“Liberi e Uguali” nasce con Grasso alla guida. Il presidente del Senato infiamma la platea, ma i problemi non mancano. Cronaca della giornata e un po’ di ‘colore’

  1. “Io ci sono!”.  Grasso conquista la platea dei delegati della nuova ‘Cosa Rossa’.
Guttuso

I funerali di Togliatti, quadro di Renato Guttuso

<Io ci sono! Io ci sono! Io ci sono!». E’ nato un nuovo leader, nel parco della Sinistra radicale e post-comunista italiana, pur senza averne le stimmate (del glorioso passato). Si chiama Pietro, detto ‘Piero’, Grasso. L’ex pm e poi procuratore capo di Palermo, poi ancora a capo della Procura nazionale Antimafia, amico personale di Falcone e Borsellino, venne candidato ed eletto dal Pd a guida Bersani nel 2012 e poi è diventato presidente del Senato, ieri ha dimostrato la stoffa – non scontata – dell’oratore politico. Specie quando ha attaccato, senza nominarlo, il Pd: «Mi hanno offerto d tutto», ha ricordato sprezzante, «dai seggi sicuri alla possibilità di fare la riserva della Repubblica» (il che vuol dire, tradotto, di fare il presidente della Repubblica nel post-Mattarella: sei anni, però, troppi). E già lì parte la prima standing ovation di una platea che il Pd lo odia e che, sostanzialmente, punta a far perdere le elezioni a Renzi e ai suoi oltre che aspirare – legittimamente – a rientrare in Parlamento con percentuali variabili tra il 6% e il 10% (molto dipenderà, appunto, da quanto porterà con sé in dote proprio la figura di Grasso).
Il discorso di Grasso arriva a conclusione di una decina di interventi di esponenti di «mondi» della «società civile»: applauditissimo il medico di Lampedusa, Bartolo, protagonista di Fuocoammare di Rosi (niente parentele con Francesco), pluri-premiato.
Alternati a loro parlano i «Tre Tenori» Civati-Fratoianni-Speranza. A differenza dei big (Bersani, D’Alema, Bassolino, Epifani, Errani, Rossi, Vendola) – cui tocca confondersi nelle seconde e terze file per evitare la sensazione di sinistra deja–vù – i tre sono quarantenni di belle speranze, e non solo chi, di loro, è Speranza. Anche loro infiammano la platea. Pippo Civati prima si perde nei ricordi familiari («Papà votava La Malfa»), poi, da birichino, sfotte Pisapia («Ma dove Campo vai con Alfano?!»). La sala vibra molto per Fratoianni, ex ‘bello’ di Rifondazione, che tuona contro «la schiavitù del lavoro, l’oppressione del Capitale, il liberismo di Trump e della May», ma anche contro «i nuovi neofascisti». Successo pieno pure per Speranza, che tiene forse il discorso più bello e più appassionato prima di Grasso: invoca una «Nuova Sinistra Mondiale», una sorta di neo-Internazionale, sulle orme di Bernie Sanders e Corbyn (però non cita Tsipras), mette «il lavoro» al centro della «lotta della sinistra» di cui stila un dettagliato programma, art. 18 in testa. La leader della Cgil, Susanna Camusso, è in prima fila ad applaudire e, forse, pure a candidarsi alle Politiche nelle file di Mdp (ma il suo portavoce smentisce secco).
Infine, tocca a Grasso. Infiamma e conquista la platea. Si emoziona, ma non perde il filo. Racconta prima la sua storia di pm in prima fila nella lotta alla mafia. Delinea poi un programma di sinistra radicale nei temi ma «moderata» nei toni, che «rifiuta i tatticismi», ma che farà «proposte serie e credibili». Urla «ora tocca a noi!» ma invoca una leadership collettiva. Rifiuta la logica del ‘voto utile’, ma sa che non sarà né per lui né per la nascente ‘Nuova Cosa Rossa’ una passeggiata di salute, la sfida nelle urne al Pd. Però, spiegano i suoi quando ha finito, «la eserciterà in modo fermo e severo, la sua leadership». Tradotto: vigilerà sui candidati per evitare «zone grigie, errori e malintesi». E – insistono sempre i suoi – invoca «porte aperte» a chi oggi non c’è: sinistra dem, cattolicesimo democratico, femminismo, ambientalismo. La presidente della Camera, Laura Boldrini, non c’è ancora, ma i suoi consiglieri sì, dal portavoce Roberto Natale al consigliere giuridico Carlo Leoni (ex Ds): sta per arrivare pure lei, nella neo-sinistra.
Alla fine, sorrisi e abbracci. I dirigenti della ex Sinistra Radicale brindano: «Abbiamo fatto Bingo», dice Paolo Cento: «lui è il nostro uomo in più, farà la differenza». Grasso commenta che «è stata una bellissima mattinata, ma c’è ancora tanta strada da fare».
In effetti, è vero: la strada ancora da fare, per la Nuova Sinistra Unita, è ancora tanta. I tre partiti fondatori (Mdp-SI-Possibile) hanno dato vita a una lista unica, ma non ancora a un partito unico e nessuno di loro può affermare, in sincerità, che nascerà davvero:le differenze, tra chi viene da Rifondazione poi Sel poi SI e chi dal Pd (gli ex dem di Mdp) sono tante, forse troppe. Le quote per le candidature sono state ripartite col bilancino (50% Mdp, 35% SI, 15% Possibile): sono stati votati, i delegati, in assemblee provinciali, ma non tutto è filato via liscio: SI e Possibile si sono ‘alleate’ e sottratto numeri a Mdp. Sgambetti tra compagni? Si vedrà più avanti, quando le liste verranno composte (se ne occupa Nico Stumpo, già uomo d’ordine di Bersani: nel 2013 fece ‘piangere’ molti sicuri presunti candidati nel Pd, ne farà piangere altrettanti ora, compagni o meno che siano). Inoltre, i posti richiesti da molti, big di Mdp in testa a tutti (Bersani, D’Alema, Errani, Epifani, Bassolino, Panzeri, etc.) sono tanti, forse troppi, e certezze non ve ne sono, di eleggibili: i calcoli più realistici parlano di una pattuglia di 25 deputati e 10 senatori. Infine, nome e simbolo ancora non ci sono. Il simbolo, forse con una rosa stilizzata nel mezzo, avrà due diciture: sopra, «Liberi ed Uguali» (ma l’associazione dei liberal del Pd «Libertà Eguale» preannuncia già ricorso in tribunale per plagio) e, sotto, «con Grasso».
«Con Grasso possiamo puntare al 10%», è la spavalda sfida di Massimo D’Alema che si candiderà al Senato in Puglia: in un collegio, ma pure in cinque listini bloccati. Sarà dura, infatti, strappare collegi uninominali a Pd, destre, M5S, ma i dirigenti della Sinistra-Sinistra ci credono: «A Piacenza, con Bersani, a Ravenna con Errani, in Toscana con Enrico Rossi possiamo fare molto male al Pd». Altri, ben più realistici, fanno di conto: «Ci basta prendere il 6%, vuol dire 25 deputati e 12 senatori. Così andiamo alle consultazioni da Mattarella e come premier il nome di Renzi non lo faremo mai. Altri nomi? D’Alema vorrebbe Draghi, Bersani vuole appoggiare dall’esterno un governo Di Maio. Vedremo».
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2. Il ‘colore’. Le spillette del Che (e Stalin) ci sono ancora, le bandiere rosse non più. 
speranza

