Rosatellum ‘for dummies’. Tutto quello che c’è da sapere, in breve, sulla legge elettorale con cui l’Italia andrà a votare il 4 marzo 2018

Ecco un piccolo glossario, o vademecum, sulla nuova legge elettorale, il Rosatellum. Lo si potrebbe chiamare legge elettorale ‘for dummies’, ma non vorrei offendere i miei 25 lettori che sono, invece, ben lo so, ben più preparati della media nazionale. In ogni caso, con una facile ricerca, si possono trovare su questo blog altri articoli attinenti la preparazione, discussione e l’approvazione del Rosatellum in dettaglio. 

 

modello-scheda-elettroale-rosatellum-02

 

  1. COS’È IL ROSATELLUM

Il «Rosatellum» è il nuovo sistema elettorale in vigore in Italia che è stato varato con la legge n. 165/2017 promossa dal governo Gentiloni e votata da un largo arco di forze politiche (Pd-Ncd-centristi vari-FI-Lega-Misto, contrari M5S-Fd’I-Sel-Mdp-gruppi minori). È un meccanismo elettorale cosiddetto «misto» perché assegna il 64% dei seggi in collegi plurinominali con metodo proporzionale e il restante 36% dei seggi in collegi uninominali con metodo maggioritario.

A) COLLEGI UNINOMINALI MAGGIORITARI

Sono 232 (231 il collegio unico della Valle d’Aosta), su 630 seggi, i collegi uninominali maggioritari assegnati alla Camera dei deputati, tolti i 12 seggi attribuiti alle circoscrizioni Estero. Sono 109, su 315, i collegi uninominali assegnati al Senato, tolti i 6 della circoscrizione Estero. In realtà, i collegi uninominali del Senato sono 116, ma vi vanno sottratti i sei collegi del Trentino Alto-Adige e il collegio unico della Val d’Aosta che vengono attribuiti in qualità di collegi uninominali puri.

B) COLLEGI PLURINOMINALI PROPORZIONALI

Sono 386, su 630, i collegi plurinominali che vengono assegnati alla Camera dei Deputati attribuiti con metodo pienamente proporzionale effettuato su base nazionale.

Sono 193 i collegi plurinominali che vengono assegnati al Senato con metodo proporzionale su base regionale. Le circoscrizioni sono 28 alla Camera e 20 al Senato.

2. LE SCHEDE PER CAMERA E SENATO

A) DUE SCHEDE ELETTORALI. Le schede (rosa per la Camera, gialla per il Senato) elettorali rappresentano un’assoluta novità per l’elettore italiano. La scheda elettorale è fatta di diverse aree corrispondenti a ciascun partito o coalizione con sopra il nome del candidato di collegio, sotto le liste che lo sostengono e in ognuno di essi i nomi de listino.

B) IL CANDIDATO NEL COLLEGIO UNINOMINALE. All’interno di ogni area presenta sulla scheda e divisa per partito e/o coalizione, c’è lo spazio rettangolare con un unico nome: è il candidato scelto da ogni partito o coalizione nel singolo collegio uninominale.

C) I SIMBOLI DEI PARTITI NELLA PARTE PROPORZIONALE. Sotto l’indicazione di ogni candidato di collegio, una serie di caselle indicano un nome e un simbolo di uno o più partiti, se in coalizione, che presentano, al loro interno, da 2 a 4 nomi del cosiddetto «listino bloccato». Le singole liste dei candidati di partito o partiti in coalizione si presentano nel proporzionale a sostegno del corrispondente candidato di collegio.

D) DUE NOVITÀ. La prima sono le «istruzioni per l’uso»: si trovano nel retro della scheda. La seconda è il «tagliando antifrode», rimovibile solo dal presidente di seggio e con un codice progressivo alfanumerico, introdotto per impedire il «voto di scambio».

3. COME SI VOTA

Il «mix» tra collegi uninominali maggioritari e collegi plurinominali proporzionali del «Rosatellum» permette all’elettore tre opzioni di voto molto facili e che spieghiamo qui.

Ma bisogna fare attenzione. Il «voto disgiunto» è vietato: l’elettore non può votare un candidato nel collegio uninominale e una lista a lui non collegata nel proporzionale.

A) L’elettore barra, sulla scheda, solo il nome del candidato del collegio uninominale. In questo caso, il voto si «trasferisce» automaticamente al partito o ai partiti che lo sostengono nella parte proporzionale. Se vi sono più partiti a sostegno di una coalizione, il voto si «spalma», in modo perfettamente proporzionale, a tutte le liste che lo sostengono in quella circoscrizione elettorale di cui fa parte il collegio uninominale.

B) L’elettore traccia un segno solo sul simbolo della lista, cioè del partito, che vuole sostenere. Sia che si tratti di un partito singolo sia che si tratti di un partito in coalizione, il voto dato al partito si «trasferisce» automaticamente anche al candidato nel collegio uninominale sostenuto dalla lista che è stata appena votata nella parte proporzionale, a prescindere che si tratti di una lista singola o facente parte di una coalizione.

C) L’elettore può tracciare un doppio segno sul candidato nel collegio uninominale e su una lista che lo appoggia nella parte proporzionale. Il voto è perfettamente valido.

Ma attenzione: il voto  è «nullo» se l’elettorale traccia due segni, uno sul nome del candidato nel collegio e uno sul simbolo di una lista, singola o in coalizione, a cui quel candidato non è collegato nella parte proporzionale. E’ il voto “disgiunto”.

4. DOVE FINISCE IL VOTO?

A) In ogni collegio uninominale vince, tra i diversi candidati presenti sulla scheda, appoggiati da un partito o una coalizione, quello che arriva primo, anche solo per un voto, su tutti gli altri. Dunque, tutte le sfide nei collegi uninominali (232 alla Camera e 109 al Senato) sono «one-to-one».

La logica è mutuata dal sistema maggioritario anglosassone, basato tutto sui collegi uninominali, e viene detta del «the first past the post» (letteralmente, «il primo oltre il palo», termine preso dall’ippica) o del «the winner takes all» (il primo prende tutto).

B) I collegi plurinominali sono raggruppati in circoscrizioni elettorali (regionali al Senato e regionali e/o sub-regionali alla Camera dei Deputati). Il metodo di elezione è proporzionale (stante lo sbarramento al 3%) e i nomi dei candidati (da 2 a 4) presenti nei listini di ogni lista servono a determinarlo. Ci si può candidare solo in un collegio uninominale ma fino a cinque collegi plurinominali (sono le pluri-candidature).

In caso di elezioni in più collegi, il candidato si ritiene eletto nel collegio uninominale o nel collegio plurinominale dove la sua lista ha preso la percentuale minore di voti.

C) Ogni lista elettorale deve rispettare, nelle candidature, la «norma di genere». Ognuno dei due sessi non può rappresentare più del 60% (e non meno del 40%) dei tutti i candidati nei collegi uninominali. Anche nei collegi plurinominali va rispettata la «norma di genere» (60% di un sesso e 40% dell’altro) per quanto riguarda i capolista mentre la collocazione dei candidati nei listini deve rispettare un ordine alternato di genere (uomo-donna o donna-uomo).

5. CHI ENTRA E CHI ESCE

A) SOGLIE DI SBARRAMENTO “ESTERNE”.

Le soglie di sbarramento presenti nella legge elettorale sono due. La prima riguarda le liste singole che si presentano nella parte proporzionale: ognuna di esse deve superare il 3% a livello nazionale per ottenere seggi.

La seconda riguarda le coalizioni: ogni coalizione, composta da più liste, deve superare il 10% e, al suo interno, vi deve essere almeno una lista che superi il 3%. In Trentino e in Valle d’Aosta la soglia di sbarramento è fissata, come norma a tutela delle minoranze linguistiche, al 20%.

B) SOGLIE DI SBARRAMENTO “INTERNE”.

