocco, in puro stile da ex Politburo de’ noantri: ieri, i due presidenti dell’assemblea hanno dato «mandato» a Grasso di «esplorare» le possibilità di un accordo dopo «un confronto serrato» sui «programmi». Ma la traduzione è che l’intesa tra LeU e Zingaretti si farà, purché non ci siano in campo liste “di destra”, cioè riconducibili alla Lorenzin o ex Ncd. Non foss’altro perché, vincendo Zingaretti (sopra i suoi avversari di oltre 10 punti, nei sondaggi), LeU avrà posti sicuri e assessori, nella prossima giunta regionale del Lazio.
Non che le cose, in casa dem, vadano molto molto meglio. I sondaggi segnano «sprofondo rosso»: la super-media, impietosa, di You trend inchioda il Pd al 23,6%. Eppure, al Nazareno, si registra una «illogica allegria», per dirla alla Giorgio Gaber. Mentre a Torino si apriva la due giorni degli amministratori, a Roma i dirigenti nazionali rimasti a guardia del bidone nazarenico spargevano miele. Così  spiega Lorenzo Guerini a un amico: «I sondaggi fatti oggi non valgono nulla. Ne riparliamo tra un mese, quando avremo tutti i nostri candidati e pesato le liste collegate».
Nel frattempo, però, al Nazareno iniziano a far di conto. La suddivisione dei collegi uninominali in «sicuri», «persi» e «contendibili» e la relativa assegnazione dei posti nei listini proporzionali è un puzzle assai faticoso da comporre. La Direzione che doveva occuparsi di liste e che invece si occuperà “soltanto” di deroghe (che saranno molte: Gentiloni, Minniti, Fassino, Pinotti, Giachetti, Latorre, Realacci, etc., di certo le avranno tutti i ministri in carica), al limite dei tre mandati (15 anni in Parlamento) previsti dallo Statuto dem, ma anche di programmi e alleanze coi ‘nanetti’ (ormai i Radicali di +Europa sono dati già per recuperati) è già slittata dal 16 al 17 gennaio. Quella che non può slittare, però, è  la seconda, fissata per il 25 gennaio, dato che le liste vanno presentate tassativamente entro il 29 gennaio. E quella sì che si trasformerà in un bagno di sangue.
NB: L’articolo è stato pubblicato su Quotidiano Nazionale il 13 gennaio 2018. 
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Pietro Grasso

Il presidente del Senato, Pietro Grasso.

2. LeU è una pentola pronta a esplodere. Tra i big del partito è “tutti contro tutti”. 
Ettore Maria Colombo – ROMA
LeU, «Liberi e Uguali», è una pentola in ebollizione e sul punto di esplodere. La formazione politica (non è un «partito» perché i tre soggetti fondatori non si sono mai sciolti finora né intendono farlo in fyuturo) è guidata, formalmente, da Pietro Grasso (eletto presidente per acclamazione, ma – attenzione – mai in alcuno organo dirigente e ‘qualcuno’, dentro LeU, prima o poi farà notare la singolarità del caso, per destituirlo), ma informalmente pesano molto i tre segretari dei tre partiti fondatori: Roberto Speranza, giovane di belle speranze e pupillo di Bersani (ma non di D’Alema) per Mdp, Nicola Fratoianni, figlioccio di Nichi Vendola, per SI, Pippo Civati, ex rottamatore, ex amico di Renzi, che odia dalla prima Leopolda perché non gli diede un ruolo, per «Possibile». I “tre Tenori” o i “Tre Amigos”, i “Tre della Croce del Sud”, insomma, i tre, hanno mantenuto in piedi strutture, dirigenti, simboli dei loro rispettivi partiti di appartenenza: Mdp viene dagli scissionisti della minoranza del Pd che se ne sono andati prima dell’ultimo congresso, SI viene da Sel di Vendola e Fratoianni (i quali, a loro volta, vengono da una sanguinosa e sfortunata scissione, quella del 2009 dal Prc di Bertinotti che poi finì nelle mani del valdese Ferrero) e Possibile, i civatiani, vengono pure loro, ma alla lontana, dal Pd (erano renziani, per dire), da cui però si sono presto allontanati per entrare nella galassia della sinistra radicale.  Da quando LeU è ‘non nata’ (è un partito che non esiste, appunto, né ha organi o struttura democratica interna) le cose, di norma, vanno così: Mdp, che ha conquistato, nelle assemblee di base (provinciali e regionali), il 50% dei delegati, sembra fare la parte del leone e propone alleanze o con il Pd (nel Lazio) o con i 5Stelle (a livello nazionale), poi arrivano quelli di Sinistra italiana (35% di delegati) e Civati (15%), che sommati tra loro possono vantare l’altro 50% dei delegati, ma che sono molto più ‘sinistri’, e scompaginano i giochi, dicendo ‘no’ a ogni alleanza. Succede sulle alleanze e succederà, molto presto, pure su come ripartirsi le candidature, dato che le quote previste (50% di posti a LeU, 35% a SI, 15% a Possibile vuol dire, su un parco non pensabile sopra i 24 deputati e i 12 senatori, circa 12 deputati e 6 senatori a Mdp, 8 deputati e 4 senatori a SI, 4 deputati e 2 senatori a Civati sempre partendo dalla base del 6% come possibile base d’asta per tutta LeU).
Peraltro, il neonato  soggetto in fieri della sinistra ha sì nominato il suo leader (Grasso) per acclamazione, ma mantiene, in «cabina di regia» molte,  troppe, personalità, tutte ingombranti: D’Alema e Bersani vengono dal Pd, come pure Civati e il governatore toscano Enrico Rossi, che con il Pd ci governa, addirttura,, Vendola viene dal Prc, altri ancora dai movimenti e dai centri sociali, la Boldrini dalla (presunta) ‘società civile’.
«L’amalgama» , decisamente ‘malriuscito’, come disse Prodi del Pd (e, ai tempi, fu un epitaffio) sembrava funzionare,  all’inizio, ma ora i nodi stanno  venendo tutti al pettine.
Prendiamo le alleanze «a sinistra» per le Regionali in Lazio e Lombardia. Insensibili al «grido di dolore» levato – via Repubblica, vero e unico house organ del centrosinistra – dai padri nobili dell’Ulivo e del Pd (Prodi e Veltroni), i dirigenti lombardi di LeU, che oggi terranno a Cisinello Balsamo (in periferia di Milano, il tipico vezzo di presunti ‘sinistri’) la loro assemblea definitiva sul tema, hanno deciso che il candidato del Pd, Giorgio Gori (peccato originale: è renziano), è un nome «inaccettabile». E così, LeU correrà da sola, in Lombardia, ma rischia di finire come finì la lista di Claudio Fava in Sicilia nel 2017: infatti, pure in Lombardia bisogna superare lo sbarramento, per ogni partito, del 5%. A stento verrà eletto, se ci riesce, il candidato presidente, Onorio Rosati, il quale per paradosso ha un lungo passato di segretario della Camera del Lavoro di Milano, dove peraltro era considerato un ‘destro’, negli anni Novanta, da tutta la sinistra a sinistra del Pd. Ieri, sia la Camusso che la segretaria della Cgil Lombardia, Lattuada, si sono appellati a LeU – la cui aspirazione, sarebbe, in teoria, proprio quella di diventare il «Partito del Lavoro» della Cgil (ma a parti rovesciate: con la Cgil che comanda) – affinché ci ripensassero («Un no a Gori provocherà danni irreparabili»), ma loro sono rimasti sordi. Anche molti big nazionali (da Grasso alla Boldrini, dal governatore della  Toscana Rossi, che con il Pd ci governa,  a Bersani, che li ha esortato «a cercare un’intesa») hanno provato a portare i lombardi a più miti consigli. Ma poi Civati e Fratoianni, che oggi sarà a Milano per suggellare il niet a Gori, si sono scatenati e amen, l’alleanza non ci sarà.
Certo, in Lazio LeU correrà al fianco di Nicola Zingaretti, ma «lui viene dal Pci-Pds-Ds –  spiega un vecchio ex Pci  di LeU – e, soprattutto,  vincerà, noi andremo al governo e ci darà gli assessori. Gori perderà, tanto valeva mollarlo…». In realtà, anche in Lazio, l’ala di Sinistra italiana, guidata da Stefano Fassina e Paolo Cento, sta provando, fino all’ultimo giorno, a far saltare l’accordo e correre da soli. Ma stavolta è stato D’Alema – assai preoccupato per LeU, ma sereno per sé: avrebbe fatto un accordo segreto con Emiliano  per farsi votare e vincere il collegio uninominale – a tagliare corto: «Zinga non è Renzi e la nostra mission resta quella di far fuori Renzi, e per sempre». Eppure, rendite di posizione, dentro LeU, non ce ne sono più. Per dire, l’altro giorno, Arturo Scotto, ex capogruppo alla Camera, ma che viene dai Ds (mai stato in Sel), ha dovuto replicare duro a Nicola Fratoianni, che invece viene da Rifondazione, sulla presenza o meno in lista, in Campania, dell’ex «viceré di Napoli» Antonio Bassolino: per Fratoianni «o lui o noi, rappresenta il vecchio», per Scotto «è una grande risorsa».
In Emilia,  pezzi di LeU dicono no all’ex uomo d’ordine di Bersani, Maurizio Migliavacca, bollato come «esempio di vecchia politica». Come sospira Grasso, «siamo una forza plurale, è normale che ci siano posizioni diverse». Contraddizioni in seno al popolo.
NB: L’articolo è stato pubblicato  il 12 gennaio 2018 su Quotidiano Nazionale
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3. Grasso e la Boldrini stanno nello stesso partito ma sono divisi su (quasi) tutto… 
Ettore Maria Colombo – Roma
Il dibattito a sinistra si infiamma. Il Pd di Renzi chiude all’ipotesi di ogni accordo post-elettorale con Berlusconi («Altro che Beatiful, è fantapolitica», taglia corto il leader dem dagli studi di Bruno Vespa) e crede – come spiega a un amico il plenipotenziario di Renzi, Lorenzo Guerini, che «non riusciremo a chiudere un’alleanza con Leu, in Lombardia, perché loro ci odiano, ormai, ma ci proveremo fino all’ultimo, come è giusto provarci». Ma è dentro LeU, la formazione guidata dal presidente del Senato, Pietro Grasso, che si stanno aprendo parecchie contraddizioni, foriere di problemi di «linea» politica. La presidente della Camera, Laura Boldrini, ieri, per dire, durante Otto e mezzo (La 7), ha chiuso seccamente a ogni ipotesi di governo con i 5Stelle (e molti giorni dopo, in tv, dirà “Grasso non decide da solo, siamo un collettivo” mentre Grasso le risponderà “decido io”, ndr.). Prospettiva che, invece, affascina non solo Bersani («Io resto sempre quello dello streaming»), ma anche Grasso stesso, il quale ha detto: «Noi saremo una forza di governo responsabile e non chiudiamo le porte in faccia a nessuno, tantomeno ai 5Stelle».
«Per quanto mi riguarda – afferma, invece, la Boldrini – non ci sono punti di congiunzione tra LeU, che è una forza di sinistra, e l’M5S». Poi aggiunge, con tono di sfida: «Di Maio ha ragione: lui non vuole fare un governo con me e io non voglio farlo con lui». Potrebbe sembrare un semplice posizionamento pre-elettorale di entrambi, che hanno elettorati contigui. Proprio Di Maio sta studiano una «strategia», con i suoi, per rubare voti all’elettorato della sinistra-sinistra più ‘arrabbiata’. O il frutto dell’ormai atavica antipatia tra il presidente della Camera e il suo vicepresidente. Ma la Boldrini dice la sua pure sugli 80 euro del governo Renzi: «Gli italiani li hanno graditi». A Mdp sarà venuto lo stranguglione: gli 80 euro, li hanno combattuti, specie chi stava nel Pd.
Insomma, quella della Boldrini sembra una vera «contro-strategia», rispetto a quella di Grasso e Bersani che invece ai grillini vogliono aprire eccome, sia dopo il voto che prima. Poi c’è D’Alema, che invece vuole tutt’altro: un ‘governissimo’ con FI e Pd, ovviamente dopo aver ‘ucciso’ Renzi. Infine, l’altro tema che sta squassando Leu sono le alleanze in vista delle Regionali. Grasso ha ‘aperto’ a Gori in Lombardia, ma gli ex Pd, oggi in Mdp, lombardi hanno chiuso ogni trattativa con il Pd e hanno fatto sapere a Grasso che «è meglio se pensi a te e alle cose tue…». E anche in Lazio, dove, in teoria, Leu appoggerà Zingaretti (sì, alla fine finirà così), l’area di Stefano Fassina e Paolo Cento sta meditando lo ‘strappo’ per correre in solitaria contro persino il ‘comunista’ Zingaretti. Per Boldrini, invece, si deve dialogare con il Pd: «Su Lazio e Lombardia c’è un confronto in atto con Grasso che gestisce direttamente la partita. Bisogna trovare un equilibrio sui programmi». Che è come dire, al Pd, appunto, «cari amici, alleiamoci».
Ovviamente, al Nazareno, brindano per le «contraddizioni in seno al popolo» come le chiamano con facile ironia, ma pure lì hanno le loro gatte da pelare. Anche ieri, infatti, è andato in scena «l’assalto». Quello dei venti segretari regionali sfilati per discutere «i criteri» delle candidature, cioè i posti sicuri. Sono risuonati alti e forti gli ukase e i niet di molti segretari sui nomi che il Pd nazionale vuole ‘paracadutare’ nei collegi blindati.
Renzi e la sua piccola squadra di ‘facilitatori’ (Guerini, Lotti, Martina, Orfini) hanno, perciò, tanti grattacapi, a partire dallo «spingi-spingi» di tanti, troppi, aspiranti ai seggi. Ci sono però due ministri che potrebbero togliere a Renzi l’incomodo da soli: quello al Lavoro, Poletti fa sapere di non volersi candidare (nessuno cercherà di fermarlo). Quella all’Istruzione, Fedeli, Renzi la ritiene responsabile di gaffe ed errori marchiani. Se rinunciasse, sua sponte, alla candidatura, ne sarebbe ben felice (ma lei correrà).
NB: L’articolo è stato pubblicato l’11 gennaio 2018 su Quotidiano Nazionale. 
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4. Anche dentro LeU ci si scontra sulle candidature e i (pochi) collegi ‘sicuri’.  