Roberto Speranza

Ettore Maria Colombo – ROMA

Pala Atlantico, molto oltre l’Eur, grande sala per concerti: 1500 posti a sedere, agibilità per 2700 se una parte resta in piedi. Ce ne sono almeno altri 2500 fuori, di persone: «compagni e compagne» in carne e ossa, corpo e spirito, arrivati dalle lande più lontane.
Morale: un successo, almeno in termini numerici, incontestabile. Fila per entrare interminabile, infinita, ma la gente attende paziente. Pure alcuni giornalisti restano fuori per ore, ma non protestano come di solito sono abituati a fare. Del resto, tra i giornalisti, la Sinistra-Sinistra ‘tira’ assai. Presenta la giornata un collega, Luca Telese, anchorman de La 7, ex del Giornale, fondatore di Pubblico. Cattiverie e maldicenze fioccano solo per lui: «Ha scritto libri peggiori di Pansa per rivalutare i fascisti e ora chiama alla mobilitazione contro i neofascisti?! Lavorava per Berlusconi e ora torna di sinistra?! Maddai, Telese!!!».
Il servizio d’ordine è inflessibile: deve arrivare Pietro Grasso, e le camionette della Polizia sono così tante che sembra debbano respingere gli assalitori del G8 di Genova. E, guarda un po’, chi ti spunta? Luca Casarini, leader delle ‘Tute Bianche’: è un po’ ingrassato, ma si è sposato e con prole, ora veste elegante e vive a Palermo: da dirigente di SI (è, addirittura, il segretario regionale di Sinistra Italiana in terra di Sicilia) si candiderà pure lui, pare. La gente un po’ si arrabbia («Fanno entrare gli invitati e non i delegati!»), ma l’organizzazione regge. Tutto è nelle mani – nodose e nervose – di Nico Stumpo, storico uomo macchina di Pier Luigi Bersani: sarà lui, peraltro, a fare le liste.
Ma per ora non è tempo di argomenti così «volgari». Oggi c’è da festeggiare la nascita della Nuova Sinistra Unita. Il nome ci sarebbe già: bello, facile e comprensibile, «la Sinistra». Invece si chiamerà «Liberi ed (ma la ‘e’ eufonica ci sarà o no? Non si sa) Eguali» e, più sotto, «con Grasso». Epperò, guai a chiamarla «Cosa Rossa»: i giovani ed efficienti addetti stampa di Mdp-SI-Possibile (equamente distribuiti tra uomini e donne, peraltro tutti bravissimi, tosti, efficienti e assai ‘svelti’ sui new media) ti bacchettano  sulle dita.
Si alternano, rapidi e commoventi, l’operaio, la sindacalista, la ricercatrice, il cassintegrato, etc. Silenzio religioso per tutti, grandi applausi per «i Tre Tenori» Civati-Fratoianni-Speranza (ma solo per ‘Bob Hope’ è vera standing ovation pari solo a quella per Enrico Bartolo, il medico degli immigrati che li cura nella martoriata Lampedusa). Intanto, non sventola una bandiera rossa che sia una (ordine di scuderia: «compagni, non ci facciamo riconoscere!»). Poi la sala è scossa da un fremito: «Parola a Grasso!».
Lui si emoziona, la platea – che scatterà in piedi ad applaudirlo un’infinità di volte – pure. E il «colore» tipico delle liturgie comuniste? Scarsino. Bisogna uscire fuori, tra gli infreddoliti rimasti ad ascoltare dai maxi-schermi, per trovare il ‘solito’ – per queste occasioni della Sinistra – stand de il manifesto dove si vendono immaginette, spille e magneti di Che Guevara e Castro, Mao e Ho Chi Min, Lenin, Trotzskij e persino di Stalin.
E i big? Bersani è seduto parecchie file dietro, accanto al senatore Fornaro. Vendola si sbraccia già più file davanti. La deputata Simoni, cugina di Renzi, sfoggia una mise elegantissima e l’inseparabile Toscano. L’ex ‘re’ di Napoli, Bassolino, è intabarrato in una sciarpa azzurra. Infine, soprattutto, c’è D’Alema. Il guaio è che è il «solito» D’Alema. Ai giornalisti che gli si fanno sotto per strappargli dichiarazioni risponde con l’odio che nutre per ‘noi’: «Vi consiglierei di parlare con il dottor Bartolo (il medico di Lampedusa, ndr), gli chiederei come mai è qua. Sarebbe il vostro mestiere, ‘disciamo’. Ma a voi dove vi pigliano?». Ah, se non ci fosse lui, D’Alema, come sarebbe stata più ‘noiosa’ la giornata.
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NB: Gli articoli sono usciti il 4 dicembre alle pagine 4-5 del Quotidiano Nazionale.
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Elezioni presidenziali/7. Pertini o del ‘partito della fermezza’ (1978)

Continuiamo la serie di ritratti del clima e delle trattative all’atto delle elezioni presidenziali della storia repubblicana più che dei presidenti stessi. Dopo De Nicola (1946), Einaudi (1948), Gronchi (1955), Segni (1962), Saragat (1964) e Leone (1971), tocca al socialista antifascista Sandro Pertini (1978). Sarà lui a far sentire, per la prima volta, il Quirinale come ‘la casa’ di tutti gli italiani. 

Il quadro politico. L’avanzata del Pci e la tenuta della Dc bloccano il sistema. Il compromesso storico (1973-1976).

L’Italia del 1978 sembra molto simile a quella del 1971 e invece è cambiato tutto. E non solo perché sono intercorse ben due elezioni politiche anticipate, quelle del 1972 e quelle del 1976. Nelle seconde, peraltro, giunte a ruota della straordinaria avanzata del Pci e delle sinistre alle elezioni amministrative del 1975, il tema è quello del ‘sorpasso’ del Pci sulla Dc, tema inimmaginabile solo fino a qualche anno prima. Il Pci ferma la sua potente avanzata al 34,4% (aveva preso il 27,2% nel 1972). Risultato clamoroso ma che non basta ad arrivare davanti al 38,7% della Dc che, in nome del baluardo anticomunista, asciuga i partiti di destra (Pli al minimo storico, 1,9%, Msi al 6,1%, dopo il boom del 1972: 8,7%) e si conferma primo partito (aveva il 38,8% nel 1972). Le sinistre, però, per la prima volta nella storia repubblicana superano, complessivamente, il potenziale del 50,1% dei voti: al 34,4% del Pci va sommato al 9,6% al Psi, fermo al palo, il 3,4% al Psdi, in caduta libera, l’1,5% del cartello delle sinistre radicali raccolte sotto la sigla Dp (era l’1,9%, ma come Pdup, nel 1972). Eppure, il segretario del Pci, che dal 1972 è Enrico Berlinguer, va predicando tutt’altra linea: non un fronte unico, democratico e alternativo, delle sinistre che porti alla sostituzione della Dc al governo ma un compromesso con essa in nome dell’antifascismo delle comuni origini e della comune struttura di partiti che rappresentano le ‘masse popolari’. E’ la teoria del ‘compromesso storico’ lanciata alla fine del 1973 con una serie di articoli comparsi sul settimanale Rinascita e scaturiti dall’enorme impressione dei fatti del Cile (golpe del generale Pinochet contro il governo, democraticamente eletto, delle sinistre presieduto da Salvador Allende) come di quelli di Grecia (golpe dei colonnelli militari contro la democrazia nel 1974). Del resto, l’Italia è attraversata da una profonda crisi economica e sociale (schock petrolifero del 1973, alta inflazione, alto debito pubblico, scioperi a catena) e dal pericolo degli ‘oppositi estremismi’ che non si presentano, però, come temeva la Dc, sotto forma di partiti politici, ma di organizzazioni armate. Lo stragismo neofascista (piazza Fontana, 1982, piazza della Loggia, 1974) e il nascente terrorismo delle Brigate rosse (sequestro Sossi, prime gambizzazioni e uccisioni) fanno temere per la tenuta dello Stato e per la garanzia delle stesse libertà democratiche. Infine, arriva il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro (marzo-maggio 1978). Lo Stato vive il suo momento più drammatico e pericoloso. I governi, che dopo la legislatura 1972-’76 (governi di centrosinistra), erano già i governi di ‘non sfiducia’ o delle astensioni verso monocolori Dc (astensione del Pci, ed è la prima volta, ma anche di tutti gli altri partiti laici) diventano governi di ‘solidarietà nazionale’.

