Sinistra disunita e litigiosa: “Potere al Popolo!” denuncia l’arrivismo di LeU. D’Alema dice il contrario di Grasso e lo spettacolo dei ‘paracadutati’ è triste

Pubblico qui di seguito due articoli, uno su LeU, la formazione politica guidata da Pietro Grasso,  ex presidente del Senato, e uno sulla nuova lista di sinistra, “Potere al Popolo”. 

Ps. Piccola considerazione ‘personale’ di chi è appartenuto, lungo tutta la sua gioventù (fine anni Ottanta/metà anni Novanta, in parte anche fino all’inizio degli anni Duemila): LeU non ci sta facendo una gran bella figura, con il caos in corso sulle candidature. Avevano promesso rispetto del principio della “territorialità” e delle “competenze”, oltre che inneggiare, ovviamente, al “rinnovamento” delle liste. Bene, quale è il risultato? Vediamone alcuni. Il medico di Lampedusa, Pietro Bartolo, portato come un’icona all’assemblea fondativa di LeU lo scorso novembre, annuncia che non si candida per “restare vicino ai suoi immigrati a Lampedusa”. In realtà, lo avevano messo in un collegio uninominale impossibile da vincere (Pavia) e non se l’è sentita di rischiare. Un altro bel nome, il direttore generale di Unicef Italia, Andrea Iacomini, ha rinunciato. C’è da capirli: perché rinunciare a lavori faticosi, ma ricchi umanamente e appassionanti, per collegi insicuri e, forse, un oscuro lavoro da deputati semplici? Chi mette, in lista, invece, LeU? Il portavoce del presidente del Senato, Pietro Grasso, Alessio Pasquini. I giornalisti come me, ovviamente, lo conoscono: è una persona seria e perbene, ma è un paracadutato. Poi, altri due portavoce (o, meglio, ‘porta-silenzi’): Piero Martino (ex Pd, storico portavoce del Ppi, della Margherita, di Franco Marini come di Dario Franceschini) che oggi fa il “responsabile comunicazione” di LeU e lo storico uomo ombra di Bersani, Stefano Di Traglia. Li conosco entrambi, li stimo, ci parlo tutti i giorni o quasi, specie con Martino (Di Traglia parla poco…), ma che senso ha? Meglio loro di Bartolo o Iacomini?

Infine, dai territori, dentro LeU, salgono in questi giorni polemiche al fulmicotone contro il Nazionale che, chiuso in una stanza di via Zanardelli, sta componendo le liste elettorali (al tavolo sono in pochissimi: Grasso, Boldrini, Migliavacca e Stumpo per Bersani, Fratoianni per SII): i motivi della polemica sono, in pratica, sempre gli stessi. “Non vogliamo i paracadutati dall’alto”, non accettiamo “i visitors”, “scelte dissennate e non rispettose dei territori”, “se andate avanti così la campagna elettorale ve la fate da soli”. Le missive e le telefonate si ripetono uguali e monotone, in queste ore, da molte regioni: la Sicilia protesta contro l’arrivo Epifani, paracadutato nel listino proporzionale; la Calabria contro Nico Stumpo, capolista in due listini; l’Abruzzo contro una calabrese, Celeste Costantino, e perfino contro un ‘cugino’ molisano, Danilo Leva, perché gli abruzzesi sono stati esclusi; la Sardegna si rifiuta di candidare, sempre nel listino, Claudio Grassi (ex responsabile Organizzazione del Prc, poi transitato con Sel-SI); la Campania ha detto di no a un re delle preferenze e dei voti come Antonio Bassolino, ma ora deve dire di sì a molti altri ‘paracadutati’ che vengono da fuori; il Friuli non vuole Anna Falcone (presunta ‘società civile’, in quota Grasso); la Toscana e l’Emilia sono stufe di doversi sobbarcare i big di Mdp e SI che, fuori da tali regioni, non verrebbero eletti. In pratica solo il Salento non protesta: D’Alema se lo batte da mesi in lungo e in largo. Ora, con tutto l’affetto e la simpatia, se questa è la ‘Nuova Sinistra’, mille volte meglio il Pd… O, come state per leggere qui sotto, quelli di Potere al Popolo genuini, utopisti, ma onesti…


 

  1. “Potere al Popolo”: il 3% è un miraggio irraggiungibile, far male a LeU no…

 