 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Anche Leu (Liberi e Uguali) ha i suoi bei problemi, con i posti, nel senso di collegi ‘sicuri’ o ‘blindati’ da assegnare, anche perché saranno assai pochi: se tutto va bene LeU prenderà 6-8% (il 10% di cui parla D’Alema è una chimera di fatto irraggiungibile), solo che LeU – con una legge a forte correzione maggioritaria che assegna ai collegi uninominali 1/3 dei seggi – concorre solo per i 2/3 di posti assegnati con il sistema proporzionale, perché è evidente che non vincerà neppure un collegio (e anche se D’Alema vincesse la sfida che porterà al Pd nel collegio senatoriale di Lecce sempre di un solo collegio si tratta). Quindi, con l’8% dei voti prendi, in realtà, il 6% dei seggi e così via, a scalare fino alla soglia del 3% (un milione e 200 mila voti circa) sotto la quale sei fuori. Il nuovo capo comunicazione di Leu, l’ex dem di rito franceschiniano Piero Martino, è un’artista nel ‘sopire e troncare’, ma i problemi interni restano. In quota ‘società civile’, Grasso aveva chiesto ben dieci posti (e la Boldrini cinque): poco mancava venisse uno stranguglione al vero ‘mago’ delle candidature, e plenipotenziario di Mdp, Nico Stumpo. Grasso è dovuto scendere a più miti consigli: gli verranno concessi cinque posti. Ci saranno il medico di Lampedusa, Pietro Bartolo, l’ex capo di Legambiente, Rossella Muroni, l’avvocato Anna Falcone, già leader dei ‘civici’ di sinistra del Brancaccio, ma il colpo grosso sarebbe la candidatura di Pier Franco Roberti, ex capo della Direzione nazionale antimafia, oggi magistrato in pensione ma ‘tentato’ dall’avventura in politica. Sempre Grasso sarà candidato a Roma, in un collegio e in più listini proporzionali e al Senato, mentre la Boldrini, che sarà candidata in Lombardia, vuole tornare alla Camera. Scontate le candidature dei tre segretari di Mdp (Speranza, in Basilicata, ma forse anche in Toscana, contro Renzi o contro la Boschi, ma la vera leonessa pronta a competere nella sfida one to one con Renzi è Elisa Simoni, ex Pd), SI (Fratoianni, Lazio) e Civati (Lombardia). Di sicuro Mdp farà la parte del leone, con circa 20 deputati e dieci senatori sicuri, SI ne avrà almeno dieci, i civatiani cinque, non di più. Leu è sicura di prendere l’8%, il che vuol dire portare a casa almeno 60 parlamentari (40 deputati e 20 senatori), ma meglio tenersi bassi, nelle previsioni, e fare i calcoli sul 6%: vuol dire contare, per sicuri, ‘solo’ su 25 deputati e 12 senatori. Assai pochini, dati gli appetiti.

Tra i big Bersani sfiderà il Pd a Bologna ed Errani a Ravenna, Bassolino a Napoli e D’Alema nel Salento, ma per tutti sono previste candidature multiple sicure nei listini. Curioso, infine, il dialogo intercettato ieri, negli studi de La 7, tra il napoletano Arturo Scotto, già capogruppo di Sel alla Camera, e il pentastellato Alessandro Di Battista. I due hanno parlato, al telefono, prima di come cercare di “mettere sotto” il governo, chiedendo di convocare l’aula (e non le commissioni, come era previsto) in visto della ratifica dell’operazione militare in Niger, nell’ambito delle missioni militari all’estero, poi hanno convenuto sulla proposta di LeU sulle tasse universitarie. Ma c’è chi dice abbiano parlato anche di alleanze. Di Battista – che, contattato, nega – avrebbe incitato Scotto a costruire un governo sull’asse  M5S-LeU, idea diversa dalla linea ‘destra’ di Di Maio. L’accordo M5S-LeU è un pallino di Grasso e Bersani, mentre D’Alema punta a un governissimo con Fi e il Pd. Senza Renzi, naturalmente, che per D’Alema “è già morto”.

