NEW AGGIORNATO! Il Pd ha una legge elettorale: è il Rosatellum o Fianum. Ecco la spiegazione di cos’è e come funziona

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L’aula di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica

Ettore Maria Colombo – ROMA

Questo articolo è stato scritto oggi, 17 maggio 2017, in forma originale per il blog e aggiornato oggi, 18 maggio 2017, sempre per il blog http://www.ettorecolombo.com

Il Pd trova ‘l’uovo di Colombo’ sulla legge elettorale

Un sistema ‘simil-tedesco’ con una sola scheda elettorale (due, in realtà: una per la Camera e una per il Senato), diviso a metà in quanto a distribuzione degli eletti: 50% scelti in collegi uninominali e 50% su liste plurinominali (corte e bloccate, di 4 nomi) con metodo proporzionale. Questo è il ‘Rosatellum’, dal cognome del capogruppo dem alla Camera dei Deputati, o ‘Fianum’, dal cognome del nuovo relatore del nuovo testo base, Emanuele Fiano (Pd), in commissione Affari costituzionali. Con l’appoggio del Pd e di altri gruppi politici (Lega Nord- Ala/Sc – Svp, etc.), questo testo si propone di farsi strada rapidamente alla Camera dei Deputati, dove il Pd e alleati hanno una solida maggioranza parlamentare, e di riuscire a spuntarla anche al Senato, dove i numeri sono più ballerini, ma – assicurano dal Nazareno – “ci saranno”.

L’autore di questo blog è in grado, grazie all’aiuto di alcuni esperti deputati dem, nonché di alcuni tecnici della materia elettorale, di anticiparne le linee guida prima che il nuovo modello di legge elettorale venga depositato – lo sarà solo stasera – dal Pd (relatore Fiano) presso la commissione Affari costituzionali alla Camera. Naturalmente, alcuni dettagli tecnici possono sfuggire, si prega quindi il lettore di tenerne conto nella lettura.

Definizione generale del ‘Rosatellum’ o ‘Fianum’.

Si tratta di un sistema ‘a fossato’, detto in modo tecnico, che separa in modo rigido l’elezione della quota maggioritaria a collegi uninominali (50%) da quella proporzionale (50% in collegi plurinominali).  “Simile non al sistema usato in Germania – dove i voti presi a livello nazionale, superando la soglia del 5%, guida l’assegnazione dei seggi anche nella parte uninominale, è una variante di sistemi conosciuti nell’Est Europa e usata in Giappone e Messico (in tutto una ventina di Paesi) dove l’assegnazione dei seggi tra quota maggioritaria e quota proporzionale è indipendente l’una dall’altra (da cui il ‘fossato’)”, come spiega il costituzionalista Stefano Ceccanti, vicino al Pd, in una sua nota tecnica.

Di conseguenza, l’elezione del 50% degli eletti nella parte dei collegi uninominali avviene con un sistema maggioritario a turno secco che segue il principio del ‘the first past all’ (il primo prende tutto, cioè tutti i voti di ogni collegio uninominale) mentre l’elezione del 50% degli eletti ripartiti in modo proporzionale, ripartiti sulla base di circoscrizioni plurinominali (grandi quanto l’accorpamento di 2/3 collegi uninominali e corrispondenti a una popolazione di 80/100 mila abitanti) assegna il restante 50% degli eletti su base, appunto, proporzionale, ma con una soglia di sbarramento unica e fissa per tutti (5%).

Tale sistema non ha nulla a che vedere né con l’Italicum (approvato dal governo Renzi: valeva solo per la Camera, prevedeva ballottaggio, poi cassato dalla Consulta, tra le prime due forze politiche e premio di maggioranza al 40%, soglia di sbarramento al 3%) né con il Consultellum, ciò che resta del vecchio Porcellum cassato dalla Consulta (proporzionale puro su base regionale, sbarramenti al 20%, 8% e 3%, preferenza unica). In parte è ripreso da una proposta depositata dai deputati di Ala (il gruppo di Verdini) Abrignani e Parisi, che però  prevedeva l’assegnazione di un premio di maggioranza, qui assente, in parte è ricalcato sul modello di sistema elettorale in vigore, dalla fine della seconda guerra mondiale, in Germania Ovest e poi esteso alla Germania Est dal 1990 ma dove è, appunto, il voto proporzionale a ‘guidare’ il sistema. Il sistema simil tedesco si può definire invece una via di mezzo tra un sistema maggioritario semi-puro, come era il Mattarellum (75% di collegi maggioritari e 25% di quota proporzionale alla Camera, due schede, 75% di collegi al Senato con scorporo del 25% per la quota proporzionale, una scheda) e un sistema maggioritario puro corretto da una quota robusta di proporzionale, ma mai quanto quello in vigore nella Prima Repubblica, dove vigevano le preferenze.

Non vi è premio di maggioranza, come invece indicava il progetto di legge di Ala, né alla Camera né al Senato, è abolito il sistema dello scorporo previsto dal Mattarellum, la scheda elettorale è unica, la soglia di sbarramento anche e fissata al 5%, ma potrebbe scendere nella contrattazione tra i partiti nel corso della sua approvazione nelle Camere (nel Mattarellum era al 4%, nell’Italicum al 3% ma solo per la Camera, nel Consultellum la soglia per i partiti è l’8%, per le coalizioni il 20%, per i partiti dentro coalizione il 3%).

La scheda elettorale è unica (una per la Camera e una per il Senato) ma ripartita in due parti: a sinistra c’è il nome del candidato di collegio (quota maggioritaria secca), a destra il o i partiti che sostengono il candidato (quota proporzionale). La modalità di elezione è triplice (MODIFICA INTERVENUTA NELLA REDAZIONE DEL TESTO TRA IERI, 17 MAGGIO, E OGGI, 18 MAGGIO): 1) si può votare il candidato di collegio: tale voto si trasferisce al partito collegato sulla scheda nella parte proporzionale, MA DATO CHE OGNI CANDIDATO PUO’ ESSERE SOSTENUTO ANCHE DA PIU’ DI UNA LISTA, IL SUO NOME SI RIPETE PIU’ VOLTE ACCANTO A OGNI LISTA CHE LO APPOGGIA; 2) si può votare il partito o i partiti che, nella quota proporzionale, sostengono il nome scelto come candidato nella parte maggioritaria: in tale caso il voto si trasferisce automaticamente nella parte maggioritaria a sostegno del candidato di collegio collegato a tali liste; 3) si può votare, con doppia croce, il candidato di collegio e il o i partiti nella parte proporzionale (opzione, di fatto, ‘rafforzativa’).

L’alternanza di genere nelle liste non è espressamente prevista, vi è solo che ciascuno dei due sessi non possa rappresentare più del 60% in ogni listino: vuol dire che, in un collegio plurinominale con due seggi da assegnare, debbono esserci un uomo e una donna, ma se il collegio assegna tre seggi, due uomini e una donna (o viceversa) e via così. Manca cioè una netta alternanza di genere, come nelle quote rosa (uomini e donne alternati nei listini). Senza tale norma, si potrebbe verificare che tutti i capolista e i secondi posti nel listino siano uomini, relegando le donne in fondo. Un errore cui verrà di certo posto rimedio durante la discussione in Aula. 

E’ vietato, pena annullamento della scheda, votare il candidato di un collegio e il/i partiti di un altro schieramento politico (divieto del cd. ‘voto disgiunto’). Nella parte destra della scheda compaiono, accanto al simbolo del partito, i nomi della lista bloccata (fino a un massimo di quattro nomi) che vengono eletti fino a esaurimento secondo i voti al partito. C’è l’obbligo di omogeneità per i collegamenti tra liste a livello di collegi plurinominali. Vuol dire che non si può fare il voto disgiunto in nessun caso. 

Il metodo di elezione di deputati e senatori.

Nei collegi uninominali vince chi arriva primo. Nel restante 505 assegnato con metodo proporzionale prendono seggi le liste che hanno superato il 5% di voti validi sul territorio  nazionale. Stabiliti i seggi spettanti a livello nazionale, si scende nelle circoscrizioni plurinominali e si segue l’ordine di lista (fino a 4 nomi per ogni lista) al fine di stabilire gli eletti. Se un eletto risulta in più collegi plurinominali (circoscrizioni) risulta eletto automaticamente dove la lista che lo sostiene è andata peggio: eliminate dunque le ‘opzioni’ di scelta dei candidati nei listini (dette anche ‘pluricandidature’), bocciate dalla Consulta nella sentenza sull’Italicum insieme al ballottaggio senza soglia, e il metodo del sorteggio introdotto dalla stessa sentenza della Consulta. eliminate, ovviamente, anche il metodo delle elezioni con le preferenze previste sia dall’Italicum (preferenza multipla) che dal Consultellum (preferenza unica). Niente capolista bloccati.

La Camera dei Deputati (630 deputati) viene divisa in due parti: 303 deputati vengono eletti con metodo maggioritario nei collegi uninominali e 303 nei collegi circoscrizionali, cioè con metodo proporzionale e sbarramento al 5% (forse, se non verrà abbassato…).

Il totale fa ‘solo’ 606 perché ne mancano altri 24, i quali sono: a) i 12 deputati eletti nelle circoscrizioni Estero (con metodo tutto proporzionale) e b) i 12 deputati eletti nelle regioni a Statuto speciale con tutela delle minoranze linguistiche così ripartiti: un eletto in Valle d’Aosta (collegio unico maggioritario) e 12 eletti in Trentino Alto-Adige (8 collegi uninominali maggioritari e 3 collegi proporzionali secondo il Mattarellum del 1994). Di fatto, nei collegi del Trentino e della Valle d’Aosta la soglia di sbarramento è al 20% circa. mentre per il grosso del restante (303 collegi plurinominali) è al 5% su base nazionale.

I 303 collegi maggioritari sono uninominali (grandi circa 70 mila abitanti l’uno) mentre le circoscrizioni saranno tra 80 e 100 (o, forse, meno), raccogliendo due o tre collegi uninominali dalla grandezza di circa 700 mila abitanti a circoscrizione.

