Pd, congresso tra gli iscritti: Renzi vola, Orlando resta basso, Emiliano fa flop.

Renzi e Guerini

Matteo Renzi e Lorenzo Guerini alla Camera

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Se abbiamo riportato una vittoria? Veramente è un trionfo”. Al Nazareno si stropicciano gli occhi, quasi non ci credono. Nei congressi di circolo – 6324, per la precisione, le convenzioni locali, dal 20 marzo a ieri, sono state 5 mila, l’affluenza è intorno al 58,1%, i votanti sono 235/255 mila su un totale di iscritti che, alla fine, supererà quota 430 mila – la mozione di Matteo Renzi ha fatto il botto. E, certo, è solo il primo round, saranno solo i gazebo – primarie aperte anche ai non iscritti – del 30 aprile a decretare chi sarà il futuro segretario del Pd, ma i numeri sono impressionanti: il Pd è diventato un lago renziano.

I dati del Nazareno parlano chiaro: “Renzi è al 68,22% (141.245 voti assoluti), Orlando al 25,42% (52.630 voti), Emiliano al 6,36% (13.168 voti)” e l’affluenza è stimata al 58% (235-250 votanti, appunto). Vittoria schiacciante. Eppure, i comitati dei due avversari danno numeri diversi: “Orlando è quasi al 30%, al 29,6%, Renzi al 62,4%, Emiliano all’8%”, per gli orlandiani, con un affluenza assai più bassa (200 mila votanti) stimata al 46%; mentre gli emiliani danno il loro candidato “oltre l’8%, Orlando al 30% e Renzi al 62%”, su una affluenza che è molto più bassa (41% al massimo, vuol dire circa 180 mila votanti). Discrepanze che daranno di certo adito a roventi polemiche, che sono già scoppiate, in vista della proclamazione ufficiale dei risultati da parte della commissione congressuale – dato che arriverà solo oggi, però, al massimo entro domani – ma il succo politico resta: il ministro va assai meno bene del previsto, anche nelle zone dove pensava di sfondare o quantomeno di vincere (Bologna ed Emilia rossa, Roma e Lazio, Liguria) e ben peggio di Cuperlo (che nel 2013 sfiorò il 50%), il governatore pugliese fa un mega flop dappertutto (era a rischio persino la possibilità di superare il 5% nazionale o il 15% in 5 regioni necessari per accedere alla seconda fase, quella delle primarie aperte: Emiliano ce la fa per un pelo e le malelingue dicono che i renziani lo hanno aiutato per non togliere appeal e mordente a una gara sonnacchiosa) mentre Renzi stravince e dappertutto.

Infatti, l’ex premier conquista, nel Pd, 20 regioni italiane  su 20 (Liguria di Orlando e Puglia di Emiliano, dato ancora più clamoroso, comprese), le grandi città (a Roma, dove comandano Zingaretti e Bettini, schieratissimi con Orlando, Renzi ha il 62,3%, a Milano il 68,2%, a Bologna il 49,9%, a Genova il 57,7% , a Firenze ‘la bulgara’ l’82,4%, a Napoli il 78%, a Cosenza il 48% ed è una delle poche città dove Orlando lo sovravanza, di poco) e i piccoli centri, zone ‘rosse’ e ‘bianche’, Nord e Sud. Per dare una dimensione dei numeri, Renzi sfiora il 70% non solo dove i renziani e gli uomini di Martina controllano il partito (Lombardia, Toscana, Veneto, Marche), ma anche nelle regioni rosse (63% in Emilia fino al 76% in Umbria), si attesta attorno al 65% in regioni non ‘sue’ come Piemonte, Lazio e Liguria (terra natale del ministro), è saldamente sopra il 60% in tutto il Sud, con punte del 78%, ed è in testa persino in Puglia, la regione di Emiliano, pur non superando il 50%.

