Rosatellum, gli studi riservati del Pd: chi ci guadagna e chi ci perde. Un articolo di analisi e di cifre…

Il mio articolo di oggi 12 ottobre 2107, qui riportato in versione estesa, è stato scritto x Quotidiano.net e pubblicato, stamane, in versione ridotta. Tratta di #leggelettorale e #Rosatellum: chi ci guadagna e chi ci perde? Studi dei partiti a confronto tra cui uno riservato del Nazareno. Ne parlano Dario Parrini Federico Fornaro #youtrend. Qui sotto trovate il link. 

http://www.quotidiano.net/politica/rosatellum-bis-1.3458530

E lo trovate on line nella home page del sito Internet di QN @Quotidianonet

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La versione integrale, pubblicata qui, in esclusiva, solo per il blog, dell’articolo. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Chi ci guadagna e chi ci perde, con il Rosatellum? In Transatlantico girano previsioni terrificanti che agitano i peones democrat e li tentano in vista del voto segreto finale, previsto per stasera, dopo l’ultimo voto di fiducia, previsto questa mattina, sul testo.  Ma il Pd ha in mano uno studio riservato, di cui diamo conto, che dice il contrario: anzi, con il Rosatellum una coalizione di centrosinistra non solo guadagna più seggi (circa 40 rispetto al doppio Consultellum) ma col 33% può arrivare al 41% dei seggi.

Innanzitutto va detto che il Rosatellum è una legge elettorale che si compone di un mix di collegi uninominali maggioritari per il 37% e di collegi plurinominali scelti con metodo proporzionale per il 63% dei seggi. Ma ‘come’ il Rosatellum trasforma i voti in seggi? La base di partenza sono, ovviamente, i 630 seggi della Camera che prenderemo come base di riferimento per comodità di calcolo (al Senato i conti sono parzialmente diversi per la suddivisione dei voti in circoscrizioni a base regionale che lo contraddistingue e la per la diversa formazione dell’elettorato sia attivo che passivo, dato che si vota solo dai 25 anni in su). Il Rosatellum prevede, alla Camera, l’assegnazione di 232 seggi in collegi uninominali maggioritari (6 in Trentino-Alto Adige, 1 in Valle d’Aosta, 225 nelle altre 18 regioni), secondo il principio del first past the post (“il primo – cioè il vincitore – prende tutto”, frase icastica nella logica del maggioritario in uso, storicamente, in Gran Bretagna), e di altri 398 seggi (di cui 12 per gli italiani all’estero) in collegi plurinominali su base proporzionale. Le soglie di sbarramento sono due: il 3% per ogni lista, il 10% per le coalizioni di liste, sempre su base nazionale. Una coalizione che non ottiene il 10% dei voti garantisce solo alle liste coalizzate che hanno superato il 3% dei voti di accedere alla ripartizione dei seggi. Invece, a favore delle coalizioni di liste che superano il 10% dei voti su scala nazionale, interviene un meccanismo poco noto ma che ha un effetto ‘moltiplicatore’ dei seggi per i più grandi perché, ai partiti che hanno superato il 3% dei voti, vengono assegnati, in modo pienamente proporzionale rispetto alla circoscrizione in cui si sono presentati nella parte proporzionale, anche i seggi dei partiti presenti con loro nella stessa coalizione e che hanno superato l’1% dei voti ma non hanno raggiunto il 3% dei voti (la soglia). Invece, per ogni coalizione, che abbia o meno superato il 10% dei voti, i voti alle liste che restano sotto l’1% finiscono ‘buttati’, cioè inutilizzati: quelle liste non eleggono deputati, ovviamente (si elegge con il 3%) né contribuiscono a farli eleggere ad altri. Infine, ogni candidato di collegio usufruisce di tutti i voti raccolti dalle liste che lo sostengono: sia quelle sopra il 3%, sia quelle sotto il 3% e anche quelle sotto l’1%.

La simulazione più attendibile e più nota, invece, rispetto agli attuali sondaggi elettorali, è quella del sito di sondaggi e proiezioni You Trend. Stima in 22-247 i seggi vinti da una coalizione di centrodestra (FI-Lega-FdI), con circa il 32,9% dei voti (13,4% Fi, 14,8% Lega, 4,7% FdI); in 222-247 seggi una di centrosinistra (Pd+Ap, stimati al 27,8% e 2,4%), 163-183 seggi all’M5S (27,7%), 14 seggi a Mdp-SI (al 3%).

Ma i conti che ‘girano’ tra le forze politiche sono molto diversi. In uno studio di un senatore di Mdp, Federico Fornaro, molto esperto di sistemi elettorali, ad esempio, per il Pd si prospetterebbe una Vandea o, in pratica, un bagno di sangue. Fornaro stima in appena gli 75 eletti nei collegi uninominali per il Pd+altri, 115 quelli del centrodestra, 115 al M5S e zero per Mdp-SI. Nel proporzionale Fornaro assegna 120 eletti al Pd, 114 all’M5S, 55 a FI, 60 alla Lega, 19 a Fratelli d’Italia e 19 alla lista Mdp.