Esistono anche delle soglie di sbarramento interne alle liste che compongono una coalizione. Sotto l’1% una lista che sta dentro una coalizione non ottiene seggi per sé, ovviamente, né ne porta agli altri partiti coalizzati con essa. Tra l’1% e il 3% dei voti, invece, la lista in coalizione non ottiene seggi per sé, ma contribuisce ad aumentare i seggi dei partiti (o del partito) più grandi che stanno, ovviamente, nella sua stessa coalizione in modo proporzionale. Sopra il 3%, una lista ottiene seggi per sé stessa.

6. DAL VOTO AL SEGGIO

Ma come si traducono i voti in seggi? Bisogna partire dal fatto che Camera e Senato hanno composizione ed elettorato (attivo e passivo) diversi. In ogni caso, in entrambe le Camere saranno presenti ben tre (quattro, in realtà, al Senato) diversi sistemi di elezione che comporranno gli scranni dei 630 deputati e dei 315 senatori eletti il 4 marzo con il Rosatellum.

A) CAMERA DEI DEPUTATI

Alla Camera (630 membri) siederanno 232 deputati eletti in altrettanti collegi uninominali maggioritari: 225 eletti in 18 regioni, uno in Valle d’Aosta, sei in Trentino Alto-Adige. I restanti 386 seggi della Camera saranno assegnati con il sistema proporzionale (il metodo è del «quoziente intero e dei più alti resti») ai diversi partiti a seconda che superino lo sbarramento. 12 seggi vengono assegnati alle Circoscrizioni Estero con metodo perfettamente proporizionale e la possibilità di dare due preferenze.

B) SENATO DELLA REPUBBLICA

Al Senato (315 membri) siederanno 116 senatori eletti in altrettanti collegi uninominali maggioritari: 109 eletti in 18 regioni, uno in Valle d’Aosta, sei in Trentino Alto-Adige. I restanti 193 seggi del Senato saranno assegnati con il sistema proporzionale, ma con un calcolo effettuato, al Senato, su base regionale. In più vanno conteggiati i 6 seggi delle Circoscrizioni Estero e i 5 senatori a vita (Monti, Cattaneo, Piano, Rubbia, Napolitano,), da poco diventati 6 con la nomina di Liliana Segre.

7. SCENARI POST-VOTO

A) C’È LA MAGGIORANZA

Se una coalizione riuscisse ad ottenere il 42% (o oltre) dei voti, grazie alla cosiddetta «disproporzionalità» della legge elettorale – stimata da analisti e sondaggisti tra il 4% e l’8% circa dei voti (il calcolo è frutto della ripartizione in seggi alle liste maggiori dei voti presi dalle liste che non superano il 3% e dalla vittoria in molti collegi uninominali) – potrebbe ottenere o avvicinarsi molto alla possibilità di avere la maggioranza in entrambe le Camere, cioè la metà più uno dei seggi in ognuna (316 su 630 alla Camera, 161 su 315 al Senato, dove però siedono 6 senatori a vita per un totale di 321 seggi). In questo caso, la coalizione vincente potrebbe avere i numeri per governare da sola.

B) LARGHE INTESE

Se nessuna coalizione o nessun partito singolo arrivasse a ottenere più del 40% dei voti, nessuno di essi sarebbe in grado di governare. Sarebbe, quindi, necessario dare vita al cosiddetto governo di «larghe intese», a volte detto anche “governo di unità nazionale”.

A seconda dei risultati dei vari partiti e su precisa scelta del presidente della Repubblica, potrebbe trattarsi o di un governo tra FI, Pd e centristi (di centrodestra come di centrosinistra) oppure di un governo tra M5S e Lega (ipotesi più difficile) o di un’ipotesi ancora altra ma assai più remota (e cioè un governo Pd-M5S-Leu, etc…).

C) RITORNO AL VOTO

Se nessuna coalizione o partito si avvicinasse al 35% dei voti, non ci sarebbero le condizioni per le «larghe intese», a prescindere dalle possibili combinazioni. Il capo dello Stato avrebbe, quindi, davanti a sé solo tre strade: 1) far andare avanti il governo Gentiloni, a quel punto dimissionario, cioè in carica solo per “il disbrigo degli affari correnti”, perché così si dovrà presentare davanti alle nuove Camere, o un Gentiloni bis che godrebbe di una fiducia “tecnica” o di una “non sfiducia” da parte delle Camere fino a nuove elezioni (forse in autunno); 2) dare vita a un governo «tecnico» o «del Presidente» di «emergenza nazionale» appoggiato da tutti i partiti sempre per indire nuove elezioni;  3) far nascere un governo «di minoranza», mandandolo davanti alle Camere in cerca, di volta in volta, di una maggioranza numerica. Gli obiettivi di governi simili sarebbero, nelle intenzioni del Presidente della Repubblica, quelli di garantire l’approvazione della manovra economica (ottobre-dicembre) e, forse, anche di una nuova legge elettorale.


NB: Questo articolo è stato pubblicato, in forma più succinta, sul Quotidiano Nazionale del 19 febbraio 2018. 


Annunci

ESCLUSIVO. Ora c’è “la mappa”. I collegi del Rosatellum e tutte le loro insidie. Un articolo solo per cultori della materia…

Pubblico qui e sul sito di @Quotidiano.net Quotidiano Nazionale   la ‘mappa’ dei collegi del Rosatellum che il cdm ha mandato alle Camere (rendendolo quindi pubblico) per il loro parere consultivo. L’articolo è di natura eminentemente ‘tecnica’ , non è un ‘retroscena’. 

IN ALLEGATO TROVATE LA MAPPA DETTAGLIATA DEI COLLEGI DEL ROSATELLUM 

Collegi del Rosatellum in dcpm   (E’ un file molto lungo e che richiede tempo per aprirsi). 

TUTTO QUELLO CHE C’E’ DA SAPERE SUL ROSATELLUM 

(QUI TROVATE IL LINK AL MIO ARTICOLO SU COME FUNZIONA IL ROSATELLUM)

ettore rosato

Il capogruppo del gruppo del Pd alla Camera dei Deputati, Ettore Rosato

 

Ettore Maria Colombo  – ROMA

1) Sono “quasi pronti”…  La mappa dei collegi del Rosatellum.

Come si sa, il Rosatellum (dal cognome del capogruppo alla Camera del Pd, Ettore Rosato) è diventata legge dello Stato. Votato, con la questione di fiducia apposta dal governo Gentiloni, dalle due Camere nello scorso mese di ottobre, il Rosatellum è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale lo scorso 11 novembre 2017.

Dal quel giorno il governo ha avuto un tempo massimo di trenta giorni per disegnare i collegi della nuova legge elettorale, la terza con cui voteremo nella Seconda Repubblica. Cioè a far data dal 1994, dopo il Mattarellum, con cui si è votato dal 1994 al 2001, e il Porcellum con cui si è votato dal 2006 al 2013. L’Italicum, invece, pur approvato dalle Camere nel 2015, legge dello Stato fino al 2017 e in parte cassato dalla Corte costituzionale con sentenza n. 1/2017 come lo fu anche il Porcellum con sentenza n.1/2016), non è stato applicato in nessuna elezione: un caso più unico che raro.

Il governo ha esercitato la sua delega, che per legge ha un tempo di trenta giorni ed à affidata per tradizione al ministero dell’Interno, in soli 15 giorni: quindi, ha fatto in fretta. Ma numerosi sono stati i problemi affrontati e solo in parte risolti. Infatti, il Rosatellum è un sistema a impianto proporzionale (per il 64% dei seggi), ma con una forte correzione maggioritaria (36%). Inoltre, dal 1994 – quando il Mattarellum, sistema maggioritario per il 75% dei seggi e proporzionale per il restante 25% – sono già passati ben due nuovi censimenti della popolazione italiana (2001 e 2011 mentre il censimento su cui si basava il Mattarellum era del 1991).

Dopo – così pare – un diverbio, in sede di cdm, tra il ministro dell’Interno Minniti e la sottosegretaria alla presidenza del Consiglio Boschi, avvenuto nel pre-consiglio di giovedì su alcuni particolari (la distribuzione dei collegi nella patria natia della Boschi, la Toscana), il 24 novembre il consiglio dei Ministri ha dato la ‘luce verde’ alla mappa dei collegi, un dlgs, e lo ha trasmesso alle Camere per il parere (consultivo) competente.