“Sono risultati incredibili, vanno oltre le nostre previsioni”, fa filtrare l’ex premier che si gode il successo a Pontassieve mentre è impegnato a finire il libro di memorie scritto per Feltrinelli (il titolo è ancora top secret,  il libro uscirà dopo le primarie). Renzi non vuole farsi trascinare in polemiche e così evita di rispondere ai suoi avversari. Emiliano e Orlando attaccano duro: ora il tentativo è alzare l’asticella in vista del 30 aprile, quando, anche a causa di una data scelta in modo dissennato in quanto è in mezzo a due ‘ponti’ festivi (25 aprile e Primo Maggio), il rischio di una partecipazione bassa è alto. “Se ai gazebo vanno meno di 2 milioni di persone – dice Orlando – è una sconfitta, colpa di chi finora ha guidato il partito”.  Lorenzo Guerini – il vero artefice del successo che in una nota scandisce la “soddisfazione per un risultato che vede in Renzi il segretario in cui i nostri iscritti ripongono fiducia e speranze” – gli legge i dati e a Matteo torna il sorriso.

“Calma, ragazzi, il partito deve restare unito – ribadisce Renzi ai suoi – io voglio dimostrare che non sono divisivo”. Poi, però, una battuta su Orlando gli scappa: “Era convinto di andare molto meglio, ha preso una bottarella, lo ha capito e ha dato segnali di nervosismo, protestando per il voto, ma io sono convinto che io e lui possiamo lavorare insieme”. Su Emiliano non dice nulla, anche se c’è chi giura di averlo visto ‘gongolare’ per un dato che i pasdaran bollano come “il peggior risultato di un ex giudice in politica dai tempi di… Ingroia” (il quale, con la sua Rivoluzione civile, prese il 3%…).

I renziani sono in brodo di giuggiole. Il senatore Marcucci traccia il solco: “Il consenso di Renzi dentro il partito è passato dal 45% del 2013 al 68% di oggi, oltre 20% in più” (ma, dal 2013 ad oggi, il Pd ha perso ben 135 mila iscritti, specie nelle regioni rosse, non pochi). Dal 2014 in poi, però, il numero degli iscritti è sempre aumentato (+30 mila sul 2015, +50 mila sul 2014) fino ad arrivare ai 430 mila – 30 in più dei previsti 405 mila – del 2016. Un numero di 30 mila unità in più rispetto a quello noto finora che il vicesegretario Guerini si era tenuto in serbo per festeggiare, insieme a Renzi, la vittoria schiacciante.

NB: L’articolo è stato pubblicato il 3 aprile 2017 a pag 10 del Quotidiano Nazionale. 

Senato, la minoranza punta i piedi. Roberto Speranza: “L’articolo 2 va riscritto. I senatori siano eletti dai cittadini. No al soccorso dei trasformisti ex azzurri”

NB. Questo articolo è stato pubblicato sabato 12 settembre a pagina 11 del Quotidiano Nazionale

Ettore Maria Colombo
ROMA

Roberto Speranza, leader di Area riformista nel Pd

Roberto Speranza, leader di Area riformista nel Pd

Onorevole Roberto Speranza, lei è il leader della minoranza, Area riformista: a che punto è la notte nel dibattito, dentro il Pd?
«Un grande partito discute, è naturale e legittimo, sulle grandi questioni. Non ci stiamo dividendo sul colore della cravatta di Renzi, ma su temi di merito: lavoro, tasse, riforma elettorale e costituzionale. Ma questa discussione la faccio e la voglio fare dentro il Pd: fuori ci sono solo i populismi di Grillo, Salvini e Berlusconi. Ecco perché alla scissione dico non tre volte, ma dieci volte no».

Ma Renzi vuole allargare il Pd. In un partito che arriva a Verdini e Alfano, c’è posto pure per Speranza?
«Il Pd deve mantenere le sue radici dentro il centrosinistra e dimostrarsi il vero erede dell’Ulivo, non diventare un luogo indistinto dove c’è tutto e il contrario di tutto. Al Partito della Nazione come luogo indistinto dico tre volte no. Alfano è il leader di un partito che si chiama Ncd, Nuovo centrodestra: in questa fase straordinaria è un alleato di governo e la legislatura deve durare, completando le riforme, ma le traiettorie di Pd e Ncd poi torneranno diverse. Noi dobbiamo ricostruire il centrosinistra a partire dall’alleanza con Sel, con cui governiamo tante regioni e tanti grandi comuni».