NB: L’articolo è uscito il 10 gennaio 2018 sulle pagine di Quotidiano Nazionale.

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Banca Etruria, alta tensione sull’audizione di Ghizzoni in commissione Banche. Sullo sfondo, resta il caso Boschi

Palazzo Madama

Il portone d’ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

NB: E’ notizia arrivata solo stamane, con un post del capogruppo del Pd, Orfini, che i membri democrat in commissione Banche “non si opporranno” all’audizione dell’ex ad di Unicredit, Ghizzoni in merito al caso Banca Etruria che coinvolge Pierluigi Boschi. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

L’ ufficio di presidenza (Casini, presidente, Mauro Marino, Pd, e Renato Brunetta, FI) della commissione bicamerale d’inchiesta sulle banche ieri ha fatto ‘muro’ per oltre due ore nel negare, almeno per ora, ai 5Stelle l’audizione dell’ex ad di Unicredit, Federico Ghizzoni. La decisione finale verrà presa stasera, in una nuova seduta, ma dovrebbe restar tale. Casini potrebbe però mettere la questione ai voti, ma con solo M5S a chiederlo, il ‘no’ degli altri farà la differenza. Certo, il Nazareno prova a far sapere che “noi non faremo muro contro la richiesta di ascoltare Ghizzoni”, ma il muro lo fanno eccome. Secondo un esponente renziano della Commissione, “a me di Ghizzoni non mi frega nulla. Io voglio sapere cosa è successo nel fallito salvataggio di tante banche e di tanti risparmiatori, non solo di Banca Etruria”. Inoltre, sempre dai senatori dem, filtra la posizione ancora più dura: “Saremmo stupiti, preoccupati e imbarazzati se Casini accettasse la richiesta di audire l’ex ad di Unicredit”. Insomma, un niet bello e buono, anche se il capogruppo dem in commissione, Matteo Orfini, fa filtrare un sibillino “noi non abbiamo nulla in contrario, deciderà Casini…”. Del resto è stato lo stesso Renzi a ‘ispirare’ e ‘incitare’ la Boschi a difendersi pubblicamente, l’altro giorno, con ben due post su Facebook e in soccorso della ex ministra sono subito accorsi diversi renziani d’ordinanza e di prima fascia: Bonifazi, Marcucci, etc.

Certo è che la battaglia, già ieri sera, in ufficio di presidenza è stata sfinente. I grillini ci hanno provato in tutti i modi di mettere il Pd sulla graticola. Di Maio è andato in tv a parlare delle “enormi responsabilità di Boschi e Renzi”. Di Battista ha dato a Casini del “venduto” (al Pd) per un seggio, poi taccia di “spirito nazarenico” Forza Italia. Il capogruppo azzurro Renato Brunetta replica a ‘Dibba’ per le rime, offrendosi anche di dargli “lezioni di opposizione”. Si è visto pure il consueto teatro: fuori la sede della commissione, una rappresentanza di trenta parlamentari 5Stelle improvvisa un ‘simpatico’ e ‘colorito’ sit-in di protesta ad uso e consumo delle telecamere.

La commissione, intanto, prova a lavorare comunque. Casini oggi, nel nuovo ufficio di presidenza convocato per le 18 a palazzo Madama, proporrà due “pacchetti” di audizioni ai commissari. Il primo comprende richieste di audizioni già decise in un calendario molto fitto e che si chiuderà con i fuochi di artificio: Barbagallo (BankItalia), Apponi (Consob), Vegas (Consob) il 14 dicembre, il ministro Padoan il 19 – che ieri ha confermato che verrà ascoltato – e il 15 il governatore di BankItalia, Ignazio Visco. Poi, il secondo ‘pacchetto’ con le proposte di tutti i gruppi: qui i 5Stelle (e SI) chiederanno di ascoltare Ghizzoni, ma anche Consoli, Zonin e altri esponenti e ad delle banche. Ma se si considera – fa notare il senatore dem renziano Del Barba – che “appena Mattarella scioglierà le Camere non potremo più fare audizioni, ma solo la relazione finale” si capisce che i dem hanno eretto un muro: niente Ghizzoni. Sempre i 5Stelle (richiesta appoggiata dal deputato di SI Paglia) chiedono pure l’audizione del presidente della Bce, Mario Draghi, e di Jean-Claude Trichet, ex capo del board della Bce. In questo caso, però nessuno ha dubbi: richieste tutte respinte.

Ma è su Ghizzoni che si gioca il braccio di ferro. Secondo Ferruccio de Bortoli, gli avrebbe raccontato delle “indebite pressioni” ricevute dalla Boschi per ‘salvare’ Banca Etruria. La Boschi ha querelato, ma solo l’altro ieri, de Bortoli, e in sede civile, non penale. E proprio la ormai certa ‘chiamata’ di Ghizzoni in sede processuale sarebbe la via di fuga del Pd. “Io chiesi di sentire Mussari (a capo di Mps, ndr.) – spiega Giovanni Paglia (SI) – ma mi fu negato perché un indagato o imputato non può venire a testimoniare da noi in commissione”. Ma Ghizzoni, nel processo Boschi-de Bortoli è ‘solo’, almeno per ora, un testimone. Casini prenderà la decisione finale.

NB: l’articolo è uscito su Quotidiano Nazionale del 6 dicembre 2017 a pagina 8

“Liberi e Uguali” nasce con Grasso alla guida. Il presidente del Senato infiamma la platea, ma i problemi non mancano. Cronaca della giornata e un po’ di ‘colore’

  1. “Io ci sono!”.  Grasso conquista la platea dei delegati della nuova ‘Cosa Rossa’.
Guttuso

I funerali di Togliatti, quadro di Renato Guttuso

<Io ci sono! Io ci sono! Io ci sono!». E’ nato un nuovo leader, nel parco della Sinistra radicale e post-comunista italiana, pur senza averne le stimmate (del glorioso passato). Si chiama Pietro, detto ‘Piero’, Grasso. L’ex pm e poi procuratore capo di Palermo, poi ancora a capo della Procura nazionale Antimafia, amico personale di Falcone e Borsellino, venne candidato ed eletto dal Pd a guida Bersani nel 2012 e poi è diventato presidente del Senato, ieri ha dimostrato la stoffa – non scontata – dell’oratore politico. Specie quando ha attaccato, senza nominarlo, il Pd: «Mi hanno offerto d tutto», ha ricordato sprezzante, «dai seggi sicuri alla possibilità di fare la riserva della Repubblica» (il che vuol dire, tradotto, di fare il presidente della Repubblica nel post-Mattarella: sei anni, però, troppi). E già lì parte la prima standing ovation di una platea che il Pd lo odia e che, sostanzialmente, punta a far perdere le elezioni a Renzi e ai suoi oltre che aspirare – legittimamente – a rientrare in Parlamento con percentuali variabili tra il 6% e il 10% (molto dipenderà, appunto, da quanto porterà con sé in dote proprio la figura di Grasso).
Il discorso di Grasso arriva a conclusione di una decina di interventi di esponenti di «mondi» della «società civile»: applauditissimo il medico di Lampedusa, Bartolo, protagonista di Fuocoammare di Rosi (niente parentele con Francesco), pluri-premiato.
Alternati a loro parlano i «Tre Tenori» Civati-Fratoianni-Speranza. A differenza dei big (Bersani, D’Alema, Bassolino, Epifani, Errani, Rossi, Vendola) – cui tocca confondersi nelle seconde e terze file per evitare la sensazione di sinistra deja–vù – i tre sono quarantenni di belle speranze, e non solo chi, di loro, è Speranza. Anche loro infiammano la platea. Pippo Civati prima si perde nei ricordi familiari («Papà votava La Malfa»), poi, da birichino, sfotte Pisapia («Ma dove Campo vai con Alfano?!»). La sala vibra molto per Fratoianni, ex ‘bello’ di Rifondazione, che tuona contro «la schiavitù del lavoro, l’oppressione del Capitale, il liberismo di Trump e della May», ma anche contro «i nuovi neofascisti». Successo pieno pure per Speranza, che tiene forse il discorso più bello e più appassionato prima di Grasso: invoca una «Nuova Sinistra Mondiale», una sorta di neo-Internazionale, sulle orme di Bernie Sanders e Corbyn (però non cita Tsipras), mette «il lavoro» al centro della «lotta della sinistra» di cui stila un dettagliato programma, art. 18 in testa. La leader della Cgil, Susanna Camusso, è in prima fila ad applaudire e, forse, pure a candidarsi alle Politiche nelle file di Mdp (ma il suo portavoce smentisce secco).
Infine, tocca a Grasso. Infiamma e conquista la platea. Si emoziona, ma non perde il filo. Racconta prima la sua storia di pm in prima fila nella lotta alla mafia. Delinea poi un programma di sinistra radicale nei temi ma «moderata» nei toni, che «rifiuta i tatticismi», ma che farà «proposte serie e credibili». Urla «ora tocca a noi!» ma invoca una leadership collettiva. Rifiuta la logica del ‘voto utile’, ma sa che non sarà né per lui né per la nascente ‘Nuova Cosa Rossa’ una passeggiata di salute, la sfida nelle urne al Pd. Però, spiegano i suoi quando ha finito, «la eserciterà in modo fermo e severo, la sua leadership». Tradotto: vigilerà sui candidati per evitare «zone grigie, errori e malintesi». E – insistono sempre i suoi – invoca «porte aperte» a chi oggi non c’è: sinistra dem, cattolicesimo democratico, femminismo, ambientalismo. La presidente della Camera, Laura Boldrini, non c’è ancora, ma i suoi consiglieri sì, dal portavoce Roberto Natale al consigliere giuridico Carlo Leoni (ex Ds): sta per arrivare pure lei, nella neo-sinistra.
Alla fine, sorrisi e abbracci. I dirigenti della ex Sinistra Radicale brindano: «Abbiamo fatto Bingo», dice Paolo Cento: «lui è il nostro uomo in più, farà la differenza». Grasso commenta che «è stata una bellissima mattinata, ma c’è ancora tanta strada da fare».
In effetti, è vero: la strada ancora da fare, per la Nuova Sinistra Unita, è ancora tanta. I tre partiti fondatori (Mdp-SI-Possibile) hanno dato vita a una lista unica, ma non ancora a un partito unico e nessuno di loro può affermare, in sincerità, che nascerà davvero:le differenze, tra chi viene da Rifondazione poi Sel poi SI e chi dal Pd (gli ex dem di Mdp) sono tante, forse troppe. Le quote per le candidature sono state ripartite col bilancino (50% Mdp, 35% SI, 15% Possibile): sono stati votati, i delegati, in assemblee provinciali, ma non tutto è filato via liscio: SI e Possibile si sono ‘alleate’ e sottratto numeri a Mdp. Sgambetti tra compagni? Si vedrà più avanti, quando le liste verranno composte (se ne occupa Nico Stumpo, già uomo d’ordine di Bersani: nel 2013 fece ‘piangere’ molti sicuri presunti candidati nel Pd, ne farà piangere altrettanti ora, compagni o meno che siano). Inoltre, i posti richiesti da molti, big di Mdp in testa a tutti (Bersani, D’Alema, Errani, Epifani, Bassolino, Panzeri, etc.) sono tanti, forse troppi, e certezze non ve ne sono, di eleggibili: i calcoli più realistici parlano di una pattuglia di 25 deputati e 10 senatori. Infine, nome e simbolo ancora non ci sono. Il simbolo, forse con una rosa stilizzata nel mezzo, avrà due diciture: sopra, «Liberi ed Uguali» (ma l’associazione dei liberal del Pd «Libertà Eguale» preannuncia già ricorso in tribunale per plagio) e, sotto, «con Grasso».
«Con Grasso possiamo puntare al 10%», è la spavalda sfida di Massimo D’Alema che si candiderà al Senato in Puglia: in un collegio, ma pure in cinque listini bloccati. Sarà dura, infatti, strappare collegi uninominali a Pd, destre, M5S, ma i dirigenti della Sinistra-Sinistra ci credono: «A Piacenza, con Bersani, a Ravenna con Errani, in Toscana con Enrico Rossi possiamo fare molto male al Pd». Altri, ben più realistici, fanno di conto: «Ci basta prendere il 6%, vuol dire 25 deputati e 12 senatori. Così andiamo alle consultazioni da Mattarella e come premier il nome di Renzi non lo faremo mai. Altri nomi? D’Alema vorrebbe Draghi, Bersani vuole appoggiare dall’esterno un governo Di Maio. Vedremo».
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2. Il ‘colore’. Le spillette del Che (e Stalin) ci sono ancora, le bandiere rosse non più. 
speranza