Il Senato della Repubblica (315 senatori eletti, essendo oggi altri 4 senatori eletti a vita) è diviso in due parti di eletti: 150 collegi maggioritari a turno unico e 151 eletti nelle 50 circoscrizioni per la parte proporzionale (la divisione non esatta dipende dal fatto che alcune regioni hanno diritto a un tot di senatori e non possono scendere al di sotto).

Il totale fa ‘solo’ 301 e non 315 perché, anche in questo caso, ne mancano 14: i 6 senatori eletti nelle circoscrizioni Estero con metodo rigidamente proporzionale e gli 8 senatori eletti nelle due regioni a statuto speciale Trentino Alto-Adige (che sono 7: 5 eletti nei collegi maggioritari e 2 con quota proporzionale, sempre seguendo il Mattarellum 1994) e uno in Valle d’Aosta (collegio maggioritario unico). La soglia di sbarramento è sempre al 5% ma calcolata su base regionale, quindi indipendente dal totale nazionale al Senato, ma la ripartizione dei seggi, ove si superi il 5% dei voti, è fatta sempre su base nazionale.

Per disegnare i collegi come le circoscrizioni verrà affidata una delega al governo con tempi certi per la loro definizione. Il governo può, in tempi celeri, ‘costruire’ i collegi (quello nazionale unico per superare la soglia del 5% non ha bisogno di altre definizioni, quello delle circoscrizioni regionali esiste già, mancano le circoscrizioni plurinominali e i collegi uninominali), diciamo entro 45 giorni. Se la legge fosse approvata a fine luglio, la delega al governo scatterebbe subito e i collegi sarebbero pronti da metà settembre 2017 il che vuol dire che, entro novembre 2017, in teoria, si potrebbe ancora andare a elezioni anticipate. 

Pregi e difetti del sistema descritto.

Il sistema è, tecnicamente chiaro ma complicato. Assomiglia molto al metodo di elezione dei sindaci nelle grandi città (sopra i 15 mila abitanti, legge elettorale risalente al 1993): quella presentava, però, il doppio turno, che qui non c’è, e la possibilità del voto disgiunto (possibilità di votare un candidato sindaco di una coalizione e un partito di un’altra), regola che qui è espressamente vietata. La scheda sarà unica, anche se forse un po’ difficile da leggere perché ‘zeppa’ di nomi (candidato nei collegi, simboli partiti, liste di nomi a sostegno dei partiti). Non vi è alcun premio di maggioranza da attribuire né a una lista né a una coalizione. I capolista bloccati vengono eliminati, le preferenze anche, mentre sono ammesse – come dice la Consulta nella sua sentenza sul Porcellum 1/2014 – le liste corte bloccate perché permettono la conoscibilità dei candidati (si parla qui della parte proporzionale). I collegi sono il metodo più chiaro e semplice per eleggere parlamentari e non escludono la possibilità di indire primarie di collegio e/o di coalizione per scegliere il leader della medesima, figura che, però, non è espressamente prevista nella legge. Eliminato l’infernale meccanismo dello scorporo, che permetteva, nel vecchio Mattarellum, il proliferare delle cd. ‘liste civetta’. Le due parti – maggioritario e proporzionale – sono separate e distinte, lo sbarramento al 5% (ma potrà scendere al 4% nella contrattazione) aiuta a combattere la frammentazione del sistema politico e il metodo scelto incentiva – anche se non obbliga – a creare delle coalizioni.

Da notare che le coalizioni possono anche limitarsi a essere di collegio o in più collegi, non devono cioè essere per forza di ambito nazionale o pluri-regionale. 

Sulla funzionalità e possibile governabilità del sistema, invece, non si può dire nulla, o poco: nei colleghi è eletto chi arriva primo e nella parte proporzionale si ha diritto a seggi solo se si supera la soglia del 5%, ma solo la prova delle elezioni e la maggiore o minore consistenza delle coalizioni o della forza dei singoli partiti potrà dire se questo sistema elettorale aiuterà la governabilità o meno del sistema politico. Di certo, però, non la peggiora come, invece, faceva un sistema totalmente o quasi del tutto proporzionale. Un sistema, quello indicato dallo schieramento iniziale (FI-M5S-Ncd-altri centristi) che portava il testo dell’ex relatore, il presidente della commissione Affari costituzionali della Camera, Mazziotti di Celso, che corrispondeva a un proporzionale puro con sbarramento unico al 3%, capolista bloccati, preferenze plurime e un inarrivabile per chiunque premio di maggioranza fissato al 40% e peraltro diverso tra Camera e Senato.

Possibili tempi tecnici e politici di approvazione

Il nuovo relatore, Fiano, assicura che “il Pd non perderà tempo”. Forse slitterà di qualche giorno il termine per gli emendamenti (fissato al 19 maggio) e l’approdo definitivo in Aula (29 maggio) ma l’obiettivo del Pd è approvare, alla Camera, la nuova legge elettorale entro giugno per portarla in Senato per la sua approvazione definitiva entro luglio. Ovviamente, al Senato, dove Pd e alleati hanno numeri assai più ballerini, il percorso della legge elettorale sarà molto più arduo, ma il Pd non dispera di avere i numeri per approvare in via definitiva il suo testo prima che le Camere, a fine luglio, entrino nella pausa estiva. E avere una legge elettorale nuova in vigore vuol dire, poi, appunto, poter andare a votare, politicamente, prima possibile perché, se il governo cadesse, Mattarella non potrebbe opporre alle forze politiche l’assenza di una nuova normativa in materia.

NB: L’articolo è stato scritto in forma originale per il blog il 17/18 maggio 2017. 

 

Legge elettorale. Mattarella pone i suoi paletti, in Parlamento qualcosa si muove, Renzi aspetta le primarie

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Sergio Mattarella, XII presidente della Repubblica italiana

Ettore Maria Colombo – ROMA

Una moral suasion esercitata sul Parlamento e, insieme, uno stop alle plausibili voglie di Matteo Renzi a correre alle elezioni anticipate non appena sarà re-incoronato leader del Pd il prossimo 30 aprile con le primarie. In buona sostanza il messaggio che il Colle ha inviato a Renzi suona così: “Serve una legge elettorale omogenea, valida e funzionante in entrambe le Camere. Si tratti di un aggiustamento tecnico o di una legge nuova, non spetta a me dirlo. Ma solo così chi lo vuole può ottenere il voto anticipato, altrimenti no”.

Renzi rispedisce le critiche al mittente, chiunque esso sia (“Il Pd – spiega ai suoi – non ha i numeri per approvare una nuova legge elettorale, tanto più al Senato, l’iter sarà lungo e non si può accollare a noi la responsabilità del ritardo”), ma certo è che anche l’ufficialità del comunicato del Colle ‘parla’ e ‘gela’ più il Pd, a tre giorni dalla celebrazione delle primarie, che altri partiti e schieramenti in campo, i quali – da FI a M5S – non a caso puntano il dito contro il fatto che “si perde tempo perché bisogna aspettare le primarie del Pd”.Con parole pesanti come macigni, Mattarella parla di “necessità e urgenza” di adempiere ai due “doveri” entrambi in capo “al Parlamento e ai gruppi parlamentari”: scrivere una nuova legge elettorale ed eleggere un giudice della Consulta, che attende di essere nominato (spetta, in quota, al centrodestra) da parte del Parlamento ormai da gennaio.

“Due sentenze non fanno una legge elettorale” ha spiegato, infatti, de visu Sergio Mattarella, ex giudice della Consulta, riferendosi alle due sentenze che hanno cassato prima, nel 2014, il Porcellum al Senato e poi l’Italicum alla Camera. Mattarella parlava ai due presidenti di Camera e Senato, Boldrini e Grasso, convocati al Quirinale a ora di pranzo per un pranzo che doveva restare riservato e a cui, invece, proprio il Colle ha voluto dare il crisma dell’ufficialità con un formale comunicato stampa finale. Boldrini e Grasso ne hanno dedotto, giustamente, che il Capo dello Stato è “determinato e pronto a usare tutte le sue prerogative”, compresa l’Arma Fine di Mondo, il messaggio ufficiale alle Camere.

Le sonnacchiose acque della politica si increspano subito. La Boldrini, alla fine della conferenza dei capigruppo, può incassare un primo risultato: l’esame dei 30 testi di legge sulla riforma elettorale, che si trascina stancamente in seno alla prima commissione Affari costituzionali, finirà entro il 29 maggio, quando si andrà dritti in Aula per il voto finale mentre il presidente della Prima commissione Affari costituzionali, il civico Mazziotti di Celso si spinge molto in là con l’ottimismo, sostenendo che “entro la prossima settimana ci sarà un testo base” (cosa difficile). Tutti i partiti plaudono, a parole, alle parole di Mattarella, ma il punto è trovare una maggioranza per una riforma elettorale che, ad oggi, non c’è. Per dire, l’M5S rilancia il Legalicum, FI attacca il Pd, la Lega apre al Provincellum, Mdp continua a dire No ai capolista bloccati, Ncd vuole il premio alla coalizione e via così.

Il Pd ha avanzato una proposta, a prima firma Fiano, che prevede il premio alla lista e una soglia di sbarramento unica al 5%, ma anche quei collegi uninominali che nessuno, in realtà, vuole perché tutti vogliono tenersi i capolista bloccati. E dunque? Il Pd di Renzi aveva trovato l’escamotage tecnico: “si vota con i due sistemi attuali, perfettamente compatibili” e si fa “un decreto legge del governo per fare prima”. Ecco, dal Colle fanno sapere che sia l’una che l’altra via sono precluse: le due leggi non collimano, il decreto non si può fare. Se vuole votare prima della scadenza naturale della legislatura, cioè a ottobre o novembre, Renzi deve trovare i numeri per fare una nuova legge. Con i voti di chi (FI? M5S?) sarà oggetto di dibattito da oggi, per ora il Colle ha fissato i suoi inderogabili paletti.

NB: L’articolo è stato pubblicato il 27 aprile su Quotidiano Nazionale.  