Lo studio di Fornaro ha gettato il panico nelle file dei peones dem che temono di non riuscire a farsi eleggere in molte zone del Nord, dove la Lega è forte, ma anche in Lazio e al Sud, causa l’M5S. Anche tra gli azzurri regna la paura: molti deputati temono di dover cedere troppi eletti alla Lega al Nord e di non farcela al Sud. Ma al Nazareno hanno in tasca altre stime e proiezioni. Va premesso che, con l’attuale “doppio Consultellum”, sistema di base proporzionale figlio di ben due sentenze della Consulta che prevede un doppio sistema di voto differente tra la Camera (premio alla prima lista che ottiene il 40% dei voti, soglia nazionale al 3%, mix di capolista bloccati e preferenze, nessuna possibilità di creare coalizioni) e il Senato (soglia di sbarramento regionale all’8% per le liste, al 20% per le coalizioni e al 3% per ogni lista in coalizione, solo preferenze, su base regionale, nessun premio), i big dem prevedevano 215 seggi a una coalizione di centrosinistra, 200 al centrodestra, 180 seggi a M5S, 35 a una lista di Mdp-Sinistra. Con il Rosatellum, invece, il Nazareno stima di ottenere, per il Pd e i suoi alleati molti più seggi. Seggi che sarebbero così ripartiti: nel proporzionale, 145 seggi a Pd+altri, 135 al centrodestra, 100 a M5S, 20 a quella che chiamano la “Cosa rossa” (Mdp-SI-altri). Nei 225 collegi uninominali 110 seggi vinti dal centrosinistra, 80 dal centrodestra, 40 a M5S, zero alla Sinistra. Totale, sommando le due parti (collegi e proporzionale): 255 seggi al centrosinistra, 215 al centrodestra, 140 all’M5S e 20 seggi a quella che, al Nazareno, chiamano ‘Cosa Rossa’. Morale: il Pd più alleati guadagnerebbe, rispetto al Consultellum, almeno 40 seggi, il centrodestra ne guadagnerebbe solo 15, l’M5S ne perderebbe 40, la Sinistra circa 15.

Dario Parrini, deputato toscano renziano ed esperto di sistemi elettorali, la mette così: “Grazie alla disproporzionalità del sistema, dovuta alla parte maggioritaria, una coalizione che ha il Pd in mezzo e due forze nelle ali, una al centro e una a sinistra, può vincere col 33-34% dei voti. Una cifra che, grazie alla quota uninominale, può dare il 40-41% dei seggi. Inoltre, i media e gli elettori concentreranno la loro attenzione sui collegi uninominali, dove ci terranno le sfide: lì noi avremo candidati  riconoscibili, autorevoli e radicati. Il voto nel collegio, per come è strutturato, ‘trascinerà’ quello delle liste. La Cosa Rossa? Non supererà i 20 deputati”. Chi ha ragione? Beh, questo lo potranno decidere solo gli elettori alle prossime elezioni.

NB: Articolo pubblicato sul Quotidiano Nazionale a pag. 4 del 12 ottobre 2017

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Legge elettorale. NEW! Come funziona il “Mattarellum rovesciato” o “Rosatellum bis” e il punto politico sulle trattative Pd-FI vicine all’accordo

Renzi e Guerini

Matteo Renzi e Lorenzo Guerini alla Camera

  1. UN PICCOLO VADEMECUM. COS’E’ IL “MATTARELLUM ROVESCIATO”

Il nuovo testo di legge elettorale che il Pd, attraverso il relatore Fiano, presenterà domani in commissione Affari costituzionali della Camera si può definire un “Mattarellum rovesciato” perché prevede l’assegnazione dei seggi in proporzione quasi esattamente rovesciata rispetto al Mattarellum (75% di collegi maggioritari e 25% di recupero proporzionale): in questo caso il 64% dei seggi sarebbe attribuito con metodo proporzionale e il 36% in collegi maggioritari a turno unico (la proporzione, a seconda di come si calcolano i seggi attribuiti alla circoscrizione del Trentino Alto-Adige e Valle d’Aosta, collegi uninominali maggioritari per forza di Costituzione, può essere valutata in 37% di maggioritario e 63% di proporzionale). Viene anche detto ‘Rosatellum 2.0’ perché una prima versione di un sistema mix tra maggioritario e proporzionale (50% per ognuna delle due parti) era stata presentata, a maggio scorso, dal capogruppo dem alla Camera dei Deputati, Ettore Rosato.

Il nuovo sistema prevede la possibilità di stringere coalizioni ma non l’indicazione del capo coalizione. La scheda è unica. Non è ammesso lo scorporo degli eletti nella quota maggioritaria da quelli della quota proporzionale né il voto disgiunto (non si può votare il candidato nel collegio di un partito e il partito di un altra coalizione). Camera e Senato vengono suddivisi in 28 circoscrizioni  per la Camera e 20 per il Senato (pari alle regioni) e circa 70 (al massimo 77) collegi plurinominali all’interno dei quali vi saranno i collegi uninominali. La definizione delle circoscrizioni è importante per il recupero dei resti, su base nazionale, una volta superato lo sbarramento al 3%. Le coalizioni saranno possibili solo su base nazionale. La Camera (630 seggi) è così divisa: 232 collegi uninominali (231 quelli indicati da Fiano più uno in Valle d’Aosta) dove il primo arrivato prende il collegio, e 386 collegi plurinominali dove l’elenco degli eletti si calcola con metodo perfettamente proporzionale e si basa su liste bloccate corte di 2-4 nomi (probabile, se non certa, l’alternanza di genere uomo-donna), più i 12 collegi all’Estero (eletti sempre con sistema proporzionale).