Fino a giovedì notte scorsa una commissione, con a capo il presidente dell’Istat, Giorgio Alleva, ha lavorato, pur se con molto poco tempo a disposizione, cioè solo dal 15 al 21 novembre, per incrociare i cambiamenti di popolazione con il ridisegno di collegi. Questi, pur prendendo come base di partenza quelli del Mattarellum, non potevano per forza essere identici. Sia a causa delle variazione di unità della popolazione (il Sud si è spopolato per causa dell’emigrazione mentre il Centro Nord ha acquistato molti più residenti) sia a causa delle differenze ‘sistemiche’ tra una legge di impianto quasi del tutto maggioritario (Mattarellum) e una di forte impianto proporzionale (Rosatellum). Per dire, alla Camera, la Lombardia ha guadagnato due collegi, il Veneto 2, l’Emilia-Romagna 2 mentre la Sicilia ne ha perso uno, la Basilicata ben tre e l’Umbria due (al Senato sarà quasi uguale). Ma il problema è anche un altro. I collegi, nel Rosatellum, sono di due tipi: maggioritari (vince il primo che prende un voto in più) e plurinominali (si votano le liste di partito con metodo rigidamente proporzionale e soglia di sbarramento al 3%, 10% le coalizioni). Quelli plurinonominali sono a loro volta racchiusi in circoscrizioni ancor più grandi dei collegi plurinominali (65 in media a circoscrizione): 28 alla Camera e 20, pari cioè alla grandezza delle Regioni, per il Senato. Quindi, la popolazione che esse comprendono è ancora più vasta e più difficile sarà farsi eleggere.

In ogni caso, il risultato del lavoro prodotto dalla commissione e dal ministero è passato ora al vaglio delle Camere che, entro 15 giorni, dovranno fornire un parere consultivo sul ridisegno dei collegi mentre entro 20 giorni al massimo (cioè entro l’11 dicembre, quando la delega al governo) la mappa dei nuovi collegi del Rosatellum andrà sul tavolo del Capo dello Stato per la firma definitiva di quello che, tecnicamente, si chiama dlgs (decreto della presidenza del Consiglio dei ministri) nel senso che non abbisogna di ‘conversione’ (e voto) da parte delle Camere e che, a quel punto, diventerà legge statale.

Quando Mattarella firmerà il dlgs, cioè da quel giorno in poi potrà anche sciogliere le Camere e portare il Paese alle elezioni politiche (le date di cui si parla sono comprese tra il 4 e il 18 marzo 2018) perché, appunto, il Rosatellum sarà legge perfettamente operante.

::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::

2) Le insidie nascoste nella mappa dei collegi e quelle della nuova legge elettorale…

Vediamone alcune, di ‘insidie’. Il Rosatellum è un sistema maggioritario? Mica tanto. Alla Camera i collegi uninominali sono ‘solo’ 232 e quelli plurinominali ben 386 mentre, al Senato, sono 109 i collegi uninominali (in realtà sarebbero 116, ma solo se si aggiungono i 7 del Trentino e quello in Val d’Aosta) e 200 quelli plurinominali. In totale, dunque, il Rosatellum assegna 593 collegi nella quota proporzionale (386 Camera e 207 Senato) e i collegi uninominali sono in tutto 341. Tutto questo al netto, ovviamente – per arrivare ai 630 seggi totali da assegnare alla Camera e dei 315 da assegnare al Senato – dei 12 collegi della circoscrizione Estero Camera e dei 6 all’Estero del Senato, eletti col proporzionale.

Ma, in realtà, dentro i collegi uninominali esistono dei collegi ‘di fatto’ già ‘appaltati’ ad alcune forze politiche specifiche: alla Camera, il singolo collegio uninominale della Valle d’Aosta (così stabilito in Costituzione) va sempre all’Unione Valdotaine (e idem al Senato), mentre sugli 11 collegi Camera del Trentino ben 7 sono sempre –  per Costituzione – uninominali (4 quelli plurinominali) e finiscono sempre in mano all’Svp, senza dire del fatto che la soglia di sbarramento, in Trentino, è regionale ed è fissata al proibitivo 20%. Anche al Senato i collegi uninominali del Trentino sono sempre 7, mentre sono quattro quelli plurinominali, poi c’è quello della Val d’Aosta ( a sua volta sempre uninominale). Quindi, in realtà, la competizione tra le forze politiche nei collegi uninominali si giocherà, effettivamente, ‘solo’ su 225 collegi Camera e su 109 collegi al Senato.

Infine, va detto qualcosa sulle ‘nuove’ circoscrizioni elettorali che determineranno non il ‘quantum’ delle percentuali dei diversi partiti, che è calcolato a livello nazionale (la soglia di sbarramento, ricordiamolo è il 3% per le liste singole e il 10% per le coalizioni), ma il ‘dove’ e il ‘chi’ verrà eletto. Sono 28 alla Camera e 20 al Senato le circoscrizioni e racchiudono porzioni di territorio e di abitanti molto grandi, quasi enormi. Al Senato ci sono, di fatto, circoscrizioni da uno a due milioni di abitanti che varranno per nove regioni (Liguria, Friuli, Umbria, Marche, Abruzzo, Molise, Basilicata, Calabria, Sardegna, perché ognuna di esse elegge pochi senatori a testa) e, per il resto, i collegi della Camera avranno per abitanti una densità media di 500 mila (nel Mattarellum era di 125 mila).

Infine, le liste bloccate, per quanto ‘corte’ – composte da 4 a 8 nomi alla Camera e da 5 a 8 al Senato, con alternanza di genere – comportano che, a meno di essere candidati nei primi tre grandi partiti presenti sulla base dei sondaggi (Pd, FI, Lega, M5S), i candidati – anche se, sulla carta, sono nomi forti e di grido (esempio: Meloni, per Fratelli d’Italia, o i vari D’Alema, Bersani e Grasso per Mdp) – subiranno il cd. ‘effetto flipper’: non sapendo dove verranno eletti e realisticamente perdendo i confronti nei collegi maggioritari, dovranno ‘pluricandidarsi’ (sono ammesse fino a 5 candidature nella proporzionale, più quella in un solo collegio maggioritario), senza però sapere dove, effettivamente, da eleggibili saranno eletti. Sempre che, ovviamente, la lista abbia superato il 3% di voti.

NB: L’articolo è stato pubblicato in forma originale per il sito di @Quotidiano.net

Il Rosatellum, per ora, va (in commissione), ma i rischi in vista dell’Aula restano. Tira aria di fiducia ‘tecnica’ sulla legge elettorale

ettore rosato

Il capogruppo del gruppo dem alla Camera Ettore Rosato

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Chi ama il parlamentarismo e lo vuole difendere”, s’inalbera il deputato di Mdp Alfredo d’Attorre quando gli chiedono di tagliare corto il suo intervento (e non è il primo) che va avanti da oltre mezz’ora, “capisce che questo non è il momento della sintesi!”. Paradosso vuole, però, che sia solo il prode soldato D’Attorre (ieri lasciato, in diretta radio e social, dalla bella fidanzata, Sara Manfuso, ahi lui, che pare aspiri a un seggio ma nel Pd, ari-hai lui) a fare un tosto e plateale ostruzionismo alla nuova legge elettorale, il Rosatellum bis, che si va materializzando a colpi di (pochi, per ora) voti nella commissione Affari costituzionali della Camera. Infatti, i 5Stelle, che urlano ogni giorno contro l’Anti5Stellum, o Imbrogliellum, non lo fanno (contrari pure Fd’I e SI): si limitano a farsi bocciare il sistema tedesco che morì a giugno e a proporre alcuni emendamenti “qualificanti”. Mdp, invece, ha dichiarato guerra ad alzo zero, e non solo al Pd. Infatti, sempre D’Attorre tuona: “Si è formata una maggioranza alternativa che spacca quella di governo per colpire e isolare Mdp”. I demoprogressisti hanno perciò adottato la tattica del vietcong nelle paludi del Mekong: rallenta l’avanzata dell’esercito nemico se non si riesci a sconfiggerlo. Ergo, su 300 emendamenti presentati in commissione, ieri ne sono stati votati soltanto tre.