Legge elettorale, Berlusconi ‘sonda’ Renzi per il premio alla coalizione. Lo scontro a tre sulle primarie si infiamma

1. Legge elettorale. Berlusconi manda Gianni Letta in ‘ambasciata’ al Pd di Renzi: vuole il premio alla coalizione, ma per ora la risposta è picche: ‘Si parte dal Mattarellum’. 
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Silvio Berlusconi quando era ancora in Senato

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Il Cavaliere – spiegano fonti azzurre qualificate – ha dato un mandato esplorativo a Gianni Letta per chiedere al Pd di Renzi  di trovare un compromesso sulla legge elettorale e per introdurre, al posto del premio alla lista, il premio alla coalizione”. Il vicesegretario del Pd Lorenzo Guerini, teorico destinatario della richiesta, nega di averla ricevuta. Si limita a confidare a un amico che “quando e se mai ci faranno una proposta, la valuteremo” e a ribadire – come fa anche, sempre parlando con dei colleghi, il capogruppo alla Camera, Ettore Rosato – “che la nostra posizione è chiara: per noi si parte dal Mattarellum”. Con una postilla non di poco conto, sia pure non ufficiale: “Per noi il premio alla lista non si tocca, mica vogliamo allearci con D’Alema e neppure con Alfano…”.

La trattativa, così, sembra finita ancora prima di iniziare, ma sottotraccia il lavoro continua. L’esame della legge elettorale giace, per ora, nei cassetti della I commissione Affari costituzionali della Camera (ben 29 le proposte, l’ultima è di Pino Pisicchio, capogruppo del Misto, giusto perché non manchi nessuno) e – spiegano dal Pd – “di portare il dibattito in Aula non se ne parla prima di aprile”. Eppure, Berlusconi – tornato al centro della scena politica – ha riscoperto interesse per un tema che, di solito, lo annoia. Infatti, se il centrodestra (FI+Lega+Fd’I) sta per ricomporsi, la legge elettorale è cruciale per decidere se la nuova alleanza avverrà sotto forma di un ‘listone’ unico o di una ‘federazione’ di più partiti. Oggi, con l’Italicum alla Camera e il Consultellum al Senato, le coalizioni non sono previste e il premio (al 40%) incentiva i ‘listoni’, ma se passasse il premio alla coalizione “Berlusconi eviterebbe – spiega un suo uomo – di cedere posti e sovranità a Salvini”. Il Cav – che già dialoga con profitto, e da tempo, con il ministro Franceschini (favorevole al premio alla coalizione) e con Emiliano – ora vuole parlarne pure con il Pd renziano. Magari in cambio del ‘livellamento’ in alto (al 5%) delle attuali soglie di sbarramento (3% Camera, 8% Senato). Una proposta, quella di livellare le soglie, che, ‘ammazzando’ gli scissionisti di Mdp, potrebbe di molto ingolosire Renzi e il Pd.

Solo che, nel Pd, c’è chi ha fretta e chi no, sulla legge elettorale, a seconda del candidato. Emiliano, di solito, sul tema non si pronuncia, se non per ribadire il suo no alle liste bloccate. “Se ne parla dopo le primarie”, dicono, invece, i pasdaran dell’ex premier. “Il Mattarellum non ha i voti per passare, serve una proposta nuova del Pd alle Camere e una legge che preveda un premio alla governabilità”, dice invece il ministro Andrea Orlando. Gli ‘orlandiani’ rilanciano, chiedendo al Pd di “fare presto”. I renziani prendono tempo e si limitano a far notare che “Orlando, lo scorso dicembre, in Assemblea nazionale, ha votato il ritorno al Mattarellum”, ergo “ora si contraddice perché cerca i voti degli ulivisti”, in vista delle primarie. E, guarda caso, ieri sera, dagli studi diPorta a Porta, Enrico Letta, ha detto che “il proporzionale equivale alla palude, l’Italicum è incostituzionale, bisogna fare una nuova legge elettorale”. Mancava solo dicesse ‘premio alla coalizione’ e la linea di Orlando era sposata in pieno. Parole che, forse, pure Romano Prodi condividerebbe.

NB: L’articolo è stato pubblicato il 21 marzo 2017 a pagina 8 del Quotidiano Nazionale. 
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2. Pd senza pace: Bettini ospita il confronto tra gli sfidanti ma si presenta solo Orlando. Intanto, alla Camera, accelera la legge sulle toghe in aspettativa detta “anti-Emiliano”.
Consiglio dei ministri sulla legge di Bilancio

Il ministro della Giustizia Andrea Orlando a margine di un Consiglio dei ministri

Ettore Maria Colombo – ROMA
IN UN sonnacchioso sabato romano i candidati alla segreteria del Pd decidono di tirare di fioretto. Sarà che l’ospite è Goffredo Bettini. L’antico mentore di Rutelli e Veltroni, ideatore del ‘modello Roma’, oggi è lontano da ruoli attivi, ma vuole dire la sua. In splendida forma fisica – è pure dimagrito – Bettini, che tifa apertamente per Orlando, ha convocato l’Assemblea nazionale di quel Campo democratico che governa in mezzadria e bonomia con il renzianissimo Sandro Gozi, in via Rieti, ma deve aver chiesto, a tutti e tre, un volemose bene. In verità, su ben tre candidati si presenta solo il ministro Orlando.PER CONTO di Michele Emiliano parla il pugliese Dario Ginefra. Venendo dalla sinistra postdiessina, ci prova con la mozione degli affetti: tira stoccate a Renzi e Orlando, ma non infiamma la platea, che peraltro è tutto tranne che oceanica. Intanto, alla distanza, i sostenitori della mozione Emiliano attaccano le modalità con cui la Rai sta seguendo la campagna congressuale, denunciando, a loro giudizio, l’eccessiva presenza di Renzi in tv. E invocano, come soluzione, una par condicio tra i tre candidati segretari.

A NOME dell’ex premier interviene il capogruppo alla Camera del Pd, Ettore Rosato, ormai divenuto un pretoriano di ferro del renzismo: attacca Grillo a testa bassa e loda il Pd, «il solo partito che fa dibattiti interni e che fa le primarie». Poi, fuori sacco, dice papale papale che «la legge sul divieto ai magistrati di fare politica non solo la incardineremo assai presto, subito dopo quella sul fine vita» ma anche che «la vogliamo approvare in pochi mesi». All’ex pm Emiliano saranno fischiate le orecchie, ma Ginefra è già ripartito.

Tocca al ministro (della Giustizia, appunto) Orlando, il più applaudito. Tutto il Lazio sta con lui, da Bettini al governatore Zingaretti, mentre Renzi a Roma si è dovuto affidare all’ex veltroniano Roberto Morassut e alla moglie di Franceschini, Michela De Biase, capogruppo in Campidoglio, ed Emiliano ricorrere all’ex dalemiano Umberto Marroni. Certo, nei sondaggi Orlando – che pure surclassa Emiliano (20% contro 18% per Scenari politici) – vede un Renzi ad oggi inarrivabile con il suo oltre 62%. L’ex premier tra l’altro ritiene che supererà il 50% anche nel voto tra gli iscritti mentre nel 2013 prese il 44% contro Cuperlo.
Ma se contano, come contano, i buoni rapporti nei salotti buoni, ieri Orlando ne ha azzeccata un altra. A Milano, prima ha riempito con trecento persone la Fondazione Feltrinelli, luogo mitico della sinistra comunista e radical chic meneghina, poi si è intrattenuto per mezz’ora nell’abitazione privata dell’attuale sindaco milanese, Beppe Sala. Non senza aver lodato e imbrodato il ‘modello Milano’ di Sala oggi e, soprattutto, di Pisapia fino a ieri. «Il colloquio è stato ad ampio raggio», dicono i suoi. Certo, il feeling appare buono e gli ‘orlandi’ sperano che Sala – come e, forse, dopo Romano Prodi, che sarebbe il colpaccio, ed Enrico Letta – si produca in un endorsement per il loro paladino. Invece, a palazzo Marino si dice che «nonostante i pessimi rapporti che ormai ha con Renzi, alla fine il sindaco si schiererà con lui, ma lo farà così tardi e così male che Renzi si arrabbierà con lui molto e comunque».
TORNANDO a Roma, Orlando ha criticato la scelta del ticket con Martina fatta da Renzi (ne è seguita una polemica tra i due coordinatori delle due mozioni: Martella per Orlando, Guerini per Renzi) bollata da «ritorno al centrosinistra col trattino», si è scagliato contro «il partito delle correnti» (ma pure lui le ha), contro «le scissioni silenziose» dei militanti e ha rivendicato «l’europeismo» del suo Pd contro le ventate di anti-europeismo (quelle di Renzi, of course). Anche lui, però, che è ministro della Giustizia è a favore della proposta Migliore sui magistrati in politica, senza dire del fatto che sta per incassare, dopo anni di tribolazioni, la riforma del processo penale e delle intercettazioni.
NB: Questo articolo è stato pubblicato il 19 marzo a pagina 13 del Quotidiano Nazionale.

Il patto segreto Renzi-Berlusconi: un Italicum ‘mascherato’ ed elezioni il prima possibile

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Silvio Berlusconi quando sedeva al Senato

STA per nascere l’«Italicum mascherato»? Un sistema elettorale mezzo Italicum, mezzo proporzionale? Se ne parla da giorni al Nazareno, dove lo chiamano «il patto del Diavolo». Un ‘Nazareno 2.0’ stipulato, a breve, tra gli stessi contraenti del ‘Nazareno 1.0’, Renzi e Berlusconi, ma con obiettivi assai diversi dall’originale: per Renzi sarebbe l’assicurazione che la legislatura verrà interrotta assai prima della scadenza naturale (febbraio 2018) e che si voterà a giugno; per il Cav la polizza è già più impalpabile.
Vaghe rassicurazioni (e pressioni) sul governo Gentiloni affinché non si costituisca contro il ricorso dei legali del leader di FI che ne chiedono la riabilitazione presso la Corte europea di Strasburgo e, in rapida successione, il voto favorevole del Pd quando, prima o poi, il Parlamento si ritroverà a votare sulla legge Severino sempre ai fini dell’applicazione della sentenza di Strasburgo, altrimenti essa non avrebbe effetti giuridici e Berlusconi resterebbe incandidabile. Poi, certo, il sostegno del governo Gentiloni nel braccio di ferro Mediaset-Vivendi. Stop alle sanzioni con la Russia, nomine di enti pubblici da concordare. Ma la merce di scambio sa farsi anche concreta, se Renzi vuole e come il Cavaliere sa bene.