Però le vostre critiche sono a 360 gradi. Solo ieri, lei ha detto che il governo fa poco per il Sud.
«I dati Svimez ci rendono un quadro drammatico. In 47 deputati abbiamo firmato un’interpellanza urgente: come vengono spesi i fondi Ue per il Sud? Poco e male: 12 mld non spesi nella programmazione 2007/2016, zero nel 2014. Inoltre, da quando Delrio è diventato ministro, non c’è neanche più un sottosegretario ad hoc. Serve un’azione più incisiva, sul Sud, da parte del governo».

Renzi propone l’abolizione dell’Imu e a voi non piace…
«Siamo tutti d’accordo che bisogna abbassare le tasse, ma come? Pongo tre punti. Il primo: bisogna partire dall’abbassare le tasse su lavoro e tutto cioè che crea lavoro, gli investimenti. Il secondo: riordinare la tassazione sulla casa va bene, ma non si può tassare allo stesso modo chi ha un attico in centro e chi una casa in periferia: chi ha di più deve pagare di più. Il terzo: meno tasse non può voler dire meno servizi. Ecco perché bisogna fare una lotta seria e dura all’evasione fiscale. Infine, bisogna introdurre una misura universale di contrasto alla povertà. Solo da noi e in Grecia non c’è».

Finiamo con il tema caldo, le riforme: tutto gira attorno all’articolo 2 della riforma del Senato. Che fare?
«Con l’Italicum, legge elettorale che produce una Camera di nominati, serve un Senato delle garanzie: ai cittadini va restituita la possibilità di scegliere direttamente i loro rappresentanti. Mi auguro che Renzi, nei prossimi giorni, prenda un’iniziativa, ripristinando il metodo Mattarella e privilegiando l’unità del Pd. Basta una sua mossa e l’accordo si fa».

Ma in questo benedetto art. 2 cosa deve esserci scritto?
«I senatori sono eletti direttamente dai cittadini, e non ‘dai consigli regionali’, come è ora. Punto. Senza pasticci o norme confuse. Poi, una legge ordinaria spiegherà come, se con i listini o altro. Il vero obiettivo è il superamento del bicameralismo perfetto e il Senato che non dà più la fiducia».

E se la minoranza non ottiene la riscrittura e vota ‘no’, che accade? Si rompe il Pd?
«C’è ancora tempo e spazio per trovare una mediazione e non voglio pensare che non si possa trovare. Dopodiché, lo stesso Renzi ha ammesso che, sulla Costituzione, non vale la disciplina di partito. Del resto, per un parlamentare, mettere mano alla Costituzione è l’atto e l’impegno più importante. Se una battaglia è giusta, la si fa».

Speranza, Lotti or ora sta dicendo che la linea del partito si rispetta ed è scontato adeguarsi…
«Spero che anche Lotti voglia lavorare per unire il Pd e non per inseguire qualche trasformista del centrodestra ed elemosinare qualche voto in più».

NB. Questo articolo è stato pubblicato sabato 12 settembre a pagina 11 del Quotidiano Nazionale. 

#DirezionePd/1. Renzi sbriciola l’ipotesi di tregua: “Basta diktat della minoranza”. Tesa Direzione del Pd: “non voglio sentire critiche da chi non vota la fiducia o sfiduciatemi voi”.

Ieri sera, alla Direzione Pd, è andato in onda ‘Matteo il Terribile’. Infatti, quando Matteo Renzi sale sul palchetto della Direzione nazionale del Pd alle dieces de la tarde, causa prima il viaggio di ritorno dal G7 e poi la  contestazione di un folto gruppo di insegnanti precari appena fuori dal Nazareno che lo obbligano a entrare da un entrata secondaria, nemmeno inizia a parlare, e già tutti capiscono che l’antifona è quella. ‘Guerra’. Matteo, del resto, aveva già spedito, via sms, ai suoi fedelissimi (Boschi, Lotti, Giachetti e pochi altri, oltre a Guerini, ovviamente), un messaggio definitivo: “Stasera (ieri, ndr.) vado giù dritto per dritto, anzi: sarò cattivo”. Il premier attacca a muso duro i suoi contestatori, esterni e interni. Se la prende, all’inizio, con chi ha contestato il risultato del Pd alle elezioni e criticato la selezione di candidature “tutte scelte con le primarie, e se si fanno le primarie c’è uno che vince, poi il risultato si rispetta, non si scappa via con il pallone” (come ha fatto Pastorino, ndr.).