Supporter del Partito comunista russo inneggiano a Lenin

Marcia dei comunisti russi a Mosca – 2017

LENIN diceva che «lo Stato socialista è una macchina perfetta, anche una cuoca sa governarlo». La nota teoria della «cuoca di Lenin» si applica alla perfezione alla lista «Potere al Popolo!» che, con una stella rossa (seppur assai generica e poco ‘sovietica’) come simbolo, si presenta alle elezioni. La cuoca in questione è la portavoce della lista stessa. Si chiama Viola Carofalo, ha 37 anni («fornita di eleganza e intelligenza ironica, già buca il video» così la descrive il quotidiano comunista il manifesto, dove il richiamo della foresta ancora si sente, evindentemente…) e si definisce «meridionale e precaria». Viola è ricercatrice di Filosofia morale all’Orientale di Napoli, ma soprattutto viene da un’esperienza dal basso assai particolare, quella del centro (ex Opg) Je so’ pazz’ (qui c’entra, però, molto Pino Daniele e molto poco il maxismo-.leninismo…). La cosa curiosa è che la portavoce di «Potere al Popolo!» fa la portavoce, ma non si candida.
Del resto, si sa come sono fatti, nella sinistra-sinistra radicale: «Prima il Popolo», poi le poltrone. E infatti, nella lista, ci sono esperienze di estrema sinistra radicale di ogni tipo e provenienza. C’è il sindacalismo di base: Ubs, Cub, ex sinistra sindacale della Cgil (Giorgio Cremaschi, uno che era troppo ‘di sinistra’ e ‘radicale’ persino nella Fiom e che, alla fine, dalla Cgil se n’è dovuto andare via perché Camusso e Landini così vollero…).
Ci sono – come farne a meno? – le esperienze sociali di base dei No–Tav (Piemonte), No-Triv (Puglia), No-Mose (Veneto). E c’è quel poco che resta di esperienze floride e vivaci, nei decenni passati, ormai essiccate: i centri sociali più «duri e puri»; il movimento «no-global» o, meglio, i suoi scampoli (Haidi Giuliani, madre di Carlo, morto al G8 di Genova); i rimasugli della Lista Tsipras alle Europee. C’è, infine, quel che resta di un partito che fu glorioso, Rifondazione comunista, ma che oggi è ridotto al lumicino: guidato, dopo l’ex ministro Paolo Ferrero, dall’abruzzese iper-movimentista Maurizio Acerbo, ha mantenuto, però, quel poco di struttura e di radicamento che hanno già portato in dote, alla nuova lista, l’agevole superamento del numero di firme necessarie, come prescrive il Rosatellum, per potersi presentare in tutta la Penisola, sia nei collegi che nei listini.
L’OBIETTIVO del 3% ,è ovviamente, una chimera irraggiungibile, ma se M5S e Pd («Renzi e Berlusconi sono la stessa cosa, i 5Stelle sono contro gli immigrati», etc.) non si curano, giustamente, affatto, dal loro punto di vista, di una lista simile, LeU qualcosa da temere ce l’ha. Sia perché qualche figura autorevole (il cantautore Paolo Pietrangeli, quello di «Contessa», l’ex allenatore Renato Ulivieri, la pacifista Lidia Menapace, il mitico trotzkista che “coltiva le rose” e fece cadere il II governo Prodi, Franco Turigliatto, etc.) si è candidata con «Potere al Popolo». Sia perché, su LeU, danno il giudizio più tranchant: «E’ un ‘Pd-2’ ambiguo e poltronista, il loro, D’Alema e Bersani hanno fatto solo disastri». Parola di Viola Carofalo, in arte ‘cuoca’ di Lenin.
NB: L’articolo è pubblicato il 26 gennaio 2018 a pagina 6 del Quotidiano Nazionale.  
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2. D’Alema punta, dopo il voto, al “governo del Presidente”. A LeU lo fischiano tutti. 
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L’ex premier e leader dei Ds Massimo D’Alema