ED ECCO che un Renzi ringalluzzito, che a Roma si sta cercando pure casa (palazzo Chigi non c’è più, la soluzione di scendere in albergo, di solito quello vicino alla stazione Termini, è stata scartata), ieri pomeriggio è andato a trovare Gentiloni al Gemelli («tra i due la sintonia è perfetta», dicono fonti di governo e ribadiscono fonti del Nazareno) e lì è rimasto per un’ora, poi ha avuto raffiche di incontri al Nazareno: Zanda (per i numeri al Senato), Cuperlo (per ‘aprire’ a sinistra), il ‘solito’ Guerini, sempre più calato nel suo ruolo di «numero due» del Pd. L’ex segretario dei Ds ed ex sindaco di Torino, Piero Fassino, e il ministro all’Agricoltura Maurizio Martina avranno un ruolo, nella nuova segreteria, dove entreranno lo scrittore Carofiglio e vari sindaci (Bonajuto, Palazzi, Falcomatà, Ricci, etc.), ma non l’Organizzazione, che resterà in capo a Guerini. Infine, Renzi si è preparato per un’intervista sulle «Ragioni della Sinistra» che darà oggi a Ezio Mauro per Repubblica. A Guerini e Zanda, però, resta il compito più arduo. Far arrivare, via Paolo Romani e Gianni Letta, un sms al Cavaliere, che di Renzi non si fida più e da tempo: «Preferisci l’uovo oggi (una legge elettorale concordata e seria, ndr) o l’incerta gallina (una legge elettorale ‘minacciosa’, nei tuoi confronti, ndr) domani?». La cosa curiosa è che Berlusconi ci sta pensando, stavolta, e sul serio. Specie dopo che, spiega l’autorevole fonte del Nazareno, «gli abbiamo recapitato due messaggi: con il proporzionale puro non governa nessuno, neanche tu, e neppure con la grosse koalition, dopo le elezioni; se vuoi avere la certezza di poterti scegliere i parlamentari, solo noi, che abbiamo uguali ‘problemi’ in casa nostra (leggi: la minoranza del Pd, ndr), siamo la tua unica garanzia di avere le liste bloccate».

ECCOLO, dunque, il «patto del diavolo». Premessa metodologica: non si possono «fare i conti senza l’oste». Bisogna aspettare, cioè, che la Consulta (udienza il 24 gennaio, sentenza non prima del 10 febbraio) si pronunzi. Poi, serve che la Consulta ritagli, dall’Italicum, la legge elettorale in vigore solo per la Camera dal I luglio 2016, un sistema di base proporzionale, senza il ballottaggio (e, forse, senza le multi-candidature, di certo senza i capolista bloccati), ma tenga intatto il premio di maggioranza al 40%, da assegnare però al primo turno, o meglio turno unico. Ne risulterebbe un sistema proporzionale sì (anche l’Italicum lo è, persino il Porcellum lo era…), ma con soglie di sbarramento alte e da limare in Parlamento («in un mese e mezzo ce la si fa», assicurano al Nazareno mentre altri sono assai più scettici). La proposta del ‘patto del Diavolo’ fatta a FI, e scritta pure già nero su bianco, da parte dei democrat, sulle soglie di sbarramento è questa: l’8% al Senato, ma il 5% alla Camera per i partiti che corrono da soli, mentre le soglie scenderebbero al 4% al Senato e al 2,5% alla Camera per i partiti «coalizzati», che corrono in una coalizione.
E, soprattutto, nel Patto, c’è un premio di maggioranza «variabile»: non più «fisso» come nell’Italicum (55% di seggi, pari a 340 deputati), ma 55% dei seggi con il 40% dei voti, meno del 55% se prendi meno e via a scalare con un premio che ‘scende’ dal 15% al 5%. Infine, niente preferenze, ma liste ‘corte’, come nel sistema spagnolo, o collegi maggioritari «grandi», non come nel Mattarellum, ma come nel Senato della Prima Repubblica. L’obiettivo è identico: poter sapere chi verrà eletto, riuscendo a controllare le proprie truppe parlamentari. Desiderio e volontà care a Forza Italia come al Pd di Renzi.
I possibili intoppi, sulla strada del «patto del Diavolo», però, sono tanti. Uno per tutti: Renzi non è più premier, Berlusconi non controlla più la coalizione di centrodestra.

NB: questo articolo è stato pubblicato a pagina 8 del Quotidiano Nazionale il 14 gennaio 2017. 

La Consulta allontana le urne. Sentenza sull’Italicum il 24 gennaio. I possibili effetti sul sistema elettorale della scelta

tetto del Quirinale

Il tetto del Quirinale detto ‘Torrino’ dove riceve gli ospiti il Capo dello Stato Mattarella

LA CORTE costituzionale ieri ha ‘deciso di decidere’, sull’Italicum, il 24 gennaio 2017. Una scelta che ha avuto immediate e pesanti conseguenze politiche e istituzionali. Il quadro è cambiato nel breve volgere di un pomeriggio. Renzi e il Pd si sono dovuti riconvertire rapidamente, dal grido di guerra «elezioni subito», “al massimo entro febbraio-marzo”, al sostenere di vler accettare, obtorto collo, un «governo istituzionale» di più lunga durata (sempre che, anche questa, non sia una semplice mossa tattica di Renzi…).
Prima di capire, però, cosa potrà decidere la Consulta sull’Italicum, ripercorriamo le tappe delle sue decisioni precedenti sullo stesso tema. Una grandinata di ricorsi nei tribunali civili erano stati subito presentati, contro l’Italicum, da un pool di avvocati: finora ne sono arrivati cinque (Torino, Perugia, Messina, Trieste, Genova), ma sono in costante aumento.
Il presidente di una Consulta in questo momento sotto organico di un giudice (14 su 15 perché Giuseppe Frigo, di area centrodestra, si è dimesso un mese fa per motivi di salute), Paolo Grossi, affidava il fascicolo a un giudice relatore, Niccolò Zanon, ex membro laico del Csm, sempre di area Pdl, ma nominato giudice della Consulta da Giorgio Napolitano.
La Consulta avrebbe dovuto dare il giudizio di legittimità sull’attuale legge elettorale – in vigore dal primo luglio 2016, ma valida per la sola Camera, ritenendo il governo, che l’ha fatta approvare dal Parlamento ricorrendo al voto di fiducia, che il Senato sarebbe stato eletto, una volta approvata la riforma costituzionale, in via indiretta – lo scorso 4 ottobre, ma il 19 settembre scorso la seduta venne rinviata perché, questa l’opinione dei giudici, rischiava di interferire con il voto sul referendum costituzionale del 4 dicembre. La scelta di riunirsi il 24 gennaio, e non prima, sconta tempi tecnici dovuti alla notifica alle parti ricorrenti (il ricorso di Genova, ad esempio, deve ancora essere messo ‘a ruolo’ e notificato alle parti, compresa la pubblicazione in Gazzetta ufficiale) e alla necessità di capire, da parte dell’Avvocatura di Stato, in questo caso ‘l’avvocato del diavolo’, cioè il difensore d’ufficio del governo Renzi, se anche il nuovo governo, dato che questo in carica è dimissionario, vorrà «difendere» l’Italicum davanti alla Consulta (il parere del governo, avanzato dall’Avvocatura, è che la Consulta non può decidere dell’Italicum prima che il nuovo sistema elettorale entri in vigore perché solo in tale caso si configurerebbe l’ipotesi di un diritto del cittadino ‘leso’ dalla nuova legge elettorale). Insomma, si potrebbe dire che i giudici dicano ‘ci vuole il tempo che ci vuole’, per esaminare il ricorso sull’Italicum, a tal punto che la stessa udienza del 24 gennaio potrebbe slittare almeno di una settimana, ove la Corte volesse accogliere e unificare, agli altri quattro, anche il ricorso di Genova (ne pendono altri dieci, però…). Si dice anche che sarebbe stato lo stesso Mattarella a premere sulla Corte e il suo residente per ottenere una sentenza in tempi il più possibile anticipati.

RIGUARDO ai contenuti della decisione della Consulta, si possono solo fare delle ipotesi, ma è è certo che la Corte farà robuste, correzioni all’Italicum se non lo boccerà del tutto. Quali correzioni, però? Nel mirino della Consulta ci sono tre punti. Le multicandidature, possibili, per legge, fino al numero di 10, che potrebbero essere ridotte o obbligare l’eletto a optare per il collegio dove ha preso più voti, i capilista bloccati, fissati a quota 100 (ma questi potrebbero, invece, passare il vaglio di costituzionalità), e, soprattutto, il «combinato disposto» che si produce dall’incrocio tra robusto premio di maggioranza e ballottaggio tra le prime due liste più votate. Infatti, l’Italicum prevede che, se nessun partito raggiunga il 40% dei consensi al primo turno, vadano al ballottaggio le prime due liste più votate ma senza soglia di accesso, cioè a prescindere dal numero dei votanti del ballottaggio. Una lista può, quindi, al secondo turno e con una cifra bassa di consensi, assicurarsi il premio di maggioranza del 54% (340 seggi su 630, al netto dei 12 deputati eletti all’estero e dei 3 collegi uninominali singoli, due del Trentino e uno in Val d’Aosta).

Le «voci» che arrivano dal Palazzo della Consulta dicono che la Corte sarebbe orientata a mantenere il premio al 40%, eliminando il ballottaggio o condizionando il premio stesso al raggiungimento di un quorum molto alto di partecipanti al voto al secondo turno (50%?).
Ne deriverebbe che, se nessuna lista  raggiunge, i seggi si ripartiscono con il metodo proporzionale e gli eletti vengono sceliti con le preferenze nei 100 collegi previsti dall’Italicum, restando fisso lo sbarramento nazionale, valido per tutti i partiti, al 3%. L’alternativa è la bocciatura, completa e duplice, sia del ballottaggio che del premio di maggioranza, riportando la legge elettorale per la Camera a un proporzionale semi-puro.