Il Senato (315 seggi elettivi) avrebbe 116 collegi uninominali (115 più uno della Valle d’Aosta, 193 collegi plurinominali (sempre su liste bloccate corte di 2-4 nomi) e i 6 collegi all’Estero per un totale di 315 seggi elettivi (gli altri sono senatori a vita). Lo sbarramento nazionale è fissato in entrambe le Camere al 3% dei voti sempre e solo per la quota proporzionale mentre nei collegi il primo che vince prende tutto. Naturalmente i voti ai partiti che non superano il 3% vengono redistribuiti tra quelli che superano la soglia di sbarramento nella parte proporzionale, dando loro seggi in più.

Ma come avverrebbe il voto? Su un’unica scheda sarebbe indicato il candidato del partito e/o coalizione da votare nel collegio uninominale e, sotto o al suo fianco, i nomi dei partiti o partito che lo sostengono nella parte proporzionale: il voto al candidato nel collegio deve essere ‘rafforzato’, se si vuole votare il partito collegato, dal voto al partito mentre il voto al partito trascina il voto al candidato del collegio. Dunque, barrando il simbolo del partito, il voto andrà contemporaneamente al candidato del collegio e al partito per la parte proporzionale. Se invece l’elettore barrerà solo il nome del candidato nel collegio uninominale, e non quello del partito o di uno dei partiti che lo sostengono, verrà meno la sua scelta per la parte proporzionale. Ne consegue che la somma dei voti per i collegi uninominali e quella della parte proporzionale potranno differire.

Non  sono previsti premi di maggioranza espliciti, ma chi conquista molti collegi godrebbe di una sorta di premio di maggioranza ‘implicito’, specie se forma una coalizione: conquistare molti seggi nei collegi può favorire (anche se non impone, perché i partiti di una coalizione elettorale potrebbero separarsi subito dopo il voto) la nascita di maggioranze parlamentari più stabili.


 

2. Legge elettorale, l’ultimo azzardo del Pd. Berlusconi sempre più tentato. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

“E’ un azzardo, ma ci proviamo. Se non va in porto neanche questo tentativo vorrà dire che si voterà con le leggi attuali, ma nessuno potrà dire che il Pd ci non ha provato fino all’ultimo”. Così, dal Nazareno, si parla dell’ultimo ritrovato, in fatto di legge elettorale, di casa dem: il Fianum 2.0, dal cognome del relatore Fiano che presenterà domani il nuovo testo in commissione Affari costituzionali per cercare di approvarlo in pochi giorni e non perdere l’ultimo treno utile, il contingentamento dei tempi in Aula, che scade a fine mese. Il “Mattarellum rovesciato” ribalta le proporzioni della legge che porta la firma di Sergio Mattarella: prevede il 36% di collegi maggioritari unininominali e il 64% di collegi plurinominali, cioè di eletti con metodo proporzionale.

I renziani sono tutti convinti di farcela e di portare il nuovo testo base a dama e Renzi stesso ha chiesto loro di “provarci davvero”. Lorenzo Guerini, coordinatore della segreteria ci lavora da giorni e ora dice: “Abbiamo messo in campo una proposta per sbloccare l’impasse. Serve un accordo ampio, è ovvio, ma la traccia è chiara: un impianto proporzionale con una quota maggioritaria che noi avremmo preferito più ampia, ma che abbiamo ridotto per venire incontro alle esigenze degli altri (leggi FI, ndr.). Spero che tutti quelli che chiedevano a gran voce una nuova legge elettorale ora siano conseguenti (leggi Mdp, ndr.)”, sapendo che non lo saranno. Ma anche sapendo che – come dicono al Nazareno – noi rischiamo di non avercela, la coalizione, se non stacchiamo Pisapia da Mdp e Calenda e altri centristi da Alfano. Ma vale la pena rischiare”. Dario Parrini, renziano esperto di sistemi elettorali, ritiene che “è una proposta seria: favorisce la governabilità in modo equilibrato e va incontro alle esigenze di un largo arco di forze politiche”.

Il problema, dunque, sono ‘gli altri’. I contrari si fa presto a dirli: M5S (“Proposta oscena”) e Mdp (“Il Pd butta la palla in tribuna”) mentre Pisapia nicchia: di nuovo in rapporti tesi con i suoi alleati (Bersani e D’Alema), incrocia le lame con il capogruppo dem, Rosato, che gli chiede “uno scatto di coraggio”, come già Orlando, ma non chiude: “noi siamo per un legge che fornisca governabilità, rappresentanza, possibilità di scegliere i candidati”. A Lega e Fratelli d’Italia, assenti perché stanno disertando le aule, il nuovo testo del Pd non dispiace: incentiva le coalizioni e non li obbliga al ‘listone’ con FI. Ap apprezza “l’apertura di dialogo”: del resto, lo sbarramento al 3% è quanto di meglio potessero avere (e anche per Pisapia, in realtà). Il busillis resta Forza Italia: negli azzurri del Sud, timorosi di perdere i seggi nei collegi per mano di M5S e Pd, la proposta non è ben vista e Berlusconi è ostile, da sempre, ai collegi e al maggioritario. Eppure, la quota alta di parte proporzionale presente nella proposta Fiano, con le liste bloccate, ma anche di collegi dove vince solo il primo, gli garantirebbero il ferreo controllo sugli eletti (come pure al Pd). Non a caso Denis Verdini, in via di riavvicinamento al Cavaliere, ad amici dice: “ora bisogna convincere Silvio, ma si può fare. Con questa legge evita il listone, fa il pieno dei voti e si frega l’M5S”. E ieri sera il Cavaliere avrebbe dato il via libera all’accordo che, a questo punto, registra la contrarietà solo di Mdp, Fratelli d’Italia e dell’M5S mentre gode del favore di Pd, FI, Ap e di altre piccole formazioni centriste e autonomiste, compresa l’Svp. L’altro ieri, però, Renzi frenava: “Non so se ci sarà una proposta di legge condivisa, so solo che gli altri partiti stanno facendo solo melina, vedremo”. Certo è che i collegi e le coalizioni sono la carta vincente di centrodestra e centrosinistra mentre i Cinquestelle non avrebbero altrettanta fortuna: i collegi – e, dunque, un consistente premio di maggioranza sotto forma di collegi uninominali vinti (circa 100 su 231 alla Camera) potrebbe arridere e aiutare il miglior piazzato.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 20 settembre 2017 a pagina 10 del Quotidiano Nazionale.