Ettore Maria Colombo – ROMA
«Siamo disponibili a confrontarci con tutti i partiti solo per cambiare una pessima legge elettorale». La sconfessione più cocente a ‘Spezzaferro’ D’Alema arriva dal teorico leader di LeU, Pietro Grasso che reagisce in modo glaciale a Massimo D’Alema. Il quale, a sua volta, disistima Grasso: lo ritiene, come dice agli amici più cari, unfit,  «inadeguato» a rappresentare LeU. «Si impappina a parlare – sibilano i suoi pasdaran  – in tv è un disastro, la proposta sulle tasse universitarie è stata un boomerang. E non siamo stati certo noi a volerlo, ma  Bersani…».
In più, il presidente del Senato – il quale sostiene ogni giorno, cosa che fa perdere la trebisonda alla Boldrini e non solo a lei,  «la linea politica di LeU la decido solo io» – non era stato avvertito né da D’Alema (figurarsi) né da altri dell’intervista di questi  al Corsera. Quella in cui D’Alema espone la teoria, tipicamente “dalemiana”, della nascita di un  «governo del Presidente», subito dopo il voto, con tutti dentro, anche FI, ovviamente.
D’Alema ottiene l’effetto voluto: di lui e della sua ‘teoria’ si parla tutto il giorno, ma sostanzialmente per avversarla. I forzisti tacciono, leghisti e grillini se la ridono, i dem respingono sdegnati, anche quelli di sinistra come Orlando, la proposta al mittente e i renziani, da Giachetti a Marcucci, lo sbertucciano.
Il guaio è che D’Alema crea alta tensione e malumori soprattutto dentro il suo, di “partito”. Molti dirigenti di LeU, soprattutto quelli che vengono da SeL  (Fratoianni) e da Possibile (Civati) entrano in una vera e propria crisi di nervi. Fratoianni viene descritto «furibondo»,  Civati è «imbufalito». Solo  pochi, però, parlano in chiaro. Stefano Fassina tuona: «L’ultimo governo del Presidente in Italia, quello Monti, è stato un disastro. La linea di LeU dopo il 4 marzo la decideremo tutti insieme». Giorno in cui, peraltro, D’Alema varrà solo per «uno»:  dentro LeU, infatti, di dalemiani candidati, in pratica, non ce n’è, tranne due (Paolucci, Campania, e Rosati Lombardia, artefice della rottura con Gori). Pippo Civati,  inqiueto per i messaggi «contraddittori» che LeU dà «al nostro popolo», dice secco: «è un’idea  sua, io sono contrario». Chiude il trittico Laura Boldrini, a sua volta in polemica dura proprio con Grasso  sulle alleanze (Grasso guarda ai 5Stelle, lei li detesta): «Parole che disincentivano il voto». Morale: tesi respinta e con perdite.
Non che, dentro il Nazareno, tutto vada liscio. Al di là di ‘godere’ per le reazioni anti-D’Alema, c’è un triplo problema e si chiama «Gentiloni-Minniti-Boschi». Il premier sta vivendo come un’offesa personale la richiesta di Renzi di una candidatura in un collegio uninominale, a rischio sconfitta. Minniti, invece, è proprio furibondo: Renzi aveva garantitoa entrambi l’esatto contrario, cioè la loro candidatura solo in più listini proporzionali per tenerli al riparo dalla brutta figura nei collegi. Boschi, invece, fa caso a sé: Renzi fa girare la voce che correrà nel collegio di Firenze 1 (Camera) ma al Nazareno sono molto scettici: vedono per lei solo il listino bloccato, ovviamente in Toscana.
Infine, i ‘nanetti’. Lorenzo Guerini, plenipotenziario di Renzi, ha dovuto faticare non poco per contenere l’ira funesta di Beatrice Lorenzin, capocordata di «Civica e Popolare»: la ministra alla Salute si vuole candidare nel Lazio, contro Zingaretti, che li ha scaricati. Il Nazareno non considererà la scelta «un atto ostile», anche perché i voti dei ‘civici e popolari’ servono come il pane. Di collegi sicuri, però, ne avranno pochi: sei, forse otto, ma l’accordo c’è. Anche con i Radicali di «+Europa», nonostante il tira e molla sfibrante (storica tecnica radicale), sarà chiuso l’accordo, ma solo l’ultimo giorno utile, sabato 19. Avranno quattro, forse sei, seggi blindati. Insomma, la coalizione c’è, per quanto sia «mini». Solo quando sono arrivati i plenipotenziari della minuscola lista «Insieme» (Psi-Verdi-ulivisti), che di seggi ne hanno chiesti dieci, al Nazareno si sono rilassati: «Valete lo 0,1%», gli è stato risposto ridendo, «ne avrete tre. E ricordatevi pure di ringraziarci…».
NB: L’articolo è stato pubblicato il 19 gennaio 2018 sul Quotidiano Nazionale. 
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Renzi ha scelto: il ‘compagno Andrea’ all’Organizzazione. Chi è Andrea Rossi: reggiano, ex bersaniano, braccio destro di Bonaccini in Regione.