Aldo Moro in carcere in mano alle Brigate rosse.

Aldo Moro in carcere in mano alle Brigate rosse.

Il partito della fermezza e quello della trattativa. Il caso Moro (1978).

Quando Leone si dimette “lo Stato – scrive con la consueta verve iperbolica Giampaolo Pansa – era un baraccone fradicio, corroso dai vermi della P e devastato dagli squadroni della morte del terrorismo e della mafia”. La questione che ancora dilania e fa discutere tutti i partiti politici è quella della ‘fermezza’ o della ‘trattativa’ con i terroristi (Br in questo caso). Per salvare Moro bisognava ‘trattare’, come chiedevano non solo amici e familiari, ma anche il Vaticano (Paolo VI), intellettuali di vario genere e partiti come il Psi (soprattutto), già guidato dal giovane Bettino Craxi, ma anche il Pr di Marco Pannella e la sinistra extraparlamentare (Dp), accusata di ‘fiancheggiare’ i terroristi? Oppure bisognava dimostrare la mano ferma dello Stato ed evitare ogni cedimento, come proponevano il Pci di Berlinguer, tutti i sindacati, la Dc tutta (tranne pochissimi dirigenti), il Pri di La Malfa e importanti giornali e aree culturali come quella che nasceva intorno a Repubblica? Peraltro, fino a poche ore prima del suo sequestro (16 marzo 1978) il Moro che si stava recando alle Camere per presentare il suo nuovo governo era anche uno dei candidati più accreditati al Colle. I comunisti lo volevano lì come garante del patto di governo, i diccì anche per toglierselo di mezzo. E invece, mentre Moro viene rapito, nasce il IV governo Andreotti: ottiene la fiducia anche dal Pci,in quel drammatico pomeriggio del 16 marzo. Poi gli eventi si succedono rapidi e drammatici: il ritrovamento del corpo di Moro, ucciso dalle Br (9 maggio), le dimissioni di Leone (15 giugno), favorevole a una trattativa con le Br ma che si dimette con sei mesi di anticipato sulla scadenza naturale (dicembre) a causa della campagne giornalistiche contro di lui e della pressione delle sinistre che ne invocano da mesi le dimissioni, il referendum sulla legge Reale e il finanziamento pubblico dei partiti promosso dai radicali (voto l’11-12 giugno). Ed ecco che istituzioni già scosse e in agonia si trovano alle prese anche con le votazioni per il nuovo Capo dello Stato. Montecitorio, per la prima volta, è circodanta da carabinieri in assetto di guerra che imbracciano mitra e pistole come un fortino assediato o una fortezza inespugnabile. La paura del terrorismo si respira ancora.

Sandro Pertini presidente della Repubblica (1978-1985)

Sandro Pertini presidente della Repubblica (1978-1985)

Si comincia. La Malfa ci spera, ma Craxi tesse la sua tela.

Eppure, nota in quei giorni il giornalista liberale Enzo Bettiza, “la partitocrazia non s’è inceppata. C’erano due opzioni: far vincere un candidato socialista con i comunisti e contro la Dc oppure sorreggere Fanfani con la Dc e contro il Pci”. I candidati della Dc sono Andreotti, Gonella e Fanfani. Il Psi, in prima battuta, propone Giuliano Vassalli e Norberto Bobbio. Ma le previsioni sui candidati della vigilia si spengono subito. Il 29 giugno, quando vengono ‘spogliate’ le schede del I scrutinio, l’eterno candidato Fanfani non ottiene neppure un voto. I risultati dicono, invece, 392 voti per Guido Gonella (Dc, area destra), 339 per Giorgio Amendola (Pci), 88 per Nenni (Psi), 36 per il medico Luigi Condorelli (Msi), 20 per Parri (Pri), più un consistente gruzzolo di schede disperse (19), bianche (79) e nulle (19). Pertini si aggira in Transatlantico tirando gran colpi di pipa per dimostrare a tutti la sua vitalità mentre Ugo La Malfa, leader del piccolo Pri, crede che sia giunto il suo turno. Ma il problema è il Psi di Craxi: la nuova linea, autonomista rispetto al Pci, e liberale in economia, oltre che trattativista su Moro, è già stata premiata, in parte, dagli elettori e riscuote successo nell’opinione pubblica e sui giornali. Craxi vuole un socialista al Colle, solo che non ha ancora deciso quale e la sua antipatia per Pertini è nota. Ma non vuole cedere di un millimetro alla Dc e sa che, su un socialista, il Pci dovrà dire di sì. Come dirà in quei giorni: “Dopo Leone, la Dc deve passare la mano per i prossimi sette anni e noi poniamo la candidatura di un socialista al Quirinale”. I primi tre scrutini sono e restano di ‘riscaldamento’ e anche dal IV al XV scrutinio mentre Pci, Pli e Psdi continuano a votare i loro candidati di bandiera, i due partiti princiapli, Dc e Psi, si astengono o votano scheda bianca in attesa di un accordo da tessere dietro le quinte. accordo che, però, non matura.

Pertini finge disinteresse, ma non vede l’ora. Craxi finisce per subirlo.

I test da superare, per testare i vari candidati sono due: la politica di solidarietà nazionale e la lotta al terrorismo. Partiti, leader e correnti si modulano su due assi: il primo è fautore di entrambe (Pri di La Malfa, Pci di Berlinguer, segreteria Dc in mano a Benigno Zaccagnini), il secondo asse le contesta entrambe pur tra molti distinguo (Psi di Craxi e Signorile, Pli e Dc di Forlani). La Malfa e Zaccagnini sono i candidati naturali del primo schieramento, quello della fermezza e dell’accordo con il Pci, il socialista riformista Antonio Giolitti e il socialista autonomista Francesco De Martino, già segretario del Psi, quelle del secondo (trattativa e fine dei governi di solidarietà nazionale). Ma le candidature La Malfa e Giolitti si elidono subito x i veti incrociati e rispettivi di Pri e Psi. La Malfa, in particolare, trova il veto irriducibile di Psi e Psdi per il suo avallo all’accordo Dc-Pci. Craxi, fermamente ostile a La Malfa, dice non anche a Zaccagnini, che fa poco per autocandidarsi. Una cosa è certa: Craxi vuole il Colle. Come dirà a Zaccagnini: “O un socialista sale al Quirinale, o il Psi scende dal governo Andreotti” (quell’unità nazionale nato sulle ceneri del caso Moro). Il leader socialista prova a far convergere Dc e Pci su una rosa di candidati tutti dal nome illustre e tutti socialisti: si va da Giuliano Vassalli a Antonio Giolitti fino a Sandro Pertini, ma la Dc mette il veto su Giolitti e il Pci su Vassalli. Resta Pertini, ma è il nome più sgradito a Craxi: caratteraccio, su posizioni ‘autonomiste’ e ‘frontiste’ (con il Pci), coltiva rapporti personali con tutta la sinistra, compresa quella parlamentare, incita i giudici (allora i ‘pretori d’assalto’) ad “andare avanti”. Inoltre, è l’unico socialista che ha condannato con durezza la linea della trattativa sul caso Moro. Craxi prima lo tiene nella rosa dei suoi nomi e poi lo candida ufficialmente il 2 luglio pensando di bruciarlo. Lo presenta, infatti, come il candidato “di tutta la sinistra”. Ma Pertini non ci sta: “Non voglio essere il candidato solo di tutte le sinistre, fa sapere ai grandi elettori dc, ancora furibondo con Craxi, ma “di tutto l’arco costituzionale che rappresenta l’unità nazionale”. Una frase geniale. Infine, pesa su di lui la questione anagrafacia (ha 82 anni) e allora ecco che si fa vedere in Transatlantico vestito di chiaro ed entusiasta: ha una parola, un rimbrotto o un complimento, per tutti.