Roberto Speranza

Ettore Maria Colombo – ROMA

Pala Atlantico, molto oltre l’Eur, grande sala per concerti: 1500 posti a sedere, agibilità per 2700 se una parte resta in piedi. Ce ne sono almeno altri 2500 fuori, di persone: «compagni e compagne» in carne e ossa, corpo e spirito, arrivati dalle lande più lontane.
Morale: un successo, almeno in termini numerici, incontestabile. Fila per entrare interminabile, infinita, ma la gente attende paziente. Pure alcuni giornalisti restano fuori per ore, ma non protestano come di solito sono abituati a fare. Del resto, tra i giornalisti, la Sinistra-Sinistra ‘tira’ assai. Presenta la giornata un collega, Luca Telese, anchorman de La 7, ex del Giornale, fondatore di Pubblico. Cattiverie e maldicenze fioccano solo per lui: «Ha scritto libri peggiori di Pansa per rivalutare i fascisti e ora chiama alla mobilitazione contro i neofascisti?! Lavorava per Berlusconi e ora torna di sinistra?! Maddai, Telese!!!».
Il servizio d’ordine è inflessibile: deve arrivare Pietro Grasso, e le camionette della Polizia sono così tante che sembra debbano respingere gli assalitori del G8 di Genova. E, guarda un po’, chi ti spunta? Luca Casarini, leader delle ‘Tute Bianche’: è un po’ ingrassato, ma si è sposato e con prole, ora veste elegante e vive a Palermo: da dirigente di SI (è, addirittura, il segretario regionale di Sinistra Italiana in terra di Sicilia) si candiderà pure lui, pare. La gente un po’ si arrabbia («Fanno entrare gli invitati e non i delegati!»), ma l’organizzazione regge. Tutto è nelle mani – nodose e nervose – di Nico Stumpo, storico uomo macchina di Pier Luigi Bersani: sarà lui, peraltro, a fare le liste.
Ma per ora non è tempo di argomenti così «volgari». Oggi c’è da festeggiare la nascita della Nuova Sinistra Unita. Il nome ci sarebbe già: bello, facile e comprensibile, «la Sinistra». Invece si chiamerà «Liberi ed (ma la ‘e’ eufonica ci sarà o no? Non si sa) Eguali» e, più sotto, «con Grasso». Epperò, guai a chiamarla «Cosa Rossa»: i giovani ed efficienti addetti stampa di Mdp-SI-Possibile (equamente distribuiti tra uomini e donne, peraltro tutti bravissimi, tosti, efficienti e assai ‘svelti’ sui new media) ti bacchettano  sulle dita.
Si alternano, rapidi e commoventi, l’operaio, la sindacalista, la ricercatrice, il cassintegrato, etc. Silenzio religioso per tutti, grandi applausi per «i Tre Tenori» Civati-Fratoianni-Speranza (ma solo per ‘Bob Hope’ è vera standing ovation pari solo a quella per Enrico Bartolo, il medico degli immigrati che li cura nella martoriata Lampedusa). Intanto, non sventola una bandiera rossa che sia una (ordine di scuderia: «compagni, non ci facciamo riconoscere!»). Poi la sala è scossa da un fremito: «Parola a Grasso!».
Lui si emoziona, la platea – che scatterà in piedi ad applaudirlo un’infinità di volte – pure. E il «colore» tipico delle liturgie comuniste? Scarsino. Bisogna uscire fuori, tra gli infreddoliti rimasti ad ascoltare dai maxi-schermi, per trovare il ‘solito’ – per queste occasioni della Sinistra – stand de il manifesto dove si vendono immaginette, spille e magneti di Che Guevara e Castro, Mao e Ho Chi Min, Lenin, Trotzskij e persino di Stalin.
E i big? Bersani è seduto parecchie file dietro, accanto al senatore Fornaro. Vendola si sbraccia già più file davanti. La deputata Simoni, cugina di Renzi, sfoggia una mise elegantissima e l’inseparabile Toscano. L’ex ‘re’ di Napoli, Bassolino, è intabarrato in una sciarpa azzurra. Infine, soprattutto, c’è D’Alema. Il guaio è che è il «solito» D’Alema. Ai giornalisti che gli si fanno sotto per strappargli dichiarazioni risponde con l’odio che nutre per ‘noi’: «Vi consiglierei di parlare con il dottor Bartolo (il medico di Lampedusa, ndr), gli chiederei come mai è qua. Sarebbe il vostro mestiere, ‘disciamo’. Ma a voi dove vi pigliano?». Ah, se non ci fosse lui, D’Alema, come sarebbe stata più ‘noiosa’ la giornata.
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NB: Gli articoli sono usciti il 4 dicembre alle pagine 4-5 del Quotidiano Nazionale.
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Grasso, “determinatissimo”, tesse la sua tela, ma la Sinistra è incerta sui nuovi nome e simbolo. Il Pd corre al riparo e stringe il patto coi ‘nanetti’

  1. Grasso tesse la sua tela dal suo ufficio, quello di presidente del Senato. 
Palazzo Madama

Il portone d’ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

Ettore Maria Colombo – ROMA

Ieri Pietro Grasso, nella sua veste ‘politica’ di nuovo leader della Sinistra (secondo D’Alema “è uno abituato a comandare”), si è dato molto da fare. Mentre l’esame della Legge di Stabilità ancora arrancava dentro la commissione Bilancio, Grasso ha ricevuto i vertici di Mdp-SI-Possibile, noti come i Tre Tenori (Speranza, Fratoianni, Civati), nel suo ufficio. I quali lo hanno trovato “determinatissimo” a impegnarsi. Altro che “non ha ancora sciolto la riserva”, come insistono i suoi. E se sul simbolo regna l’incertezza (garofano rosso?) comunque il cognome di Grasso, sotto il nuovo nome, ci sarà. In realtà, sul nuovo nome della Sinistra, regna ancora molta confusione. ‘Liberi ed Eguali’ piaceva tanto a molti, specie a Grasso (e pure a Civati) perché privo di riferimenti ideologici ‘comunisti’, ma è in mano all’area liberal del Pd. Si chiama, infatti, Libertà Eguale, un’area di ex veltroniani, Morando e Tonini: hanno già diffidato Mdp&co. di usarlo. Almeno il nuovo nome, se non il simbolo, sarà presentato, comunque, il 3 dicembre al Pala Atlantico di Roma. L’altra cosa certa è che in quel catino di bandiere rosse Grasso sarà acclamato come “leader” dai 1500 delegati eletti dalle 158 assemblee di base di Mdp, SI e Possibile (42 mila i votanti).