(ER) PD. ROSSI: IO IN NUOVA SEGRETERIA RENZI? NO COMMENT/FT (FOTO 1 di 1)

Andrea Rossi e Stefano Bonaccini, governatore dell’Emilia-Romagna, di cui è sottosegretario

Ettore Maria Colombo
ROMA
«NO COMMENT». Risponde così, Andrea Rossi (classe 1976, sposato, ‘casalgrandese’ da sempre, come si definisce nella sua stringata bio, cioè uomo radicato e orgoglioso della sua Casalgrande, paese del reggiano di cui è stato sindaco dieci anni, dal 2004 al 2014), il nuovo responsabile Organizzazione del Pd. Lo ha voluto direttamente e cocciutamente lo stesso Matteo Renzi contro le pressioni del ministro Martina (che voleva quella poltrona per sé) e le resistenze dell'”Apparato” (quello ex Dc-Ppi, però, in questo caso, che pure nel Pd c’è).
Chi conosce «il compagno Andrea» sa che la nomina è ben più di un gossip, ma sa anche che il ragazzo è fatto così: quadrato e riservato. Ergo, fino all’ufficializzazione della notizia (anche qui Renzi ha deciso che la nuova Segreteria, con relativo ‘rimpasto’ di cui si parla da settimane, diventerà ufficiale sabato 21 gennaio quando il Pd mobiliterà tutti i suoi circoli), da Rossi non uscirà una ‘ah’. Nato, politicamente, nei Ds (anche perché nel 1991, quando venne sciolto il Pci, aveva 15 anni…), partito dove si è fatto le ossa, poi entrato nel Pd (oggi è membro della Direzione Nazionale e della Direzione provinciale di Reggio-Emilia), Rossi è quello che, una volta, ai tempi del Pci, veniva definito il perfetto «uomo macchina».
Infatti, sia da bersaniano prima («di ferro») che da renziano poi (altrettanto «di ferro»), Rossi quello fa e sa fare: organizza. Il suo paese natìo, la sua provincia (Reggio), la sua regione. E non è un caso che l’attuale governatore, Bonaccini – a sua volta ex bersaniano diventato renziano – una volta che lo scoprì, tanti anni fa, poi se l’è portato dietro ovunque fino alla presidenza della Regione Emilia-Romagna, di cui Rossi è oggi sottosegretario.

MA LA SCINTILLA tra il Rottamatore fiorentino e il casalgrandese come e dove è nata? Rossi appoggia Bersani contro Renzi alle primarie 2012, poi arrivano le Politiche 2013, Bersani ‘non vince’, Rossi ci pensa su e scrive una lettera aperta: «Forse è il caso di ripartire da zero>, il che però vuol dire, per Rossi, <<da Renzi». E così quando Renzi si candida alle primarie del 2013 contro Cuperlo parte da due Feste dell’Unità che sono due topos dell’iconografia post-Pci: Bosco Albergati (Modena) e Villalunga-Casalgrande (Reggio). E a ‘organizzare’ il trionfo di Matteo nell’Emilia-Romagna ancora «rossa» è lui, il «compagno Andrea». Renzi, folgorato dalle sue capacità, lo chiama nel comitato nazionale a Firenze e Rossi entra in rapporto con Luca Lotti, che se lo porta pure a Roma.
Poi la candidatura in Regione, l’elezione, il lavoro con un Bonaccini che oggi può giustamente rivendicare di averlo ‘scoperto’ lui, al Rossi. E un rapporto con ‘Matteo’ che passa anche per gli sfottò e sul calcio: Rossi è tifosissimo della Juve, Renzi della ‘Viola’, i due si scambiano sms ‘anche’ sul campionato, oltre che, ovviamente, sulla politica…
Certo, la nomina di Rossi non è ancora ufficiale. Dal suo entourage, per sdrammatizzare, rispondono con un battuta: «stiamo costruendo la Segreteria, che per Statuto ha 15 membri, mica la Direzione, che ne conta duecento…». Come a dire: “Chi entra Papa, in un conclave, esce cardinale…”. Ergo, qualcuno resterà fuori per forza, dalla Segreteria.