“Per la prima volta nella storia va al Quirinale un socialista” s’inorgoglisce Craxi. 

Craxi conta sulle riserve della Dc, ma sarà proprio la Dc ad appropriarsi della candidatura Pertini. Le perplessità in casa democristiana restano alte, ma prima Andreotti e Piccoli, poi lo stesso Zaccagnini convincono i grandi elettori, che votano a scrutinio palese su Pertini, a superarle. D’altra parte, nel Pci, dove Berlinguer diffida di Craxi, si preferisce un socialista il più possibile lontano dal segretario. La scelta decisiva, alla fine, è quella della Dc: l’idea è di puntare su un socialista autonomo da Psi e Pci. Non bisogna dimenticare, infine, il consumato mestiere dello stesso Pertini, regista abile quanto ansioso della propria candidatura. Dalla sua bella casa di piazza Navona, osserva, scrive e parla con tutti i suoi vecchi amici: Natta, Amendola, La Malfa. Prepara persino le valigie per le vacanze a Nizza, con tanto di biglietto aeeo già comprato, dove si trova la moglie e dove sa che non andrà mai. E così, dopo altri nove scrutini passati dal giorno in cui Craxi ha lanciato ufficialmente la candidatura di Pertini (2 luglio), per poi ritornare sui a lui più graditi Vassalli e Giolitti (osteggiato da Dc e Pri), l’8 luglio 1978 Pertini viene eletto presidente della Repubblica da quasi  l’intero arco costituzionale (cui fa eccezione, ovviamente, l’Msi). Craxi rivendica così il suo capolavoro tattico: “Dicevano che giocavamo a perdere. Invece giocavamo a vincere. E con Pertini abbiamo vinto. Oggi, per la prima volta nella storia, va al Quirinale un socialista”. Il discorso di Pertini è un abile frullato di antifascismo e culto della Resistenza, ricordo di Moro e fermo appello alla lotta al terrorismo, inni al ‘partito degli onesti’ e onore delle armi al discusso Leone.

Modalità di elezione di Pertini (8 luglio 1978, XVI scrutinio, 832 voti).

L’8 luglio 1978 Sandro Pertini viene eletto con 832 voti su 996 votanti, praticamente tutto l’arco costituzionale. E’ la percentuale piu’ alta mai raggiunta prima da un presidente della Repubblica. I Grandi elettori erano 1010, il quorum era fissato a 506 voti, la percentuale di elezione dice 82,3%. Il mandato di Pertini inizia il 29 luglio 1978 e termina con le sue dimissioni il 29 giugno 1985.

Pertini in montagna nella classica posa con pipa in mano.

Pertini in montagna nella classica posa con pipa in mano.

Il ‘presidente degli italiani’: la pipa, i Mondiali, le ire e le esternazioni.

“Chi si illude che io duri poco, se lo levi dalla testa. Mia madre morì a 90 anni, e solo perché cadde da una sedia. Mio fratello ha felicemente raggiunto quota 94…”. Queste la profetiche parole del neoeletto presidente. Pertini sale al Colle 81 anni e sembra solo un simpatico vegliardo già carico di onori che durerà poco. La sua carriera, invece, è appena cominciata. “Sono sicuro che, dei miei 832 elettori, almeno la metà si sono già pentiti” dirà già pochi mesi dopo: ha sicuramente ragione.

Alessandro detto ‘Sandro’ Pertini (Stella, Savona, 1896 – Roma, 1990), di umili origini, educato dai salesiani, combattente eroico nella Grande Guerra, socialista e antifascista da giovanissimo, esule in Francia con Turati, arrestato nel 1929 e in carcere con Gramsci, liberato nel 1943, capo della Resistenza nel senso tecnico del termine (era a capo del Cnlai, il comando politico dei partigiani), Pertini era considerato, in pratica già dagli anni ’50, un monumento della Resistenza, una ‘vecchia gloria’, oltre che un politico ‘frontista’, propugnatore dell’unità organica tra Psi e Pci (paradosso: nel 1948 è tenacemente contrario al Fronte popolare con il Pci, voluto da Nenni, che perderà le elezioni), buono solo per ricoprire cariche istituzionali, come la presidenza della Camera, che presiede dal 1968 al 1976. La presidenza Pertini, invece, sarà un vero terremoto: riavvicinerà i cittadini al Quirinale, dopo anni di scandali e di gaffes, le ‘esternazioni’ di Pertini saranno continue e su tutto, avrà conseguenze anche sul quadro politico con la nomina dei primi due governi non a guida dc della storia repubblicana (Spadolini, Pri, nel 1981 e Craxi, Psi, nel 1983), sarà semplice e popolare.

Sempre in compagnia della moglie, Carla Voltolina, se possibile più semplice e più schietta di lui, senza figli, Pertini è rimasto una stella fissa nell’immaginario popolare: l’immancabile pipa (che, peraltro, fumava pochissimo), gli studenti che vanno a trovarlo al Quirinale e lo circondano di affetto e risate, i suoi discorsi e anche le sue gaffes, i suoi scoppi d’ira. I segni della vittoria al Barnabeu, alla finale dei Mondiali contro la Germania, la partita a scopa con Zoff, Causio e Bearzot sull’aereo che riporta i campioni (1982), ma anche le sue durissime parole sui soccorsi latitanti nel terremoto dell’Irpinia (1981), contribuiscono a fare di ‘nonno Sandro’ e del Quirinale, per sette anni, una ‘casa aperta’ e ‘di vetro’ per gli italiani. Aiutato dai media e da diversi giornalisti e intellettuali che lo beatificano oltre i suoi meriti e ne fanno un ‘santino’, lacrime comprese, come quelle per Enrico Berlinguer, di cui riporta a Roma la salma “come un fratello”.