Le assemblee hanno determinato un altro punto chiave: le ‘quote’ che avrà ognuno dei tre partiti (Mdp, SI e Possibile) in vista delle prossime candidature alle Politiche. Quote che saranno così rigidamente ripartite: 50% a Mdp, 35% a SI e 15% a Possibile: la somma dei due partiti più ‘di sinistra’ eguaglia cioè la quota di Mdp, che si aspettava molto di più. Ma se in molte realtà Mdp ha stravinto, in molte altre gli uomini di Fratoianni e di Civati si sono uniti per ‘arginarla’. Ora, però, i posti in lista, sono stati fissati sulle quote citate (50% Mdp, 35% SI, 15% Possibile). E così Mdp dovrà sacrificare alcuni dei suoi – molti – parlamentari (43 deputati e 16 senatori) per far largo ai tanti big fuori dal Parlamento (D’Alema, Errani, Bassolino, Panzeri, etc.).

Tornando a Grasso: ieri ha spedito molti inviti e fatto altrettante telefonate. Certo, non sulla carta intestata del Senato o consegnati dai motociclisti, cui pure ha diritto, ma pur sempre dal suo ufficio, quello di presidente. Inviti diretti ai molti ‘mondi’ che conosce a correre con lui per non far apparire la nuova ‘Cosa Rossa’ troppo ‘rossa’. Ma proprio ieri, Grasso ha ricevuto un ‘no’ che brucia. Sandra Bonsanti, a nome dei circoli di ‘Libertà e Giustizia’, animatori dei Comitati del No al referendum anti-Renzi, di cui è presidente, gli ha risposto dura “Pietro, noi si fa altro”. Infatti, Libertà e Giustizia organizza, proprio il 3 dicembre, un’iniziativa a Firenze cui partecipano il direttore del Fatto, Travaglio, l’ormai ex leader delle assemblee del Brancaccio (Tomaso Montanari) e tutti i ‘professori’ del No anti-Renzi (Zagrebelsky in testa) che si sentono ‘più a sinistra’ di tutti. Non ha accettato l’invito di Grasso neppure la presidente della Camera, Laura Boldrini, su cui Grasso invece contava. Potrebbe capeggiare, dato che Pisapia non si candiderà ma sta per chiudere l’accordo col Pd, una lista di ‘Progressisti’ che porterebbe la dicitura “con Boldrini”, sempre con il Pd.

NB: Articolo pubblicato sul Quotidiano Nazionale il 29 novembre 2017 a pag. 6. 

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2. Il Pd ci prova, a cercare l’accordo con i ‘nanetti’, ma quanto valgono davvero?

 

MATTEO RENZI   E   GIULIANO PISAPIA

Matteo Renzi e Giuliano Pisapia

Ettore Maria Colombo – ROMA

Con Pisapia l’accordo “non è ancora chiuso, ma speriamo in un accordo con Campo progressista, Radicali e forze di centro per dare vita a una coalizione di centrosinistra”. E’ verso sera e negli studi di Otto e mezzo il luogo e l’ora in cui Matteo Renzi delinea ufficialmente le alleanze del Pd in vista delle prossime elezioni politiche. Il leader del Pd ha parlato, e molto, di politica anche alla presentazione del nuovo libro di Gianni Cuperlo (Sinistra, e poi?Titolo enigmatico, ma forse profetico) al Tempio di Adriano, ma trattandosi di Cuperlo in quel caso tutti hanno volato alto. Renzi dice anche, ma qui trattasi più di aspirazione che di certezza, che “il Pd sarà il primo gruppo parlamentare” (vuol dire prendere un voto in più non solo di Forza Italia, ma anche dei 5Stelle e l’impresa, allo stato dei sondaggi attuali, non sarà facile) e che “la nostra coalizione andrà sopra il 30% e vicina al 40%”. Ecco, il problema, però, per il Pd, sono proprio le liste collegate. Il Pd, nei sondaggi interni e riservati, segna ‘profondo rosso’: oscilla, come partito, tra il 22 e il 24%, cioè molto sotto persino il modesto 25,4% preso dal Pd di Bersani nel 2013. Renzi non si può permettere di non agguantare tale soglia, pena la sua fine politica. Il guaio è che le liste collegate – che saranno tre: centristi, Radicali europeisti e progressisti (Pisapia più qualche sindaco) – sono al momento stimate in modo ancora più catastrofico. I centristi (Casini-Galletti-Dellai-Olivero più Ap di Alfano, se ci sta: decidono oggi), le cui orme sono seguite passo passo da Lorenzo Guerini, sono quotati intorno all’1-2%. I Radicali devono pure raccogliere le firme (traguardo ambizioso) e non valgono più dell’1%. Li guiderà una personalità forte, Emma Bonino, avranno un logo oggi impolverato, ‘Forza Europa’ e pongono ‘problemi’, al Pd, di posti e programmi.

Infine, c’è la lista ispirata a Pisapia, tra mille contraddizioni esplose anche ieri. Prima esce la notizia che andrà in piazza con la Cgil, poi esce la smentita, Tabacci si arrabbia molto (“Cp non aderisce”)ma una parte dei suoi in piazza ci sarà. Quanto può valere, dato che ‘il leader riluttante’ non si candida e la Boldrini, che ne sarebbe la vice, lo ha mollato per andarsene, anche lei, con Mdp-SI al seguito di Grasso? Il 2-3%, se va bene. Ieri mattina, Cp ha visto Piero Fassino, ma alla Camera, per conto di Cp, non c’era Pisapia, ma tre colonnelli. Tutti fidatissimi, si capisce, ma diversissimi: Ciccio Ferrara viene dal Prc, Luigi Manconi sta ancora nel Pd e Bruno Tabacci viene dalla… Dc. Smentito con vigore che “Cp abbia chiesto una manciata di collegi sicuri al Pd”, l’incontro è stato, ancora una volta, assi interlocutorio. Il Pd ha offerto un po’ di tutto, ma i colonnelli di Pisapia hanno ripiantato tutti i loro paletti: rapida approvazione di ius soli e bio-testamento al Senato, abolizione del super-ticket in Stabilità, far slittare l’innalzamento dell’età pensionabile. Il più ostico, però, è la richiesta del ‘garante’ della coalizione, che avrebbe dovuto essere Prodi. Renzi lo straloda, in tv, ma non ne vuole neppur sentir parlare, i suoi ancor meno: “A noi non ci serve il preside per decidere chi comanda”. Oggi, infine, si apre la Leopolda 2017 con 8 mila giovani di cui Renzi è molto orgoglioso, molti ministri ma nessun Vip.


NB: L’articolo è stato pubblicato sul Quotidiano nazionale il 24 novembre 2017. 

La Sinistra incorona Grasso leader, Renzi preferisce parlare con Macron, i ‘piccoli’ del centrosinistra alle prese con le soglie

Pietro Grasso

Il presidente del Senato, Pietro Grasso.

 

