Renzi apre, per finta, alla sinistra ma unisce il Pd. La Boldrini ruba la scena a Pisapia. Tre articoli su Pd, Cp e dintorni

Renzi e Orfini parlano alla Direzione del Pd
Pubblico qui gli ultimi articoli usciti sul Pd e scritti tutti per Quotidiano Nazionale (Giorno- Nazione- Resto del Carlino) negli ultimi quattro giorni (11-14 novembre 2017).
1. Renzi apre a sinistra, ma per finta. Orlando si astiene, ma non rompe. Il Pd, per una volta, ritrova la sua unità. Guerini e Fasssino gli ‘esploratori’. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Bisogna intendersi sulla Direzione del Pd tenuta ieri. C’è, da un lato, la parte per i media: quella del Renzi ‘buono’. Apre a sinistra, vuole dialogare con tutti, pronto a discutere pure con chi, anche ieri, lo insulta. Il Renzi che spergiura “Io non voglio essere e non sarò mai il Macron italiano”. Questo Renzi è quello cui sembra credere persino Enrico Letta (da Parigi arriva una sua dichiarazione conciliante), che fa suo l’appello di Veltroni, che può incassare il sorriso di Prodi. “Serve uno sforzo unitario, a partire da me – dice Renzi – e serve responsabilità. Io non pongo veti verso nessuno: Mdp, SI, Possibile, Pisapia, Verdi e Idv, Psi e Radicali (sigle tutte onorati di relativa certosina citazione ad partitinum, ndr). Dobbiamo costruire un centrosinistra il più largo e aperto possibile. Il Pd lo immagino alleato con un’ala moderata, centrista, robusta, e un’ala sinistra altrettanto forte. La svolta Renzi sembra farla persino sui
programmi: “Ius soli e biotestamento dobbiamo cercare di approvarli –
dice – pur senza intralciare la conclusione ordinata della legislatura
che ci chiede Gentiloni (il quale fa sapere di apprezzare “la spinta di Renzi per l’unità”, ndr.), perché sono dei diritti non modi per stringere patti o alleanze con questo o con quello”. (in realtà lo ius soli serve per parlare al popolo della sinistra, il biotestamento a far contenti i Radicali).

‘Questo’ Renzi, quello pubblico, incassa l’unanimità della Direzione
con un voto ‘bulgaro’ di quelli di moda nei Paesi satelliti dell’Urss. “Udita la relazione del segretario, l’ordine del giorno Martina-Guerini è approvato con 165 voti favorevoli, zero contrari (neanche Emiliano, che anzi si dice “entusiasta” di Renzi…, ndr.), 15 astenuti” (su 180 presenti, ndr.)” recita con tono monocorde Matteo Orfini. Diciassette interventi diciassette eppure la relazione del segretario non riceve una critica: non la prodiana Sandra Zampa, che approva, non Franceschini, che  twitta felice (“condivido la relazione del segretario”, appunto), non Cuperlo, che pure lui – l’eterno dissidente malcontento – vota a favore. La sola eccezione al coro di osanna è data dall’intervento di Andrea Orlando. Il ministro alla Giustizia ci va giù durissimo, contro Renzi: lo accusa di non aver voluto discutere della Sicilia, di aver condotto il Pd “in un vicolo cieco” e molte altre nefandezze come, per dire, quella di voler dare vita, dopo il voto, a un governo con Berlusconi tanto che tira in ballo Domine Iddio per chiedere che “Dio ce ne scampi”, manco si trattasse di un prete che deve fare un esorcismo. Però anche Orlando si riallinea: i suoi colonnelli, all’uscita, rilasciano tutti dichiarazioni concilianti verso la relazione di Renzi, da Andrea Martella a Marco Sarracino. E lo stesso Orlando – anche se il suo staff ne occulta le parole quando manda in giro, via WA, alle agenzie, la relazione – ci va giù pesante contro i nuovi punti di riferimento ideali di Mdp, i presidenti di Camera e Senato: “Con Grasso e Boldrini abbiamo creato dei mostri”.

Poi, però, c’è la realtà dei fatti e le ‘vere’ mosse di Renzi. L’apertura a sinistra, per dire, è‘finta’: appaltata all’ultimo segretario dei Ds, Piero Fassino spetterà a lui l’ingrato compito di dare vita a colloqui ‘informali’ che, non appena se ne dimostrerà la totale inutilità, verranno tosto archiviati, anche se Fassino ‘ci crede’ e fa sapere che ce la metterà tutta. Verrà aperto, invece, e sul serio, il dossier ‘rosa’: sindaci come Zedda, i socialisti di Nencini, i Verdi di Bonelli, l’Idv di Messina, quel che resta dei ‘pisapiani’ che, pur delusi da Pisapia, non vogliono imbarcarsi con Mdp (tipo Massimiliano Smeriglio nel Lazio, Capelli a Milano, etc.).

Certo, resta ancora da decidere se, a sinistra, vicino al Pd, ci sarà un listone unico o, appunto, tante micro-liste, i nanetti. L’apertura ‘vera’, quella al centro, è stata invece appaltata al coordinatore della segreteria, l’ex dc Lorenzo Guerini: parlerà fitto fitto, e con successo, invece, già prevedibile, con i vari Casini, Dellai, Alfano (“anche se di Ap resta ben poco”, sospirano ormai i dem, anche quelli più affini e vicini ad Ap) per dar vita a un’alleanza che, almeno al centro, sia più dignitosa e spessa di quella sinistra. In più ci sarà la lista dei Radicali Italiani di Magi e Bonino sotto il nome di ‘Forza Europa’ di Benedetto della Vedova.