Il premier e segretario del Pd Matteo Renzi parla davanti l'Assemblea del Pd

Il premier e segretario del Pd Matteo Renzi parla davanti l’Assemblea del Pd

Renzi non vorrebbe fare alcuna ‘analisi del voto’ “perché preferirei di gran lunga parlare di politica” (cioè di riforme), dice, ma poi si lancia in una lunga, puntigliosa analisi del voto e conclude: “Abbiamo vinto le Regionali 5 a 2, abbiamo vinto dieci regioni in un anno e oggi governiamo 17 regioni su 20 e, in particolare, su tutto il Sud”. Poi Renzi passa in rassegna “le tre opposizioni che sono fuori di qui” e che, per lui, sono una peggio dell’altra. Tre opposizioni che il premier elenca e dipinge in modi diversi ma assai sprezzanti.

La prima, l’opposizione della “destra, che c’è, è tornata, manca di un baricentro, ma è guidata nei contenuti dal leghismo antieuro e di ritorno di Salvini”.

Poi c’è l’opposizione di Grillo, che Renzi liquida con poche battute e soprattutto il premier abbatte a colpi di maglio l’opposizione che chiama, con disprezzo, “l’opposizione asociale di Landini, che perderà sempre, ma che si mette insieme Piperno e Scalzone. E’ la storia di una sinistra che anche la sinistra che è qui dentro (quella che viene dal Pci-Pds-Ds, ndr.) ha sempre combattuto, che non può essere la vostra, ma che di certo non sarà mai la mia!”.

Liquidata l’opposizione ‘asociale’ di Landini, elogiato Marchionne, entrato nel merito di alcune riforme crucialie dei possibili ‘miglioramenti’ da apportare ad alcune di esse (scuola e Senato), ma con ritocchi solo parziali. Infine, l’ultima stoccata che anche è un uppercut al volto della minoranza: “basta diktat della minoranza o addirittura di una minoranza della minoranza (e qui ce l’ha per lo più con Fassina e D’Attorre, ndr.)! A me il confronto mi sta bene, ma sul merito, se invece ci si vuole inventare questioni di coscienza in fotocopia per bloccare le riforme, sappiate che non sono io quello, ve ne dovete trovare un altro”.

Infatti, ‘L’ultima minaccia’, come da titolo di vecchio film, di Renzi è proprio questa: “la mia segreteria e il mio temporaneo ruolo di premier hanno senso solo se si fanno le cose, e cioè le riforme. Il mio orizzonte temporale è il 2016 per i referendum sul Senato, il 2017 per il congresso del Pd e il 2018 per le elezioni Politiche”. “Non vi sta bene? Sfiduciatemi in Direzione e in Parlamento” è la sfida finale che Renzi lancia a una platea basita e che, specie in ambito minoranza Pd, si aspettava invece, se non un’offerta di pace, almeno una proposta di armistizio. Invece, il premier ci è andato giu’ duro.

Il dibattito va avanti fino all’una di notte, troppo tardi per registralo qui.

NB. questo articolo è stato pubblicato a pagina 3 del Quotidiano Nazionale il 9 giugno 2015.

#DopoleRegionali/1. Renzi: nessuna mediazione con i ribelli. L’obiettivo del premier: fuori dal Pd chi non rispetta le regole

Il 'tetto' del Quirinale, detto 'Torrino', dove riceve i suoi ospiti il Capo dello Stato, oggi Mattarella

Il ‘tetto’ del Quirinale, detto ‘Torrino’, dove riceve i suoi ospiti il Capo dello Stato, oggi Mattarellad

“Avete visto? Matteo s’è messo la mimetica. Gli mancava solo l’elmetto. Se veniva qui e vedeva la Bindi come minimo sparava”. I fedelissimi del premier provano l’arma del sarcasmo per cercare di stemperare il clima mesto e cupo che regna dalla notte del voto. Moltissimi renziani ieri erano al ricevimento per il 2 giugno che il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha organizzato ai giardini del Quirinale. Renzi, invece, non c’era. Tocca a loro, dunque, il ruolo del ‘genitore o di chi le fa le veci’.