 

Legge elettorale, il Pd ci riprova. Possibile l’intesa con FI sul cosiddetto “Mattarellum rovesciato”

ettore rosato

Il capogruppo del gruppo dem alla Camera Ettore Rosato

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Vogliamo dimostrare a tutti che siamo responsabili e che ci proviamo davvero a fare una nuova legge elettorale, che non vogliamo fare ‘melina’”: questa la voce dei piani alti del Nazareno in merito all’ultima novità partorita in casa Pd: una nuova legge elettorale che – spiegano i dirigenti dem vicini al segretario Renzi – “garantisca la governabilità e tenga aperta la strada di una coalizione di centrosinistra”.

Il Pd, infatti, prova a riaprire, anche se in extremis, i giochi sulla legge elettorale, ferma da mesi in commissione Affari costituzionali della Camera dopo l’infausto voto che, in Aula, a giugno scorso, decretò la bocciatura (o, meglio, il ritiro e il ritorno in commissione) del sistema tedesco. Oggi, il cosiddetto ‘Mattarellum rovesciato’ sarà depositato, in commissione, da Lele Fiano in accordo con il capogruppo Rosato che dice “il Pd è sempre stato per il maggioritario”. Ma quali sono i motivi politici che stanno dietro la mossa del Pd? Il ‘contesto’ è quello di un Capo dello Stato che fa sapere, sia pure informalmente, che è pronto a sciogliere le Camere entro i primi di gennaio per votare entro marzo (prima data utile il 4 marzo 2018) e dall’altro che, se tutti i tentativi parlamentari di dare al Paese una legge elettorale fallissero eserciterà tutta la sua moral suasion sul capo del governo e anche sui presidenti delle Camere per varare un decreto legge che ‘armonizzi’ le principali discrasie tra i due sistemi elettorali oggi vigenti (i due spuntoni di Consultellum per il Senato e Italicum per la Camera risultanti dalle due sentenze della Corte costituzionale che hanno parzialmente abrogati quei sistemi) per evitare il caos e l’ingovernabilità che nascerebbe dopo il voto. Ma il decreto, se la data dello scioglimento delle Camere resta quella indicata, va presentato entro il 15 novembre, altrimenti non verrebbe convertito in legge. E il tempo scarseggia: infatti, da metà ottobre in poi, le Camere saranno impegnate fino a Natale con la sessione di bilancio.

Ecco perché, al Nazareno, si sentono molto “responsabili”. I principi cardine della proposta sono quelli indicati, mentre quelli politici sono due: scavare un solco tra Pisapia e Mdp, con il primo che – sperano ancora nel Pd – sarebbe ancora interessato a un’ottica ‘coalizionista’ con i dem, data dai collegi, a differenza dei secondi; e ‘tentare’ Berlusconi che salverebbe l’offerta coalizionale con Lega e Fd’I ma con una preponderanza di seggi assegnati col proporzionale che gli lascerebbe margini di manovra autonomi dalla Lega.

Nella nuova proposta dem, una sorta di ‘Mattarellum capovolto’, solo il 36% dei seggi sarebbe assegnato in collegi maggioritari mentre il 64% di essi sarebbe attribuito con metodo proporzionale (nella versione originale, il Rosatellum, la percentuale era di 50% di maggioritario e 50% di proporzionale): vuol dire, alla Camera, 231 collegi (compresi quelli del Trentino, superando così il voto che fece saltare la legge a giugno) e 399 seggi su liste bloccate. Niente premi di maggioranza e sbarramento fissato al 5% (ma si parla anche di uno sbarramento al 3% per invogliare i piccoli a starci). Mdp e sinistra si dicono già contrari, M5S pure, la Lega sembra d’accordo e FI è divisa: c’è chi è fermo al tedesco e chi assicura che invece Berlusconi, da sempre contrario ai collegi, “è tentato perché così può sganciarsi dalla Lega” dicono i suoi, e Brunetta dice: “Un buon sistema elettorale deve avere ampio accordo e scontentare tutti”, una dichiarazione conciliante che fa capire che la porta di FI è ancora aperta.