E così, alle otto della sera di una fredda giornata romana, Renzi  accoglie il solito Guerini nel suo ufficio al terzo piano del Nazareno e gli sorride: “Hai visto che capolavoro abbiamo fatto?”. Renzi è soddisfatto. Il Pd, per una volta, “non” si spacca. Ma le occasioni non mancheranno. “A dicembre”, calma gli animi Guerini, “affronteremo i nodi candidature e deroghe”, ma Renzi è già alla ricerca di nomi della società civile: il fratello di Giancarlo Siani, giornalista ucciso dalla camorra, e il professor Roberto Burioni, immunologo di fama, noto per le sue battaglie anti-vax.

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La presidente della Camera dei Deputati, Laura Boldrini
2. Pisapia si semi-ritira e di fatto cede il passo a Laura Boldrini. 
A sinistra è “una poltrona per due”: lei, Laura, o Pietro Grasso?

Ettore Maria Colombo – ROMA

E’ Laura Boldrini la neofrontwomen della Sinistra-Sinistra. Giuliano Pisapia, invece, compie l’ennesimo passo di lato. Alcuni dei suoi militanti sbottano: “Giuliano è tornato sulle posizioni di mesi fa, basta! Laura, invece, è tosta, chiara”. Ingenerosi. I ‘pisapiani’ hanno organizzato la liturgia degli interventi per dare a lei il proscenio migliore in una semi ideale staffetta, o passaggio di consegne, Pisapia-Boldrini.

Siamo in un Auditorium romano freddo e asettico, quello di via Manzoni, dove per oltre cinque ore (sic), si susseguono, senza soluzione di continuità, tanti – troppi – interventi di “Diversa. Proposta per l’Italia”, la conventiondi Cp. E così Campo progressista, sogno di una notte di mezz’estate di Pisapia che voleva dar vita a un ‘nuovo’ centrosinistra, muore in una piovosa giornata romana di mezzo inverno. Pisapia introduce, ma poi non tiene neppure le conclusioni. Le lascia al suo colonnello romano, Ciccio Ferrara, che peraltro dirà quasi il suo contrario: “Il Pd non ci ha dato mai ascolto ma noi saremo comunque alle elezioni, si vedrà con chi”, lasciando aperta la (velleitaria) ipotesi di una lista autonoma, cioè di un ‘Campo’ che va al voto da solo. Pisapia fa un discorso bello, raffinato, ma ambivalente: “L’autosufficienza è un delitto politico (ce l’ha col Pd, ndr). Servono unità e discontinuità (ce l’ha con Mdp, ndr)”. Poi prova a diradare la nebbia: “Siamo tutti ultimi giapponesi. Ora la palla va a Pd e Mdp, decidano, decidetevi”. Insomma, siamo ‘di capo a dodici’, come si dice a Roma. Però, chiede “discontinuità” sulla manovra economica e la “rapida approvazione” di ius soli e biotestamento e sembra che aspetti solo il segnale giusto per fare l’accordo col Pd. Pone una sola condizione: niente alleanze con Alfano&co. Lo fa più per i suoi, in spasmodica ricerca di ricollocazione (a volersi ricandidare ci sono 20 deputati e alcuni senatori) che per sé. Lui, ribadisce alla fine il suo staff milanese, “non si candiderà alle Politiche. Lo ha già detto e così farà”.

La platea è piena,ma è fredda, stanca di tante indecisioni. Si scalda solo quando arrivano gli interventi ‘di rottura’. Persino l’ex diccì Bruno Tabacci, attacca Renzi e non Mdp, a testa bassa. Quando parla la presidente della Camera, Laura Boldrini, scatta la standing ovation: la nuova vestale di Cp è lei. Propone un programma in sei punti che è un concentrato di super-sinistra alla Corbyn e alla Sanders, ma almeno scalda. Il marchio di fabbrica è il ‘laburismo’, la parola d’ordine è“I presupposti per stare col Pd non ci sono. Non siamo la loro ruota di scorta, niente accordicchi!”. Poi Arriva Roberto Speranza, segretario di Mpd, attesissimo: “Accordi col Pd? Un’alchimia elettorale”. Punto. Fine dei giochi. Speranza parla e sorride fitto fitto con la Boldrini. Intese che dicono più delle parole:con lei o con Grasso o tutti e due alla guida, la Sinistra farà una guerra totale al Pd, altro che accordi Renzi-Bersani, che – come dice Bersani tutti i giorni, ormai – “non esistono”. In serata, viene fatto filtrare una telefonata tra Grasso e Boldrini il cui senso è: ‘non c’è nessuna competizione o rivalità tra di noi’. Non è vero, ma va bene… Con Speranza, invece, all’auditorium dove Campo progressista, di fatto, muore in modo triste e melanconico, c’è pure chi fa le liste per Mdp, Nico Stumpo. Sorride a tutti e il suo sorriso sembra dire: ‘Noi vi imbarchiamo, ma è tardi, è rimasta solo la terza classe, arrangiatevi..’. Pochi posti, cioè, nella nascente lista unitaria della Sinistra-Sinistra. Gianni Cuperlo rappresenta, in teoria, il Pd, ma passa il tempo solo, assorto: deve decidere la data del suo personale addio al Pd. Un’altra micro-scissione è alle porte, ma nel Pd. La Sinistra-Sinistra pare unita.