Le ‘veci’ in questo caso, del premier. Infatti, Matteo Renzi, come si è appreso all’improvviso solo ieri mattina – fatto che ha scatenato nugoli di polemiche e di ’si dice’ (il premier fugge dal voto, è nero, ha fatto uno sgarbo pure a Mattarella, etc.) – era volato ad Herat per salutare il contingente militare italiano. E, da Herat, Renzi, sulle Regionali, dice giusto due parole (“siamo passati dal 6 a 6 del 2010 al 10 a 2 di oggi”), senza discostarsi di una virgola dalla conferenza stampa mattutina tenuta al Nazareno dal presidente del partito, Matteo Orfini, e dai due vicesegretari del Pd, Lorenzo Guerini e Deborah Serracchiani (vicesegretari ancora per poco, pare…). Quella conferenza stampa, cioè, dove musi lunghi e visi tirati indicano che il Pd ribolle a tal punto che è sul punto di esplodere.

Nella fattispecie del ricevimento al Colle, a far le veci del premier s’incontrano un po’ tutti i renziani doc: il vicepresidente della Camera” Roberto Giachetti, il presidente del Pd, Orfini, i sottosegretari Gozi, Scalfarotto, Rughetti e molti ministri renzianissimi: Boschi, Madia, Pinotti (elegantissime), etc. I volti sono distesi, gli abiti eleganti, l’eloquio è cortese, ma la sostanza rimane la stessa: i renziani più vicini e fedeli al premier chiedono, come chiede Renzi, la ‘resa dei conti’ con la minoranza. Rapida, sterminatrice, affatto indolore. Lunedì 10 c’è la Direzione e Giachetti già sta preparando le sue cartuscelle anti-Bersani&co. Gennaro Migliore, altro neo-renziano, chiede “ordine e disclipina” e solo Rughetti si limita a un serafico “analizzeremo bene il voto”.

La verità è che Renzi e i renziani sono davvero furibondi e ‘neri’. Ce l’hanno con la minoranza, che accusano di ogni male e di ogni sconfitta’, dalla Liguria (sconfitta dovuta, per Renzi e i suoi, “al tafazzismo della sinistra”) alle vittorie di Pirro di Campania e Puglia, dai possibili nuovi tradimenti (tipo quello della Bindi) e/o ad altre imboscate (al Senato). E se è pur vero che Renzi, ieri, era assai meno abbattuto dei suoi, il mantra “andremo avanti con le riforme” del premier, oggi, non basta più. Infatti l’aggiunta-spia è “… e a rinnovare il Pd”.

Renzi vuole riprendere, e presto, la strada della rottamazione/rivoluzione interna. Su tre direttrici. Uno. Nessuna mediazione con la sinistra interna, neppure con i ‘lealisti’ (Cuperlo): con loro sarà guerra termonucleare globale. Traduzione: “si sta nel Pd se se ne accettano le regole”, dirà Renzi in Direzione, “altrimenti la porta è quella”. Fine di casi alla Civati: se non voti un provvedimento importante o una fiducia, ‘sei fuori’. Due. Ricambio totale, una vera rivoluzione, tra gruppi e partito. L’attuale vicesegretario, Lorenzo Guerini, diventerà il nuovo capogruppo alla Camera, mentre Ettore Rosato, oggi capogruppo vicario, andrà al partito (Organizzazione), azzerando le figure dei due attuali vicesegretari per una sola e assommando nell’Organizzazione anche l’incarico degli Enti locali, a oggi nelle mani di Valentina Paris. Tre. Nessun spostamento al partito di pedine importanti che devono continuare a far ‘bene’ ciò che fanno (Boschi il ministro, e Lotti il sottosegretario) al governo, ma rimpasto e rilancio del governo sì.