Rimarrebbe in piedi, però e comunque, il problema del sistema in vigore per il Senato.
Sempre la Consulta, con sentenza numero 1/2014, ha cassato il vecchio Porcellum, abolendone il premio di maggioranza abnorme (55% dei seggi alla prima lista senza soglia) e le liste bloccate, ma lasciando intatte le soglie di sbarramento per il Senato (20% per una coalizione, 8% per una lista, 3% per una lista interna a una coalizione)e stabilendo che, in luogo delle liste bloccate, bisognasse ripristinare una preferenza, peraltro unica. E’ questo quello che, da quella sentenza in poi, viene chiamato, impropriamente, ‘Consultellum’. Ovviamente, il resto del sistema elettorale, quelle per la Camera, avrebbe dovuto avere conseguenze simili (sbarramento all’8% per una coalizione, 4% per una lista singola, 2% all’interno di una coalizione, più la preferenza unica), ma i suoi effetti, quelli del Consultellum, sono state poi cancellate dall’entrata in vigore dell’Italicum. Inoltre, va ricordato che le soglie di sbarramento e ogni forma di possibile premio – ragionevolmente individuabile intorno al 5% visto che solo l’88% dei partiti, sulla base delle Politiche 2013, prenderebbe seggi, e il restante 12% andrebbe ripartito come forma di premio ‘indotto’, vanno ripartiti e attribuiti, al Senato, «su base regionale» (così vuole la Costituzione).

IL SISTEMA elettorale che uscirebbe dalla sentenza della Consulta dovrebbe prevedere, dunque, soglie di sbarramento e sistemi di trasformazione dei voti in seggi entrambi diversi, pur configurandosi, di fatto, come un proporzionale con preferenze semi-puro. Infine, se per quanto riguarda la Camera la sentenza della Corte sarebbe auto-applicativa perché l’Italicum è già legge dello Stato, per il Senato bisognerebbe intervenire comunque con una legge (i decreti leggi, in materia elettorale, non si possono fare) che solo il Parlamento (e, ovviamente, su impulso del nuovo governo) potrebbero approvare. Dal giorno della sentenza, dunque, e pur immaginando una pubblicazione delle sue motivazioni in Gazzetta ufficiale nel giro di una settimana, non si potrebbe andare al voto, comunque, «subito»: di certo non a febbraio né a marzo non fosse perché, per fare una legge elettorale di ‘adeguamento’ della sentenza della Corte, servirebbe almeno un mese e per sciogliere le Camere e convocare le elezioni, servono almeno 60 giorni per i comizi elettorali. Se ne parlerebbe, per andare al voto anticipato, non prima di aprile inoltrato.

NB: Questo articolo è stato pubblicato su Quotidiano Nazionale il 7 dicembre 2016 a pagina 2 del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)

#ildiavolovesteItalicum/10. Sistemi elettorali (4d) tra storia, tecnica e modelli. Ecce Italicum!

Dopo aver esaminato, in un primo articolo, il sistema proporzionale puro o semi- puro della Prima Repubblica (1948) e il tentativo di introdurre la legge truffa (1953) e dopo aver analizzato i sistemi elettorali della II Repubblica (Mattarellum, 1993, Porcellum, 2005, e Consultellum, 2014) completiamo l’analisi dei sistemi elettorali italiani con un approfondito esame dell’Italicum (NB. Tutti gli articoli precedenti sono rintracciabili su questo e altri miei blog).

Il 'logo' dell'ItalicumL’Italicum e’ un sistema proporzionale (di base), con premio di maggioranza (55% dei seggi), soglia di sbarramento unica (al 3%), circoscrizioni provinciali, capolista bloccati e, dopo, elezione in base all’ordine delle preferenze, doppio turno tra le prime due liste meglio piazzate se nessuna di esse raggiunge il 40% al primo turno. Sono questi gli elementi portanti dei 4 articoli  dell’Italicum, il sistema elettorale che sta per sostituire, a breve, il Porcellum. L’obiettivo è quello di garantire, attraverso un nuovo sistema elettorale, rappresentatività e governabilità all’Italia. Il ddl è un punto di incontro tra idee, proposte e sensibilità diverse che ha avuto diverse versioni e aggiustamenti in corso d’opera. Infatti, si parla di un Italicum 1.0, quello concordato all’inizio tra Renzi e Berlusconi, e di un Italicum 2.0, quello che, dopo una prima doppia lettura (non in copia conforme, tranne per l’art. 3) tra Camera e Senato, e’ stato discusso e votato dalla Camera dei Deputati a partire dal 28 aprile con approvazione finale entro il 4 maggio. Naturalmente, una volta approvato, l’Italicum diventerà ufficialmente legge dello Stato solo dopo la firma del Capo dello Stato Mattarella e la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. Resta da dire, in merito alle particolarità’ generali dell’Italicum, che esso entrerà in vigore solo a partire dal I luglio 2016 (cosi’ e’ scritto nel ddl) e che esso vale solo per regolare l’elezione della Camera dei Deputati in quanto il Senato della Repubblica, in base alla riforma costituzionale in itinere (due le letture gia’ completate, altre due quelle ancora da fare, secondo il ddl Boschi) verrà eletto con elezione di II grado all’interno dei 20 consigli regionali (non è ancora chiaro se in un listino a parte o solo tra i diversi consiglieri più’ votati). Resta inteso che, ove si procedesse a elezioni politiche anticipate e prima del completamento della riforma costituzionale, solo la Camera voterebbe con l’Italicum mentre il Senato voterebbe con il Consultellum (e cioè’ quanto rimane del Porcellum dopo la sentenza della Consulta del 2014) a meno di una ‘leggina’ che imponga anche al Senato il voto con l’Italicum, leggina che sarebbe, tuttavia, di dubbia è discutibile legittimità costituzionale.

Come e quando è nato, politicamente, l’Italicum (2014).
La base dell’Italicum sta, ancora oggi, nell’accordo Renzi-Berlusconi  meglio noto e detto come ‘Patto del Nazareno’. Un accordo, però, modificato più volte, nel corso del tempo e con il passare dei mesi. Prima in un incontro Berlusconi-Renzi del 29 gennaio 2014, poi con un accordo tra i partiti della maggioranza di governo (Pd-Sc-Popolari per l’Italia-Cd-Psi) – accordo a cui Berlusconi ha dato un sostanziale via libera prima il 12 novembre e dopo il 25 novembre 2014 per poi sconfessarlo, definitivamente, solo a inizio del 2015.

Il premier e segretario del Pd Matteo Renzi parla davanti l'Assemblea del Pd

Il premier e segretario del Pd Matteo Renzi parla davanti l’Assemblea del Pd

Uno ‘spagnolo’ modificato. Il nome Italicum arriva direttamente da Renzi, che lo ha definito così nella sua prima presentazione pubblica alla stampa. La base è quella del sistema elettorale spagnolo, ma modificato per adattarlo alle richieste dei partiti italiani, fino quasi a stravolgerlo. Infatti, dalla prima versione, studiata dal professore e politologo, Roberto D’Alimonte, e poi ‘sistemata’ politicamente dal ‘mago dei numeri’ di Forza Italia, Denis Verdini (oggi caduto in disgrazia, agli occhi del Cavaliere, anche e proprio a causa dell’Italicum…) nonche’ dal vicesegretario del Pd, Lorenzo Guerini, i due plenipotenziari di Renzi e Berlusconi quando l’Italicum, a inizio del 2014, prese la sua prima forma, il nuovo sistema elettorale è molto cambiato.

Tanto per dire delle modifiche principali, si è passati dal premio alla coalizione al premio alla lista, dal turno secco al doppio turno, da una triplice soglia di sbarramento per scoraggiare i partiti minori (12% per chi correva con un insieme di liste in coalizione, 8% per una lista singola, 4,5% per una lista dentro una coalizione) a una soglia di sbarramento unica (3%), da una prevalenza di eletti con i listini bloccati, pur se sulla base di liste ‘corte’, riconoscibili, a un mix tra capolista bloccati e, a seguire, eletti con le preferenze. I cambiamenti sono stati dovuti sia alla rottura dell’accordo, che pure appariva di ferro, all’inizio, tra Renzi e Berlusconi nell’ormai celebre ‘patto del Nazareno’. Sia perche’ son ostate accolte, in parte, le richieste della minoranza del Pd, che spingeva per un diverso mix tra capolista bloccati e preferenze, anche se la contrarieta’ alla legge della minoranza e’ rimasta ancora in piedi nella versione: “ribaltiamo la proporzione”, e cioè nella richiesta di un rapporto ‘ribaltato’ (30% liste bloccate e 70% preferenze, richiesta rimasta inevasa). Sia perche’ i partiti ‘minori’ della coalizione di governo (Ncd in testa) hanno chiesto e ottenuto la soglia unica di sbarramento (3%). Diverse, dunque, le modifiche, in corso d’opera, al ddl.

Le tante modifiche apportate all’Italicum da Camera e Senato.

Tante, dunque, le modifiche che sono state discusse, registrate e introdotte nel secondo, e non definitivo, passaggio dell’Italicum, quello al Senato, dove – davanti all’ostruzionismo duro delle opposizioni e di parte della minoranza Pd (a partire dal ‘non voto’, o uscita dall’aula, visto che al Senato l’astensione vale come voto contrario, di 21 senatori Pd) – il governo e la maggioranza ha ‘cangurato’ (cioè superato con un maxi-emendamento, primo firmatario il senatore Pd Stefano Esposito) il testo che poi è confluito nel testo definitivo, votato e passato, di cui è stata relatrice Anna Finocchiaro, presidente della I commissione Affari Costituzionali, e che equivale, nei suoi quattro articoli fondamentali, al testo in discussione alla Camera Qui i lavori, iniziati il 28 aprile, sono andati avanti fino al 3 maggio, con la richiesta è il passaggio, da parte del governo, della questione di fiducia, fino alla sua approvazione finale.

Le infuocate polemiche politiche sull’Italicum: il voto di fiducia.