  1. Mdp-SI e Possibile hanno scelto: con il Pd non si dialoga, anzi lo si attacca. Sul lavoro, al fianco della Cgil, e non solo. il 3 dicembre l’incoronazione di Grasso.
Ettore Maria Colombo – ROMA
“Il 3 dicembre lanceremo la nostra lista unitaria per l’alternativa e ci sarà Pietro Grasso, il nostro candidato”. Il lieto annuncio e, insieme, la gaffe, la fa Giulio Marcon, capogruppo alla Camera di Sinistra italiana e un lungo passato nelle associazioni pacifiste della sinistra. Marcon rivela, papale papale, ai giornalisti in attesa dell’inutile incontro, dal finale già scritto, tra ‘l’esploratore’ di Renzi, Fassino, e i capigruppo di Camera e Senato Marcon e Guerra (Mdp e SI) proprio nel giorno in cui Pd e Mdp-Si se le danno di santa ragione, alla Camera, su una mozione sull’articolo 18 – quello che tutti, in realtà, sapevano, ma non era ufficiale. Sarà dunque Grasso il leader della nuova lista elettorale di ‘Sinistra’ che nascerà il 3 dicembre a Roma. Una “Grande Assemblea Popolare e Democratica”, la chiamano gli organizzatori si terrà in un “luogo grande, enorme, alle porte di Roma”, per fondere i tre partiti, o sigle, esistenti (Mdp-SI-Possibile), qualche ex cattolico di sinistra del Pd (Rosy Bindi e Giorgio Merlo) e qualche ex dc d’antan (Enzo Carra e, forse, Marco Follini). Ma ‘La Sinistra’, nome finale su cui molti ancora scommettono, specie dentro SI e Mdp, su richiesta di Grasso forse non si chiamerà così, bensì “Libertà e Uguaglianza”. Perché, dicono i promotori, un po’ tristi, “il Presidente non vuole richiami espliciti alla tradizione del Pci-Pds-Ds”. “Ma solo così – assicurano – riusciremo a parlare alla società civile e intercetteremo il voto non solo del Pd, ma pure dei 5Stelle. Puntiamo al 10%”, continuano fieri, ma c’è chi dice “mi accontento del 6%…”. Bei propositi, ma tutti da verificare. Diversi sondaggi li vedono inchiodati al -5-5.5%, il che vorrebbe dire 28 deputati e 17 senatori, come hanno fatto di conto nel Pd, sperando che la profezia si avveri. Anche sul simbolo è tutto ancora in alto mare. C’è chi dice che ci sarà, anche lì, il nome di Grasso, chi dice di no e chi assicura che “ci sarà tanto rosso, ma più stile bandiere Cgil (con cui Mdp fila d’amore e d’accordo, ndr) che del Pci”. Del resto, per Mdp, che parteciperà allo sciopero della Cgil sulle pensioni del 2 dicembre sventolando le rosse bandiere, la mission è la stessa di Camusso: bastonare il Pd di Renzi. Lo dimostra lo scontro alla Camera sulla mozione intorno all’art. 18 che non va in Aula e ritorna in commissione per un pugno di voti (26) e nonostante M5S e centrodestra la votino. E le parole di Bersani a fine serata a un convegno: “Il rinvio in commissione alla Camera della nostra proposta sull’art. 18 è la pietra tombale sul dialogo con il Pd”.
Grasso, però, nel frattempo, è ancora presidente del Senato. Il suo portavoce, perciò, smentisce tutto, persino Marcon prova a fare marcia indietro, ma la frittata è fatta: il re è lui. Grasso, in realtà, si è dato una dead line: l’approvazione della manovra economica al Senato. Si concluderà entro il I dicembre e, da quel giorno, spiegano i suoi, “si sentirà un uomo libero di dire ciò che pensa e fare ciò che vuole”. Ma il rischio dell’ingorgo istituzionale è molto alto anche perché Boldrini, a sua volta, starebbe anche lei per trarre il dado e candidarsi ‘a sinistra’ il che farebbe storcere molto più del naso a Mattarella che già non ha visto di buon occhio la ‘discesa in campo’ di Grasso (il presidente del Senato sostituisce il Capo dello Stato ogni volta che questi è all’estero) e che, di fronte all’impegno politico, a Camere ancora aperte e funzionanti, di entrambi i suoi Presidenti avrebbe espresso ‘riserve’. 
E il – finto – dialogo tra Pd e sinistra radicale, invece, com’è andato? La fine era nota: gelo durante l’incontro tra Fassino e i capigruppo, insulti fuori. Fassino, già irritato per essere stato ricevuto solo dai Carneadi Guerra (Mdp Senato) e, appunto, Marcon (SI, Camera), sospira: “Ci dispiace per loro, andremo avanti con altre forze di sinistra”. Trattasi di Pisapia che Fassino vedrà stamane via una delegazione dei suoi (Tabacci, Ferrara, Manconi) per stringere un’alleanza ormai nei fatti. La lista Pisapia alle elezioni ci sarà, sarà alleata del Pd, punta a prendere il 3%, si vedrà se in bicicletta coi Radicali o no, ma data l’aria che tira meglio essere previdenti. I colonnelli di Pisapia hanno già fatto avere al Pd la richiesta: “20/25 collegi sicuri”. La Sinistra-Sinistra, invece, all’uscita gliene dice di ogni, al Pd: “E’ troppo tardi per un’alleanza, siamo incompatibili”. 
NB: Questo articolo è stato pubblicato su Quotidiano Nazionale il 23 dicembre 2017
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2. Renzi vola a trovare Macron e ‘sogna’ un partito transnazionale europeo ma i guai stanno di casa tutti in Italia e sono quelli del centrosinistra.

 

immagine voto europeo generico

Un immagine tutta ‘positiva’ del voto europeo (elezioni 2014)

Ettore Maria Colombo – ROMA

E’ stata una giornata intesa, ieri, per Matteo Renzi. Di buon mattino, l’ex premier vola a Parigi per vedere il presidente francese, Emanuel Macron: ricevuto all’Eliseo con tutti gli onori, accompagnato da Sandro Gozi, sottosegretario agli Affari europei. Renzi ha con Macron diverse passioni in comune (tipo il tennis), ma è andato in trasferta per altro. Infatti, il leader dem e quello del movimento “En Marche!” che lo ha aiutato a vincere a mani basse le elezioni presidenziali francesi, mettono in subbuglio, in poche ore, quel che resta del Pse. Renzi e Macron fanno un annuncio forte: far compiere un “percorso comune” per la creazione di “liste transnazionali” in vista delle “elezioni europee del 2019”. Agli altri partiti ‘socialisti’ – che fanno parte del Pse come pure, peraltro, molti di loro, dell’Internazionale socialista, – Spd in testa, con tutti i guai che ha in Germania, viene lo stranguglione. Gozi, non contento, ci mette il carico da 11: “La Brexit libererà 73 seggi all’Europarlamento – spiega all’Huffington Post –dobbiamo creare liste transnazionali per forgiare veri partiti europei”. Apriti cielo. L’italiano Gianni Pittella, che del gruppo del Pse è il presidente, è contrarissimo. Si attacca al telefono, chiama Renzi, che lo rassicura – o finge di farlo – e dice che “Il Pd non va da nessuna parte, è e resta uno dei pilastri fondamentali del Pse”. Gozi prima prova a frenare (“La scelta di Renzi è di riformare il Pse”), ma la frittata è fatta, e da lui stesso confermata: “Le famiglie europee attuali, dal Pse al Ppe, sono solo un insieme disomogeneo di partiti nazionali”. Amen. Certo, Renzi e Macron parlano “di come rilanciare l’Europa, della crisi in Germania” e molto altro.
Renzi però, poi torna a Roma e si infila negli studi di Porta a Porta. Cavalleresco con il Cavaliere (“Spero che Berlusconi sia in campo e che gli permettano di candidarsi”), che sfida anche a duello rusticano (“Si candidi contro di me nel collegio”), durissimo contro Di Maio (“Contro il capo del partito ‘No Vax’ candideremo il giovane scienziato”, che poi è l’immunologo Burioni), Renzi si dice ottimista sulle percentuali del Pd, giura che “il Rosatellum non sarà un boomerang” (falso) e prova a calmare così i desiderata di chi, anche adesso, dentro il Pd lo vorrebbe ‘commissariare’. Poi ribadisce di esser disposto a rinunciare al ruolo di candidato premier del centrosinistra: “Il sarò quello del Pd, poi il presidente del Consiglio lo sceglierà Mattarella”. Per quanto riguarda il – teorico – dialogo con Mdp e SI, Renzi si fa caustico: “Alla nostra sinistra ci sono 29 sigle, con qualcuna dialogheremo… Non coltivo rancori personali – assicura – ma non sono ottimista. Nonostante il generoso tentativo di ricucitura di Prodi e Fassino, molto più bravo di me a rimettere insieme i cocci, le nozze si fanno in due”. Che è come dire: non è un problema mio…
Nozze a sinistra che ‘non s’hanno da fare’ perché nessuno le vuole. Intanto, però, in Transatlantico si inseguono ridda di voci. C’è chi dice che “Mdp è pronta a fare un accordo tecnico col Pd nei collegi, solo Renzi e D’Alema si oppongono” (falso, oltre che impossibile dal punto di vista tecnico: le coalizioni devono essere nazionali). E chi dice che “Grasso e Boldrini ci stanno ripensando: non vogliono più andare dentro la ‘Cosa Rossa’!” (falso: ci saranno, e tutti e due). La sola cosa vera è che il Pd è entrato in pressingasfissiante su Pisapia e Bonino: “Se date vita e corpo a una lista, dovete candidarvi, metterci la faccia”, la perentoria richiesta dem. Bonino ci rifletterà su, ma Pisapia no: ha già detto che non si candida e così sarà. I suoi, invece, si chiedono disperati: “Con chi mi conviene candidarmi per tornare qua?”. Ma pure nel Pd i big avranno vita dura: dovranno candidarsi nei collegi e portare voti, pur se col ‘paracadute’ dei vari listini.
NB: L’articolo è pubblicato mercoledì 24 novembre 2017 sul Quotidiano Nazionale
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Nasce La Sinistra: odiano Renzi, rifiutano la mediazione di Prodi, sfottono Pisapia. E, intanto, si dividono su liste e alleanze…

Bersani

L’ex segretario del Pd, Pier Luigi Bersani

 

NB: Questo articolo è stato pubblicato su Quotidiano Nazionale del 20 novembre 2017 a pag. 8 ma è stato modificato e ampliato per il mio blog nella parte in corsivo.