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 2 giugno 2015 a pagina 3 del Quotidiano Nazionale

Il Pantheon inesistente di Salvini. Don Milani, Fallaci, don Sturzo, i turchi. Travisamenti, citazioni sbagliate, libri non letti, autori non capiti

Matteo Salvini, leader della Lega Nord, parla a piazza del Popolo

Matteo Salvini, leader della Lega Nord, parla a Roma, in piazza del Popolo.

Meglio dirlo subito. Il problema della manifestazione organizzata sabato scorso a Roma, in piazza del Popolo, dalla nuova Lega Nord guidata da Matteo Salvini e dai suoi alleati minori non sono i numeri. Non importa che non ci fossero, ovviamente, le centomila persone di cui si sono vantati gli organizzatori. E neppure i 20 mila stimati da forze dell’ordine e giornalisti presenti. Piazza del Popolo non veniva riempita da bandiere leghiste dal lontano 1999, è stata una piazza a lungo prediletta dall’Msi di Almirante come da FI di Berlusconi, ma tutti gli ultimi comizi che si ricordino della sinistra che fu ‘radicale’ si rivelarono, negli anni Duemila, un sonoro flop. Eppoi, la vera ‘piazza’ di Salvini sono le tv e i talk-show che, un po’ compiacenti, un po’ sudditi e un po’ interessati all’audence, invitano Salvini nei loro studi da ora di colazione a quella di cena. E Salvini sa bene che, oggi, solo così si parla al vero, unico, grande pubblico, quello che sta ‘a casa’ e che, però, prima o poi vota.

La piazza di Salvini e l’abbraccio tra i post-padani e i neofascisti 

Né si può dire che sia andato male o non sia riuscito, almeno visto dalla piazza, l’incontro e la contaminazione tra i militanti leghisti ‘padani’ e, un tempo, indipendentisti (peraltro ormai anche un po’ anzianotti, a livello anagrafico, invecchiati male, come il loro ex leader, Umberto Bossi) e i giovani e garruli neofascisti di Casa Pound, di Fratelli d’Italia e delle altre piccole etichette della destra sociale, fascista e postfascista. Baci, abbracci, pacche sulle spalle e saluti. ‘Romani’, in alcuni casi, di pura simpatia in altri. Inoltre, anche il tentativo di Salvini di sfondare al Sud, con le liste ‘Noi con Salvini’, procede discretamente bene: molti gli striscioni di pattuglie di militanti e aderenti entusiasti provenienti dalla Sicilia e dalla Sardegna, dalla Calabria e dalla Puglia fino al Molise. Tra un’imbarcata di riciclati ex diccì, ex movimenti autonomisti, ex grillini, ex azzurri e l’altra, i leghisti meridionali (fino a ieri, in pratica, un ossimoro della politica) quasi quasi fanno tenerezza.

Un blocco sociale e, forse, un blocco politico

Infine, poche storie anche sul tema che scuote, forse a pari grado, le coscienze di quel che resta della borghesia ‘democratica’ come dei centri sociali e dell’ultrasinistra: sciovinismo, razzismo, xenofobia, anti-islamismo feroce, nazionalismo (una novità, certo, in quanto a ideologia, per un leghista), sovversismo delle plebi arrabbiate contrapposto alle ‘plutocratiche’ classi dirigenti, non sono certo una novità nella storia patria, da Mussolini in poi. Si tratta solo di capire se restano a livello di parole inconcludenti (così fu a lungo per l’Msi, ma non certo per i neofascisti anni ’70 che mitra e bombe li usarono eccome, in nome del ‘polo escluso’) o se possono tradursi in atti e azioni politiche fino a diventare partito e/o coalizione che aspira davvero a governare il Paese, magari con qualche chances e aggregando via via altri pezzi (questo fu, in sostanza, il percorso seguito da Mussolini che domò e istituzionalizzò il fascismo delle origini, occupando lo Stato).