 

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Matteo Renzi e Lorenzo Guerini alla Camera

3. La Verità lancia un finto scoop: la madre di Renzi è indagata a Firenze. Intanto, però, i problemi di “casa Pd” non finiscono mai…

Ettore Maria Colombo – ROMA

 

Non solo babbo Tiziano Renzi. Anche la madre, Laura Bovioli-Renzi, secondo un giornale (“La Verità”…, sic) sarebbe “indagata”. Per l’avvocato di famiglia, però, non lo è: ha ricevuto solo “richiesta di informazioni e documenti” da parte della Procura di Firenze, Ma l’eco del cognome Renzi può molto. Alcuni siti ‘sparano’ subito la notizia. L’avvocato di famiglia, Federico Bagattini, diffonde un comunicato che specifica quanto avariata sia la ‘ciccia’. E Renzi? La voglia di reagire tanta, ma la risposta migliore, in questo caso, è il silenzio. E non, cioè, la frase che Renzi ripete da mesi ai suoi: “Vogliono colpire me, non i miei, ma io non mollo di un centimetro. Combatterò a viso aperto”.

Ma cosa è successo davvero? Laura Bovoli, mamma di Renzi, è iscritta nel registro degli indagati della procura di Firenze? Per La Verità di Maurizio Belpietro, direttore e testata non certo ‘amica’ del leader, sì: “I due nomi Renzi – scrive – compaiono in contestazioni legate al crack della cooperativa Delivery service Italia, fallita nel 2015. L’ipotesi investigativa – continuaLa Verità – è che a tirare le fila dell’azienda dissestata, come di altre, ci fosse la Eventi 6: ha come presidente e rappresentante, con la figlia Matilde, Bovoli, ed è proprietà delle donne di casa Renzi (Laura all’8%, le figlie Matilde 56% e Benedetta, al 36%)”. La replica del legale di casa Renzi è puntuta e affilata come una lama: “Il presunto scoop de La Veritàrichiama una notizia già uscita oltre un mese fa. Non abbiamo ricevuto avvisi di garanzia, ma la richiesta d’informazioni e documenti in merito al fallimento di una terza società, già presentati. E il procedimento in questione, aperto dai pm di Genova tre anni fa, è stato definitivamente archiviato”.Eppure, il silenzio contagia l’interoinner circle di Renzi: nessun renziano ne vuole parlare, neppure in via informale. Solo il coordinatore della segreteria, Lorenzo Guerini, di solito sempre diplomatico e cauto, sbotta con un collega deputato: “Si tratta solo di un altro tentativo, l’ennesimo, di colpire, attraverso notizie false sulla sua famiglia, Matteo”.

Guerini, peraltro, è indaffarato in altro: tessere la rete dei ‘papabili’, cioè i possibili alleati in coalizione con il Pd. Oggi Giuliano Pisapia, a Roma, scioglierà il nodo su dove andrà il suo Campo progressista (verso Mdp e al 99,9%). Quindi, sul lato sinistra, il Pd non ‘pescherà’ un bel nulla. Lunedì mattina Renzi vedrà la Bonino e i Radicali italiani che però gli pongono molte pregiudiziali e tutte ostative. Alfano spiega che la sua Ap, a costo di subire l’ennesima scissione verso il centrodestra, c’è e che nascerà un polo moderato di centro con Casini, Dellai, De Mita, etc. etc., ma il suo peso specifico resta quello che è: lo zero virgola. Ed ecco che il ministro Graziano Delrio prova a correre ai ripari. Ieri Delrio, intervenendo alla presentazione del libro di Piero Fassino a Reggio-Emilia, sua città natale, ha fatto un’apertura assai importante a Mdp, con parole molto diversa dal mood tipico di Renzi: “Dobbiamo metterci tutti attorno a un tavolo e fare tutti un passo indietro. Per tutti – spiega e insiste Delrio – intendo tutti: noi, Pisapia, la Bonino, ma anche Bersani ed Errani. Partiamo dai contenuti, ma in modo non ideologico”. Parole, quelle di Delrio, per nulla ‘in linea’ con Renzi. Lunedì, in Direzione, il Pd ne avrà di cose da discutere…

 

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NB: Tutti questi articoli sono stati pubblicati rispettivamente sabato 11, domenica 12, lunedì 13 e martedì 14 dicembre 2017 su Quotidiano Nazionale 
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Renzi spiega la ‘linea’ del Pd che non è quella di Gentiloni. Ciclone Grasso in arrivo a sinistra

Renzi spiega la ‘linea’ del Pd che non è quella di Gentiloni. Ciclone Grasso in arrivo a sinistra

NB: pubblico, con colpevole ritardo, gli ultimi due articoli scritti per QN dalla conferenza organizzativa del Pd che si è tenuta a Portici-Pietrarsa (Napoli) dal 28 al 20 ottobre 2017.

  1. Renzi fa il contro-contro canto a Gentiloni e finge di ‘aprire a sinistra’.
renzi sul treno
Il segretario dem Matteo Renzi sul treno Destinazione Italia

Ettore Maria Colombo – PIETRARSA – PORTICI – dal nostro inviato

“Prima parliamo dei contenuti”. E passa un’ora abbondante. Si va dall’elogio della Politica, quella con la ‘P’ maiuscola, alla promessa di abbassare “le tasse su lavoro e famiglie”, (“se torniamo al governo bonus di mille euro a chi ha figli”). Fino alla polemica contro l’Europa “della burocrazia e della tecnocrazia” per non dire degli attacchi al “sistema bancario” (a Gentiloni sarà venuto un colpo, ma è in India). Poi c’è il capitolo “lotta ai populismi” di M5S e Lega. Infine, la promessa: “vogliamo portare avanti e far votare la legge su”. Tutti si aspettano dica ‘ius soli’ ma non lo dice. Solo dopo, sul treno, dirà “Se il governo metta la fiducia, il Pd ci sta”, ma dietro precisa domanda e solo a denti stretti. Parla, invece, Renzi, della “legge sui vitalizi”: sta al Senato, i senatori dem la osteggiano, ma l’ideatore Richetti ci crede. Sono i minuti finali del lungo discorso del leader dem alla conferenza programmatica di Pietrarsa, museo gioiello. Dopo un’ora e mezza Renzi tocca il capitolo ‘contenitori’. Cioè le alleanze. Non vorrebbe farlo, ma tutti i big del Pd (Franceschini, Orlando, Emiliano) gli hanno chiesto, per validare la pax interna (Orlando usa parole evangeliche: “Se anche perde in Sicilia non chiederò le sue dimissioni”) di farlo: lui finalmente stavolta lo fa nel senso che ne parla.