Ettore Maria Colombo  – ROMA

STA PER nascere «La Sinistra». Nome alternativo «Libertà e uguaglianza», che piace di più al presidente del Senato, Pietro Grasso, che ne sarà il front runner. In realtà, i suoi continuano a ripetere che «a chiunque lo chiami il presidente risponde che lui non parla a titolo di nessuno. Dicembre è ancora lontano…». Non che Grasso – come anche Laura Boldrini, che pure lì dentro finirà – stia per tornare sui loro passi. Ma, forse, entrambi iniziano a riflettere sul rischio, con Prodi e lo spirito «ulivista» nel campo del Pd, di finire in una «ridotta» di reduci del Pci-Pds-Ds-Pd (più quelli di Prc-Sel-SI, peraltro, si capisce). E non sarà certo l’appello che lancia Speranza al “mondo cattolico” a riuscire a far breccia negli ulivisti. O un altro rischio, ben più temibile: fare da pura foglia di fico ai desiderata altrui. Inoltre, il «soggetto unitario» della Sinistra («Più di una lista elettorale e meno di un partito»: così lo definiscono i suoi spin doctor) si limiterà, fino al voto, a dar vita solo a una lista elettorale «unitaria» di tre sigle esistenti (Mdp, SI, Possibile). Insomma, per ora siamo all’accrocchio elettorale. E già si iniziano a percepire le tensioni interne.

IL TASTO dolente è, come in ogni partito, la composizione delle liste, ma per La Sinistra c’è un problema in più: definire gli eletti «sicuri». Vuol dire distribuire posti blindati nei listini bloccati, unico canale dove La Sinistra eleggerà perché, pur presentando propri candidati in ogni collegio uninominale, a nessuno di essi arriderà la vittoria: non riusciranno, cioè, a strappare alcun seggio e i futuri deputati e senatori de La Sinistra arriveranno, dunque, solo dal secondo canale, quello dei listini bloccati. Per capirsi: è lì che vanno candidati, oltre che nei collegi uninominali ma in questo caso come ‘bandiera’, i big dei tre movimenti: D’Alema, Bersani, Errani, Epifani, Speranza e giù giù pe’ li rami per quanto riguarda i ‘colonnelli’ (Scotto, Zoggia, Leva, Gotor, Fornaro, Simoni, D’Attorre, etc. etc. etc.), ma il ragionamento è identico per SI (Fratoianni, Vendola se mai volesse tornare, la De Petris, ma anche i vari Palazzolo, Farina e altri pronti a scendere in pista come Luca Casarini, indimenticato leader delle ‘tute bianche’ al G8 di Genova del 2001) e Possibile, dove oltre Civati e Pastorino diventeranno ‘eleggibili’ personalità di area come il professor Pertici. Poi c’è pure il ‘problema’ di alcuni ‘spin doctor delle tre sigle (Di Traglia e Geloni per Mdp, Fedeli per SI, l’ex franceschiniano Piero Martino) che potrebbero voler aspirare, anche loro, a un seggio. Inoltre, c’è il problema dei frontrunner: Grasso e Boldrini vanno candidati in listini bloccati molto ‘sicuri’: non possono certo correre il rischio di venire trombati.  Infine, c’è la ‘quota’ da garantire alla famigerata ‘società civile’, quella che – secondo un D’Alema d’antan – “Semplicemente non esiste”: un paio di posti ai leader del cd. ‘Brancaccio’ alias Alleanza Popolare e Progressista, Tomaso Montanari e Anna Falcone, se ci ripenseranno (avevano detto che non si  candidavano perché il percorso non era “largo e partecipato”, ora pare che stiano cambiando idea…) più chi che la società civile la rappresenta davvero. Per non parlare di quel manipolo di deputati e senatori di Campo progressista che non ne vogliono sapere di andar dietro a Pisapia e allearsi col Pd, vogliosi di restare a sinistra. A far di conto, si tratta – a spanne – di almeno 70/80 deputati (oggi sono 43 quelli di Mdp e 17 quelli di SI, compresi i civatiani) e di 30/40 senatori (oggi sono 16 quelli di Mdp e 7 di SI). Decisamente troppi per le ambizioni, pur alte, di un accrocchio elettorale che, se dovesse prendere la ragguardevole cifra del 4-5%, potrebbe ambire a 20/30 deputati e 15 senatori.   Poi, certo, la Divina Provvidenza ci può mettere una mano e Grasso candidato premier far sì che la Sinistra veleggi a cifra doppia, diciamo intorno all’8-10%, ma oggi chi può dirlo? In ogni caso, le quote che spettano a ognuna delle tre sigle dovrebbero essere ripartite così: 40% a Mdp, 40% a SI e 20% a Civati più «società civile». Solo che Mdp vuole più spazio, «la società civile» e SI non mollano, volendo tenere i propri, e la trattativa è appena iniziata… (segnalo di aver ricevuto un cortese SMS di Roberto Speranza che nega in toto il fatto che i tre soggetti decideranno i posti in lista in base a quote prestabilite, ma che lo faranno “seguendo un percorso democratico e partecipato”: prendo atto). 

Ieri, in ogni caso, i tre soggetti hanno tenuto le loro assemblee «di partito» cui seguirà quella nazionale. Il percorso, come nella migliore tradizione bolscevica, è rovesciato: prima l’assemblea nazionale, poi le assemblee provinciali, da queste vengono tratti 1500 delegati che, in totale, comporranno la platea dell’Assemblea del 3 dicembre, fatti salvi un duecento circa di posti già assegnati a parlamentari uscenti e dirigenti di primo piano che ne saranno membri ‘di diritto’. Le tre assemblee si sono tenute in modo rigidamente separato. Mdp si è radunata al centro congresso Alibert, in pieno centro; SI, più proletaria di natura, in periferia. E Civati, che è il nanetto dei tre, ha fatto tutto on-line. I tre segretari, noti come «I tre tenori» – Speranza (Mdp), Fratoianni (SI) e Civati – hanno tenuto le loro relazioni con piglio deciso e toni aulici, ma contano fino a un certo punto.
Dietro le quinte ci sono – e restano anche per il futuro – due ex big del Pd, Pier Luigi Bersani e Massimo D’Alema, e un ex big di Prc e Sel, Nichi Vendola. Bersani finge di rimandare a «dopo il voto» una possibile alleanza con il Pd, ma in realtà vorrebbe aprire ai 5Stelle, se vinceranno, una sorta di replica del suo sfortunato tentativo del 2013. D’Alema, oltre a «uccidere» – politcamente, si capisce e si spera – Renzi, si vuol tenere le «mani libere» per contare in un futuro governissimo, magari a guida mario Draghi. Vendola, come Nicola Fratoianni e Civati, vuole invece fare l’opposizione dura e pura.

Certo, l’odio verso Renzi li unisce tutti, ma questo ora si è aggiunto il fiele verso Romano Prodi che ha osato provare a ricucire i rapporti tra Pisapia e Pd. «La sirena di Prodi non incanta più nessuno» dicono, sprezzanti, dentro Mdp. E Nichi Vendola, su Twitter, scrive acido che «Prodi torna come in una seduta spiritica ma quel mondo è finito», allusione di cattivo gusto a una seduta spiritica avvenuta durante il rapimento Moro dove Prodi era presente. Poi c’è il disprezzo e lo sfottò a Pisapia: «È lui che ha cambiato idea, non noi» dice Speranza. Oggi è un «venduto», ma fino al giorno prima, però, Mdp lo corteggiava come una principessa bizzosa presso cui il corteggiatore .non trova ‘speranza’ ma porta doni. In ogni caso, il «tutti contro Renzi» sembra una vera ossessione. Si va da «Renzi è il passato» di Roberto Speranza allo «Sbattiamogli la porta in faccia!» di Nicola Fratoianni fino al puro manifesto dadaista di Arturo Scotto: «Renzi è come Tavecchio».
I problemi, in vista della «Grande Assemblea Popolare» del 3 dicembre, sono due. Il primo è che, al netto di qualche sparuto dissidente, il «vogliamo parlare al mondo cattolico» di Speranza è un’utopia: Mdp si è già schiacciata su SI e Civati, Prodi e gli ulivisti stanno col Pd. Il secondo è che, a sinistra, c’è concorrenza: il Prc del combattivo Maurizio Acerbo, la ‘Mossa del Cavallo’ di Ingroia e Giulietto Chiesa il Pc di Marco Rizzo. Qualcosina, pure loro, presentando ognuno la sua lista, a La Sinistra rosicchieranno.

Le fatiche di Piero (Fassino) l’esploratore: Pisapia c’è, Prodi farà da “garante”, ma dalla Sinistra radicale il ‘niet’ è assoluto

  1. Patto Pisapia-Pd, Prodi garante. Il Prof chiama Renzi e spinge i contraenti all’intesa. 
Prodi 1

L’ex premier e fondatore dell’Ulivo Romano Prodi

Ettore Maria Colombo  – ROMA

IL CENTRO della sostanziale unità ritrovata tra il Pd di Matteo Renzi (con ‘l’esploratore’ Piero Fassino) e il resto del centrosinistra (con il ‘leader riluttante’ Giuliano Pisapia) si chiama Romano Prodi. Ieri Prodi si è sentito direttamente anche con Renzi in un «lungo e cordiale colloquio», recita la nota del suo ufficio stampa (suo nel senso del Prof). Il leader dem preferiva “tenerla bassa” e non far sapere nulla, per ora. Poi, in serata, nella Enews, esulta: «La coalizione di centrosinistra cui stiamo lavorando dovrà garantire eguale dignità a tutti i componenti. Penso che avremo una coalizione di qualità e competitiva».
La nota di Prodi, invece, specifica che «non vi sarà alcuna lista intestata a lui o all’Ulivo» e che il Prof vuole «tenere unito e allargare un campo largo di centrosinistra». Ma è stato Prodi a telefonare a Pisapia («Giuliano, fidati») e a incitare Fassino («Piero, insisti»). E sarà lui il garante della coalizione: un centrosinistra formato bonsai, ma «unito», come voleva lui, e in grado di richiamare l’Ulivo. Ieri mattina l’incontro decisivo.