NB: L’articolo è stato pubblicato il 19 settembre a pagina 11 del Quotidiano nazionale

Colle in campo. Il Pd rilancia il Mattarellum, ma cerca l’intesa con FI. Polemiche interne e con Bersani (Mdp)

tetto del Quirinale

Il ‘tetto’ del Quirinale (Torrino) dove riceve i suoi ospiti il Capo dello Stato Sergio Mattarella

Ettore Maria Colombo – ROMA

Oggi il Capo dello Stato, padre del cosiddetto Mattarellum, sistema elettorale a base maggioritaria (75%) con recupero proporzionale (al 25%) e basato sui collegi uninominali,  farà filtrare, attraverso alcuni giornali, l’“insoddisfazione” per un dibattito, quello sulla nuova legge elettorale, che “non muove un passo in avanti”. E se pure è vero che Mattarella, ama esercitare le sue prerogative non con parole dirompenti, ma con l’arte della moral suasion, il messaggio quello resta. “Non si muove una  foglia”, è il concetto, “e questo non va bene”. Prova ne sia, infatti, che proprio ieri la conferenza dei capigruppo di palazzo Montecitorio ha deciso che la discussione sulla legge elettorale slitta agli inizi di maggio (doveva essere aprile), anche se con l’impegno di tutti i gruppi “a chiudere entro l’estate”. Ove mai la Camera partorisse una nuova legge, la palla passerebbe al Senato – dove i numeri sono ballerini, si sa, per la maggioranza di governo – e il rischio che non si faccia nessuna nuova legge elettorale è altissimo. Restando l’attuale sistema (Italicum, sia pure dimezzato dal ballottaggio, con sbarramento al 3% e premio di maggioranza alla lista fissato al 40%, ergo irraggiungibile, alla Camera dei Deputati, mentre al Senato ‘vale’ il Consultellum così come modificato dalla Consulta che bocciò il Porcellum nel 2014 e cioè una legge semi-proporzionale con sbarramenti al 20%, al 8% e al 4%) il Capo dello Stato è “molto preoccupato” – e oggi lo farà sapere – che “il giorno dopo le elezioni si creino due diverse maggioranze nei due rami del Parlamento e nessuno riesca a governare”. Senza dire del problema costituzionale che si porrebbe: a chi Mattarella affiderebbe l’incarico? Al partito vincitore alla Camera (competizione su liste) o al Senato (competizione su liste e/o coalizioni, qui ammesse)? Senza dire, infine, di altre differenze macroscopiche dei due sistemi.

Guarda caso, ma il Pd di marca renziana non intende restare ‘insensibile’ al ‘grido di dolore’ che arriverà dall’alto del Colle. “Noi vogliamo il Mattarellum, è la nostra proposta – spiega una fonte molto in alto del Nazareno renziano – e crediamo anche che abbia i numeri per essere approvato. Alla Camera di sicuro, ma anche al Senato. Fossi in voi (giornalisti, ndr) andrei da Paolo Romani (il capogruppo di FI al Senato, ndr) a chiedere cosa pensa del Mattarellum”. Renzi vuole uscire dall’impasse sulla legge elettorale e, insieme, mantenere e difendere saldo il principio e l’ancoraggio al maggioritario. Falsa, invece, la notizia di un ‘abboccamento’ tra Pd – Rosato in testa – e i pentastellati, nella persona del nuovo capogruppo, Roberto Fico, per ‘adottare’ il Legalicum dei 5Stelle o ‘vestire’ il Senato con la legge della Camera (l’Italicum): “Di loro non ci fidiamo – dicono i democrat renziani – preferiamo parlare con la Lega e gli azzurri”.

E così, il capogruppo alla Camera, Ettore Rosato prima dice “Noi siamo per il Mattarellum, ma prendiamo atto che molti altri sono contrari”, poi ribadisce: “Un sistema di impianto maggioritario e che garantisca la governabilità, per il Pd, è imprescindibile”. Parole, quelle di Rosato, che hanno avuto il ‘visto, si stampi’ di Matteo Renzi in persona. Poi c’è l’ennesima pdl (siamo ormai alla 30 esima) di riforma elettorale: la firma un Carneade del Pd, tale Fragomeli, ma è sottoscritta dalle renzianissime Rotta e Malpezzi, assai digiune di sistemi elettorali: ricalca l’Italicum con le correzioni richieste dalla Consulta e, soprattutto, rilancia il doppio turno con tanto di soglia di accesso. Il messaggio è che il Pd a un sistema di base maggioritario non rinunzia. L’obiettivo non è quello di votare a settembre, ma di far passare un sistema elettorale che, in un colpo solo, eviti il proporzionale puro e il potere di ricatto dei partitini.

Poi, certo, c’è, rimane e fa male il fuoco di fila delle opposizioni che accusano i democrat di “aver bloccato i lavori in attesa del congresso del Pd”, ma c’è pure il fuoco amico dentro il Pd. Il ministro Andrea Orlando, competitor di Renzi con Emiliano, dice che “sul Mattarellum non c’è accordo” e che “bisogna invece proporre delle correzioni all’Italicum”. Stabilito che gli ‘orlandiani’ devono fare pace tra loro stessi (i senatori Pd di fede orlandiana hanno chiesto proprio il Mattarellum!), la legge elettorale crea scompiglio e divisioni pure dentro Mdp, oò movimento nato per scissione dal Pd e già diviso al suo interno. L’altro ieri diversi esponenti di Mdp, da D’Attorre a Scotto, bocciavano il Mattarellum, ma ieri Pier Luigi Bersani ne invocava l’immediato ritorno: “Se si vuol fare il Mattarellum noi siamo pronti a votarlo, a qualsiasi ora del giorno e della notte”. Guarda caso, quasi le stesse parole di Salvini (“Il Mattarellum siamo pronti a votarlo anche domani mattina”). Solo l’M5S resta contrario (“Il Mattarellum è vecchio e invotabile”), ma almeno qui si capisce il perché: i pentastellati avrebbero solo da perderci.

