Renzi contro i falchi della Ue: “Hanno pregiudizi anti-italiani”. Le proposte del leader dem sul Fiscal compact

Parlamento ue

La sede del Parlamento dell’Unione europea, interno dell’aula di Bruxelles

 

Ettore Maria Colombo – ROMA

LE PROPOSTE di Matteo Renzi avranno anche valore «per la prossima legislatura, non per la prossima Legge di Stabilità» ma attraversano come un fulmine a ciel sereno i rapporti odierni, non futuri, tra Italia e Ue. Sostanzialmente, la linea economica da tenere davanti a Bruxelles per Renzi, che la dettaglia nel suo libro Avanti, può essere riassunta così: stabilire in via unilaterale il rapporto tra deficit e Pil al 2,9% per cinque anni, in modo da recuperare 30/50 miliardi da destinare alla crescita e al calo della pressione fiscale, tornando alle regole di Maastricht e mettere il veto all’inserimento del Fiscal compact, votato e sottoscritto dall’Italia nel 2012, nei Trattati.
La proposta, appena rimbalza a Bruxelles, suscita un vespaio di critiche e reazioni nervose camuffate da toni liquidatori del tipo «ma questo chi si crede di essere?». La portavoce di Juncker lo snobba («Noi parliamo con Gentiloni e Padoan») mentre il socialista olandese Dijsselbloem, presidente dell’Eurogruppo, lo boccia («Stare al 2,9% del deficit vìola le regole»).

IL SEGRETARIO dem replica e diventa un fiume in piena. Prima ribatte sul merito: «La proposta sul deficit al 2,9% nella prossima legislatura la discuteremo, ha uno spessore di cinque anni, non possiamo dare questa responsabilità a Gentiloni e Padoan. Quando la proposta verrà fuori sono certo che sarà compatibile con le regole europee».
Poi attacca l’olandese: «Questa è una battaglia aperta che abbiamo con il presidente dell’Eurogruppo, l’olandese che disse che gli italiani spendono i soldi della flessibilità in donne e alcool. Io gli spiegai che le donne noi non le paghiamo, a differenza di alcuni di loro. Il problema centrale è che c’è un pregiudizio anti-italiano di alcuni dirigenti europei come lui: non si rendono conto che di Fiscal compact e austerity l’Europa muore». Poi ironizza: «La mia idea manda tanti fuori di testa, ma è semplice, chiara, concreta. Vedremo se Dijsselbloem sarà ancora presidente dopo il voto».
Ma il problema di Renzi è di non farsi vedere impaziente verso Gentiloni e Padoan («fanno il possibile», dice), di non mettersi di traverso a un governo che, in Europa, è rispettato e si prepara a chiedere ulteriori margini di flessibilità.
E così, quando il titolare del Def dice «mi sembrano temi per la prossima legislatura», Renzi spiega ai suoi che «l’analisi di Padoan è corretta. Un’operazione del genere – continua – può mandarla in porto solo un governo dal mandato ampio e non questo che ha pochi mesi davanti. In Europa preferiscono Gentiloni a me perché questo è un governo a tempo ed era questo il motivo principale per cui io volevo le elezioni anticipate», rimarca con dispiacere.

Insomma, Renzi – duro con i suoi, sulla Ue, come in pubblico – la mette così: «Quello che si riesce a ottenere dall’Europa dipende dalla forza dei leader. Io ho ottenuto la flessibilità dopo aver preso il 40% alle Europee». Renzi si sta preparando a una lunga campagna elettorale con economia e migranti al centro. «L’Europa non è entusiasta di me?», sorride, «è normale, noi le nostre proposte le facciamo lo stesso. La questione vera è convincere i mercati e per farlo dobbiamo abbattere il debito pubblico, è quello il nostro vero problema, non il deficit, solo allora i mercati si convinceranno. A quel punto l’ok dell’Europa sarà automatico», chiude secco.

NON SONO molte le voci che si schierano a sostegno del leader: quella del ministro Delrio («Il Fiscal compact è stato un grave errore ed è un freno alla crescita») e del sottosegretario Gozi, quella – seppur più tiepida – del ministro Calenda («Le proposte di Renzi sono convincenti ma vanno articolate su un piano industriale molto concreto») e del coordinatore della segreteria Guerini che spiega: «Nessuno cambierà in modo unilaterale le regole in Europa, ma nessuno ha il potere di veto unilaterale di impedire che se ne discuta». Renzi è sicuro: «Le mie proposte saranno centrali, chiunque governi, non c’è altra via». Sperando che governi lui, è l’ovvio sottinteso. E Bersani che le boccia? «Allucinante» taglia corto.