“Condivido dalla A alla Z il discordo di Gentiloni quando dice che il Pd è il perno del prossimo governo” la premessa. “Il problema non è chi andrà al governo ma se ci andiamo noi o gli altri…”, spiega, didascalico, a chi pensa che lui pensi soltanto a voler tornare a fare il premier. E aggiunge, a chi lo rimprovera di volere le larghe intese, che “il solo modo per non farle è votare il Pd, solo così non si faranno”. Ma ecco la (vera?) apertura sulle alleanze: “Non metto veti nei confronti di nessuno, dobbiamo superare gli insulti ricevuti. Nessun veto a sinistra”. E’ chiaramente una finta, ma Speranza ci casca subito: “Renzi è un disco rotto”, dice. E Renzi sorride coi suoi: “Visto? Con loro si perde tempo”.

Se proprio c’è una novità, nella nuova versione renziana del capitolo alleanze, è l’apertura al centro, pur se indefinita. Gli esegeti del renzismo spiegano che “il ragionamento non è solo verso Ap e Alfano, ma verso tante realtà di moderati. Dellai e i suoi, Tabacci, la comunità di Sant’Egidio, Cl…”. Mondi a cui Renzi tiene tantissimo (e da cui proviene pure) perché pensa – come spiega un alto dirigente del Nazareno – che “la battaglia per recuperare voti a sinistra oltre il Pd è persa, ma quella per prendere i voti dei moderati italiani, e dei cattolici, spaventati da un centrodestra a trazione Lega e dal M5S anti-sistema, ce la possiamo giocare ancora tutta”.

Fine delle parole, persone (militanti in testa) presenti in sala assai annoiate (tranne i campani, alla spasmodica ricerca di un seggio), fuggi-fuggi generale, e via tutti sul treno. Con Renzi sale mezzo governo (Pinotti, Fedeli, Madia, Boschi, elegantissima, vari parlamentari, Giachetti cupo, Minniti, che finge di essere a suo agio, Franceschini che finge amore fraterno, etc) ma la scena è a uso e consumo dei giornalisti cui poi, in realtà, risponderà solo Richetti perché Renzi si limita a qualche, vaga, battuta. La foto di gruppo. serve a far vedere che regnano, nel Pd, la pace e l’armonia. Poi Renzi – che s’improvvisa capotreno e dà appuntamento a “marzo del 2018” – sfotte Franceschini (“I collegi li sa già tutti a memoria”) e diventa chiaro che la guerra per i posti in lista nel Pd è solo iniziata.


2. Ciclone Grasso in arrivo sulla politica italiana. Il presidente del Senato già ai box 

Ettore Maria Colombo PORTICI – PIETRARSA

Pier Luigi Bersani, quando ne parla con i suoi, gli brillano gli occhi, manca solo che si commuova. Massimo D’Alema – che, si sa, non si commuove mai – ha accettato la cosa. Roberto Speranza, invece, si è convinto subito. Perché è un generoso e perché il fallimento dell’operazione Pisapia – “che si ritirerà a vita privata e tutti i suoi, tranne Tabacci, ci chiederanno, inutilmente, qualche posto in lista”, sibila Dario Stefano, appena transitato dall’area Pisapia al Pd – ha fatto capire a Speranza che urgeva trovare un volto ‘nuovo’ e ‘unitario’. Infatti lo ha voluto e lanciato lui alla festa di Mdp. I ‘civici’ di Montanari e Falcone, invece, ne diffidano, ma dovranno subirlo. Come pure Fratoianni (SI), Civati (Possibile), Acerbo (Prc): si dovranno accodare a Mdp, pur assai perplessi, come molti partiti della ex sinistra radicale (Prc in testa) si dovettero accodare, nel 2012, dietro il leader più triste e sfortunato del mondo, il pm Antonino Ingroia (1% i voti della sua Rivoluzione civile). Si dovranno far andare bene Pietro Grasso (almeno sorride), quelli di Sinistra italiana, altrimenti il rischio è di restare fuori dal ‘listone’ di sinistra. E’ Pietro Grasso, l’ex procuratore capo di Palermo e attuale presidente del Senato che ha appena stracciato la tessera del Pd, il nuovo ‘ciclone’ che ha investito la politica italiana.

In realtà solo un pezzo della sinistra (Bersani-D’Alema) pensa che Grasso possa suscitare un ‘effetto Monti’ (che prese il 15% da solo) e portare una sfida mortale al Pd. Scendere in campo con Grasso leader per Mdo vuol dire puntare al 10%. Un sondaggio di Ipr-Marketing conferma l’intuizione: valuta in un “buon 5% il suo potenziale perché Grasso – spiega Antonio Noto – gode di un’alta reputazione e viene percepito come uomo di Stato che come il Che…”.