Si tratta delle preferenze e della riproposizione di modelli discussi in passato (Mattarellum e sistema tedesco): tutti, ovviamente, bocciati, anche perché in commissione si vota a scrutinio palese. Poi ci sono gli emendamenti ‘accantonati’ dal relatore (Emanuele Fiano, Pd) che sono molti e assai qualificanti: il voto disgiunto tra collegi uninominali e parte proporzionale, il numero delle pluri-candidature, la proporzione delle norme di genere, la raccolta delle firme, il numero dei collegi, le soglie di sbarramento. Su quest’ultimo punto è ancora aperta la trattativa: “Nel testo base – spiega Fiano – i voti ai partiti sotto l’1% vanno persi, sono cioè inutilizzabili anche dagli altri partiti con cui si è in coalizione per evitare la proliferazione delle liste civetta. Le liste più grandi si ripartiscono invece i voti dei partiti che prendono tra l’1% e il 3%, soglia di sbarramento nazionale valida per tutti i partiti alla Camera come al Senato, ma solo se la coalizione di cui fanno parte ha superato il 10%. In questo caso, però, non si tratta di liste civetta ma di signor partiti, quelli sopra l’1%”. Ma Forza Italia chiede di conteggiare anche i partiti sotto l’1% per ingrossare la sua coalizione con liste un po’ farlocche e un po’ no di sostegno come il partito degli animalisti della Brambilla, la Dc di Rotondi, il partito della Bellezza di Sgarbi, i liberali, i repubblicani, Scelta civica di Zanetti, etc. mentre Ap chiede di abbassare la soglia del 3%, anche se solo al Senato, e di conteggiarla solo lì su base regionale.

Eppure, anche se lento pede, il Rosatellum bis avanza, per ora, sostenuto dalla sua maggioranza ‘quadripartita’ (Pd-Fi-Lega-Ap): entro venerdì la commissione dovrebbe licenziare il testo base, anche se a tappe forzate (giovedì l’Aula sospenderà i lavori per permettere alla commissione di lavorare tutto il giorno) e dare mandato al relatore Fiano per mandarlo in Aula il 10 ottobre (tempi previsti di chiusura il 14 ottobre, dopo passerà al Senato) mentre venerdì 6 è convocata la Direzione dem per discuterne. Il deputato dem Parrini ritiene che “il consenso che si è formato è più largo nel Pd e negli altri partiti di quello che c’era, a giugno, sul sistema tedesco”. Sarà, si vedrà. Stasera, alla riunione del gruppo dem ci sarà maretta: la minoranza interna di Orlando e Cuperlo cercherà di piantare alcune bandierine (il voto disgiunto) e altri malumori non mancheranno, causa i fan delle preferenze. Infine, che ci saranno, in Aula, dove il voto segreto è ammesso, molti franchi tiratori lo sanno tutti. Nel Pd, su 90 voti segreti, ne contano già “almeno un centinaio”: potrebbero affossare la legge. Marco Meloni, deputato vicino a Enrico Letta, lo annuncia chiaro: “In Aula voterò, a scrutinio segreto o palese, tutti gli emendamenti che rimettono le preferenze”. Quanti altri lo faranno senza dirlo? Forse anche per questo aleggia, nel Pd, una tentazione: chiedere al governo di mettere la fiducia, sulla nuova legge elettorale, e blindare il provvedimento mettendolo al riparo dai voti segreti. Ma anche questo strumento ha diverse controindicazioni: comunque darebbe adito a molte polemiche politiche; coinvolgerebbe in prima persona il premier Gentiloni che non sarebbe più un osservatore né un attore ‘terzo’ davanti alla questione legge elettorale da cui si è, invece, non a caso tenuto sempre alla larga (Mdp, ostile alla riforma, è in maggioranza e così gruppi minori); sul voto finale, anche con la fiducia, ci sarebbe comunque il voto segreto e così rischierebbe non solo il Pd, ma anche il governo. Infine, FI e Lega dovrebbero dare una fiducia ‘tecnica’ a un provvedimento che diventerebbe altamente politico, subendo critiche al loro interno. Ma del resto, se non lo facessero il patto a quattro stipulato da questi due partiti di opposizione con Pd e Ap salterebbe del tutto e la legge elettorale non sarebbe più condivisa da un arco di forze politiche che supera i confini della maggioranza, il che di certo non piacerebbe al Capo dello Stato.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 4 ottobre 2017 sul Quotidiano Nazionale  

NEW AGGIORNATO! Il Pd ha una legge elettorale: è il Rosatellum o Fianum. Ecco la spiegazione di cos’è e come funziona

aula-del-senato

L’aula di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica

Ettore Maria Colombo – ROMA

Questo articolo è stato scritto oggi, 17 maggio 2017, in forma originale per il blog e aggiornato oggi, 18 maggio 2017, sempre per il blog http://www.ettorecolombo.com

Il Pd trova ‘l’uovo di Colombo’ sulla legge elettorale

Un sistema ‘simil-tedesco’ con una sola scheda elettorale (due, in realtà: una per la Camera e una per il Senato), diviso a metà in quanto a distribuzione degli eletti: 50% scelti in collegi uninominali e 50% su liste plurinominali (corte e bloccate, di 4 nomi) con metodo proporzionale. Questo è il ‘Rosatellum’, dal cognome del capogruppo dem alla Camera dei Deputati, o ‘Fianum’, dal cognome del nuovo relatore del nuovo testo base, Emanuele Fiano (Pd), in commissione Affari costituzionali. Con l’appoggio del Pd e di altri gruppi politici (Lega Nord- Ala/Sc – Svp, etc.), questo testo si propone di farsi strada rapidamente alla Camera dei Deputati, dove il Pd e alleati hanno una solida maggioranza parlamentare, e di riuscire a spuntarla anche al Senato, dove i numeri sono più ballerini, ma – assicurano dal Nazareno – “ci saranno”.

L’autore di questo blog è in grado, grazie all’aiuto di alcuni esperti deputati dem, nonché di alcuni tecnici della materia elettorale, di anticiparne le linee guida prima che il nuovo modello di legge elettorale venga depositato – lo sarà solo stasera – dal Pd (relatore Fiano) presso la commissione Affari costituzionali alla Camera. Naturalmente, alcuni dettagli tecnici possono sfuggire, si prega quindi il lettore di tenerne conto nella lettura.

Definizione generale del ‘Rosatellum’ o ‘Fianum’.

Si tratta di un sistema ‘a fossato’, detto in modo tecnico, che separa in modo rigido l’elezione della quota maggioritaria a collegi uninominali (50%) da quella proporzionale (50% in collegi plurinominali).  “Simile non al sistema usato in Germania – dove i voti presi a livello nazionale, superando la soglia del 5%, guida l’assegnazione dei seggi anche nella parte uninominale, è una variante di sistemi conosciuti nell’Est Europa e usata in Giappone e Messico (in tutto una ventina di Paesi) dove l’assegnazione dei seggi tra quota maggioritaria e quota proporzionale è indipendente l’una dall’altra (da cui il ‘fossato’)”, come spiega il costituzionalista Stefano Ceccanti, vicino al Pd, in una sua nota tecnica.

Di conseguenza, l’elezione del 50% degli eletti nella parte dei collegi uninominali avviene con un sistema maggioritario a turno secco che segue il principio del ‘the first past all’ (il primo prende tutto, cioè tutti i voti di ogni collegio uninominale) mentre l’elezione del 50% degli eletti ripartiti in modo proporzionale, ripartiti sulla base di circoscrizioni plurinominali (grandi quanto l’accorpamento di 2/3 collegi uninominali e corrispondenti a una popolazione di 80/100 mila abitanti) assegna il restante 50% degli eletti su base, appunto, proporzionale, ma con una soglia di sbarramento unica e fissa per tutti (5%).