NB: Questo articolo è stato pubblicato l’11 luglio 2017 a pagina 5 del Quotidiano Nazionale.

Archivi. Un’intervista a Martina, un pezzo su Renzi, aggiornamenti di QN sui voti ai candidati per il congresso del Pd

  1. L’intervista al ministro Martina, in ticket con Renzi: “Mai alleanze con Mdp”. Legge elettorale: “Portare l’Italicum al Senato potrebbe essere una soluzione”. 

 

maurizio martina

Il ministro Maurizio Martina (Pd)

Ettore Maria Colombo – ROMA
PARLA Maurizio Martina (nella foto, classe 1978, bergamasco, una rapida carriera dentro il Pds-Ds-Pd lombardo, dal 2013 ministro all’Agricoltura), uomo mite quanto di sinistra. Forse è per questo che Renzi lo ha scelto per fare il ticket in vista delle primarie.

La legge elettorale è ferma. Finiremo nella palude come teme Prodi o addirittura a Weimar, come dice Veltroni?
«Siamo in una condizione di fragilità politica determinata, purtroppo, anche dall’esito negativo del referendum. Questo lento scivolamento verso il proporzionalismo è da bloccare e fermare. Bisogna prendere un’iniziativa in Parlamento. Agli altri partiti dico: non basta dire no al Mattarellum. Lavoriamo subito, già dalle prossime settimane, per una soluzione, senza tergiversare, anche prima delle primarie. Sarebbe prezioso riprendere i collegi uninominali, base del Mattarellum. Poi c’è anche l’ipotesi di portare l’Italicum al Senato. In via generale dobbiamo garantire la governabilità e fare di tutto per garantire una democrazia dell’alternanza in grado di offrire un rapporto forte tra cittadini ed eletti».

Capitolo alleanze: con i centristi di Alfano o i Progressisti di Pisapia?
«Noi partiamo dal centrosinistra. Sono interessato a sviluppare un dialogo, prima di tutto, con Pisapia. Penso anche che sia importante la nascita di Alternativa popolare in un’area centrista con un giudizio molto severo verso Salvini e il centrodestra. La premessa fondamentale è allearsi con chi vuole unire e allargare il campo del centrosinistra, come è successo a Milano, e non dividere».

Lei è entrato in ticket con Renzi per il congresso: una spruzzatina di sinistra e basta?
«No, affatto. È l’idea di una squadra plurale che neppure le nostre due esperienze bastano a rappresentare, una proposta di cambiamento e rilancio del Pd che deve tornare a sentirsi protagonista di una fase nuova. Per noi il segretario è anche il candidato premier, ma chi legge il nostro ticket nell’ottica del trattino è fermo a dieci anni fa. Gli altri candidati hanno scelto un solo uomo per rappresentarsi. Noi abbiamo scelto una via corale».

Come sta andando il confronto a tre: teme che volino gli stracci?
«Noi siamo costruttivi, non facciamo polemiche interne».

Se il 30 aprile nessuno supera il 50% c’è il ballottaggio in Assemblea. Teme ribaltoni?
«Sono convinto che le primarie avranno un vincitore netto, Renzi, e che, da maggio, un Pd plurale e forte, dopo una sfida che avrà coinvolto migliaia di persone, saprà parlare meglio al Paese».

Bersani vuole dialogare con i 5 Stelle. Voi volete dialogare con Mdp?
«Io penso che il Pd deve dialogare con gli italiani, tutti, anche quelli che votano i 5 Stelle, ma penso agli elettori, non ai dirigenti. Il confronto tra gruppi dirigenti a Roma non coglie affatto il punto anche perché i loro comportamenti sono inaccettabili. Con Mdp non vedo dialogo possibile. Nelle città decideranno i Pd dei territori».

Il rapporto tra il Pd e il governo è sempre più faticoso…
«No, stiamo facendo un lavoro comune, sapendo che abbiamo le stesse responsabilità. Spetta a noi fare bene e al Pd arricchire di contenuti la proposta del governo. Obiettivo di tutti è sostenere una ripresa ancora faticosa, ma che c’è e che va irrobustita sostenendo la crescita e l’occupazione».