Egocentrico, collerico, fin troppo estroverso, confusionario e pasticcione sui più delicati dossier, i suoi messaggi di Capodanno agli italiani diventano proverbiali per le scudisciate che tira a tutti, partiti in testa, come quello di fine 1981, quando parla della scoperchiata loggia massonica P2. Difensore strenuo delle libertà parlamentari, soggiace anche lui alle leggi della politica: subisce il primo scioglimento anticipato delle Camere della sua presidenza nel 1979, lo ripete nel 1982. Amato dai giornali, vessa giornalisti e addetti stampa: epico e burrascoso il licenziamento del suo portavoce, Antonio Ghirelli, nel 1980 o le sue sfuriate con i collaboratori che se ne devono sempre addossare le colpe e le plateali gaffes: “Parlo con chi voglio, di cosa voglia, quante volte voglio!”.
Pochi ricordano che Pertini non attese la fine del suo mandato e l’elezione del suo successore, ma si dimise di suo pugno, con breve anticipo, il 29 giugno 1985. Anche lui voleva essere rieletto.

NB. Questo articolo è stato pubblicato sul blog ‘I giardinetti di Montecitorio’ nella sezione blogger del Quotidiano nazionale (http://www.quotidiano.net)

Elezioni presidenziali/4. Segni o del centrosinistra al ‘rumor di sciabole’ (1962)

Continua la serie sulle modalità di elezione dei diversi presidenti della Repubblica Italiana. Dopo De Nicola (1946), Einaudi (1948) e Gronchi (1955), è la volta di un democristiano conservatore, Antonio Segni (1962), che si dimetterà ben presto per un malore (1964).

Nasce il primo centrosinistra, ma è molto fragile (1962).

Il 1962 si apre con la nascita del primo ‘vero’ governo di centro-sinistra, il IV guidato da Amintore Fanfani, che pure aveva perduto la guida della DC nel 1958. Formalmente, è un governo Dc-Psdi-Pri, ma vede, per la prima volta,l’astensione del Psi: durerà un anno. Fanfani, nel discorso programmatico d’insediamento, presenta un vasto piano di riforme e il ministro Ugo La Malfa, leader del Pri, vara la famosa ‘Nota di varazione del bilancio’ che segna l’avvento della programmazione statale in economia. Il centrosinistra suscita una vasta eco e un vasto dibattito, nel Paese. Molte sono le forze che lo avversano: non solo i settori moderati interni alla DC che fanno di tutto per bloccarlo e svuotarne le riforme promesse, ma anche Confindustria, il Vaticano, la Nato. Solo dopo le elezioni politiche del 1963 nasceranno i primi veri governi organici di centrosinistra (con dentro il PSI), guidati da Aldo Moro. A ‘frenarli’ sarà, tra gli altri soggetti e forse non a caso, il generale De Lorenzo e il suo ‘rumor di sciabole’, e cioè un tentato golpe scoperto molti anni dopo.

il Ptesidente della Repubblica Segni (1962) riceve il presidente Usa Kennedy

il Ptesidente della Repubblica Segni (1962) riceve il presidente Usa Kennedy

Moro prepara per tempo la candidatura Segni e apre ai dorotei.

E’ in questo quadro che, nell’aprile 1962, appena tre mesi dopo la nascita del I governo di centrosinistra, il candidato ufficiale della dc diventa un democristiano conservatore e di destra, Antonio Segni. Esponente del primo PPI, attivissimo nella campagna anticomunista del 1948, più volte ministro, tra cui all’Agricoltura quando vara la prima riforma agraria della storia d’Italia, Segni (Sassari, 1891 – Roma, 1971) è un conservatore vero, appunto, ma temperato. Soprattutto, è espressione dei dorotei e garante dei moderati e della destra dc nella nuova fase politica in quanto fiero avversario del centrosinistra. Insomma, tenersi buona la destra per aprire a sinistra, è la tattica politica del nuovo stratega della Dc, Moro che, a differenza di Fanfani sette anni prima, non pensa ‘prima’ a rafforzare se stesso e la sua corrente, ma a raffreddare il quadro politico e a rassicurare i conservatori presenti fuori e dentro la Dc. A un centrosinistra ‘avanzato’ doveva corrispondere un presidente di centrodestra ‘moderato’: questa l’intuizione e la tattica di Moro. Moro presenta il nome di Segni in una votazione interna ai parlamentari dc il 28 aprile, lo fa votare in una specie di ‘prime primarie’ della storia repubblicana (alla fine, le schede dei grandi elettori dc verranno bruciate, come in un conclave…) e lo fa anche circolare negli ambienti della diplomazia internazionale per rassicurare gli Usa e gli alleati. Ma la candidatura di Segni, per quanto fosse stata costruita nel tempo e per quanto i dorotei la rivendicassero come conditio sine qua non per dare il loro via libera al centrosinistra, trova comunque molteplici ostacoli. La contrarietà della sinistra dc (che arriva a presentare ben tre soluzioni alternative: un Gronchi bis, il moderato Attilio Piccioni e/o il socialdemocratico Saragat) era scontata, ma è la più importante. Poi ci sono le ambizioni di Fanfani, eterno candidato al Colle, quelle di Saragat, candidato del suo Psdi, e la pressione dello stesso Gronchi, che per mesi fa di tutto per cercare di assicurarsi la rielezione. Né mancano le aspirazioni dei notabili di seconda fila della Dc (Leone, Merzagora, che ci riprova, Scelba) e anche del Pci (Terracini) e del Psi (Pertini).

Si comincia. Segni cresce piano, ma contro ha Saragat e, dietro, Fanfani. Montecitorio diventa un suk.

Quando, il 2 maggio 1962, si aprono le urne si capisce subito che si andrà per le lunghe. Segni raccoglie 333 voti, Terracini, candidato di bandiera del Pci, già presidente della Costituente, ben 200 voti, De Marsanich (sostenuto dall’Msi) 46, Saragat (candidato dal suo Psdi e su cui il Psi potrebbe convergere ma è spaccato tra destra e sinistra interne) 42, Gronchi 20, Piccioni ne prende ben 123 (pur esponente di ‘Concentrazione’, corrente della destra Dc, Piccioni viene votato, per dispetto a Moro, dalla sinistra interna come dai fanfaniani). La seconda votazione vede un nuovo stallo con Segni fermi a 340 voti, Terracini a 196 e Saragat 92, avendo ricompattato molti voti del Psi.
I tre scrutini successivi sono un caos, con Montecitorio trasformato in un suk. La Dc barcolla, con i fanfaniani che fanno mancare i loro voti a Segni e fingono di votare Piccioni, per far uscire poi il loro vero candidato, Fanfani, che si vuole vendicare delle imboscate e dei franchi tiratori del suo partito di sette anni prima che affondarono il ‘suo’ Merzagora, e il Pci che non vuole far crescere le quotazioni di Saragat a causa del suo storico filoatlantismo e anticomunismo. Pci che, alla lunga, non disdegnerebbe una candidatura, ove fosse esplicita, proprio di Fanfani.
Al quinto scrutinio, dove già vale la maggioranza semplice, Segni sale a 396 voti su 841 votanti, ma Saragat (che, da due scrutini, le sinistre hanno iniziato a votare compattamente: Pci, Psi, Psdi, Pri) balza a 321, Gronchi 43, Piccioni 28, Merzagora 14, 39 i voti persi. Nonostante Moro non demorda, lavorando ai fianchi tutte le correnti della Dc, al VI e VII scrutinio del 5 maggio, Segni ottiene 396 e 399 voti ma sempre tallonato da Saragat (321 al VI scrutinio e 314 al V). Intanto, tra voci di crisi di governo imminente, i Dorotei, per stanare i franchi tiratori, inventano uno stratagemma. Il Grande elettore dc ‘deve’ seguire questa procedura: entrare in aula, ritirare la scheda elettorale dai commessi, uscire e rientrare dalla seconda porta dell’emiciclo per ritirare una seconda scheda. La prima viene compilata con il nome del candidato ‘ufficiale’ e la seconda con quella del candidato ‘di disturbo’, poi entrambe vengono consegnate agli elettori che se le infilano nelle giacche. Ai malcapitati grandi elettori non resta, una volta giunti davanti all’urna, che ricordarsi di estrarre la scheda dalla tasca giusta e votare il nome giusto perché, all’uscita dall’aula, vengono sottoposti a un’amichevole (sic) ‘perquisizione’ da parte dei colleghi di partito incaricati di effettuare il controllo e che devono, per avere certezza e garanzia del loro voto, scovare e farsi consegnare dal malcapitato la scheda con il nome del candidato ‘di disturbo’.