Tale sistema non ha nulla a che vedere né con l’Italicum (approvato dal governo Renzi: valeva solo per la Camera, prevedeva ballottaggio, poi cassato dalla Consulta, tra le prime due forze politiche e premio di maggioranza al 40%, soglia di sbarramento al 3%) né con il Consultellum, ciò che resta del vecchio Porcellum cassato dalla Consulta (proporzionale puro su base regionale, sbarramenti al 20%, 8% e 3%, preferenza unica). In parte è ripreso da una proposta depositata dai deputati di Ala (il gruppo di Verdini) Abrignani e Parisi, che però  prevedeva l’assegnazione di un premio di maggioranza, qui assente, in parte è ricalcato sul modello di sistema elettorale in vigore, dalla fine della seconda guerra mondiale, in Germania Ovest e poi esteso alla Germania Est dal 1990 ma dove è, appunto, il voto proporzionale a ‘guidare’ il sistema. Il sistema simil tedesco si può definire invece una via di mezzo tra un sistema maggioritario semi-puro, come era il Mattarellum (75% di collegi maggioritari e 25% di quota proporzionale alla Camera, due schede, 75% di collegi al Senato con scorporo del 25% per la quota proporzionale, una scheda) e un sistema maggioritario puro corretto da una quota robusta di proporzionale, ma mai quanto quello in vigore nella Prima Repubblica, dove vigevano le preferenze.

Non vi è premio di maggioranza, come invece indicava il progetto di legge di Ala, né alla Camera né al Senato, è abolito il sistema dello scorporo previsto dal Mattarellum, la scheda elettorale è unica, la soglia di sbarramento anche e fissata al 5%, ma potrebbe scendere nella contrattazione tra i partiti nel corso della sua approvazione nelle Camere (nel Mattarellum era al 4%, nell’Italicum al 3% ma solo per la Camera, nel Consultellum la soglia per i partiti è l’8%, per le coalizioni il 20%, per i partiti dentro coalizione il 3%).

La scheda elettorale è unica (una per la Camera e una per il Senato) ma ripartita in due parti: a sinistra c’è il nome del candidato di collegio (quota maggioritaria secca), a destra il o i partiti che sostengono il candidato (quota proporzionale). La modalità di elezione è triplice (MODIFICA INTERVENUTA NELLA REDAZIONE DEL TESTO TRA IERI, 17 MAGGIO, E OGGI, 18 MAGGIO): 1) si può votare il candidato di collegio: tale voto si trasferisce al partito collegato sulla scheda nella parte proporzionale, MA DATO CHE OGNI CANDIDATO PUO’ ESSERE SOSTENUTO ANCHE DA PIU’ DI UNA LISTA, IL SUO NOME SI RIPETE PIU’ VOLTE ACCANTO A OGNI LISTA CHE LO APPOGGIA; 2) si può votare il partito o i partiti che, nella quota proporzionale, sostengono il nome scelto come candidato nella parte maggioritaria: in tale caso il voto si trasferisce automaticamente nella parte maggioritaria a sostegno del candidato di collegio collegato a tali liste; 3) si può votare, con doppia croce, il candidato di collegio e il o i partiti nella parte proporzionale (opzione, di fatto, ‘rafforzativa’).

L’alternanza di genere nelle liste non è espressamente prevista, vi è solo che ciascuno dei due sessi non possa rappresentare più del 60% in ogni listino: vuol dire che, in un collegio plurinominale con due seggi da assegnare, debbono esserci un uomo e una donna, ma se il collegio assegna tre seggi, due uomini e una donna (o viceversa) e via così. Manca cioè una netta alternanza di genere, come nelle quote rosa (uomini e donne alternati nei listini). Senza tale norma, si potrebbe verificare che tutti i capolista e i secondi posti nel listino siano uomini, relegando le donne in fondo. Un errore cui verrà di certo posto rimedio durante la discussione in Aula. 

E’ vietato, pena annullamento della scheda, votare il candidato di un collegio e il/i partiti di un altro schieramento politico (divieto del cd. ‘voto disgiunto’). Nella parte destra della scheda compaiono, accanto al simbolo del partito, i nomi della lista bloccata (fino a un massimo di quattro nomi) che vengono eletti fino a esaurimento secondo i voti al partito. C’è l’obbligo di omogeneità per i collegamenti tra liste a livello di collegi plurinominali. Vuol dire che non si può fare il voto disgiunto in nessun caso. 

Il metodo di elezione di deputati e senatori.

Nei collegi uninominali vince chi arriva primo. Nel restante 505 assegnato con metodo proporzionale prendono seggi le liste che hanno superato il 5% di voti validi sul territorio  nazionale. Stabiliti i seggi spettanti a livello nazionale, si scende nelle circoscrizioni plurinominali e si segue l’ordine di lista (fino a 4 nomi per ogni lista) al fine di stabilire gli eletti. Se un eletto risulta in più collegi plurinominali (circoscrizioni) risulta eletto automaticamente dove la lista che lo sostiene è andata peggio: eliminate dunque le ‘opzioni’ di scelta dei candidati nei listini (dette anche ‘pluricandidature’), bocciate dalla Consulta nella sentenza sull’Italicum insieme al ballottaggio senza soglia, e il metodo del sorteggio introdotto dalla stessa sentenza della Consulta. eliminate, ovviamente, anche il metodo delle elezioni con le preferenze previste sia dall’Italicum (preferenza multipla) che dal Consultellum (preferenza unica). Niente capolista bloccati.

La Camera dei Deputati (630 deputati) viene divisa in due parti: 303 deputati vengono eletti con metodo maggioritario nei collegi uninominali e 303 nei collegi circoscrizionali, cioè con metodo proporzionale e sbarramento al 5% (forse, se non verrà abbassato…).

Il totale fa ‘solo’ 606 perché ne mancano altri 24, i quali sono: a) i 12 deputati eletti nelle circoscrizioni Estero (con metodo tutto proporzionale) e b) i 12 deputati eletti nelle regioni a Statuto speciale con tutela delle minoranze linguistiche così ripartiti: un eletto in Valle d’Aosta (collegio unico maggioritario) e 12 eletti in Trentino Alto-Adige (8 collegi uninominali maggioritari e 3 collegi proporzionali secondo il Mattarellum del 1994). Di fatto, nei collegi del Trentino e della Valle d’Aosta la soglia di sbarramento è al 20% circa. mentre per il grosso del restante (303 collegi plurinominali) è al 5% su base nazionale.

I 303 collegi maggioritari sono uninominali (grandi circa 70 mila abitanti l’uno) mentre le circoscrizioni saranno tra 80 e 100 (o, forse, meno), raccogliendo due o tre collegi uninominali dalla grandezza di circa 700 mila abitanti a circoscrizione.

Il Senato della Repubblica (315 senatori eletti, essendo oggi altri 4 senatori eletti a vita) è diviso in due parti di eletti: 150 collegi maggioritari a turno unico e 151 eletti nelle 50 circoscrizioni per la parte proporzionale (la divisione non esatta dipende dal fatto che alcune regioni hanno diritto a un tot di senatori e non possono scendere al di sotto).

Il totale fa ‘solo’ 301 e non 315 perché, anche in questo caso, ne mancano 14: i 6 senatori eletti nelle circoscrizioni Estero con metodo rigidamente proporzionale e gli 8 senatori eletti nelle due regioni a statuto speciale Trentino Alto-Adige (che sono 7: 5 eletti nei collegi maggioritari e 2 con quota proporzionale, sempre seguendo il Mattarellum 1994) e uno in Valle d’Aosta (collegio maggioritario unico). La soglia di sbarramento è sempre al 5% ma calcolata su base regionale, quindi indipendente dal totale nazionale al Senato, ma la ripartizione dei seggi, ove si superi il 5% dei voti, è fatta sempre su base nazionale.