E così ecco Nichi Vendola, ex discepolo di Bertinotti, dire ieri che “Grasso è il nostro programma politico vivente”. Addirittura. Seguita Vendola: “la sinistra ha bisogno di lui”. Infine, lo difende dall’attacco che gli ha portato, dal palco di Portici, il leader Pd Matteo Renzi: “Se Grasso è un ultras, Renzi è il capo degli hoolingans”. Ma cosa ha detto, ieri, Renzi, di tanto grave contro Grasso? “Non possiamo accettare che si dica – ha scandito dal palco – che la fiducia parlamentare è un atto di violenza. Noi non vogliamo un vocabolario da estremisti e da ultras. Ho vissuto con grande dolore (sic) – continua Renzi – il fatto che abbia lasciato il gruppo del Pd e noi non facciamo polemiche con la seconda carica dello Stato, ma – e qui il tono della voce si alza – non è violenta la fiducia, non è vigliacco chi non la pensa come te, non è eversiva una mozione parlamentare approvata col governo. Le parole sono importanti diceva Nanni Moretti!”. In realtà, per Renzi, Grasso è sempre stato un nemico: lo ha ritenuto ‘colpevole’ di aver messo sulla sua strada, quando era premier, ostacoli infiniti, a colpi di regolamenti del Senato. Presto i due saranno veri avversari. Alle Politiche.

NB: Gli articoli sono stati pubblicati sul Quotidiano Nazionale del 30 ottobre 2017. 

 

BankItalia, Visco rimane dov’è. E tra Renzi e Gentiloni cala il gelo. Il ruolo decisivo di Mattarella nella riconferma

BankItalia, Visco rimane dov’è. E tra Renzi e Gentiloni cala il gelo. Il ruolo decisivo di Mattarella nella riconferma

tetto del Quirinale
Il ‘tetto’ del Quirinale, detto ‘Torrino’, dove riceve i suoi ospiti il Capo dello Stato

Ettore Maria Colombo – ROMA

Ormai è sicuro: il prossimo governatore di BankItalia si chiamerà come l’attuale, Ignazio Visco. Six more years, si potrebbe dire, datt che l’incarico dura sei anni. La triangolazione tra Gentiloni, Mattarella, e palazzo Koch ha funzionato alla perfezione, come un orologio svizzero. In più, con la benedizione del governatore della Bce, Mario Draghi, da sempre ‘grande elettore’ di Visco e che oggi e domani lo ospiterà a Francoforte per la consueta riunione dell’intero board della Bce sul cruciale tema dell’allentamento del Quantitative easing. Nessuna ‘terna’, dunque. Prevedeva, all’inizio, oltre Visco, due nomi interni a palazzo Koch, quelli di Salvatore Rossi, attuale dg, gradito anche a Rennzi e Fabio Panetta, attuale vicedirettore, mentre nelle ultime ore era anche spuntata l’ardita ipotesi di un esterno: Fabrizio Saccomanni, ex ministro con un passato in Bankitalia, il più quotato proprio nel 2011 quando toccò a Visco. Ma Mattarella non ha voluto saperne, di nomi alternativi: ha deciso lui di riconfermare Visco anche se Gentiloni gli ha, appunto, proposto diverse soluzione soft e alternative.

La procedura di nomina del nuovo Governatore, da quando la carica è diventata elettiva e non più a vita, tecnicamente, è però decisamente un po’ farraginosa. Oggi il premier scriverà una lettera al consigliere anziano del Consiglio d’Istituto di BankItalia con il nome da lui indicato. Il Consiglio, formato dai tredici membri nominati nelle Assemblee territoriali, si riunirà per un parere ‘successivo’ alla lettera di Gentiloni. A quel punto il nome sarà designato dal cdm che si riunirà venerdì pomeriggio: lì il sottosegretario alla presidenza, Maria Elena Boschi, verbalizzerà e protocollerà l’atto ufficiale. Il quale atto arriverà sul tavolo del presidente della Repubblica che designerà formalmente il nuovo governatore. Al Colle fanno sapere che ‘il faro’ di Mattarella è sempre stato quello di “preservare l’autonomia e l’indipendenza di palazzo Koch”, in relazione ai rapporti con la Bce e la Ue ai mercati internazionali. Ma non è un segreto per nessuno che la riconferma di Visco è cosa fatta: Gentiloni e Mattarella hanno deciso che era “meglio fare così” e così hanno fatto.

A rimanere con un palmo di naso sarà, naturalmente, il leader Pd, Matteo Renzi. Ha fatto fuoco e fiamme contro la riconferma di Visco e da molto prima della famigerata mozione parlamentare con cui, il giorno stesso in cui ha fatto partire il suo treno in giro per l’Italia, lo ha fatto sostanzialmente sfiduciare dal suo stesso partito. Ieri, dal treno che pian piano si avvicina a Portici-Pietrarsa, dove da oggi inizia la tre giorni di conferenza programmatica del Pd (senza Renzi che oggi volerà a Parigi per incontrare il presidente francese Macron), il leader dem ostentava tranquillità: “Voglio tenermi lontano dal chiacchiericcio della politica” spiegava ai suoi, dal Rosatellum votato a colpi di fiducia al Senato fino, appunto, al caso Visco. A tuonare contro la riconferma di Visco è rimasto solo il soldato Orfini (Matteo): “Noi abbiamo chiesto e chiediamo discontinuità, a BankItalia, la nostra mozione non è stata una forzatura”. Ma anche i renziani di più stretta osservanza sanno che “Matteo si è ormai rassegnato alla riconferma di Visco. Ciò non toglie – notano però le stesse fonti del Nazareno – che si prenderà molti sfizi. A partire dalle audizioni all’interno della commissione sulle banche fino a tutta la campagna elettorale in cui tuonerà sul tema banche”.

Un’altra cosa è sicura: i rapporti tra il leader del Pd, Renzi, e il premier, Gentiloni, sono ormai al minimo storico: ‘gelidi’, come vengono descritti, è dire poco. I due non si parlano da giorni e, forse, solo la presenza di Gentiloni al fianco di Renzi sabato prossimo, quando il treno del leader dem arriverà nell’antica stazione di Pietrarsa (Portici) dove si sarà già aperta la tre giorni di conferenza programmatica del Pd potrà servire, con un colloquio franco e aperto tra i due, a rasserenarli. Se si parleranno.