Quello che non funziona è il Pantheon

E allora, cos’è che non va? A livello di presa di posizione ‘partigiana’, e cioè ‘di parte’, si potrebbe dire cosa ‘mi fa paura’. Mi fa paura, infatti, il tentativo di Salvini di formare un ‘blocco sociale’ presupposto di un ‘blocco politico’ che, grazie a lui, a una Lega ‘debossizzata’ e ‘nazionalizzata’, all’apporto degli ex An, della nuova destra ripulita di Fratelli d’Italia, della destra neofascista sempieterna di Casa Pound, della sua propaggine politica placebo (il movimento ‘Sovranità’), vari piccoli movimenti e ‘sentiment’ No-Euro e anti-Ue che agitano strati intellettuali (economisti) e pezzi di società (agricoltori, pescatori, esodati, etc) si pone come unica, vera, reale alternativa al governo Renzi e al Pd, scalzando di fatto e relegando ai margini, se non svuotando, la ex opposizione di un centrodestra moderato e ‘costituzionale’, quello che resta del vecchio centrodestra (oggi ridotto a FI+Ncd), tanto da non citare mai né questi né Berlusconi. Ma questa è, appunto, una considerazione da attore, non da osservatore. No, quello che non va – e qui parlo da osservatore esterno, obiettivo il più possibile, non certo da partigiano o militante – è il Pantheon.

il don Milani che non esiste…

Altri osservatori, ben più illustri, già si sono esercitati, sul tema, ma conviene tornarci sopra. Salvini ha citato, nel suo discorso, tutto diretto contro la (ormai defunta) intellighentija (ex) comunista “che legge tanti libri ma non li capisce, io invece ne ho letti solo due, ma li ho capiti”, sia autori che non si tengono tra loro sia travisando e flettendo il pensiero di questi stessi autori in modo abnorme, senza alcun rispetto per la verità storica,oltre che per gli autori citati e i loro stessi testi. Partiamo dal più facile, don Lorenzo Milani. Il prete sovversivo, amico dei ‘rossi’, confinato dal Vaticano nella scuola di Barbiana, impedito nella pubblicazione e nell’esercizio del libero pensiero da una doppia censura, quella dello Stato democristiano e conformista del II dopoguerra che temeva il diffondersi del suo pensiero e quella di una Chiesa cattolica del tutto pre-conciliare, viene da Salvini decontestualizzato, sradicato e usato per una frase (“L’obbedienza non è una virtù”) che parlava di tutt’altro (l’obiezione di coscienza, allora vietata, essendo don Milani un antimilitarista convinto) e, svuotata di senso, usata per incitare alla ‘rivolta’ contro lo Stato “opprimente, ladro e tassatore”, quello del Fisco, di Equitalia, dell’Agenzia delle Entrate, etc.

Ora, sarebbe facile sfidare Salvini a trovare un solo passo di don Milani in cui si incita alla ribellione fiscale. Anzi, la citazione ‘giusta’ di don Milani, tratta proprio da L’obbedienza non è una virtù, è questa: “Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri”. La ribellione del don era tutta antimilitarista, antinazionalista, antisciovinista e pure antifascista. Non a caso, il pensiero di don Milani sta alla base non del Concilio Vaticano II (troppo hard le sue idee) ma della rivolta del 1968-’69 specie nella parte in cui contesta in modo radicale le istituzioni scolastiche e punta a rovesciare la piramide delle classi (sociali).

La Oriana Fallaci sbagliata...

Anche con Oriana Fallaci non ci siamo. Salvini non cita, come sarebbe stato prevedibile, la Fallaci dell’ultimo periodo, quella della crociata anti-islamica de ‘La Rabbia e l’Orgoglio’ (libro violento ma che, con l’Isis oggi alle porte, sarebbe da ridiscutere) ma quella libertaria e antifascista del romanzo ‘Un uomo’, ispirato alle vicende del suo compagno, il combattente e resistente alla dittatura dei colonnelli greci, Alexis Panagulis. Ora, se è vero che Panagulis non era comunista, ma ‘solo’ socialista, è anche vero che la sua cifra era quella del ribelle, partigiano, eroe epigono di una lunga serie di eroi e attentati dei partigiani greci che avevano fatto di antifascismo e antinazismo la loro religione. Cosa c’entra, dunque, ‘quella’ Fallaci, che fa dell’uomo Panagulis un inno alla libertà e alla lotta contro ogni tiranno e oppressione, con gli alleati di Salvini, eredi minori del fascismo greco in salsa italica? Nulla, ovviamente.