NB: L’articolo è stato pubblicato a pagina 7 del Quotidiano Nazionale il 30 marzo 2017. 

#VersoleRegionali/7 NEW! Un pezzo difficile e una follia elettorale: sette sistemi elettorali diversi per sette Regioni diverse!

L'aula di Montecitorio vista dall'interno

L’aula di Montecitorio vista dall’interno

Perché Raffaella Paita non potrà comunque vincere, e governare, la Liguria? Per colpa dell’anti-Paita Luca Pastorino che le toglie voti? Anche, ma soprattutto per colpa di una legge regionale, quella ligure, mai modificata, che impedisce a chiunque vinca di governare, a meno che non prenda il 51% (o il 61%….) dei voti o, per la precisione, 16 consiglieri, più il Presidente, su 30. Perché in Campania proliferano le liste, sporche o pulite che siano? Perché la soglia di sbarramento e’ assai bassa (il 3% per chiunque). Perché, invece, in Puglia conviene allearsi? Perché lo sbarramento e’ assai alto (8% per le coalizioni, 4% in ogni coalizione). Perché il Toscanellum, e cioè il sistema elettorale in vigore in Toscana, e’ considerato, con buone ragioni, il vero antesignano dell’Italicum, ma quello ‘1.0’ iniziale, non quello attuale? Perché’ così è’, se vi pare… E, infine (infine si fa per dire), perche’ il centrosinistra, che di certo vincera’, in Umbria, godrà di un premio di maggioranza  (60%) che definire ‘bulgaro’ e’ dire poco?

Regione che vai, sistema elettorale che trovi. Nelle sette regioni al voto il prossimo 31 maggio vigono, infatti, sette sistemi elettorali diversi l’uno dall’altro e, a loro volta, diversi dai sistemi elettorali in vigore nelle restanti 13 regioni italiane. Per non parlare di quelle a statuto speciale (cinque, considerando che le due province trentine hanno rango di regione…) dove l’eccezione regionale è’ garantita per Costituzione.

Per le regioni a statuto ordinario, in realtà, un testo base ci sarebbe: il caro, vecchio, ‘Tatarellum’ (1995), dal nome dell’ex ministro di Berlusconi ed ex esponente di An, il cui spirito era quello di dotare di un sistema tendenzialmente maggioritario e presidenzialista (e’ da allora che i presidenti di Regione si fregiano del pomposo titolo di Governatori) i diversi governi regionali, ma le revisioni costituzionali del 1999 e 2001 hanno dato a tutte le regioni la facoltà di modificare le norme elettorali a loro insindacabile e molte volte assurdo piacimento. Vediamo, allora, una per una, le pazze leggi elettorali di 7 regioni al voto.

Il 'logo' dell'Italicum

Il ‘logo’ dell’Italicum

TOSCANA – Il caso più eclatante è la Toscana, che si fregia del suo ‘Toscanellum’, figlio dell’accordo tra il Pd, in maggioranza, del governatore Rossi e la FI di Denis Verdini, all’opposizione, entrato in vigore alla fine del 2014. Con 40 consiglieri regionali da votare, prevede il doppio turno (24 seggi a chi prende il 45% dei voti: premio del 60%; 23 seggi tra il 40% e il 45%) nel caso in cui nessuno ottenga il 40%, il ballottaggio tra i primi due meglio piazzati. Sono state reintrodotte le preferenze (una o due), ma nel listino. C’è la parità di genere. Infine, gli sbarramenti: 10% per le coalizioni, 5% per i non coalizzati e 3% per le liste in coalizioni. Un vero pre-Italicum!

VENETO – La legge elettorale veneta, nata nel 2010, ha un consiglio forte di 50 membri: ma ha eliminato il ballottaggio: vince il candidato che prende più voti, ma c’è un premio di maggioranza: chi raggiunge il 50% dei voti ha il 60% dei seggi (29); tra il 50% e il 40%, il 57,5% (28 seggi); se prendi meno del 40%, il 55% (27 seggi). Ci sono le preferenze, l’alternanza di genere e una soglia di sbarramento unica (3%).

CAMPANIA – La legge elettorale campana, varata nel 2009, ha 50 consiglieri, prevede il turno unico, senza ballottaggio, e un premio di maggioranza che consente al vincitore di raggiungere il 60% dei seggi (30 seggi) nel Consiglio Regionale. Ci sono le preferenze, la parità’ di genere e la soglia di sbarramento è al 3% per tutte le liste, ma il candidato governatore collegato alla sua lista entra solo con il 10% dei voti.

PUGLIA – La legge elettorale pugliese, varata tra mille polemiche a inizio del 2015, prevede 50 consiglieri ed ha un premio di maggioranza ‘variabile’: se la coalizione vincente supera il 40% dei voti, ottiene 29 seggi (premio del 58%); se sta tra il 35% e il 40% dei voti, gode di un premio del 56% (28 seggi); se ottiene meno del 35% dei voti, ha un premio del 35% (27 seggi). L’elezione è a turno unico, manca la doppia preferenza di genere, il che ha causato forti polemiche, a partire da quelle dell’ex governatore Vendola. La soglia di sbarramento è all’8%, ma la soglia per le liste che si presentano coalizzate è al 4%.