NB: Articolo pubblicato a pagina 7 del Quotidiano Nazionale il 26 ottobre 2017.

BankItalia, Visco rimane dov’è. E tra Renzi e Gentiloni cala il gelo. Il ruolo decisivo di Mattarella nella riconferma

BankItalia, Visco rimane dov’è. Renzi-Gentiloni cala il gelo. Il ruolo decisivo di Mattarella

tetto del Quirinale

Il ‘tetto’ del Quirinale, detto ‘Torrino’, dove riceve i suoi ospiti il Capo dello Stato

Ettore Maria Colombo – ROMA

Ormai è sicuro: il prossimo governatore di BankItalia si chiamerà come l’attuale, Ignazio Visco. Six more years, si potrebbe dire, datt che l’incarico dura sei anni. La triangolazione tra Gentiloni, Mattarella, e palazzo Koch ha funzionato alla perfezione, come un orologio…

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Caso Visco, parziale disgelo tra Renzi e Gentiloni. Il toto-nomi per BankItalia

Caso Visco, parziale disgelo tra Renzi e Gentiloni. Intanto è partito il toto-nomi per la successione a BankItalia

Quirinale - Paolo Gentiloni è il Presidente del Consiglio incaricato
Il nuovo premier, Paolo Gentiloni, al Quirinale

Ettore Maria Colombo – ROMA

BankItalia? “Non parlo neanche sotto tortura: è un compito che spetta, in parte, al governo. Non faccio indiscrezioni”. Formalmente, il premier Gentiloni se la cava così, mentre si trova a Bruxelles per il consiglio europeo, sul caso politico della settimana. Ma come si sa il fuoco cova sotto la cenere. Anche sulle tensioni tra lui e Renzi prova a glissare: “Tutte le opinioni sono legittime e i rapporti tra il governo e il Pd sono ottimi, ma noi decidiamo con in mente l’obiettivo, non per buona creanza. L’autonomia dell’istituto è un valore in sé e per i mercati, sono cose serie”. Chi ha orecchie intenda, sembra dire, ma il ‘gelo’ calato nel rapporto tra il premier e il segretario del suo partito si sta, lentamente, sciogliendo. Gentiloni, che non l’ha mai amata, ha difeso pure la Boschi. Ieri premier ed ex premier si sono sentiti più volte, anche se al telefono: “Quello che dice Paolo lo sottoscrivo, retwitto Gentiloni”, ironizza il leader dem dal suo treno in viaggio. Renzi, ormai, rivolge le sue ire ad altri attori della spy story, tipo la ministra Finocchiaro: ha autorizzato la divulgazione della chat su What App tra lei e i deputati della mozione Orlando. “Pensa di lavarsi la coscienza così, la carina – dicono i suoi – A presto!”. Velata minaccia da “scordati pure una ricandidatura”, anche se lei già ha detto che non la chiederà. Ma anche la presidente della Camera Boldrini è finita nel tritacarne renziano: “Perché invece di predervela con noi che abbiamo presentato la mozione – dicono  i fedelissimi del segretario – non ve la prendete con chi ha permesso che la nostra mozione, per dire di quelle ben più dure della nostra di M5S e Lega, fossero ammesse?”.

Il ministro Orlando e i suoi (Martella, Misiani, etc) pure sono pure nel mirino del segretario: “Attendiamo con ansia – sibilano i renziani – che, dopo tutti questi attacchi, i cento deputati di Orlando pretendano i loro cento collegi sicuri!”. Lo scudiscio del ministro Calenda, invece, non fa più male: lui è dato per perso alla causa del Pd e alleati, come Pisapia, che a sua volta critica Renzi su BankItalia mentre Mdp e SI chiedono al governo di venire a riferire subito alla Camera, il che accadrà la prossima settimana. Ma cosa dirà Franceschini, tornato dagli Usa? Attaccherà, di nuovo, e anche lui il segretario? Ieri, per dire, lo ha fatto la ministra alla Difesa Pinotti, a lui vicina, mentre persino un ‘cane da riporto’ come il vicesegretario e ministro Martina ha espresso dubbi su Renzi, non foss’altro perché, a sua volta, non ha mai saputo quello che il Capo stava preparando. I nemici interni (le minoranze) ed esterni (Prodi, Pisapia) di Renzi aspettano il redde rationem del 5 novembre: sanno che le elezioni siciliane andranno male, per il Pd, e sperano che Renzi, dopo la Waterloo siciliana, sarà costretto, se non proprio a fuggire a Sant’Elena, almeno ad andare a Canossa e concordare con loro le liste. Solo che si sbagliano: Renzi deciderà tutto da solo e già spiega che”le farò coi nomi della società civile”. Il che vuol dire, appunto, che i posti ‘sicuri’ per i suoi oppositori saranno pochi. Del resto, anche se sarà ammaccato, con il Rosatellum le candidature le decide solo lui.