Per disegnare i collegi come le circoscrizioni verrà affidata una delega al governo con tempi certi per la loro definizione. Il governo può, in tempi celeri, ‘costruire’ i collegi (quello nazionale unico per superare la soglia del 5% non ha bisogno di altre definizioni, quello delle circoscrizioni regionali esiste già, mancano le circoscrizioni plurinominali e i collegi uninominali), diciamo entro 45 giorni. Se la legge fosse approvata a fine luglio, la delega al governo scatterebbe subito e i collegi sarebbero pronti da metà settembre 2017 il che vuol dire che, entro novembre 2017, in teoria, si potrebbe ancora andare a elezioni anticipate. 

Pregi e difetti del sistema descritto.

Il sistema è, tecnicamente chiaro ma complicato. Assomiglia molto al metodo di elezione dei sindaci nelle grandi città (sopra i 15 mila abitanti, legge elettorale risalente al 1993): quella presentava, però, il doppio turno, che qui non c’è, e la possibilità del voto disgiunto (possibilità di votare un candidato sindaco di una coalizione e un partito di un’altra), regola che qui è espressamente vietata. La scheda sarà unica, anche se forse un po’ difficile da leggere perché ‘zeppa’ di nomi (candidato nei collegi, simboli partiti, liste di nomi a sostegno dei partiti). Non vi è alcun premio di maggioranza da attribuire né a una lista né a una coalizione. I capolista bloccati vengono eliminati, le preferenze anche, mentre sono ammesse – come dice la Consulta nella sua sentenza sul Porcellum 1/2014 – le liste corte bloccate perché permettono la conoscibilità dei candidati (si parla qui della parte proporzionale). I collegi sono il metodo più chiaro e semplice per eleggere parlamentari e non escludono la possibilità di indire primarie di collegio e/o di coalizione per scegliere il leader della medesima, figura che, però, non è espressamente prevista nella legge. Eliminato l’infernale meccanismo dello scorporo, che permetteva, nel vecchio Mattarellum, il proliferare delle cd. ‘liste civetta’. Le due parti – maggioritario e proporzionale – sono separate e distinte, lo sbarramento al 5% (ma potrà scendere al 4% nella contrattazione) aiuta a combattere la frammentazione del sistema politico e il metodo scelto incentiva – anche se non obbliga – a creare delle coalizioni.

Da notare che le coalizioni possono anche limitarsi a essere di collegio o in più collegi, non devono cioè essere per forza di ambito nazionale o pluri-regionale. 

Sulla funzionalità e possibile governabilità del sistema, invece, non si può dire nulla, o poco: nei colleghi è eletto chi arriva primo e nella parte proporzionale si ha diritto a seggi solo se si supera la soglia del 5%, ma solo la prova delle elezioni e la maggiore o minore consistenza delle coalizioni o della forza dei singoli partiti potrà dire se questo sistema elettorale aiuterà la governabilità o meno del sistema politico. Di certo, però, non la peggiora come, invece, faceva un sistema totalmente o quasi del tutto proporzionale. Un sistema, quello indicato dallo schieramento iniziale (FI-M5S-Ncd-altri centristi) che portava il testo dell’ex relatore, il presidente della commissione Affari costituzionali della Camera, Mazziotti di Celso, che corrispondeva a un proporzionale puro con sbarramento unico al 3%, capolista bloccati, preferenze plurime e un inarrivabile per chiunque premio di maggioranza fissato al 40% e peraltro diverso tra Camera e Senato.

Possibili tempi tecnici e politici di approvazione

Il nuovo relatore, Fiano, assicura che “il Pd non perderà tempo”. Forse slitterà di qualche giorno il termine per gli emendamenti (fissato al 19 maggio) e l’approdo definitivo in Aula (29 maggio) ma l’obiettivo del Pd è approvare, alla Camera, la nuova legge elettorale entro giugno per portarla in Senato per la sua approvazione definitiva entro luglio. Ovviamente, al Senato, dove Pd e alleati hanno numeri assai più ballerini, il percorso della legge elettorale sarà molto più arduo, ma il Pd non dispera di avere i numeri per approvare in via definitiva il suo testo prima che le Camere, a fine luglio, entrino nella pausa estiva. E avere una legge elettorale nuova in vigore vuol dire, poi, appunto, poter andare a votare, politicamente, prima possibile perché, se il governo cadesse, Mattarella non potrebbe opporre alle forze politiche l’assenza di una nuova normativa in materia.

NB: L’articolo è stato scritto in forma originale per il blog il 17/18 maggio 2017. 

 

Legge elettorale. Mattarella pone i suoi paletti, in Parlamento qualcosa si muove, Renzi aspetta le primarie

mattarella

Sergio Mattarella, XII presidente della Repubblica italiana

Ettore Maria Colombo – ROMA

Una moral suasion esercitata sul Parlamento e, insieme, uno stop alle plausibili voglie di Matteo Renzi a correre alle elezioni anticipate non appena sarà re-incoronato leader del Pd il prossimo 30 aprile con le primarie. In buona sostanza il messaggio che il Colle ha inviato a Renzi suona così: “Serve una legge elettorale omogenea, valida e funzionante in entrambe le Camere. Si tratti di un aggiustamento tecnico o di una legge nuova, non spetta a me dirlo. Ma solo così chi lo vuole può ottenere il voto anticipato, altrimenti no”.

Renzi rispedisce le critiche al mittente, chiunque esso sia (“Il Pd – spiega ai suoi – non ha i numeri per approvare una nuova legge elettorale, tanto più al Senato, l’iter sarà lungo e non si può accollare a noi la responsabilità del ritardo”), ma certo è che anche l’ufficialità del comunicato del Colle ‘parla’ e ‘gela’ più il Pd, a tre giorni dalla celebrazione delle primarie, che altri partiti e schieramenti in campo, i quali – da FI a M5S – non a caso puntano il dito contro il fatto che “si perde tempo perché bisogna aspettare le primarie del Pd”.Con parole pesanti come macigni, Mattarella parla di “necessità e urgenza” di adempiere ai due “doveri” entrambi in capo “al Parlamento e ai gruppi parlamentari”: scrivere una nuova legge elettorale ed eleggere un giudice della Consulta, che attende di essere nominato (spetta, in quota, al centrodestra) da parte del Parlamento ormai da gennaio.

“Due sentenze non fanno una legge elettorale” ha spiegato, infatti, de visu Sergio Mattarella, ex giudice della Consulta, riferendosi alle due sentenze che hanno cassato prima, nel 2014, il Porcellum al Senato e poi l’Italicum alla Camera. Mattarella parlava ai due presidenti di Camera e Senato, Boldrini e Grasso, convocati al Quirinale a ora di pranzo per un pranzo che doveva restare riservato e a cui, invece, proprio il Colle ha voluto dare il crisma dell’ufficialità con un formale comunicato stampa finale. Boldrini e Grasso ne hanno dedotto, giustamente, che il Capo dello Stato è “determinato e pronto a usare tutte le sue prerogative”, compresa l’Arma Fine di Mondo, il messaggio ufficiale alle Camere.

Le sonnacchiose acque della politica si increspano subito. La Boldrini, alla fine della conferenza dei capigruppo, può incassare un primo risultato: l’esame dei 30 testi di legge sulla riforma elettorale, che si trascina stancamente in seno alla prima commissione Affari costituzionali, finirà entro il 29 maggio, quando si andrà dritti in Aula per il voto finale mentre il presidente della Prima commissione Affari costituzionali, il civico Mazziotti di Celso si spinge molto in là con l’ottimismo, sostenendo che “entro la prossima settimana ci sarà un testo base” (cosa difficile). Tutti i partiti plaudono, a parole, alle parole di Mattarella, ma il punto è trovare una maggioranza per una riforma elettorale che, ad oggi, non c’è. Per dire, l’M5S rilancia il Legalicum, FI attacca il Pd, la Lega apre al Provincellum, Mdp continua a dire No ai capolista bloccati, Ncd vuole il premio alla coalizione e via così.