L’intervento dello Spirito Santo (Paolo VI), e quello della ‘brigata Sassari’. 

Il 6 maggio Saragat, per sbloccare la situazione, fa un beau geste: propone di congelare la propria candidatura e quella di Segni a vantaggio di un terzo candidato “di pacificazione”: il presidente della Camera Giovanni Leone. Moro ci starebbe pure, ma i dorotei e la destra del partito (Scelba e Andreotti) no: minacciano di boicottare il centrosinistra apertamente, a partire dall’appoggio al nuovo governo Fanfani. Il quale Fanfani capitola e ripiega su Segni, rinunciando non solo a correre in proprio, ma anche al suo cavallo, come sette anni prima, quando aveva dovuto abbandonare il suo Merzagora per Gronchi.
A premere su Fanfani c’è determinante pure l’azione dello … Spirito Santo. Impersonato, per l’occasione, dal segretario di Stato del Vaticano, mons. Giovanni Montini (futuro Paolo VI), grande amico di Moro: lo chiama a colloquio pregandolo di smetterla con azioni e pratiche dilatorie. E così, come per miracolo, ecco che Segni inizia a risalire, e molto, nei voti: all’VIII scrutinio, che si tiene di domenica 6 maggio, prende 424 voti contro i 337 di Saragat e gliene mancano solo quattro per tagliare il traguardo della maggioranza assoluta. E’ quasi fatta. Del resto, è entrata in azione la ‘brigata Sassari’, e cioè i sardi diccì guidati da Piccoli, Sarti e Cossiga che si adoperano con ogni mezzo per recuperare uno a uno i voti in libera uscita dei democristiani, andoseli a cercare ovunque: in Transaltantico, al bagno come al ristorante.

Le irregolarità della seduta nove-bis. I comunisti gridano ‘Camorra!’. 

All’atto della chiama del IX scrutinio, la sera di domenica 6 maggio, però, due deputati comunisti si accorgono che, durante la ‘chiama’, il dc Azzara, privo di scheda, ne sta ricevendo una dal collega di partito Cemmi, con su già bello che scritto il nome ‘Segni’, invece che da Leone, presidente della Camera, nonché presidente di turno nello svolgimento delle votazioni. Insomma, i comunisti hanno scoperto lo stratagemma usato dai Dorotei… I comunisti, rinforzati da un furibondo Sandro Pertini (Psi), iniziano ad urlare ‘Camorra! Camorra!”. Seguono insulti, tafferugli, infine le sinistre abbandonano l’aula.
La seduta viene sospesa e il leader del Pci, che è ancora Togliatti, coglie la palla al balzo: va a trovare, in privato, Leone e gli chiede di rinviare la sedutaal giorno dopo. Se lo farà, è pronto a offrirgli anche la candidatura al Quirinale come terzo incomodo tra Segni e Saragat. Leone gli risponde un ‘no’ secco: “Vi ringrazio, ma così userei i miei poteri per un interesse personale. Non posso”. A sera tarda, dopo le nove di sera, lo scrutino ‘nove-bis’, con relativa ‘chiama’, riprende come se nulla fosse successo e stavolta Segni ce la fa.

Modalità di elezione di Segni (9 maggio 1962, IX scrutinio, 443 voti).

E’ il 9 maggio, dunque, quando, al IX scrutinio, su 842 presenti e votanti (i Grandi Elettori erano 854: 844 membri del Parlamento e dieci delegati regionali) e con un quorum fissato a 428 voti, Segni ne ottiene 443, venendo così eletto presidente della Repubblica, incarico che manterrà dal giorno del suo giuramento, l’11 maggio 1962, al giorno del suo ictus, il 7 agosto 1964, quando sarà sostituito fino al 28 dicembre, nelle sue funzioni. dal capo dello Stato ‘supplente’ più lungo (quattro mesi) nella storia repubblicana, il presidente del Senato Cesare Merzagora. Segni ce l’ha fatta, dunque, sia pure con una risicata maggioranza (dc, liberali, monarchici) tra cui spiccano i 32 voti interessati e determinanti dell’Msi e del Pdium, i due partiti di destra dell’armatore Lauro e del monarchico Covelli. Il candidato delle sinistre, che è rimasto Saragat, ne prende ben 334 mentre sono 65 i voti dispersi tra schede bianche (51, per lo più fanfaniani), nulle e i voti dispersi su candidati minori.

Le tante contraddizioni dell’elezione di Segni e la prima diretta tv. 

E’ la prima volta di tante cose: di un presidente della Repubblica eletto con una maggioranza molto stretta (51,9% contro il 78,9% di Gronchi e il 59,4% di Einaudi), di un capo dello Stato eletto con i voti decisivi di destre fino al giorno prima fuori dal gioco costituzionale e sin dalla fondazione della Repubblica (missini e monarchici), di un presidente voluto da una maggioranza chiara (di centrodestra) contro un opposizione chiara (di sinistra), ma anche in palese contraddizione con un governo che, invece, era e proponeva, come formula, il… centrosinistra. Infine, è la prima volta che gli italiani assistono, in diretta tv (Rai, ovviamente, canale unico) a un’elezione presidenziale. Nota di colore. In aula, al momento dell’elezione, l’attendente di Segni sviene per l’emozione: è un giovanissimo leone sassarese della Dc, Francesco Cossiga, futuro capo dello Stato. Segni resterà carica dall’11 maggio 1962 fino al 6 dicembre 1964.

La breve presidenza Segni, il golpe De Lorenzo e il lungo ictus (1964).

Contrario al centrosinistra in tutti i suoi due brevi anni di presidenza, Segni viene pesantemente coinvolto nel golpe De Lorenzo, generale dell’Arma dei Carabinieri ed ex capo dei servizi segreti (Sifar), nell’agosto del 1964. Del golpe si viene a sapere, pubblicamente, solo nel 1967 grazie all’inchiesta giornalistica di Eugenio Scalfari e Lino Jannuzzi sull’Espresso con relativa, inutile, commissione parlamentare d’inchiesta, ma i politici che dovevano sapere, nel 1964, sapevano. (Nenni, allora al governo, dirà una frase diventata celebre come molte delle sue, e cioè di aver sentito, in quei giorni, ‘un tintinnar di sciabole’). Il golpe De Lorenzo mirava a sovvertire il I governo Moro di centrosinistra imponendo una svolta autoritaria al Paese, con tanto di arresti di prigionieri politici, specie nella fila dell’opposizione comunista (è il cd. ‘piano Solo’). La conseguenza immediata su Segni arriva il 7 agosto: viene colpito da un ictus durante un colloquio, dai tratti durissimi, con lo stesso Moro, tornato premier, e Saragat, ministro degli Esteri, recatisi da lui per discutere in teoria della lunga crisi di governo ma, in realtà, proprio del golpe. Segni viene dichiarato ‘temporaneamente’ impedito nelle sue funzioni dal 10 agosto 1964, funzioni che vengono assunte dal presidente del Senato, Cesare Merzagora, seconda carica dello Stato, ma è evidente da subito, ai medici come ai politici, che Segni non si sarebbe mai più ripreso. La pantomima (i medici inventarono lo stato del ‘sensorio vigile’) è voluta soprattutto da una Dc scossa dalle voci di golpe e dalla situazione economica e politica difficile e viene protratta fino al 6 dicembre, quando a un Segni del tutto incapace di parlare e di scrivere vengono fatte firmare le dimissioni. Merzagora, presidente del Senato, diventa così capo provvisorio dello Stato dal 6 dicembre fino all’elezione di Saragat (28 dicembre 1964).