In effetti, qualche problema è sorto, lungo la strada. Renzi doveva formalizzare la nuova Segreteria nazionale oggi, ma è slittato tutto al 21. I motivi? Una rinuncia eccellente (lo scrittore Carofiglio), le perplessità di alcuni sindaci (Bonajuto), i soliti appetiti delle correnti che stanno col segretario, ma urlano «vogliamo di più» (Area dem, l’area Martina, i Giovani Turchi). E la preoccupazione di Guerini – che cederà volentieri l’Organizzazione a Rossi perché impegnatissimo sul fronte politico nazionale e perché la riteneva, da tempo, «troppo gravosa» – e Serracchiani di riuscire a «compensarle» tutte.

Infatti, la nuova segreteria del Pd – composta per Statuto da 15 membri più Renzi e due vice, Guerini e Serracchiani – vede varie new entry, molte uscite, poche conferme.
Entrano di sicuro Nannicini (Economia), Fassino (Esteri) e l’emiliano Andrea Rossi (all’Organizzazione). In forse, nelle ultime ore, alcuni innesti che parevano sicuri dello scrittore Gianrico Carofiglio e di uno dei due sindaci del Sud cui Renzi aveva chiesto una mano (Falcomatà di Reggio Calabria e Ciro Bonajuto di Ercolano) mentre è sicuro l’arrivo di Mattia Palazzi, sindaco di Mantova. Escono ben quattro donne (Paris, Capozzolo, Covello, Braga), giudicate «inesistenti» da Renzi, e una, Campana, coinvolta in Mafia Capitale, Amendola e Tonini, invece, per altri impegni istituzionali sopraggiunti. Resistono in sei: Ermini (Giustizia), Fiano (riforme), De Maria (Formazione, area Cuperlo), Ricci (Enti locali), Puglisi (Scuola), Taddei (lavoro). I renziani Carbone e Bonaccorsi pure in forse.

MORALE: Renzi – che, in realtà, ha in testa molto altro (la data del voto, la legge elettorale, etc.), ma che ha anche capito, stavolta, che senza un vero e pieno rilancio del partito non va da nessuna parte – si è preso un paio di giorni in più per riflettere. La Segreteria sarà varata solo venerdì. Oggi, mercoledì, al Nazareno, si vedranno i segretari regionali e provinciali, convocati dai due vicesegretari, Guerini e Serracchiani, per fare il punto e coordinare le tante iniziative incombenti: il 21 gennaio mobilitazione dei circoli dem; il 27-28 gennaio, a Rimini, conferenza di tutti gli amministratori locali e rentreé pubblica del leader, il 4 febbraio iniziativa sull’Europa. Tutti appuntamenti, tranne quello del 27-28 gennaio, quando parlerà dal palco, in cui Renzi ha deciso di adottare, d’ora in poi, il «modello Young Pope»: farsi vedere poco e far crescere l’attesa è l’idea (chissà se piacerà).
Una cosa è certa: spetterà al «compagno Andrea» raccogliere, intorno al ‘giovane leader’, nuove e fresche folle plaudenti. Non sarà facile, ma il compagno Andrea ha spalle larghe.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 18 gennaio 2017 a pagina 10 del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)

Se non si vota Renzi ha pronto il piano B: sostegno a Gentiloni e partito più forte

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Matteo Renzi parla alla Direzione del Pd

Ettore Maria Colombo
ROMA
MATTEO Renzi ha un piano A (vedi alla voce: «Elezioni subito»). Ma ha anche il piano B, quello che ogni leader ha sempre nel cassetto? Sì, ce l’ha. I renziani di stretta osservanza si rifiutano persino di prendere in considerazione l’idea, anche solo in teoria, figurarsi lui: «Dobbiamo prepararci al voto – spiegava ieri a chi lo ha sentito – e io cercherò l’accordo con chi ci sta, sulla legge elettorale. Per me il Mattarellum resta il sistema migliore, se cade il ballottaggio previsto dall’Italicum e che io manterrei perché è un segno distintivo del Pd. Io non parto per forza dall’accordo con FI, mi sta bene pure quello con Lega e M5S. Vedremo con chi farlo, questo accordo, ma il mio orizzonte resta sempre quello, il voto».
Eppure, il piano B c’è e qualcuno inizia a pensarci, tra i suoi (il ministro Lotti) e qualcuno (Richetti) inizia a suggerirglielo, pur sapendo che rischia di incorrere nella sua «ira funesta». Del resto, quando glielo hanno proposto Dario Franceschini e Andrea Orlando sono stati subito catalogati alla voce ‘Jago’, ovvero «finti amici interni».