Il Pd ha avanzato una proposta, a prima firma Fiano, che prevede il premio alla lista e una soglia di sbarramento unica al 5%, ma anche quei collegi uninominali che nessuno, in realtà, vuole perché tutti vogliono tenersi i capolista bloccati. E dunque? Il Pd di Renzi aveva trovato l’escamotage tecnico: “si vota con i due sistemi attuali, perfettamente compatibili” e si fa “un decreto legge del governo per fare prima”. Ecco, dal Colle fanno sapere che sia l’una che l’altra via sono precluse: le due leggi non collimano, il decreto non si può fare. Se vuole votare prima della scadenza naturale della legislatura, cioè a ottobre o novembre, Renzi deve trovare i numeri per fare una nuova legge. Con i voti di chi (FI? M5S?) sarà oggetto di dibattito da oggi, per ora il Colle ha fissato i suoi inderogabili paletti.

NB: L’articolo è stato pubblicato il 27 aprile su Quotidiano Nazionale.  

Legge elettorale, Berlusconi ‘sonda’ Renzi per il premio alla coalizione. Lo scontro a tre sulle primarie si infiamma

1. Legge elettorale. Berlusconi manda Gianni Letta in ‘ambasciata’ al Pd di Renzi: vuole il premio alla coalizione, ma per ora la risposta è picche: ‘Si parte dal Mattarellum’. 
berlusconi

Silvio Berlusconi quando era ancora in Senato

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Il Cavaliere – spiegano fonti azzurre qualificate – ha dato un mandato esplorativo a Gianni Letta per chiedere al Pd di Renzi  di trovare un compromesso sulla legge elettorale e per introdurre, al posto del premio alla lista, il premio alla coalizione”. Il vicesegretario del Pd Lorenzo Guerini, teorico destinatario della richiesta, nega di averla ricevuta. Si limita a confidare a un amico che “quando e se mai ci faranno una proposta, la valuteremo” e a ribadire – come fa anche, sempre parlando con dei colleghi, il capogruppo alla Camera, Ettore Rosato – “che la nostra posizione è chiara: per noi si parte dal Mattarellum”. Con una postilla non di poco conto, sia pure non ufficiale: “Per noi il premio alla lista non si tocca, mica vogliamo allearci con D’Alema e neppure con Alfano…”.

La trattativa, così, sembra finita ancora prima di iniziare, ma sottotraccia il lavoro continua. L’esame della legge elettorale giace, per ora, nei cassetti della I commissione Affari costituzionali della Camera (ben 29 le proposte, l’ultima è di Pino Pisicchio, capogruppo del Misto, giusto perché non manchi nessuno) e – spiegano dal Pd – “di portare il dibattito in Aula non se ne parla prima di aprile”. Eppure, Berlusconi – tornato al centro della scena politica – ha riscoperto interesse per un tema che, di solito, lo annoia. Infatti, se il centrodestra (FI+Lega+Fd’I) sta per ricomporsi, la legge elettorale è cruciale per decidere se la nuova alleanza avverrà sotto forma di un ‘listone’ unico o di una ‘federazione’ di più partiti. Oggi, con l’Italicum alla Camera e il Consultellum al Senato, le coalizioni non sono previste e il premio (al 40%) incentiva i ‘listoni’, ma se passasse il premio alla coalizione “Berlusconi eviterebbe – spiega un suo uomo – di cedere posti e sovranità a Salvini”. Il Cav – che già dialoga con profitto, e da tempo, con il ministro Franceschini (favorevole al premio alla coalizione) e con Emiliano – ora vuole parlarne pure con il Pd renziano. Magari in cambio del ‘livellamento’ in alto (al 5%) delle attuali soglie di sbarramento (3% Camera, 8% Senato). Una proposta, quella di livellare le soglie, che, ‘ammazzando’ gli scissionisti di Mdp, potrebbe di molto ingolosire Renzi e il Pd.

Solo che, nel Pd, c’è chi ha fretta e chi no, sulla legge elettorale, a seconda del candidato. Emiliano, di solito, sul tema non si pronuncia, se non per ribadire il suo no alle liste bloccate. “Se ne parla dopo le primarie”, dicono, invece, i pasdaran dell’ex premier. “Il Mattarellum non ha i voti per passare, serve una proposta nuova del Pd alle Camere e una legge che preveda un premio alla governabilità”, dice invece il ministro Andrea Orlando. Gli ‘orlandiani’ rilanciano, chiedendo al Pd di “fare presto”. I renziani prendono tempo e si limitano a far notare che “Orlando, lo scorso dicembre, in Assemblea nazionale, ha votato il ritorno al Mattarellum”, ergo “ora si contraddice perché cerca i voti degli ulivisti”, in vista delle primarie. E, guarda caso, ieri sera, dagli studi diPorta a Porta, Enrico Letta, ha detto che “il proporzionale equivale alla palude, l’Italicum è incostituzionale, bisogna fare una nuova legge elettorale”. Mancava solo dicesse ‘premio alla coalizione’ e la linea di Orlando era sposata in pieno. Parole che, forse, pure Romano Prodi condividerebbe.

NB: L’articolo è stato pubblicato il 21 marzo 2017 a pagina 8 del Quotidiano Nazionale. 
_________________________________________________________________
2. Pd senza pace: Bettini ospita il confronto tra gli sfidanti ma si presenta solo Orlando. Intanto, alla Camera, accelera la legge sulle toghe in aspettativa detta “anti-Emiliano”.
Consiglio dei ministri sulla legge di Bilancio

Il ministro della Giustizia Andrea Orlando a margine di un Consiglio dei ministri

Ettore Maria Colombo – ROMA
IN UN sonnacchioso sabato romano i candidati alla segreteria del Pd decidono di tirare di fioretto. Sarà che l’ospite è Goffredo Bettini. L’antico mentore di Rutelli e Veltroni, ideatore del ‘modello Roma’, oggi è lontano da ruoli attivi, ma vuole dire la sua. In splendida forma fisica – è pure dimagrito – Bettini, che tifa apertamente per Orlando, ha convocato l’Assemblea nazionale di quel Campo democratico che governa in mezzadria e bonomia con il renzianissimo Sandro Gozi, in via Rieti, ma deve aver chiesto, a tutti e tre, un volemose bene. In verità, su ben tre candidati si presenta solo il ministro Orlando.PER CONTO di Michele Emiliano parla il pugliese Dario Ginefra. Venendo dalla sinistra postdiessina, ci prova con la mozione degli affetti: tira stoccate a Renzi e Orlando, ma non infiamma la platea, che peraltro è tutto tranne che oceanica. Intanto, alla distanza, i sostenitori della mozione Emiliano attaccano le modalità con cui la Rai sta seguendo la campagna congressuale, denunciando, a loro giudizio, l’eccessiva presenza di Renzi in tv. E invocano, come soluzione, una par condicio tra i tre candidati segretari.

A NOME dell’ex premier interviene il capogruppo alla Camera del Pd, Ettore Rosato, ormai divenuto un pretoriano di ferro del renzismo: attacca Grillo a testa bassa e loda il Pd, «il solo partito che fa dibattiti interni e che fa le primarie». Poi, fuori sacco, dice papale papale che «la legge sul divieto ai magistrati di fare politica non solo la incardineremo assai presto, subito dopo quella sul fine vita» ma anche che «la vogliamo approvare in pochi mesi». All’ex pm Emiliano saranno fischiate le orecchie, ma Ginefra è già ripartito.