IL PLENIPOTENZIARIO di Renzi, Piero Fassino, va a Milano a incontrare Pisapia, che si presenta accompagnato o, meglio, «guardato a vista» dai compagni di cordata Bruno Tabacci («è il solo, tra noi, che capisce di collegi per i posti in lista che ci spettano», dicono i pisapiani) mentre a dar man forte a Fassina c’è il vicesegretario Pd, Martina.
Tutto bene dunque? Abbastanza. Pisapia – che rivelerà, poi, regolarmente autorizzato dal Prof, la telefonata di Prodi («avanti così, Giuliano!») e che, alla convention che incorona Giorgio Gori candidato governatore del centrosinistra in Lombardia, annuncia il lieto evento – pone due condizioni. Una, appunto, è politica. «Prodi deve essere il garante della coalizione», chiede Pisapia: «Vuol dire che deve stare «un passo davanti noi tutti, Renzi compreso». Martina e Fassino si guardano negli occhi e deglutiscono: far accettare a Renzi una condizione non di Imperatore, ma di ‘semplice’ generale dell’Armata del centrosinistra, non sarà facile, ma tant’è: la ‘cosa’, cioè la pretesa, non è trattabile. E solo così può tornare, tra gli elettori che ancora coltivano la nostalgia canaglia dei tempi dei governi dell’Ulivo (furono due: il primo, 1996-’98, cadde per colpa di Bertinotti; il secondo, dell’Unione, 2006-2008, cadde per colpa di Mastella, morale: 4 anni in tutto).

La seconda condizione, sgomberato dal campo l’equivoco primarie di coalizione pure avanzato («non c’è tempo: si vota il 4 marzo e le liste vanno consegnate il 3 febbraio», riconoscono i suoi di fronte ad alcune “fughe in avanti” di pisapiani troppo ‘ortodossi’), è invece trattabile. Lo Ius soli e il biotestamento scompaiono, come per magia, dal tavolo. Restano, però, per Pisapia, alcuni interventi di natura economica da fare “subito” e da mette dentro la Legge di Stabilità in corso di esame al Senato. Si tratta di tre punti: abolire il superticket (Padoan dirà che non ci sono i soldi, ma tant’è), di sgravi per chi assume contratti a tempo indeterminato e di far pagare di più il tempo determinato. Il Pd l’impegno lo prende, ma «prima di dare moneta, vogliamo vedere cammello», dicono gli uomini del leader Cp, che parlano di «pre-accordo tra gentiluomini ma da verificare».

INSOMMA, è fatta. Resta solo da capire se la presidente della Camera, Laura Boldrini, se ne andrà con Mdp e Sinistra italiana con un manipolo di ‘pisapiani’ più radical che chic. Certo, sarà il Pd a dover garantire i famosi “collegi sicuri” a Pisapia (Tabacci ne vuole dieci solo per i suoi) come al resto dei partiti che formeranno la coalizione. La quale avrà, “come in una squadra di calcio forte e competitiva che può ambire a vincere il Campionato” – sostengono, senza un filo di ironia, al Nazareno – «un attacco a tre punte». Quello cui hanno lavorato, con successo, Fassino sul fronte sinistro e Guerini sul lato centrista. Al centro, ne ruolo di ‘tornante’ ci sarà una lista di moderati formata dalla triade Lorenzin-Casini-Dellai con la Lorenzin frontwoman («è giovane, bella e non sciupata dagli scandali», pare, o almeno così dicono al Nazareno) mentre Alfano, pur presente in lista, resterà ben più «defilato». In pratica, non dovrebbe candidarsi.
Poi, sull’ala sinistra ci sarà una lista di sinistra, di ispirazione «ulivista» che vedrà nella coppia Pisapia-Bonino i frontrunner e, dentro, i vari «nanetti» (Psi, Verdi, Idv), che servono solo a fare numero. E, ovviamente, al centro, come attaccante di sfondamento, la lista del Pd. Quella che, appunto, dovrà far goal. Sperando non finisca come Italia-Svezia.


2. Le fatiche di Piero: l’accordo con Pisapia è a un passo, Prodi lo incita, il resto della Sinistra gli sbatte la porta in faccia ed è pronta a schierare Grasso e Boldrini.

MATTEO RENZI   E   GIULIANO PISAPIA

Matteo Renzi e Giuliano Pisapia

Ettore Maria Colombo – ROMA
Piero Fassino, l’esploratore che Matteo Renzi ha spedito in terra incognita, la Sinistra, per cercare gli alleati del Pd alle Politiche, sta per riportare a casa un mezzo successo. Oggi, a Milano, vedrà l’ex sindaco della città, Giuliano Pisapia, leader di Campo progressista da cui fonti ben informate dicono: “Se il Pd apre su due, tre punti di programma, l’accordo è fatto”. Insomma, come Romano Prodi non si stanca di ripetere – e ieri lo ha detto e ridetto anche a Fassino – “Mai arrendersi. La strada dell’unità è quella che stai facendo tu, Piero. Bisogna provarci”. E la ‘mossa di Prodi’, ieri sera a Bologna con Orlando per un convegno sulle ‘migrazioni’ dove non  s’è parlato di Politica, è stata decisiva. Del resto, si sa: il Professore muove i cuori e li scalda, a sinistra. Non a caso, Pisapia domenica andrà a Bologna per un incontro di ‘superprodiani’ (Monaco, Santagata, Zampa) che vogliono stare con il Pd e vi parteciperà insieme alla Bonino.
Ma quali i punti del possibile accordo Pd-Cp? “Giuliano – spiega chi lo conosce – è come San Tommaso: vuole chiarezza e impegni sulle cose da fare oggi, non su quelle di domani”. Il catalogo è questo: il superticket, presente nella Legge di Stabilità, da abolire; qualche altra mossa da approvare in tema lavoro, ius soli e biotestamento, da fare.
Fosse facile. Il superticket si può abolire (ma convincere Padoan a farlo non sarà semplice). Lo ius soli può avere chanche di passare solo se il governo mettesse la fiducia, ma una tale mossa farebbe andare su tutte le furie Ap. Un osso duro cui invece si sta dedicando, sempre nell’ambito delle trattative per un’alleanza ‘larga’ di centrosinistra, Lorenzo Guerini, coordinatore della segreteria dem che, a differenza di Fassino, coltiva la sapienzale e cristiana virtù della pazienza oltre ogni limite. Guerini ci tiene molto a tenerli dentro, gli alfaniani, perché “loro c’hanno i voti” mentre gli altri centristi (Dellai, D’Alia, Casini, Olivero) “ne hanno assai pochi” dicono, preoccupati, i renziani del Nazareno (“Le liste alleate al Pd? Ad oggi valgono l’1% e vogliamo essere ottimisti…”).
Inoltre, spiegano da palazzo Chigi, “dopo la manovra, mezza Ala e Ap non ci voterà più nulla, fiducia o meno, perché scatterà il loro tana libera tutti verso… Berlusconi”.
Infine, nel pomeriggio, esce, da Campo progressista, una nota di Alessandro Capelli, che mette tanti, troppi, paletti: dice no ad alleanze con Alfano e sì a primarie di coalizione. Ma, alla fine, Pisapia oggi vedrà Fassino e poi si presenterà alla convention del centrosinistra regionale (orbo, allo stato, di Mdp) per lanciare la candidatura di Giorgio Gori a governatore della Lombardia e al teatro Verdi di Milano l’ex sindaco darà il lieto annuncio: l’accordo col Pd c’è.
Tutto bene, dunque? Mica tanto. Innanzitutto, Cp è spaccata tra Tabacci e ‘tabaccini’ (Centro democratico), favorevoli all’accordo con il Pd, e un pezzo dei ‘pisapiani’ contrari: gravitano già nell’orbita della presidente della Camera, Laura Boldrini che ha rotto con il Pd e ha deciso di voler fare ‘la numero 2’ di Mdp. Accetterà una posizione di rincalzo, cioè, dopo il presidente del Senato, Pietro Grasso, che della Trimurti della Sinistra sarà il vero front runner. I demoprogressisti hanno, ormai, verso Grasso, un atteggiamento di venerazione fideistica: dicono che “è più amato di Renzi e ci porta il 5% dei voti”. Sarà. In ogni caso, la Sinistra a sinistra del Pd – che a Fassino rifiuta, da giorni, anche uno straccio d’incontro – aspetta solo di dirgli ‘no’. Ieri, per poter partecipare allo sciopero proclamato dalla Cgil sulle pensioni, sta decidendo di spostare la data della mega assemblea che incoronerà Grasso dal 2 al 3 dicembre. Chiude la partita, con toni da Torquemada laico, Nicola Fratoianni: “Un accordo con il Pd è una cosa nemmeno pronunciabile”. Almeno per loro, con Fassino è un adieu.
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NB: I due articoli sono stati pubblicati il 18 e il 19 novembre 2017 rispettivamente a pagina 8 e 10 del Quotidiano Nazionale
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