UN RENZI tornato tonico, riflessivo, studioso e appunto che non rifiuta affatto il piano B. Oggi, su Repubblica, alla domanda sul voto subito, l’ex premier risponde: «Mi è assolutamente indifferente. Io non ho fretta, decidiamo quel che serve all’Italia, senza ansie, ma anche senza replicare il 2013 quando abbiamo pagato un tributo elettorale al senso di responsabilità del Pd». Il segretario è entrato nella fase dell’ascolto «di tutti». Ha persino chiesto una «stanza più grande» in un Nazareno che non ha mai amato né frequentato (la sua, ormai abbandonata da anni, a volte la usava Guerini), cerca casa a Roma (dormiva a palazzo Chigi o in albergo) e prepara il «manifesto del nuovo Pd», un «partito nuovo, più che un nuovo partito», scherza un ex dc parlando come un ex Pci: nuova segreteria, pronta a giorni, appuntamenti nei territori, mobilitazione dei circoli, radicamento, strutture, più tessere («non è vero che sono in calo», giura Guerini).

Anche per questo motivo Renzi formalizzerà la nuova segreteria dem all’inizio della prossima settimana, quando dovrebbe convocare anche una Direzione nazionale del Pd. Nella segreteria entreranno lo scrittore Francesco Carofiglio, molti sindaci locali espressione del Pd sul territorio (Bonajuto di Ercolano, Palazzi di Mantova, Falcomatà di Reggio Emilia, Ricci di Pesaro), l’ex segretario dei Ds (peraltro l’ultimo) Piero Fassino, gli economisti Nannicini e Taddei, forse Richetti (renziano critico), ma resteranno saldi al loro posto esponenti già rodati come Guerini, Fiano, Ermini (in forse, invece, la Serracchiani).
Poi, Renzi lancerà una serie di iniziative per mobilitare e rilanciare il Pd nel Paese: il 21 gennaio mobilitazione di tutti i circoli sul territorio; il 27 e 28 gennaio, a Rimini, assemblea nazionale degli amministratori del Pd; il 4 febbraio, a Roma, iniziativa sulla Ue e il Pse.
Infine, a maggio, nuova Assemblea nazionale per stabilire la data esatta del congresso.

E se non arrivano le elezioni a giugno, e ci sarà tanta palude da affrontare (il piano B, appunto), tanto radicamento torna utile. Anche per affrontare due tristi sventure. La prima: il governo Gentiloni dura e, a quel punto, bisogna sostenerlo, e con convinzione, perché, appunto, non si vota più a giugno, ma se va bene a ottobre o anche più in là. Per esempio elaborando, grazie a Taddei e Nannicini, un programma di riforme economiche (fisco, imprese, tasse, infrastrutture, pensioni, povertà) «che risponda al desiderio di cambiamento e modernizzazione del popolo del Sì», dicono al Nazareno. Non sarà facile, considerando che a ottobre verrà scritta una legge di Stabilità «lacrime e sangue», come sa Renzi e già si lamentano i suoi, “perché sarà l’Unione europea a imporcela così”.
LA SECONDA sventura è il congresso del Pd, non più rimandabile (data prevista per Statuto ottobre-novembre 2017), con gli avversari che vengon fuori uno a uno, prendono coraggio, si alleano, lo sfidano per il trono. Renzi può e deve vincerlo lo stesso, il congresso, certo, ma non sarebbe impresa facile né semplice, anche a causa degli ‘Jago’ di cui sopra (Franceschini, Orlando) che potrebbero candidarsi a loro volta, per non dire dei candidati della sinistra, singoli (Speranza) o doppi (Emiliano e Rossi) che correranno contro di lui. Ecco perché, date le due sventure, il piano B, per ora, è e resta nel cassetto. Squadernato sul tavolo c’è, come si sa, il piano A. Attendere la sentenza della Consulta sull’Italicum nella speranza che sia «autoapplicativa» e, anche se non lo sarà, fare fretta al Parlamento per scrivere la nuova legge elettorale. Unico interlocutore possibile, Berlusconi, secondo il già ribattezzato – al Nazareno – «patto del Diavolo» (vedi QN del 14 gennaio 2017, p. 8).
La nuova legge elettorale – un Italicum ‘mascherato’, un sistema che finge di essere un proporzionale, ma che in realtà ha forti (se non massicce) dosi di maggioritario – Renzi vuole farla approvare a un Parlamento riottoso «in due mesi e mezzo al massimo». Ecco, del piano A, in cui Renzi continua a credere, il vero, grande, avversario, in fondo, non è il Parlamento, la Consulta, Mattarella o i nemici interni dem, ma il fattore Tempo.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 15 gennaio 2017 a pagina 8 del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)