LIGURIA – Il sistema elettorale è vecchio e bislacco (i partiti hanno cercato di cambiarlo per mesi, ma poi si sono dovuti arrendere): non c’è premio di maggioranza, ballottaggio e, chi vince, vince assai male. Infatti, solo se una coalizione supera il 50% o più’ dei voti (ma a livello provinciale) ottiene tre consiglieri in più (pari al 10% in seggi) dal listino dentro un consiglio composto da 31 consiglieri, premio che equivale a 15 consiglieri più’ il governatore vincente o a 19 seggi su 30 se il vincente ottiene il 60% dei voti… Invece, se il candidato vincente ottiene il 40% dei voti gode di un premio di 17 seggi (16 consiglieri e il candidato) mentre se resta sotto il 35% dei voti, di fatto, non può governare. Infatti, se con il 36% dei voti, il vincente ottiene 16 seggi (15 più il candidato governatore), sotto il 35% (con il 32-34%, per dire) ha solo 15 seggi (14 consiglieri più il candidato governatore). E, com almeno quattro Poli in gara (Pd-centrosinistra, M5S, FI-Lega, Pastorino-sinistra) e’ quasi matematicamente impossibile raggiungere oltre il 36% dei voti…

La legge elettorale ligure, inoltre, è complicata dal fatto che esistono due liste (e due voti): una lista regionale (a listini bloccati, per il 20%, che assegna 6 seggi) e una lista provinciale (con le preferenze, per l’80%, che assegna 24 seggi). Ne consegue che se una lista e un candidato presidente, vince a livello dei collegi regionali, deve superare per forza il 51%; se invece riesce a farlo nei collegi provinciali può governare se raggiunge almeno il 35% dei voti. Il che, pero’, dato il proliferare di candidati forti e un sistema di fatto quadri polare (Pd e altri – M5S – Centrodestra – sinistra-sinistra) è di fatto impossibile. La soglia di sbarramento è al 3%, ma per le liste collegate a candidati presidenti è fissata al 5%. Morale: chiunque vinca, ma resti sotto il 51% (o il 35%) deve fare per forza, una volta vinto, le larghe intese….

UMBRIA – La legge elettorale umbra, modificata a pochi mesi dal voto tra le proteste delle opposizioni (2015), ha ridotto i consiglieri a 20, prevede un turno unico secco, un premio di maggioranza abnorme (il 60% dei seggi alla lista vincente senza soglia minima di accesso! Incostituzionale di fatto stile Porcellum). Vuol dire che la lista che prende un solo voto in più delle altre (a prescindere dalla percentuale di voti raggiunta: per dire, anche il 20%…) avrà il 60% dei seggi e la maggioranza assoluta in Consiglio! Infine, non è ammesso voto disgiunto, ma ci sono le preferenze, e la soglia di sbarramento è bassa (2,5%).

MARCHE – Il sistema elettorale, che prevede 30 consiglieri, è a turno unico: vince chi ha più voti e non ci sono ballottaggi. Il sistema è proporzionale puro, ma con un premio di maggioranza. Dei 31 seggi del Consiglio Regionale, uno va al presidente e uno al candidato sconfitto con più voti. I restanti 29 seggi sono spartiti con un riparto proporzionale a scalare: 18 seggi a chi prende il 40% dei voti (premio del 60%); 17 seggi a chi prende tra il 37% e il 40% dei voti (premio del 56%); 16 seggi a chi prende tra il 34% e il 37% dei voti (premio del 53%). La soglia di sbarramento è unica ed è fissata al 5%. Ci sono le preferenze e in ogni lista i candidati dello stesso sesso non possono superare i 2/3 del totale come pure in Campania mentre in Umbria nessun sesso può avere più del 60% in ogni lista, in Toscana e Veneto c’è l’alternanza di genere e in Toscana, Campania e Umbria, su due preferenze, una deve essere di genere. E’ tutto…

NB. Questo articolo è stato pubblicato, nella sua prima versione, poi allungata/aggiornata per Internet, il 24 maggio 2015 a pagina 10 del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)

Cos’è e come funziona l’Italicum 2.0. Un piccolo vademecum per l’uso

Il portone d'ingresso di palazzo Madama.

Il portone d’ingresso di palazzo Madama.

ROMA – Se è vero, come è vero, che l’accordo Renzi-Berlusconi regge e il ‘patto del Nazareno’ pure, entro un paio di mesi l’Italia potrebbe avere una nuova legge elettorale. Si tratta del nuovo Italicum o un Italicum 2.0 che sta, finalmente, prendendo forma. Ecco come.