Non importa, qui, al fine di spiegare come è strutturato l’Italicum, seguire le vicende politiche che hanno causato prima la ‘sostituzione’ (ad rem,si dice in gergo tecnico, e cioè solo per la durata/discussione del provvedimento) di dieci (su 11) esponenti della minoranza Pd. Sostituzione che, sia pure avvenuta in mezzo a mille polemiche, non ha causato alcun cambiamento di forma né di sostanza del ddl. Infatti, la I commissione Affari costituzionali della Camera, presieduta da Francesco Paolo Sisto (FI, il quale e’ stato relatore anche in aula dell’Italicum, nonostante il suo partito si sia ‘dissociato’ dal testo e abbia annunciato voto contrario ad esso, insieme al relatore di maggioranza, Gennaro Migliore, Pd), di fronte alla volontà del governo di approvare l’Italicum nella versione licenziata dal Senato e senza alcuna possibilità di altre modifiche, si è dovuta limitare, la I commissione, a esaminare e bocciare tutti gli emendamenti che pure, da parte di partiti di maggioranza (Sc, Popolari, etc.) come di opposizione erano stati presentati, mentre le opposizioni stesse hanno boicottato i lavori della commissione, rifiutandosi di prenderne parte, dopo le sostituzioni inflitte ai membri della minoranza dem da parte della presidenza del gruppo, rifugiandosi in quello che, classicamente, si chiama ‘Aventino’. E neppure interessa, in questa sede, esaminare le polemiche politiche che hanno portato il governo a chiedere e ottenere – dopo il voto sulle pregiudiziali di costituzionalità’ – il voto di fiducia sulla legge elettorale, voto di fiducia posto su tre dei quattro articoli del ddl (il III era stato approvato in copia conforme, come si è detto), con tre ‘chiame’ e tre votazioni nominali (per la cronaca: I fiducia passata con 352 sì’,207 no, 1 astenuto, 38 esponenti della minoranza dem usciti dall’aula; II fiducia passata con 350 si’, 193 no, 1 astenuto, Idem la minoranza dem; III fidúcia passata con 342 si’, 15 no, 1 astenuto, idem la minoranza dem). Importa solo sapere che, il 3 maggio 2015, l’Italicum e’ passato in via definitiva con il voto finale sul provvedimento da parte della Camera.

L'aula di Montecitorio vista dall'interno

L’aula di Montecitorio vista dall’interno

Come sara’ l’Italicum versione ‘2.0’ (2015).

Il nuovo sistema elettorale sarà proporzionale (ovvero il numero di seggi verrà assegnato in proporzione al numero di voti ricevuti) e non, come erroneamente molti pensano, maggioritario (dove il calcolo dei seggi si fa sui collegi come nel Mattarellum), il calcolo sarà fatto su base nazionale (e non provinciale, come nel sistema elettorale spagnolo), utilizzando la regola “dei più alti resti”. Questa prima norma dovrebbe già favorire, almeno parzialmente, i partiti più piccoli, che con il cd. ‘collegio unico nazionale’ vengono avvantaggiati mentre con quello provinciale sarebbero penalizzati. naturalmente, a favorire il partito vincente c’e’ il premio di maggioranza (40%) da attribuire al I o al II turno (dipende da chi e quando vince al primo turno o al ballottaggio) consistente in 340 seggi.

Soglie di sbarramento. Come detto, si è andati incontro ai partiti più piccoli prevedendo una distribuzione dei seggi su base nazionale, ma, al tempo stesso, per limitare il proliferare di gruppi parlamentari, al riparto dei seggi potranno accedere solo le liste che supereranno la soglia del 3%. Una soglia, assai bassa e abbordabile da parte di molti degli attuali piccoli partiti e gruppi presenti sulla scena nazionale e in Parlamento. Nuova concessione – e altrettanto importante almeno quanto il calcolo dei seggi su base nazionale – chiesta e ottenuta dai ‘piccoli’ partiti (Ncd, ma anche Sc, etc.) della maggioranza che potranno così ottenere una cospicua loro rappresentanza. La critica principale a questa clausola è che, dato che ‘tutte’ le forze che siederanno all’opposizione non godranno del premio di maggioranza (premio che consiste in un blocco di 340 seggi e che va solo alla lista o partito arrivato primo, al I turrno o al II turno) e dovranno dividersi i 277 seggi restanti. Tali seggi saranno, pero’, solo 290, in base alla sottrazione da 630 seggi attuali ai 340 del premio di maggioranza, cui vanno sottratti anche altri 13 seggi: il seggio unico della Valle d’Aosta e i 12 seggi delle varie circoscrizioni Estero. Ne consegue che saranno, paradossalmente, più penalizzate le ‘forze maggiori’ della futura opposizione a fronte del rafforzamento delle forze ‘minori’ con un effetto di (prevedibile) frazionamento delle opposizioni più grandi. È poi prevista una soglia per le minoranze linguistiche nelle regioni (Trentino Alto-Adige) che le prevedono per legge: lo sbarramento è del 20% dei voti validi nella circoscrizione dove ogni lista si presenta. È invece saltata, nella seconda lettura del Senato, l’accordo per la norma ‘salva Lega’: prevedeva che i partiti che avessero ottenuto almeno il 9% in almeno tre regioni avessero comunque diritto a prendere seggi.

Circoscrizioni più piccole. Invece delle 27 circoscrizioni attuali previste dal precedente sistema elettorale, il cd. Porcellum (o Calderolum), si passa a circoscrizioni di dimensione minore. Saranno 100 collegi (in media di circa 600 mila abitanti ciascuno) e in ognuno verranno presentate mini-liste di circa 6/7 candidati.

Scheda elettorale. Sulla scheda elettorale, ogni elettore troverà, a fianco del simbolo di ciascun partito o lista, il nome del capolista bloccato di ognuno di essi e uno spazio dove potrà scrivere da un minimo di due (alternanza di genere) a un massimo di preferenze.

Liste bloccate e preferenze. Nella prima stesura dell’Italicum, le liste erano bloccate, ovvero i candidati venivano eletti nell’ordine con cui erano in lista (e cioè: se un partito aveva diritto a tre seggi, venivano eletti i primi tre della lista). Il sistema delle liste bloccate è però stato bocciato dalla Corte Costituzionale con la sentenza con cui ha bocciato, il 3 dicembre 2014, l’abnorme premio di maggioranza (in quanto privo di soglia di accesso) del Porcellum. Ha ritagliato, peraltro, la Consulta, con la sua ormai famosa sentenza, un sistema elettorale, in teoria immediatamente funzionante e operativo nel caso (di scuola) che l’Italicum non passasse e, dovendo ricorrere a elezioni anticipate, si dovesse avere comunque un sistema elettorale funzionante. Si tratta del cd. Consultellum, e cioè di un Porcellum deprivato del premio di maggioranza, con una o più preferenze, ma che mantiene lo stesso, complesso, sistema di soglie di sbarramento vigenti nel Porcellum. Nell’accordo finale, e così approvato dal Senato in II lettura, dell’Italicum, è invece previsto che solo i capilista siano bloccati (risultando come i primi ad essere eletti), mentre dal secondo eletto in poi scattano le preferenze (ma ogni elettore ne può esprimere solo due). Questo sistema avrà come conseguenza che i partiti più piccoli, che difficilmente riescono ad eleggere più di un parlamentare in una circoscrizione, vedranno eletti soli i capilista cd. ‘bloccati’, mentre i partiti più grandi, specialmente il primo, grazie al premio, avranno anche una quota di parlamentari scelti con le preferenze.
Peraltro, è rimasta in piedi, invece, la possibilità di presentare candidature multiple. I capolista potranno essere, cioè, inseriti nelle liste di ogni partito in più di un collegio elettorale, come già succedeva nel Porcellum, ma fino a un massimo di dieci. Nella prima bozza questa possibilità era esclusa. La traduzione pratica del combinato disposto delle liste bloccate e delle multi-candidature è che i partiti tenderanno a presentare, specie quelli più piccoli, lo stesso candidato (in genere, il leader o segretario di partito) in più di un collegio (fino al massimo di 10), garantendo così l’elezione del capolista, che potrà optare per il collegio che riterrà più opportuno, vanificando però nel contempo la scelta dell’elettore di individuare altri eletti con le preferenze e favorendo questo o quel candidato a seconda del collegio optato.

L’eccezione del Trentino-Alto Adige e della Valle d’Aosta. La legge prevede che la regione Val d’Aosta e le province di Trento e Bolzano siano escluse dal sistema proporzionale. Qui si voterà in nove collegi uninominali (8 per il T.A.A. e 1 per la Val d’Aosta), come già avveniva, peraltro, con i precedenti sistemi elettorali (Mattarellum e Porcellum) in base alla specificità di tali regioni e al principio costituzionale di tutela delle minoranze linguistiche. Se alla regione Trentino-Alto Adige sono assegnati più di 8 seggi, questi, inoltre, verranno assegnati con il sistema proporzionale mentre la Valle d’Aosta è costituita in collegio unico uninominale.

Premio di maggioranza e doppio turno. Sono due i metodi ideati per garantire la governabilità all’interno dell’Italicum. Se la lista più votata dovesse ottenere almeno il 40% dei voti (soglia alzata dall’iniziale 35% al 37% e poi portata all’attuale 40%), otterrà un premio di maggioranza. Il premio assegnerà alla lista più votata 340 seggi su 617 (sono esclusi, come detto, dal calcolo il seggio della Valle d’Aosta e i 12 deputati eletti all’estero): si tratta, cioè, di un premio di maggioranza che trasforma il 40% del I turno o la vittoria in un eventuale ballottaggio nel 55% dei seggi. Se, invece, nessun partito o coalizione arrivasse al 40% scatterebbe un secondo turno (a distanza di due domeniche dal primo, 15 giorni) elettorale per assegnare ugualmente un premio di maggioranza del 40%. Accederebbero al secondo turno le due liste più votate al primo turno, dove la lista o il partito vincente otterrebbe un premio di maggioranza tale da arrivare al 55% dei seggi (340 deputati, appunto, contro i 290, in realtà 277, alle opposizioni).