L’intervista. Claudio #Velardi: “#Boschi segretario e basta primarie. Caro Matteo, per vincere devi lasciare la guida del #Pd e pensare solo al governo”

Ettore Maria Colombo
BOLOGNA –

Claudio Velardi ha 60 anni, è napoletano, ha passato una prima vita nel Pci-Pds-Ds, una seconda come editore del quotidiano Il Riformista, e una terza, l’attuale, come lobbysta, fondatore della società Reti ed esperto di comunicazione che oggi insegna all’Università di Roma. Nel mezzo, l’esperienza a palazzo Chigi nello staff di Massimo D’Alema: con Latorre, Minniti e Cuperlo, il solo coi capelli, erano, appunto, detti «i Lothar di D’Alema».

Il ministro alle Riforme Maria Elena Boschi (Pd)

Il ministro alle Riforme Maria Elena Boschi (Pd)

Partiamo dal «pasticciaccio brutto» che riguarda De Luca.
«No, partiamo dallo scontro tra politica e magistratura che dura da 23 anni, cioè dal 1992. La legge Severino ne è l’ultimo epigono. Doveva servire a togliere di mezzo Berlusconi e invece lui è li, vivo e vegeto. Ora serve solo per reprimere i reati veniali o minori degli amministratori locali. Intanto, la corruzione fa il suo corso perché non si combatte con più leggi, ma meno leggi e più mercato».

Renzi non ha fatto errori?
«L’errore di Renzi è continuare a voler fare le primarie, strumento estraneo alla tradizione politica italiana e regolato da convenienze momentanee. Il risultato è De Luca. Ora il re è nudo. Un leader populista come lui, per quanto bravo amministratore e uomo energico, che si è sempre candidato contro il Pd, che usa i partiti come taxi, ma vince le primarie, poi le elezioni, si eleggere ed entra è in contrasto con una legge inservibile che va cambiata. Renzi dovrebbe combattere la deriva giustizialista del nostro Paese e fare la guerra alla magistratura che la fa alla politica. Contrastando anche i pruriti di un’opinione pubblica forcaiola e guardona e rimettendo in sesto un sistema politico oggi sbrindellato.

E le primarie? Vanno abolite?
«Dovrebbero restare solo per la contesa della premiership del Paese, magari per scegliere i sindaci, per il resto sono assurde e incoerenti. La classe dirigente va selezionata dall’alto, non dal basso: così fa un vero partito politico».

Com’è messo oggi, il Pd?
«A Napoli e in Campania, come a Torino e in Piemonte o altrove, semplicemente il Pd non esiste. E’ un partito diviso e lacerato, in mano ai vari potentati locali. Renzi dovrebbe smettere di fare, oltre che il premier, anche il segretario del Pd e promuovere, attraverso un congresso, Maria Elena Boschi a segretario del Pd, la personalità più forte e più autorevole che ha. Così, con un bel congresso, mette a tacere anche la sinistra interna, che nel Paese non conta più nulla. Mica si può continuare a mandare Guerini, a Napoli o altrove, per risolvere la grana De Luca o altre: manca lo standing, a lui come altri. I leader considerano sempre il loro partito come una palla al piede: così fu per D’Alema, per Veltroni, per Berlusconi e ora per Renzi, ma il premier deve capire che gli serve un Pd forte e strutturato».

Però, in questa fase, premier e governo vivono una fase di appannamento.
«La prima fase della rottamazione è finita, la seconda fase, quella delle riforme, è in corso, ma la resistenza dei corporativismi, è forte. Ora serve la terza fase: dare respiro all’azione di governo e partito».

C’è o no un “complotto” dei giudici contro l’azione del governo?
«Non c’è nessun complotto, ma una guerra tra poteri che dura da vent’anni, tra la magistratura che vuole tenere sotto ricatto la politica con la complicità dei media, che tifano sempre per l’instabilità. Renzi ha provato a sfidare i giudici e loro, i giudici, ora vogliono fargliela pagare anche se, finora, gli ha solo messo in mora le ferie…».

Ce la farà, il premier Renzi, per cui tifi?
In una situazione complicata come quella attuale l’unica cosa certa è che nessuno è in grado di mettere in campo una vera alternativa e che tutti hanno paura delle elezioni. I poteri forti e corporativi vogliono tenerlo sotto scacco, dargli fastidio, ma non destituirlo. Il governo Renzi non ha alternative.