Ma cosa sarà del futuro di BankItalia? Tre sono i nomi in pole position. La riconferma di Visco, per quanto goda del pieno sostegno del Colle, della Bce di Mario Draghi e della Ue, è data in calo perché sono sempre di più le voci che si levano non solo in sua difesa, ma anche in suo attacco, e non solo da parte del Pd di Renzi (Salvini, Grillo, sinistra-sinistra). Mentre salgono, invece, le quotazioni del direttore generale, Salvatore Rossi (piace a Renzi, o almeno così lui dice ai suoi, come pure a Gentiloni) e del vicedirettore, Fabio Panetta, dal profilo tecnico, le cui quotazioni sono date come ‘stabili’. Certo è che, quando, il prossimo 27 ottobre, Paolo Gentiloni riunirà il consiglio dei ministri per presentare al Quirinale una rosa (così dice la legge: il cdm propone, il Quirinale dispone), tale rosa sarà ristretta a questi tre nomi: in ogni caso, una soluzione interna, non esterna. Inoltre, si ragiona tra palazzo Chigi e Colle, “Visco è troppo compromesso, troppo esposto e troppo sotto attacco. L’intero Parlamento, di fatto, si è schierato contro di lui e la commissione sulle banche (presidente né è Casini, ndr) rischia di diventare un vaso di Pandora che gli farà solo male”. Per paradosso, alla fine, Renzi potrebbe averla vinta.

NB: L’articolo è pubblicato a pag. 4 del 21 ottobre 2017 sul Quotidiano Nazionale. 

 

Caso Visco, parziale disgelo tra Renzi e Gentiloni. Il toto-nomi per BankItalia

Caso Visco, parziale disgelo tra Renzi e Gentiloni. Il toto-nomi per BankItalia

Quirinale - Paolo Gentiloni è il Presidente del Consiglio incaricato

Il nuovo premier, Paolo Gentiloni, al Quirinale

Ettore Maria Colombo – ROMA

BankItalia? “Non parlo neanche sotto tortura: è un compito che spetta, in parte, al governo. Non faccio indiscrezioni”. Formalmente, il premier Gentiloni se la cava così, mentre si trova a Bruxelles per il consiglio europeo, sul caso politico della settimana. Ma come si sa il fuoco cova sotto la cenere. Anche sulle…

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Caso Visco. Mattarella, Gentiloni, mezzo governo e mezzo Pd: “Tutti contro Renzi”

Il caso Visco scuote il Colle, il governo e il Pd. Parte il gioco del “tutti contro Renzi, ma ‘dopo’ sono bravi tutti a parlare.

NB: sull’attacco al governatore di BankItalia Ignazio Visco da parte del Pd con la mozione parlamentare di lunedì scorso sul @quotidiano.net si può leggere intervista a Matteo Renzi firmata da @davidenitrosi caporedattore del Politico del Quotidiano Nazionale (L’intervista di QN l leader del Pd Matteo Renzi 

http://www.quotidiano.net/economia/renzi-bankitalia-1.3473852). Sullo stesso sito, le reazioni degli altri protagonisti della vicenda, a partire dalla smentita di Gentiloni. 


Quirinale - Paolo Gentiloni è il Presidente del Consiglio incaricato
Il nuovo premier, Paolo Gentiloni, al Quirinale

1. Caso mozione Pd contro il governatore di BankItalia Visco. Tutti contro Renzi: mezzo governo e mezzo Pd parlano di “atti inaccettabili” 

Ettore Maria Colombo – ROMA

 

Mattarella e Napolitano, presidente in carica e presidente emerito. Mezzo governo, da Padoan (“Non ci posso credere”) a Calenda (“Non parlo per carità di patria”), senza dimenticare Franceschini che ribolle e si macera, seppure in silenzio. Mezzo partito: non solo la minoranza interna (Orlando, Cuperlo, etc.), ma pure pezzi di maggioranza dem ‘non renziana’. Il capogruppo dem al Senato, Luigi Zanda, uomo delle istituzioni, è furibondo.  E il premier Gentiloni, nonostante il silenzio glaciale, anche. 

 

Tutte le opposizioni che lo attaccano come l’intera sinistra (Pisapia, Mdp con Bersani particolarmente duro). Walter Veltroni che stigmatizza e Prodi che basta immaginarselo. Tutti schierati contro il leader dem per la sua messa in discussione del ruolo e del futuro, in scadenza, del governatore di BankItalia, Ignazio Visco. Ieri difeso da tutti, da Casini a Gianni Letta e oltre. E’ partito un gioco ormai classico, quello del “tutti contro Renzi”, gioco che al leader dem è costato molto, nel recente passato. La sconfitta al referendum istituzionale del 4 dicembre, tanto per dire.

 

Il giorno dopo, immancabile, parte la geremiade dei timorosi. “Matteo, ma chi te l’ha fatto fare? Così abbiamo messo tutto il mondo istituzionale, politico, bancario e finanziario contro il Pd!”. Esponenti dem di alto grado e lignaggio sono “sconcertati”, se non profondamente “irritati”. Stile Mattarella di ieri, per capirsi. Insomma, il ‘Renzi solo contro tutti’, sul caso Visco, “non ci aiuta – dicono al Nazareno come nei ministeri presidiati da big del Pd – “anzi ci rende molto più difficile proporci come forza di governo”. E la considerazione dei renziani ortodossi (Boschi, Lotti, Bonifazi: il ‘giglio magico’, insomma) che “solo così strapperemo sempre più armi elettorali ai grillini e ai sovranisti” non consola i big dem.

 

Inoltre, a spargere sale sulle ferite, c’è un altro dato: la mozione del Pd, quella “prima versione”, dai toni ancora più duri, era conosciuta solo nel giro più stretto del renzismo. Mezzo governo ne era all’oscuro – tranne la sottosegretaria Boschi, che l’avrebbe ‘dettata’ alla sua fedelissima e prima firmataria della mozione parlamentare dem, Silvia Fregolent,  tre quarti di Pd pure. Della tempesta perfetta che stava per scatenarsi sapevano in tre: Renzi, il “giglio magico” in quanto tale (Lotti, Bonifazi, Richetti), ormai da tempo un’entità a sé, e il capogruppo Pd alla Camera Rosato, forse il vice Guerini. La ministra ai Rapporti al Parlamento, Anna Finocchiaro, è “furibonda” perché – dice lei, ma il giorno dopo – “non sapevo nulla”, la presidente della Camera, Laura Boldrini, cade a sua volta dalle nuvole (ma le mozioni passano tutte sulla sua scrivania, prima di essere discusse, qualcosa doveva sapere), l’ufficio di presidenza del gruppo dem alla Camera non c’era o, se c’era, dormiva e un deputato dem, il romano Miccoli, raggiunge l’apoteosi del tartufismo politico e vince il premio faccia di bronzo dicendo che “ho votato una cosa che non ho capito, chiedo scusa a tutti”.