NB. Questo articolo è stato pubblicato sulla pagina dei blogger di Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net) nella sezione ‘I Giardinetti di Montecitorio’. 

Elezioni presidenziali/3. Gronchi o della ‘questione socialista’ (1955)

Riprendiamo l’excursus sulle elezioni presidenziali della Repubblica Italiana. Dopo De Nicola (1946) ed Einaudi (1948), è il turno del dc di sinistra Giovanni Gronchi che viene eletto, anche con i voti delle sinistre (è la prima volta), nel 1955. Nascono le esternazioni.

La ‘legge truffa’ e l’esaurirsi della formula del centrismo (1953-55).

Giovanni Gronchi presidente della Repubblica (1955-1962)

Giovanni Gronchi presidente della Repubblica (1955-1962)

Dal 1948 al 1955 non è cambiato solo lo scenario internazionale e in parte le condizioni socio-economiche dell’Italia, ancora alle prese con la Ricostruzione e in pre-boom industriale, ma anche nell’agone politico è cambiato molto, se non tutto. A partire dal principale partito italiano, la DC. Nel 1952 il partito di De Gasperi introduce quella che le opposizioni di sinistra bollano come ‘legge truffa’: assicura un premio del 65% alla lista o liste che ottengono 50,1% (sono 380 deputati). Dc e partiti laici minori, dopo una durissima battaglia parlamentare e un ostruzionismo anche violento delle opposizioni, riescono a far approvare la legge. Alle politiche del 1953 si vota così ma il premio non scatta per un pugno di voti (54 mila voti, pari allo 0,2%). Il colpo per la Dc è doppio: ottiene solo 263 seggi alla Camera contro i 305 del 1948 (40% contro il 48%) mentre le sinistre risalgono dal 31% al 36% (22,7% il Pci e 12% il Psi) e le destre (Msi e Pdium: 5,8% e 6,6%) mietono consensi. Dopo Pella e Fanfani, che guidarono temporanei governi monocolore dc, Scelba e Segni formano governi di coalizione con Pli e Psli che pure durano poco. De Gasperi, amareggiato, lascia nello stesso 1953 e si ritira a vita privata. Dal 1954 il nuovo segretario della Dc è Amintore Fanfani, eletto a un congresso, quello di Napoli, che per la Dc è una specie di rifondazione: diventa un partito di massa, ma nascono ufficialmente anche le ‘correnti’. Nella Dc si parla con sempre più insistenza di aprire un dialogo con i socialisti e il leader del Psi, Pietro Nenni, al congresso di Torino (1955) apre per la prima volta a una collaborazione con la Dc. Vaticano, movimenti cattolici, Confindustria, grandi industriali e agrari sono fermamente contrari a ogni collaborazione tra Dc e Psi.

L’elezione di Gronchi o della ‘questione socialista’ (1955).

Arriva la primavera del 1955 ed è tempo di eleggere il nuovo presidente della Repubblica. Nessuno vuole la riconferma di Einaudi, neppure il presidente uscente (“Sono troppo vecchio”), tranne i liberali. Fanfani, che pensa e lavora in grande, vuole il Quirinale per sé. Dopo qualche pensiero su Adone Zoli, il segretario della Dc Fanfani decide che il candidato ufficiale della Dc deve essere Cesare Merzagora. Sembra il nome perfetto: 57 anni, ministro del Commercio estero con De Gasperi, senatore senza tessera eletto come indipendente nella Dc, economista di tendenze liberali, da presidente del Senato, quale è stato, ha difeso le prerogative parlamentari gridando “W il Parlamento!” dal suo banco. Anche Scelba, allora capo del governo, vorrebbe Merzagora al Quirinale, ma dentro la Dc il dissenso che covava silenzioso esplode: sia la sinistra dc, raccolta intorno al nome della rivista ‘Cronache sociali’, che la destra di Andreotti e Guido Gonella vogliono ‘dimezzare’ Fanfani e puntano su Giovanni Gronchi, tra i leader più in vista della sinistra diccì e in quel momento presidente della Camera. Nasce la prima congiura di un partito ‘anti-partito’ e non poteva che nascere in seno alla Dc. Gudio Gonella tiene i contatti con Togliatti, Andreotti va da Pertini per convincere i socialisti. La sinistra dossettiana della Dc e il Pci di Togliatti, che nel 1948 era già riuscito a far cadere la candidatura del conte Sforza proprio grazie all’appoggio di Dossetti, iniziano le ‘grandi manovre’ per silurare Merzagora e per promuovere “l’uomo del Parlamento” come amavano definire Gronchi. Soprattutto, Gronchi è l’uomo che si era opposto, nel 1947, all’ingresso dell’Italia nella Nato e alla ‘cortina di ferro’ Usa-Urss. Sulle prime, però, Togliatti preferisce starsene alla finestra e non essere precipitoso scegliendo una candidatura di bandiera, Ferruccio Parri.

Merzagora è pronto a scommettere “una bottiglia di spumante”. Ma la perderebbe.
Così, il 28 aprile 1955, quando si apre la seduta plenaria del Parlamento per eleggere il nuovo Capo dello Stato, con le telecamere della neonata RAI che per la prima volta trasmettono l’evento in diretta, arriva il primo colpo di scena: al I scrutino, il candidato ufficiale della Dc, Cesare Merzagora, non supera i 228 suffragi, benché i democristiani presenti e votanti siano 380. Più voti (308) di lui li prende proprio il vecchio leader azionista e presidente del Consiglio del I CNL (1945) Ferruccio Parri, sostenuto, ma solo come nome di bandiera, da Pci e Psi. Einaudi, pur ritiratosi, di voti ne ottiene comunque 120, Gronchi 30. Merzagora vorrebbe desistere, ma Fanfani insiste, sicuro del fatto suo. Si illude persino che, in un secondo momento, anche il Psi e il Pci confluiranno su Merzagora. Il quale ci spera ancora: al repubblicano Pacciardi dice “Non è ancora finita. Vuoi scomettere una bottiglia di spumante che riuscirò? Me lo ha detto anche Gronchi…”.