Avete tolto i voucher per paura della Cgil?
«Abbiamo fatto una scelta forte e chiara, eliminando uno strumento che si prestava a storture di ogni tipo per sviluppare strumenti alternativi che tutelino meglio i lavori accessori e intermittenti».

La Ue celebra i suoi primi 60 anni. Quale e come sarà l’Europa di domani?
«Dobbiamo passare dal Fiscal Compact all’Europa sociale e fare un salto di qualità su due fronti: più Europa politica, eleggendo anche il presidente della Commissione in via diretta, e più strumenti a tutela dei cittadini sui fronti del lavoro e dell’occupazione. Il compito del Pd dentro il Pse è anche questo».

NB: L’intervista è stata pubblicata a pagina 11 del Quotidiano Nazionale il 24 marzo 2017


Matteo Renzi parla alla kermesse di Rimini

Renzi a Rimini – Assemblea Nazionale Amministratori Locali del Pd (28/01/2017)

2. Renzi in testa nei voti nei circoli del Pd. Pronta la guerra al governo, Padoan in testa.

Ettore Maria Colombo – ROMA
«MATTEO è tornato tonico e combattivo», dicono i suoi. L’altro giorno, in segreto, Renzi ha riunito a pranzo «mezzo governo»: c’erano i ministri Delrio, Martina, Boschi, fedelissimi, e Franceschini (presenza, questa, che è una notizia da sola). Location ‘Rinaldi’, ristorante romano dietro il Quirinale, dove circolano politici e vip. Renzi si fa selfie con il ristoratore, altri commensali, e tutti a dire che, insomma, sì, «Matteo è tornato Lui…».

IERI, invece, è andato al circolo di Firenze, Vie Nuove, dove è iscritto, per votarsi. Ha scherzato e si è intrattenuto con i militanti e il segretario metropolitano, Fabio Incatasciato, accompagnato dal suo fido e barbuto tesoriere del Pd, Francesco Bonifazi. Anche lì aveva voglia di fare battute. Su Orlando, bloccato da giorni da una labirintite, ha detto: «Ohi, non me lo ammazzate!», poi ha ironizzato sul ministro Minniti, le cui politiche securitarie Renzi non ama, dicendo ai compagni «via, la prossima volta si vota lui!». I motivi di giubilo? Il caso Consip, spentosi. I primi voti reali dei circoli: in quattro giorni – sforna i dati, con il sorriso tra i denti, Lorenzo Guerini – «Renzi è al 68% (2.523 voti), Orlando al 30,3% (1.126), Emiliano all’1,9% (61)». L’affluenza è bassa, ma Renzi stravince ovunque: dall’Emilia alla Toscana con percentuali bulgare, circoli operai compresi.

Eppure, le polemiche non mancano. Emiliano attacca, duro, Orlando («un uomo buono per tutte le stagioni»), facendo infuriare gli orlandiani che gli danno dell’uomo «confuso». Poi c’è l’intervista di Martina a Qn che, nell’adombrare l’estensione dell’Italicum al Senato, solleva un vespaio. Marco Meloni, ex lettiano, dice, senza mezzi termini, che «Martina vuole solo spartirsi i capilista bloccati con Renzi» seguito da altri orlandiani e anche dai fedelissimi di Emiliano come Dario Ginefra.
Oggi l’ex segretario del Pd, sarà a Carpi (poi, in realtà, Renzi rinuncerà alla visita, ndr.) alla messa solenne per ricordare il terremoto del 2012 e la rapida ricostruzione. «Una presenza, quella di Matteo, in forma del tutto privata», spiegano i suoi, ma non pochi ci vedono la (forte e studiata) contro-programmazione al vertice dei 27 leader Ue a Roma. Tra gli «incartapecoriti leader Ue, distanti dalla gente», i pasdaran renziani mettono pure ‘l’amico’ Paolo Gentiloni. I renziani lo descrivono come «saggio e diplomatico», certo, ma anche «troppo cauto e poco energico». Renzi inciterà il governo a «fare in fretta» e «fare di più» in molti campi. Sostituire i voucher con i mini-jobs alla tedesca, per dire. Ma soprattutto, in vista del Def e della legge di Stabilità, Renzi non vuole finire infilzato come San Sebastiano e vedere il Pd schiacciato dalla propaganda di Grillo e Salvini sotto il peso delle tasse e dei tagli.
Nel mirino, per ora, sono finiti due ministri – Calenda (Sviluppo) e Padoan (Mef) –, ma le tensioni rischiano di acuirsi con Gentiloni. E il senatore Marcucci arriva a vaticinare «elezioni in autunno se Mdp continua a tirare troppo la corda e a non votare con il Pd», che poi è un modo come un altro per ottenerle, le elezioni.