NB. Questo articolo è stato pubblicato lunedì 29 giugno 2015 a pagina 13

L’intervista. Claudio #Velardi: “#Boschi segretario e basta primarie. Caro Matteo, per vincere devi lasciare la guida del #Pd e pensare solo al governo”

Ettore Maria Colombo
BOLOGNA –

Claudio Velardi ha 60 anni, è napoletano, ha passato una prima vita nel Pci-Pds-Ds, una seconda come editore del quotidiano Il Riformista, e una terza, l’attuale, come lobbysta, fondatore della società Reti ed esperto di comunicazione che oggi insegna all’Università di Roma. Nel mezzo, l’esperienza a palazzo Chigi nello staff di Massimo D’Alema: con Latorre, Minniti…

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Ribelli PD alla conta: “siamo 80 deputati e 30” senatori. Con Speranza leader

ROMA – Il leader c’è, e già pronto: il capogruppo alla Camera, Roberto Speranza, ex bersaniano. Con lui ottanta deputati e trenta senatori. E queste sono le truppe. La mission anche è dichiarata: ‘riscalare’ il Pd, come propone Davide Zoggia in un’intervista al Corsera. Le motivazioni pure. “La spinta a unirci – assicura un esponente della minoranza dem che lavora ventre a terra alla riorganizzazione della sinistra del Pd – arriva soprattutto dai territori. Sono in tanti a chiederci di fare massa e agire, mettendo da parte le polemiche”, insiste con QN.

Parliamo di quella che una volta si chiamava ‘area Bersani’, poi ribattezzata a luglio, assemblea di Massa Marittima, ‘Area riformista’. Fino a ieri un arcipelago, e pure assai frastagliato. La sinistra dem, meglio nota come ‘minoranza’ del Pd, quella che, un giorno sì e l’altro pure, dovrebbe fare una scissione che, invece, non vuole affatto fare, vive di recenti e antiche incomprensioni. E’ diversa da ‘Sinistra dem’, l’area lanciata da Gianni Cuperlo, anche perché “Gianni non si decide mai e, comunque, i suoi fedelissimi non sono più di quattro o cinque…”, dicono i bersaniani. C’è, ovvio, una semitotale lontananza e freddezza verso l’area Civati (“Tanto Pippo ha deciso: farà la scissione, se ne va con Vendola”). Ma c’è distanza anche con singole personalità forti come Fassina: “Stefano ormai è entrato in rotta di collisione totale con il partito”, sospirano dall’area Bersani. Che dalla sua ha una freccia all’arco non da poco. I numeri. In Parlamento, appunto, e pure sui territori. Con Bersani a fare la parte del ‘padre nobile’, D’Alema il regista da ‘dietro le quinte’ e Speranza nel ruolo di capace front runner, Area riformista lancia il guanto di sfida a Renzi: riprendersi il Pd.

A questo servono, anche, le staffilate contro il ‘partito della Nazione’ pronunciate da Cuperlo, Bersani e dal redivivo Occhetto. Nel mezzo, però, e cioè in attesa del prossimo congresso di partito, c’è la battaglia parlamentare. Il primo terreno di scontro è, ovvio, il Jobs Act. Fermo in commissione Lavoro, dove il presidente è il laburista-lavorista Cesare Damiano, spalleggiato da una pattuglia di ben 12 ex cigiellini oggi deputati, su un totale di 46 membri. Qui l’obiettivo è esplicito: mettere nella delega, dice Damiano, “il documento votato dalla Direzione Pd che prevede il reintegro per i licenziamenti disciplinari ingiustificati”. Solo che il governo vorrebbe metter la fiducia sul testo-fotocopia uscito dal Senato. In cambio, la sinistra propone una sorta di ‘disarmo bilaterale’: “dateci le modifiche che chiediamo e il Jobs Act passa indenne”. Altrimenti è ‘guerra’, fino a un voto negativo finale sul testo. Ma la ‘vendetta’ potrebbe arrivare fino a mettere i bastoni tra le ruote al governo sulla Legge di Stabilità (ieri bocciata in toto da Fassina e, in buona parte, da Boccia) e l’Italicum, sempre fermo al Senato.

NB. Questo articolo è’ stato pubblicato il 31 ottobre 2014 nelle pagine di politica del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)

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