Tocca al ministro (della Giustizia, appunto) Orlando, il più applaudito. Tutto il Lazio sta con lui, da Bettini al governatore Zingaretti, mentre Renzi a Roma si è dovuto affidare all’ex veltroniano Roberto Morassut e alla moglie di Franceschini, Michela De Biase, capogruppo in Campidoglio, ed Emiliano ricorrere all’ex dalemiano Umberto Marroni. Certo, nei sondaggi Orlando – che pure surclassa Emiliano (20% contro 18% per Scenari politici) – vede un Renzi ad oggi inarrivabile con il suo oltre 62%. L’ex premier tra l’altro ritiene che supererà il 50% anche nel voto tra gli iscritti mentre nel 2013 prese il 44% contro Cuperlo.
Ma se contano, come contano, i buoni rapporti nei salotti buoni, ieri Orlando ne ha azzeccata un altra. A Milano, prima ha riempito con trecento persone la Fondazione Feltrinelli, luogo mitico della sinistra comunista e radical chic meneghina, poi si è intrattenuto per mezz’ora nell’abitazione privata dell’attuale sindaco milanese, Beppe Sala. Non senza aver lodato e imbrodato il ‘modello Milano’ di Sala oggi e, soprattutto, di Pisapia fino a ieri. «Il colloquio è stato ad ampio raggio», dicono i suoi. Certo, il feeling appare buono e gli ‘orlandi’ sperano che Sala – come e, forse, dopo Romano Prodi, che sarebbe il colpaccio, ed Enrico Letta – si produca in un endorsement per il loro paladino. Invece, a palazzo Marino si dice che «nonostante i pessimi rapporti che ormai ha con Renzi, alla fine il sindaco si schiererà con lui, ma lo farà così tardi e così male che Renzi si arrabbierà con lui molto e comunque».
TORNANDO a Roma, Orlando ha criticato la scelta del ticket con Martina fatta da Renzi (ne è seguita una polemica tra i due coordinatori delle due mozioni: Martella per Orlando, Guerini per Renzi) bollata da «ritorno al centrosinistra col trattino», si è scagliato contro «il partito delle correnti» (ma pure lui le ha), contro «le scissioni silenziose» dei militanti e ha rivendicato «l’europeismo» del suo Pd contro le ventate di anti-europeismo (quelle di Renzi, of course). Anche lui, però, che è ministro della Giustizia è a favore della proposta Migliore sui magistrati in politica, senza dire del fatto che sta per incassare, dopo anni di tribolazioni, la riforma del processo penale e delle intercettazioni.
NB: Questo articolo è stato pubblicato il 19 marzo a pagina 13 del Quotidiano Nazionale.

Il patto segreto Renzi-Berlusconi: un Italicum ‘mascherato’ ed elezioni il prima possibile

berlusconi

Silvio Berlusconi quando sedeva al Senato

STA per nascere l’«Italicum mascherato»? Un sistema elettorale mezzo Italicum, mezzo proporzionale? Se ne parla da giorni al Nazareno, dove lo chiamano «il patto del Diavolo». Un ‘Nazareno 2.0’ stipulato, a breve, tra gli stessi contraenti del ‘Nazareno 1.0’, Renzi e Berlusconi, ma con obiettivi assai diversi dall’originale: per Renzi sarebbe l’assicurazione che la legislatura verrà interrotta assai prima della scadenza naturale (febbraio 2018) e che si voterà a giugno; per il Cav la polizza è già più impalpabile.
Vaghe rassicurazioni (e pressioni) sul governo Gentiloni affinché non si costituisca contro il ricorso dei legali del leader di FI che ne chiedono la riabilitazione presso la Corte europea di Strasburgo e, in rapida successione, il voto favorevole del Pd quando, prima o poi, il Parlamento si ritroverà a votare sulla legge Severino sempre ai fini dell’applicazione della sentenza di Strasburgo, altrimenti essa non avrebbe effetti giuridici e Berlusconi resterebbe incandidabile. Poi, certo, il sostegno del governo Gentiloni nel braccio di ferro Mediaset-Vivendi. Stop alle sanzioni con la Russia, nomine di enti pubblici da concordare. Ma la merce di scambio sa farsi anche concreta, se Renzi vuole e come il Cavaliere sa bene.

ED ECCO che un Renzi ringalluzzito, che a Roma si sta cercando pure casa (palazzo Chigi non c’è più, la soluzione di scendere in albergo, di solito quello vicino alla stazione Termini, è stata scartata), ieri pomeriggio è andato a trovare Gentiloni al Gemelli («tra i due la sintonia è perfetta», dicono fonti di governo e ribadiscono fonti del Nazareno) e lì è rimasto per un’ora, poi ha avuto raffiche di incontri al Nazareno: Zanda (per i numeri al Senato), Cuperlo (per ‘aprire’ a sinistra), il ‘solito’ Guerini, sempre più calato nel suo ruolo di «numero due» del Pd. L’ex segretario dei Ds ed ex sindaco di Torino, Piero Fassino, e il ministro all’Agricoltura Maurizio Martina avranno un ruolo, nella nuova segreteria, dove entreranno lo scrittore Carofiglio e vari sindaci (Bonajuto, Palazzi, Falcomatà, Ricci, etc.), ma non l’Organizzazione, che resterà in capo a Guerini. Infine, Renzi si è preparato per un’intervista sulle «Ragioni della Sinistra» che darà oggi a Ezio Mauro per Repubblica. A Guerini e Zanda, però, resta il compito più arduo. Far arrivare, via Paolo Romani e Gianni Letta, un sms al Cavaliere, che di Renzi non si fida più e da tempo: «Preferisci l’uovo oggi (una legge elettorale concordata e seria, ndr) o l’incerta gallina (una legge elettorale ‘minacciosa’, nei tuoi confronti, ndr) domani?». La cosa curiosa è che Berlusconi ci sta pensando, stavolta, e sul serio. Specie dopo che, spiega l’autorevole fonte del Nazareno, «gli abbiamo recapitato due messaggi: con il proporzionale puro non governa nessuno, neanche tu, e neppure con la grosse koalition, dopo le elezioni; se vuoi avere la certezza di poterti scegliere i parlamentari, solo noi, che abbiamo uguali ‘problemi’ in casa nostra (leggi: la minoranza del Pd, ndr), siamo la tua unica garanzia di avere le liste bloccate».

ECCOLO, dunque, il «patto del diavolo». Premessa metodologica: non si possono «fare i conti senza l’oste». Bisogna aspettare, cioè, che la Consulta (udienza il 24 gennaio, sentenza non prima del 10 febbraio) si pronunzi. Poi, serve che la Consulta ritagli, dall’Italicum, la legge elettorale in vigore solo per la Camera dal I luglio 2016, un sistema di base proporzionale, senza il ballottaggio (e, forse, senza le multi-candidature, di certo senza i capolista bloccati), ma tenga intatto il premio di maggioranza al 40%, da assegnare però al primo turno, o meglio turno unico. Ne risulterebbe un sistema proporzionale sì (anche l’Italicum lo è, persino il Porcellum lo era…), ma con soglie di sbarramento alte e da limare in Parlamento («in un mese e mezzo ce la si fa», assicurano al Nazareno mentre altri sono assai più scettici). La proposta del ‘patto del Diavolo’ fatta a FI, e scritta pure già nero su bianco, da parte dei democrat, sulle soglie di sbarramento è questa: l’8% al Senato, ma il 5% alla Camera per i partiti che corrono da soli, mentre le soglie scenderebbero al 4% al Senato e al 2,5% alla Camera per i partiti «coalizzati», che corrono in una coalizione.
E, soprattutto, nel Patto, c’è un premio di maggioranza «variabile»: non più «fisso» come nell’Italicum (55% di seggi, pari a 340 deputati), ma 55% dei seggi con il 40% dei voti, meno del 55% se prendi meno e via a scalare con un premio che ‘scende’ dal 15% al 5%. Infine, niente preferenze, ma liste ‘corte’, come nel sistema spagnolo, o collegi maggioritari «grandi», non come nel Mattarellum, ma come nel Senato della Prima Repubblica. L’obiettivo è identico: poter sapere chi verrà eletto, riuscendo a controllare le proprie truppe parlamentari. Desiderio e volontà care a Forza Italia come al Pd di Renzi.
I possibili intoppi, sulla strada del «patto del Diavolo», però, sono tanti. Uno per tutti: Renzi non è più premier, Berlusconi non controlla più la coalizione di centrodestra.

NB: questo articolo è stato pubblicato a pagina 8 del Quotidiano Nazionale il 14 gennaio 2017.