Fra il primo e il secondo turno non sono possibili apparentamenti, a differenza del modello elettorale per i sindaci e per le regioni, possibilità che era invece prevista nella versione iniziale del ddl e che, a sua volta, ha dato adito a diverse polemiche. Infatti, la non più prevista possibilità di apparentamento tra il I e il II turno, impedisce a un partito che è meno forte di un altro ma che ha uguale, se non maggiore, capacità aggregativa ‘coalizionale’ (tanto per fare dei nomi: il centrodestra nei confronti del Pd…), di non poter sfruttare tale possibilità ma di dover correre da solo o, comunque, di dovers limitare a un ‘appello’ agli elettori delle altre forze di schieramento coalizionabili senza vincoli né vantaggi, per le forze minori cui si appella, di ottenerne guadagno.

Erasmus e Italiani all’Estero. E’ ammessa, per la prima volta nella storia elettorale italiana, la possibilità per gli studenti residenti all’estero da almeno tre mesi per motivi di lavoro o di studio (il cd. Erasmus) o di cure mediche, di votare per corrispondenza. Restano ferme le stesse modalità di voto previste dal Porcellum, e da esso introdotti per la prima volta nel 2005, di voto (diretto e per corrispondenza) per gli italiani all’Estero, cui sono riservati 12 seggi, scomputati dal conto generale dei seggi da attribuire alle varie forze politiche, nelle cinque attuali circoscrizioni Estero in cui è stato diviso il ‘resto del Mondo’.

Il ministro alle Riforme Maria Elena Boschi (Pd).

Il ministro alle Riforme Maria Elena Boschi (Pd).

Le polemiche sulle quote rosa. Il tema delle cd. ‘quote rosa’ è stato a lungo dibattuto. Nell’ultima formulazione dell’Italicum, nessuno dei due sessi potrà essere rappresentato in misura superiore al 50% (con arrotondamento all’unità inferiore) e nella successione interna alle liste nessun genere potrà essere presente per più di due volte consecutive. Inoltre, ciascuno dei due sessi può essere rappresentato al massimo in una percentuale del 60% dei capilista (l’altro sesso, dunque, non può avere meno del 40%) e, se l’elettore esprimerà due preferenze, esse dovranno essere relative a due candidati di sesso diverso, pena la nullità della seconda preferenza (la cd. ‘alternanza di genere’). Nessuna di queste ipotesi, però, garantisce che a essere elette sarà un numero consistente di donne: tutto dipenderà da come saranno definite le liste da parte dei vari partiti e dalla quantità di preferenze che le donne presenti nelle diverse liste otterranno grazie a… loro stesse. In sostanza, le donne dovranno, ancora una volta, ‘fare da sé’…

Entrata in vigore. Una volta e se definitivamente approvato, l’Italicum entrerà in vigore solo l’1 luglio 2016. Si tratta, in questo caso, di una norma singolare e di cui non esistono precedenti nella storia delle leggi elettorali italiane (leggi normalmente attuabili e in vigore dalla data della loro approvazione o, meglio, dopo la obbligatoria firma del Capo dello Stato e della sua pubblicazione in Gazzetta ufficiale), ma che ha una sua, sia pure ‘originale’, ratio nella contestuale riforma del Senato e del Titolo V Costituzione. Della riforma istituzionale, a sua volta in corso di discussione da parte delle Camere, finora ne sono state licenziate due letture, ma ne servono quattro in tutto (le ultime due in copia conforme, cioè perfettamente identiche), perché essa entri in vigore, oltre all’eventualità del referendum costituzionale confermativo, come prescrive la Costituzione. Dato che, tuttavia, il Senato, nell’ipotesi di riforma costituzionale, vedrà la sua trasformazione in Senato non più elettivo di primo grado (elezione diretta popolare a suffragio universale) ma di II grado (elezione indiretta, nello schema della riforma da parte dei consigli regionali, non è ancora chiaro se sulla base di listini precostituiti da parte di questi o con possibilità di opzione da parte degli elettori che, quando votano per i consigli regionali, si troverebbero di fronte la possibilità di indicare una preferenza per il consigliere che, eletto direttamente in consiglio, diventerebbe anche senatore), l’Italicum, nella previsione del legislatore e della maggioranza, dovrà ‘aspettare’ il completamento della riforma istituzionale per poter dare luogo alla sola elezione della Camera dei Deputati. Resta inteso, in ogni caso, e per tacita acquiescenza del governo, che, ove l’Italicum venisse approvato, ma la riforma del Senato non fosse stata completata e si addivenisse comunque alla necessità di svolgere elezioni politiche generali (elezioni che sarebbero anticipate, ovviamente, dato che la scadenza naturale della legislatura è fissata, in ogni caso, al febbraio del… 2018), l’elettore si troverebbe a votare con due sistemi del tutto diversi. L’Italicum per la Camera e il Consultellum per il Senato. Ancora a meno che – ma qui siamo davvero alle ‘ipotesi di scuola’ – con una ‘leggina’, che dovrebbe comunque essere votata dalle Camere, il governo non decida e scelga di chiedere di ‘estendere’ l’Italicum anche al Senato. Fatto che, peraltro, comporterebbe altri, infiniti, problemi e discussioni, ma di rilievo e attinenza tutte ‘politiche’ qui non esaminabili.

NB. Questo articolo e’ stato pubblicato sul sito dell Fondazione Europa Popolare (http://ww.eupop.it) e sul blog ‘I giardinetti di Montecitorio’ che tengo per il Quotidiano nazionale (http://www.quotidiano.net).

#ildiavolovesteItalicum (3c). Porcellum e Consultellum: i sistemi elettorali italiani tra storia e politica, norme e criticità

Proseguiamo l’analisi dei sistemi elettorali italiani anteriori all’Italicum. Dopo il sistema proporzionale puro o semi-puro della Prima Repubblica (1948) e il tentativo di introdurre la ‘legge truffa’ (1953) e dopo il passaggio alla Seconda Repubblica con il Mattarellum (1993), passiamo ad analizzare il Porcellum o Calderolum (2005) e la sentenza della Consulta che lo ha, in parte, abrogato (2014).

Sergio Mattarella, XII presidente della Repubblica italiana

Sergio Mattarella, XII presidente della Repubblica italiana

L’introduzione del noto e assai controverso Porcellum (2005).

Nel 2005, sempre per ragioni politiche che non possono, qui, essere analizzate nella sostanza (si trattò, in ogni caso, del tentativo, messo in campo dall’allora Casa della Libertà e dal governo Berlusconi di cercare di ‘limitare i danni’, o meglio di ‘perdere meno’, le elezioni politiche previste a scadenza nel 2006) venne introdotta una nuova legge elettorale, il Porcellum. Prima inizialmente nota solo con il cognome proprio (Calderolum) del suo autore ed estensore, l’allora ministro per le Riforme, il leghista Roberto Calderoli, la legge venne presto chiamata e divenne famosa con il nome di Porcellum: responsabile del nomignolo lo stesso Calderoli che, nel corso di una puntata di Matrix, Canale 5, la definì “una vera porcata”, e del solito politologo Sartori che coniò, a sua volta, il nuovo epiteto…. Si tratta della legge n. 270 del 21 dicembre 2005 ed è l’ultima – allo stato attuale e fino alla pur prossima adozione dell’Italicum – legge che ha modificato il sistema elettorale italiano, delineando la disciplina attualmente in vigore, sempre modificando il TU del 1957. Quella con cui, cioè, si potrebbe e dovrebbe andare a votare se le Camere venissero sciolte ‘prima’ dell’approvazione definitiva del nuovo Italicum (cosa, di fatto, ormai impossibile) o, comunque, con cui si andrebbe a votare per il ‘solo’ Senato se l’Italicum fosse approvato, ma si andasse comunque a scioglimento anticipato della legislatura prima che entri in vigore la riforma del Senato e del Titolo V. riforma che punta a rendere il Senato non elettivo e che, in ogni caso, non entrerà in vigore, per i noti tempi tecnici, prima del luglio 2016.
Fatte salve, s’intende, in merito alla possibile adozione del Porcellum, le modifiche al Calderolum apportate dalla sentenza n. 1/2014 della Corte costituzionale (pubblicata in GU il 15 gennaio 2014, con effetti decorrenti dal giorno successivo) che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale di alcune norme del Porcellum, dando luogo a quello che, sempre in gergo tecnico, oggi viene chiamato Consultellum, e cioè un ‘ircocervo’ di legge elettorale frutto a metà del Calderolum e a metà della sentenza della Corte.

Il balzano proporzionale Porcellum dalle complicate soglie e dall’abnorme premio di maggioranza privo di soglia…
Dunque, la legge n. 270 del 2005, detta Calderolum o Porcellum, ha sostituito le precedenti leggi numero 276 e 277 del 1993 (il Mattarellum), introducendo un sistema radicalmente differente dal primo (per 3/4 maggioritario, per il restante quarto proporzionale), in favore di un sistema solo in linea di principio proporzionale, basato cioè sulla formula elettorale proporzionale del “quoziente intero e dei più alti resti” (metodo Hare), ma in realtà con uno spirito e una distorsione sostanzialmente maggioritaria, spirito dovuto alle numerose e diverse clausole di sbarramento e al forte premio di maggioranza concesso alla prima lista/liste piazzata, con collegi estesi e senza peraltro la possibilità di indicare preferenze.

Con il Porcellum, legge in vigore dal 31 dicembre 2005, si è votato per le tre legislature successive della storia politica italiana: la XV (2006), con la vittoria dell’Unione di Prodi, la XVI (2008), con la vittoria del Pdl di Berlusconi e la XVII (2012), con la ‘non vittoria’ della coalizione di centrosinistra guidata da Bersani, il ‘quasi pareggio’ dell’M5S di Grillo e la conseguente nascita di governi di prima di grande coalizione (Letta) e poi di centrosinistra (Renzi) nati, come quello precedente Monti, in Parlamento e non più dalle urne.