Che cos’è. La nuova legge elettorale viene, volgarmente, ma con un latinismo non nuovo al sistema politico (Mattarellum, Porcellum), detto Italicum. Sarebbe la terza legge elettorale della II Repubblica. Dopo, appunto, il Mattarellum (sistema maggioritario basato su collegi uninominali al 75% e, per un restante 25%, proporzionale, entrato in vigore nel 1993 e applicato alle elezioni del 1994, 1996, 2011) e il famigerato Porcellum (entrato in vigore nel 2005 e applicato alle elezioni del 2006, 2008, 2013). Il Porcellum è un sistema a base proporzionale, ma con premio di maggioranza e un complesso sistema di soglie per i partiti coalizzati e non coalizzati. E’ stato dichiarato incostituzionale in gran parte dalla Consulta (sentenza 1/2014), almeno per la Camera, che ha abolito il premio di maggioranza (55% dei seggi alla lista vincente senza soglia), chiedendo la reintroduzione delle preferenze contro le liste bloccate e vietando la possibilità delle multicandidature (ci torneremo).  L’Italicum è, invece, sempre un sistema a base proporzionale, ma con premio di maggioranza che si ottiene raggiungendo una soglia (40%) che, se non raggiunta, conduce a un ballottaggio tra i primi due. La soglia di ingresso per le forze politiche è unica (3%): esse hanno diritto alla ripartizione dei seggi su collegio unico nazionale.

Ma vediamo come è strutturato, nel dettaglio, l’Italicum e i maggiori punti ancora aperti e ancora in discussione tra le forze politiche.

Premio alla lista. Nel testo approvato in prima lettura alla Camera (marzo 2014) il premio di maggioranza corrispondeva al 15% dei seggi se nessuno gruppo di liste (coalizione) superava il 37% dei voti, ma la vittoria al ballottaggio garantiva solo il 52% dei seggi (Camera) e cioè 327. Due e significative le correzioni: il premio resta del 15% ma va alla lista, e non più alla coalizione, vincente; il premio di lista del 15% garantisce in ogni caso 340 seggi totali. Eventuale ballottaggio. Ove nessuna lista raggiunga il 40% dei voti, si procede al ballottaggio tra i primi due migliori piazzati. Si tratta, dunque, di un sistema elettorale a doppio turno ‘eventuale’.

Soglie di sbarramento. L’Italicum prima versione le prevedeva a ‘doppio regime’: 4,5% per ogni singola lista dentro una coalizione e 8% per le liste non coalizzate. Il premio alla lista spazza via il ‘doppio binario’: la soglia di sbarramento sarà unica per tutti e calcolata sulla base di un collegio unico nazionale e non nei collegi. Quale? Il vertice di maggioranza tenuto da Renzi con tutti i piccoli partiti della coalizione di governo ha scritto, nero su bianco, 3%, ma Forza Italia parte da una posizione negoziale molto alta (6%). Verosimilmente, all’interno del lavoro in commissione al Senato, la soglia di sbarramento potrebbe essere alzata e portata fino al 4%, ma difficilmente supererà tale cifra. Per i piccoli il 4% è sopravvivenza.

Collegi o circoscrizioni. Il diavolo, si sa, sta nei dettagli. In ogni  legge elettorale questi si chiamano collegi (o circoscrizioni). L’accordo di maggioranza ha scritto che saranno ’75-100’, ma l’ultima versione del ‘patto del Nazareno’ prevede che siano 100. Aumentare di numero (e, dunque, rimpicciolire di grandezza) i collegi fa aumentare i ‘nominati’ sicuri, e dentro tutti i partiti. Diminuire i collegi di numero (“almeno a 60”, come chiede la minoranza del Pd) e aumentarli di ampiezza, equivale ad aiutare chi corre colle preferenze anche in partiti non grandi, ma medi o piccoli.

Capolista bloccati/preferenze. Il primo eletto (“capolista”) di ogni collegio è bloccato, seguono le preferenze, in numero da stabilire, ma che non dovrebbe superare un numero che va da cinque a sette. Se i collegi saranno 100, solo il Pd eleggerà anche con le preferenze. Esempio: se il Pd vincesse il premio di maggioranza, al primo o al secondo turno, avrebbe 340 deputati: 100 eletti con le liste bloccate, 230 con le preferenze. FI, oggi al 15%, avrebbe circa 70 deputati, tutti eletti con le liste bloccate, l’M5S (20%) 90-100 deputati (idem).

Multicandidature. Nell’accordo sono ammesse fino a dieci. Ai piccoli servono come il pane per evitare l’effetto ‘flipper’ (sai che eleggi, ma non sai dove), ma – dicono dalla minoranza del Pd – “sono a rischio incostituzionalità. La Corte, con diverse sentenze, ultima quella del 1/2014 vieta apertamente candidature multiple”. Esempio: con le multicandidature, Alfano si candida in 10 collegi, viene eletto in uno, gli altri eletti NCD sono scelti con le preferenze.

Quote rosa. L’alternanza di genere è fissata in proporzione 60/40 per quanto riguarda i capolista. Per le preferenze, andrà rispettata la doppia preferenza di genere (uomo/donna) pena l’invalidità del voto.

Tempi. L’Italicum riprenderà il suo corso, dopo otto mesi di stop, martedì 18 novembre, in commissione Affari costituzionali Senato, relatrice la presidente Anna Finocchiaro. Il governo punta all’approvazione dell’aula del Senato entro fine dicembre affinché torni alla Camera per le modifiche e diventi legge a febbraio 2015.

Validità. L’Italicum varrà solo ed esclusivamente per la Camera. Per il Senato, bisognerà attendere la riforma del Senato e del Titolo V.

NB. Questo articolo è stato pubblicato sul blog personale che tengo sul sito Quotidiano.net (http://www.quotidiano.net) e che s’intitola “I giardinetti di Montecitorio” il 13 novembre 2014.