 

In ogni caso, le reazioni di rigetto sono proporzionate alla gravità dell’atto. Veltroni è glaciale: la mozione Pd è “incomprensibile e ingiustificabile”. Poi, in Transatlantico, il suo braccio destro, Walter Verini, spiega “Veltroni parla per difendere l’istituzione di BankItalia”, ma le parole di Veltroni feriscono, e molto, Renzi. Napolitano parla di “cose deplorevoli”. Zanda, che ieri ha parlato fitto fitto con Gentiloni per venti minuti, nell’aula del Senato, scudiscia: “Mozioni così meglio non farne”. L’area del ministro Orlando, tramite il suo portavoce, Andrea Martella, chiede la convocazione dell’assemblea del gruppo “perché bisogna fare chiarezza su un percorso non lineare”, ma i buoi sono scappati e fare un’assemblea a posteriori su un voto già dato suona, francamente, abbastanza ridicolo.

 

Chi resta a difendere il soldato Renzi in pubblico? Il renzianissimo senatore dem Andrea Marcucci e pochissimi altri (tipo Rosato). Parla, però, il presidente del partito, e leader dei Giovani turchi, Orfini: “La mozione l’ho condivisa e l’abbiamo limata con il governo. Comunque, certe reazioni mi sorprendono: solo il Papa è infallibile per chi crede e Visco non è il Papa” sibila. Già, peccato che, da ieri, Visco in Italia sia diventato più intoccabile del Papa.

NB: L’articolo è uscito sul Quotidiano Nazionale a pagina 2 del 19 ottobre 2017. 


mattarella
Sergio Mattarella, XII presidente della Repubblica italiana

2. L’irritazione e lo sconcerto del Quirinale per l’attacco di Renzi e del Pd a Visco. 

Non ne sapevamo nulla. Abbiamo letto della mozione del Pd sulle agenzie”. Clic. Dire che il Capo dello Stato è “sconcertato” e “irritato” per l’attacco a freddo, e del tutto imprevisto, che il Pd ha portato al governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, è dire poco.
Eppure, Mattarella ha ‘coperto’ il Pd, sulla nuova legge elettorale. Al prezzo di dover subire una campagna – pressante, fastidiosa e peraltro solo agli inizi – contro il Rosatellum delle opposizioni. Le quali giudicano “incostituzionale” la nuova legge e che, presto, andranno a manifestare la loro contrarietà proprio sotto il Colle al grido di
“Mattarella non la firmare!”. Morale: un atto di stupidità unito a un atto di scorrettezza è, per il Colle, davvero inaccettabile.

Certo, il governo Gentiloni ha provato – e, in parte, è riuscito – a ammorbidire la mozione presentata dai dem su richiesta di Renzi, ma è dal Presidente della Repubblica che arriva l’altolà più deciso. “Le prese di posizione riguardanti la Banca d’Italia – spiega il Quirinale in una nota concessa, in esclusiva, all’agenzia Reuters, agenzia di stampa estera, tanto per stare a significare quanto al Colle ritengano grave la mossa del Pd per le sue possibili ripercussioni sui mercati italiani e, soprattutto, internazionali – devono essere ispirate ad esclusivi criteri di salvaguardia dell’autonomia e dell’indipendenza
dell’Istituto nell’interesse della situazione economica del nostro Paese e della tutela del risparmio degli italiani e che a questi principi si deve attenere l’azione di tutti gli organi della Repubblica, ciascuno nel rispetto del proprio ruolo”. Insomma, tradotto dal ‘quirinalese’, il Colle, nella precisa persona di Mattarella, è “sconcertato e irritato”.

Fuori dall’ufficialità del comunicato, per quanto duro esso sia, ambienti vicini al Capo dello Stato spiegano così la sua irritazione: “Uno. La mossa del Pd è una scorrettezza istituzionale. La nomina di Visco non passa dal Parlamento e la mozione è solo una non richiesta e inutile invasione di campo. Due, arriva nel momento sbagliato perché –
spiegano le stesse fonti – proprio in queste ore, giorni e mesi abbiamo un contenzioso aperto, e molto difficile, con la Ue, in particolare sul delicato tema dei crediti deteriorati.  Terzo – e qui la fonte del Colle si fa quasi amara – se qualcuno pensava di convincere Visco a non restare al suo posto, e in fondo lui stesso aveva fatto capire che non avrebbe fatto le barricate, ora è impossibile rimuoverlo. Visco resta dov’è. Bravi, bel risultato”.

L’altro, paradossale, risultato è che la querelle tra Pd e BankItalia è scoppiata ieri mentre Renzi era in viaggio per la prima tappa del suo viaggio per l’Italia. Il leader dem prima si è limitato a dire “per me parla Richetti” , ma il portavoce della segreteria dem è stato
altrettanto duro e via così: per l’eterogenesi dei fini, lo scontro tra Pd e BankItalia ha coperto, mediaticamente, tutti i temi del treno di Renzi. Oltre, appunto, a far “irritare”,  e molto, il Colle.

NB: L’articolo è stato pubblicato a pag. 3 del Quotidiano Nazionale il 18 ottobre 2017