La legge Calderolum o Porcellum presenta molti, complessi, aspetti. Per sommi capi si può dire che il passaggio dal Mattarellum al Porcellum non avrebbe potuto essere più traumatico e radicale: dai collegi uninominali a un sistema di liste bloccate senza preferenza, da un sistema iper-maggioritario a un falso sistema proporzionale.

Caratteristiche salienti della legge sono i seguenti:
Il premio di maggioranza per la coalizione vincente alla Camera (caratteristica che si riscontra, oltre che in Italia, solo in Grecia e a San Marino), che pure era apparso in due leggi elettorali italiane del passato dalla cattiva nomea (la legge Acerbo del 1923 e la “legge truffa” del 1953, ma in entrambe erano presenti delle soglie di sbarramento per raggiungerlo), è privo di soglia per accedervi. La legge, inoltre, prevede ambiti territoriali diversi per l’attribuzione del premio di maggioranza: l’intero territorio nazionale (esclusa la Valle d’Aosta) per la Camera dei deputati, la singola circoscrizione, coincidente con il territorio di una Regione, per il Senato (escluse Val d’Aosta, Molise e Trentino-Alto Adige).

Seggi. Per la Camera dei deputati, la legge prevede che la lista o coalizione di liste che ottiene la maggioranza dei voti ma che non consegue i 340 seggi, sia assegnataria di una quota ulteriore di seggi oltre quelli già ottenuti, in modo da raggiungere tale numero. I 12 seggi assegnati dalla Circoscrizione Estero e il seggio assegnato dalla Valle d’Aosta sono però attribuiti secondo regole diverse: i relativi voti non sono calcolati per la determinazione della lista o coalizione di liste di maggioranza relativa. Per il Senato, la legge prevede che la lista o coalizione di liste che ottiene la maggioranza dei voti nella Regione ma non consegue il 55% dei seggi da questa assegnati sia assegnataria di una quota ulteriore di seggi in modo da raggiungere tale numero. I 6 seggi assegnati dalla Circoscrizione Estero, il seggio assegnato dalla Valle d’Aosta, i 2 seggi assegnati dal Molise e i 7 seggi assegnati dal Trentino Alto-Adige sono attribuiti secondo regole diverse.
Con il territorio nazionale italiano suddiviso in 27 circoscrizioni plurinominali assegnatarie di un numero di seggi variabili a seconda della popolazione residente in base ai dati dell’ultimo censimento disponibile, alla Camera, dunque, ai 617 seggi assegnati come descritto, si unisce quello uninominale attribuito alla Valle d’Aosta, e i 12 seggi appannaggio dei cittadini italiani all’estero, suddivisi col metodo proporzionale e possibilità di voto di preferenza, per determinare il numero di 630 deputati in totale. Al Senato, il totale di senatori eletti in parlamento è 315: per avere la maggioranza assoluta, senza dover contare sui senatori a vita, il partito o la coalizione vincente deve avere almeno 158 senatori.

Soglie di sbarramento. Per ottenere seggi alla Camera, ogni partito o lista deve ottenere almeno il 4% dei voti nazionali mentre le coalizioni devono ottenere almeno il 10%. Le liste collegate a una coalizione che abbia superato la soglia prescritta partecipano alla ripartizione dei seggi se superano il 2% dei voti; partecipa inoltre alla ripartizione il primo partito al di sotto di questa soglia all’interno della stessa coalizione (miglior perdente). Questo vuol dire che se una coalizione che superi lo sbarramento del 10% fosse formata da 3 partiti di cui solo 2 superano il 2%, il terzo entrerebbe sicuramente alla Camera con qualsiasi percentuale; se una coalizione fosse formata da 4 partiti di cui solo 2 superano il 2%, entrerebbe alla Camera solo il più votato degli altri due che non hanno superato la soglia. Se una coalizione non dovesse superare il 10%, ogni singolo partito che la compone deve superare il 4%. Per ottenere seggi al Senato, ogni partito o lista deve ottenere almeno l’8% dei voti mentre le coalizioni devono ottenere almeno il 20%. Le liste collegate a una coalizione che abbia superato la soglia prescritta, partecipano alla ripartizione dei seggi se superano il 3% dei voti. La differenza sostanziale con la Camera è data dal fatto che le soglie e il premio di maggioranza non sono calcolati sui voti nazionali, ma su base regionale: per questo motivo alcune regioni risultano più importanti di altre perché i seggi assegnati dipendono dalla popolazione regionale. A tutela delle minoranze linguistiche riconosciute è previsto che le liste che le rappresentano, coalizzate o no, possano comunque accedere al riparto dei seggi per la Camera dei Deputati ottenendo almeno il 20% dei voti nella circoscrizione in cui concorrono. Per il Senato della Repubblica è stato previsto che 6 dei 7 seggi spettanti al Trentino-Alto Adige siano assegnati tramite collegi uninominali, mantenendo solo qui il meccanismo del Mattarellum mentre il settimo seggio è attribuito sommando a livello regionale i voti dei candidati perdenti che abbiano dichiarato di collegarsi in una lista, individuando la lista più votata e attribuendo il seggio al candidato miglior perdente all’interno di tale lista Infine, l’unico seggio della Valle d’Aosta venga attribuito in un collegio unico.

Le circoscrizioni Estero. Il Calderolum ha inoltre introdotto, per la prima volta in Italia, la novità della Circoscrizione estero. Suddivise in quattro macro-ripartizioni, esse permettono di eleggere 12 seggi alla Camera dei deputati (5 per l’Europa, 4 per l’America Meridionale, 2 per America Settentrionale e Centrale, e 1 per il Resto del Mondo) e 6 seggi al Senato della Repubblica (2 in Europa, 2 in America Meridionale, 1 in America Settentrionale e Centrale e 1 in Africa, Asia, Oceania e Antartide).
Le liste bloccate obbligano l’elettore a votare per liste di candidati precostituite, senza possibilità di indicare preferenze singole o plurime come avviene in tutti gli altri sistemi di elezione vigenti (europee, regionali, comunali) e con ordine d’elezione prestabilito.

La legge prevede poi l’obbligo, contestualmente alla presentazione dei simboli elettorali, per ciascuna forza politica di depositare il proprio programma e di indicare il proprio capo di coalizione. Prevede inoltre la possibilità di apparentamento reciproco fra più liste, raggruppate così in coalizioni. Il programma e il capo della forza politica, in caso di coalizione, devono essere unici: in questo caso viene assunta la denominazione di Capo della coalizione, anche se questi, tecnicamente, non è candidato alla Presidenza del Consiglio dei ministri, poiché tale scelta spetta comunque, per Costituzione, al Presidente della Repubblica, la formale nomina a quell’incarico.

L'aula di Montecitorio vista dall'interno

L’aula di Montecitorio vista dall’interno

La sentenza della Corte che ha bocciato il Porcellum (2014)

Dopo che, nel 2009, si tennero tre referendum abrogativi tesi a modificare il Porcellum in più punti (inizialmente fissati per il 18 maggio 2008, poi rimandati al 21 giugno 2009 a causa dello scioglimento anticipato delle Camere, avvenuto il 6 febbraio 2008, nessuno dei tre raggiunse il quorum degli aventi diritto), negli anni successivi, fino alle elezioni politiche del 2013 e oltre, la radicale modifica di tale legge è stato uno degli argomenti centrali della campagna elettorale delle forze politiche e di molti opinionisti. Il 17 maggio 2013, infine, la Corte di cassazione ha criticato aspramente la legge Calderoli, rilevando importanti questioni di legittimità costituzionale e affidando alla Corte costituzionale un eventuale giudizio di incostituzionalità. Infine, il 3 dicembre 2013 la Corte Costituzionale si è riunita in udienza pubblica per affrontare la questione.

Il 4 dicembre 2013 la Corte Costituzionale ha dichiarato l’incostituzionalità di alcune parti del Porcellum, formalmente annullate il 16 gennaio 2014. Le parti annullate riguardano l’assegnazione dei premi di maggioranza, poiché indipendenti dal raggiungimento di una soglia minima di voti alle liste (o coalizioni), e l’impossibilità per l’elettore di dare una preferenza. Nello specifico della sentenza, “la Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale delle norme della legge n. 270/2005 che prevedono l’assegnazione di un premio di maggioranza (sia per la Camera dei Deputati che per il Senato della Repubblica) alla lista o alla coalizione di liste che abbiano ottenuto il maggior numero di voti e che non abbiano conseguito, almeno, alla Camera, 340 seggi e, al Senato, il 55% dei seggi assegnati a ciascuna Regione. La Corte ha altresì dichiarato l’illegittimità costituzionale delle norme che stabiliscono la presentazione di liste elettorali ‘bloccate’, nella parte in cui non consentono all’elettore di esprimere una preferenza”.

Il Consultellum cos’è, ovvero ciò che rimane del Porcellum…

Ne risulta, appunto, quello che oggi, sottraendo al Porcellum le parti cassate, viene definito, nella pubblicistica attuale, il Consultellum e cioè un sistema proporzionale semi-puro, paradossalmente molto simile a quello della I Repubblica, dato che – una volta cassato il premio (davvero abnorme) di maggioranza che il Porcellum attribuiva alla prima lista o liste sia alla Camera che al Senato, su base regionale, e una volta introdotta una o più (dovrebbe deciderlo il legislatore) preferenze, anche se l’indicazione di massima della Consulta pare optare per la preferenza unica – rimane in piedi un sistema che, sia pure all’interno del ginepraio di diverse e complesse soglie di sbarramento presenti nel Porcellum (e non toccate dalla Consulta) che resterebbero tali, per la Camera come per il Senato, è un proporzionale semi-puro, sia pure, appunto, con soglie di sbarramento molto più alte di quelle previste nel sistema proporzionale della Prima Repubblica. Un eterno gioco dell’Oca, dunque, quello che appena visto e che, attraverso ben quattro leggi elettorali diverse approvate e modificate in pochi anni, ci riporterebbe, con il Consultellum, ove l’Italicum non trovasse una sua definitiva e finale approvazione, ai tempi della I Repubblica in cui si votava, appunto, con il proporzionale…

NB. Questo articolo è stato pubblicato sul sito della Fondazione Europa Popolare (http://www.eupop.it) e del blog Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)