Il don Sturzo non capito

Infine, l’ultima citazione: i ‘liberi e forti’ di don Luigi Sturzo, fondatore del Partito popolare italiano, progenitore della Dc degasperiana. Una citazione, i ‘ liberi e forti’, obbligata per chiunque mastichi di pensiero e azione politica dei cattolici, ma che nasce in un contesto altrettanto particolare: il fascismo originario e già sfrontato dei primi squadristi e la degenerazione delle istituzioni liberali nel primo dopoguerra. La ricetta di don Sturzo è un mix di liberalismo democratico e socialmente temperato (anti-marxista, ovvio, ma sensibile alla questione sociale) e di federalismo autonomista, ma anche e sopratutto di meridionalismo democratico. Tutte caratteristiche che avrebbero dovuto costituire le fondamenta di un nuovo stato italiano aperto alle istanze sociali, liberale e federalista, autonomista e civico. Sturzo, dunque, si colloca a pieno titolo nei migliori risultati del dibattito sulla Questione meridionale che in Italia è durato 150 anni e che sono negli ultimi vent’anni è stato accantonato, eccezion fatta per spinte isolazioniste, corporative e neoborboniche oggi non a caso entusiaste della Lega di Salvini.

I turchi che erano cattivi ma non erano musulmani

Infine, l’ultima chicca. Salvini cita le Foibe, per ingraziarsi la sua destra (ma non dice mai una parola su Olocausto, nazismo, etc.), e un libro sul genocidio armeno perpetrato dai turchi negli anni Venti e Trenta e narrato in un bestseller internazionale, “La masseria delle allodole” di Antonia Arslan, “per capire cosa è stato il genocidio armeno, fatto da quelli – i turchi – che a Bruxelles vogliono far entrare in Europa”.
Peccato che ‘i turchi’ che perpetuano il genocidio degli armeni non sono islamici religiosi e fanatici, ma il loro esatto contrario: forze armate e classi borghesi elevate che avevano rovesciato il potere del Sultano (la Sublime Porta), caduto nel 1908, distrutto l’Impero turco (islamico) e proceduto a una rapida, e pervasiva, laicizzazione e nazionalizzazione del Paese. Insomma, è il regime autoritario e repressivo, ma laico e nazionalista, di Ataturk che prende di mira e stermina gli armeni, non l’Islam di Maometto.

A cosa serve il ‘culturame’? A dare respiro a qualsiasi proposta politica. 

Sottigliezze intellettualistiche, si potrebbe rispondere. ‘Culturame’, avrebbe con disprezzo liquidato la cosa Mussolini. Forse è vero, ma come il fascismo (delle origini, dello Stato totalitario, della Rsi) e il neofascismo (delle origini, degli anni 70, degli anni 90), il leghismo (della prima fase indipendentista, di quella padana e di quella federalista, inserito nel centrodestra) e il berlusconismo (della prima fase liberale e poi di quella neocons) hanno avuto specifici, delimitati e identificabili campi di azione e, in alcuni casi, di pensiero, configurandosi come vere ‘ideologie’ politiche, il post-leghismo anti-europeo, sciovinista e xenofobo di Salvini ha bisogno come il pane di riferimenti culturali, politici e ideologici un po’ più saldi, concreti, seri e non così smaccatamente velleitari, confusi, incoerenti.

Altrimenti, proprio come Grillo e il suo movimento, la ‘rivoluzione’ di Salvini si limiterà al ‘regno del turpiloquio’, a tanti sonori ‘vaffa’ già elevanti nei confronti di chiunque capiti a tiro (l’Europa, la finanza, le banche il complotto plutocratico verso ‘l’alto’, i rom, i profughi, gli immigrati, gli islamici verso ‘il basso’), a un neoqualunquismo alleato, oltre che ai neofascisti, ai neoborbonici, ma che si limiterà solo a protestare, a intorbidare e avvelenare le acque di una politica italiana già triste e brutta di suo, senza riuscir mai davvero a diventare destra di governo. Il che, si capisce, per l’Italia potrebbe non essere affatto un male.

NB. Questo articolo è stato pubblicato sul blog ‘I giardinetti di Montecitorio’ che tengo sulle pagine di Quotidiano.net (http://www.quotidiano.net)