Al secondo scrutinio, che si tiene nello stesso pomeriggio del 28 aprile, Merzagora scende ancora, a 225 voti, Einaudi a 80, Gronchi balza a 127. Ma il dato più clamoroso sono le 332 schede bianche: socialisti, comunisti, missini, monarchici e democristiani antifanfaniani. Infine, in serata, al terzo scrutinio, Gronchi passa in testa con 281 voti contro i 246 di Merzagora. Le schede bianche, 195, sono pronte a saltare sul carro del vincitore alla quarta tornata.
E’ un trionfo per gli antifanfaniani dc che avevano già deciso di puntare su Gronchi: tra loro c’è, ovviamente, la sinistra dei ‘professorini’ e il raggruppamento di ‘Concentrazione’ (Andreotti, Tognoni, Pella) che però rappresenta la nuova destra del partito. Una coincidenza degli opposti, quella tra destra e sinistra interna, unite solo dall’odio verso Fanfani. Insomma, un vero guazzabuglio.

Dopo una notte ‘movimentata’, è Gronchi a leggere il nome ‘Gronchi’ sulle schede.

Segue, e quella notte stessa, una notte da tregenda, con tanto di (sanguinoso) regolamento dei conti interno alla Dc. Scelba, su mandato ddi un gruppo di dissidenti carbonari che va da destra a sinistra e che vuole evitare Gronchi come la peste, va da Gronchi sperando di convincerlo a ritirarsi: “La tua candidatura – gli dice – rischia di apparire come il preludio a una svolta antiamericana e antiatlantica della nostra politica estera”. Gronchi va su tutte le furie: “Ma come, mi avete eletto presidente della Camera, e ora non vado bene come presidente della Repubblica?!”. Fanfani si illude ancora di riuscire a piegare la sinistra dc, ma è notte fonda quando Mariano Rumor telefona a Merzagora per informarlo: la Dc ti ha mollato. La mattina seguente, all’assemblea dei gruppi dc (che si tiene, ironia della sorte, a palazzo Barberini, dove Saragat fece la sua scissione), le opposte faziosi si affrontano a colpi di urla e spintoni. Fanfani, che ha finalmente capito il gioco contro di lui, prova a sondare tutte le altre correnti con alcune soluzioni di riserva (Piccioni e Segni), poi capisce che deve solo amministrare la sconfitta, presentando Gronchi come il candidato di tutta la Dc per cercare di rendere ininfluenti i voti delle sinistre. A quel punto, però, sono Togliatti e Nenni a fare la loro mossa: faranno convergere i loro voti su Gronchi. Il giorno dopo, il 29 aprile, è lui, Gronchi, a leggere il suo nome sulle schede estraendole una a una dall’urna, sapendo che ormai ce l’ha fatta. L’elezione di Gronchi, infatti, passa a larga maggioranza (658 voti) e Merzagora non prende neppure un voto.

Modalità di elezione di Gronchi (29 aprile 1959, 658 voti, IV scrutinio).

Giovanni Gronchi (Pontedera, 1887 – Roma 1977), tra i fondatori del Partito popolare, già sottosegretario del primo governo Mussolini, dichiaratamente ostile al centrismo degasperiano e alla Nato, nonché fautore dell’apertura ai socialisti, viene eletto presidente della Repubblica Italiana il 29 aprile 1955, al IV scrutinio. I Grandi elettori sono 843 (833 membri del Parlamento e dieci delegati regionali), il quorum (a partire dal IV scrutinio la maggioranza dei voti diventa assoluta e non più di 2/3) è fissato a 422, i votanti sono 833, i voti raccolti da Gronchi 658. A votarlo sono quasi tutti i partiti presenti in Parlamento: Dc, Psli, Pci, ma anche Msi e monarchici. Ottengono voti Einaudi (70), da parte di Pli e Psdi, mentre 92 sono le schede bianche (tra cui quelle del Pri, ma anche di molti democristiani), due le schede nulle, 11 i voti dispersi. Gronchi, entrato in carica l’11 maggio 1955, termina il suo mandato l’11 maggio 1962.

Con Gronchi presidente nascono anche le ‘esternazioni’.

L’elezione di Gronchi è stato un vero disastro per la Dc e la sua maggioranza: la Dc ne esce frammentata e disunita, i suoi alleati disorientati, il governo indebolito mentre le sinistre ottengono un inaspettato risultato. Eleggere un anti-atlantico e disponibile al dialogo a sinistra. Gronchi si dimostra un presidente-interventista: l’ostilità di Scelba alla sua nomina la ripaga subito costringendolo alle dimissioni: è la prima volta di un Capo dello Stato a un premier. L’influenza dei poteri presidenziali e le innovazioni rispetto al ruolo del presidente-notaio (De Nicola ed Einaudi) saranno indelebili.
Già il primo discorso di Gronchi da presidente è per nulla formale e tutto politico. Invita la maggioranza a “far entrare nell’edificio dello Stato le masse lavoratrici” (cioè il Pci e il Psi). Tuona contro “la dittatura dei partiti” e “l’oligarchia burocratica” che “minacciano la libertà del Parlamento”. Poi esorta a “contrastare il dominio delle multinazionali in Italia” (Gronchi è vicino all’Eni di Mattei), “attuare una vera politica di programmazione democratica ed eliminare i dislivelli sociali persistenti nel Paese”. Saragat, furibondo, sbotta: “Abbiamo anche noi il nostro Peròn italiano. Il Peròn di Pontedera”.

‘Possibile che un Capo dello Stato non possa parlare? Io so chi sono!’

Nascono con Gronchi anche le ‘esternazioni’, non più sottoposte al vaglio preventivo del presidente del Consiglio. La novità è talmente forte che, il 24 novembre 1955, il senatore Sturzo presenta una interrogazione parlamentari contro i discorsi di Gronchi. Il quale ai suoi collaboratori dirà, con accenti pirandelliani: “Possibile che un capo dello Stato non abbia diritto a parlare? Non e’ ammissibile che la costituzione preveda un presidente impagliato! Io so chi sono!”. E’ sempre di Gronchi la prima visita presidenziale all’estero, e proprio negli Usa (1956). C’era chi voleva impedirglielo o farlo ‘supplire’, nei giorni dal presidente del Senato Merzagora, suo antico rivale, che rinunzia, trovando giustamente assurda l’idea.

Il governo Tambroni (1960) e le ‘convergenze parallele’.

Il paradosso è che la presidenza Gronchi passerà alla storia, oltre che per alcuni lati di costume (la censura a Tognazzi e Vianello in Rai, le molte amanti di cui si favoleggiava, etc.) per aver fatto ‘una cosa’ di destra. La nomina a premier, nel 1960, di un suo fedelissimo, Fernando Tambroni, che viene dalla sinistra Dc, per un “governo del presidente”. In teoria, il nuovo governo dovrebbe aprire a sinistra, ma la fiducia Tambroni la ottiene solo con l’appoggio esplicito dell’Msi. E’ la prima volta dalla Liberazione e nessun altro partito prende bene la cosa. Le sinistre scatenano scontri di piazza da Genova, dove l’Msi voleva celebrare il suo congresso, a Reggio Emilia, dove la polizia spara sui manifestanti e ne uccide cinque. Tambroni è costretto a dimettersi e, per la nemesi della politica, torna in servizio, cioè al governo, Fanfani. Il quale, con Moro, darà vita ai veri e propri governi di centrosinistra, dalla fine del 1960 in poi. Una curiosità: fu proprio questo primo monocolore dc, a guida Fanfani, sostenuto da partiti laici e centristi nonché dall’astensione parlamentare di socialisti e monarchici, a essere ribattezzato da Aldo Moro con una formula celebre: le ‘convergenze parallele’.

NB. Questo articolo è stato pubblicato sul blog ‘I giardinetti di Montecitorio’ che tengo sulle pagine Internet di Quotidiano.net (http://www.quotidiano.net)