RENZI, di suo, ha avvertito la Ue («ho sempre giudicato esose le loro richieste sui nostri conti, ma non è l’Europa il problema») e Padoan («sono certo che avrà la sensibilità di confrontarsi con il reggente del Pd, i capigruppo e i colleghi ministri per trovare soluzioni alla nostra portata senza alzare le tasse»): oggi a Modena e domani a Perugia – dove prenderà parte a un’iniziativa con il ministro Martina (cfr. intervista a Martina, ndr.) – tornerà a farlo in chiaro.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 25 marzo a pagina 12 del Quotidiano Nazionale
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Andrea Orlando

Il ministro della Giustizia Andrea Orlando (Pd)

3. La battaglia per il congresso. Renzi davanti, gli ‘orlandiani’ polemici sull’affluenza. 
Rosalba Carbutti – BOLOGNA
MATTEO RENZI sta stravincendo il congresso. Al momento, stando ai dati del Pd, si avvicina al 70 per cento (300 circoli su 6mila). «Dati oltre le aspettative», gioiscono i renziani. Certo è che la mozione Renzi – come ha scritto il vicesegretario del Pd Lorenzo Guerini – ha raccolto «il 68,9% dei voti degli iscritti, segue Andrea Orlando con il 29,4% e chiude Michele Emiliano con l’1,7%». Una rivincita in grande stile per l’ex segretario? Non proprio. Negli ambienti vicini allo sfidante Andrea Orlando i dati vengono letti in tutt’altro modo. Elisa Simoni, parlamentare toscana e sostenitrice del Guardasigilli, all’Huffington Post, denuncia il calo degli iscritti e di come tra quelli rimasti «stia partecipando il 50 per cento».
CHI ha ragione? Prendendo i singoli circoli il dato dell’affluenza in valore assoluto sembra dare ragione agli orlandiani. Qualche esempio? Il circolo Andreoni, sud di Firenze, il più forte di tutta la città. Su 243 iscritti, in 104 hanno votato per Renzi, in 17 per Orlando e zero per Emiliano. Morale: ha partecipato poco più della metà degli aventi diritto al voto. Senza contare il numero degli iscritti che, nel 2013 erano oltre 400, quasi il doppio. Ed è qui il punto dolente. Un altro caso eclatante è quello dell’Emilia-Romagna. Renzi anche qui è in testa. Ma il partito è ai minimi storici, visto che ha perso un terzo delle tessere rispetto al 2013. Seguendo i dati del Pd Emilia-Romagna, sono 47mila gli iscritti del 2016 a fronte di 76mila nel 2013. Ma – fanno notare i renziani emiliani – il calo delle tessere non è un fenomeno imputabile a Renzi, visto che nel 2009 gli iscritti erano più di 100mila. Di sicuro, però, se si guardano gli ultimi dati dei circoli di Bologna e provincia, l’affluenza in valore assoluto non è confortante per i dem. A Casalecchio di Reno, circolo Tina Anselmi, dove gli iscritti sono 335, ha votato solo un terzo degli aventi diritto (115 votanti, 97 consensi per Renzi). Stessa situazione al circolo Enrico Giusti di Bologna: 34 votanti su 91; al circolo 2 Agosto (quartiere Porto) 27 su 50; al Reno 49 su su 93; in Valsamoggia, circolo di Bazzano, 35 su 57; a Minerbio hanno votato solo 31 su 190. In Piemonte il trend è lo stesso. A Carpignano Sesia su 43 iscritti hanno partecipato al congresso in 27; a Dronero la metà degli aventi diritto ha disertato, a Premosello sui 13 iscritti, hanno votato in 5. Insomma, stando a questi numeri, circolo per circolo, sembra un congresso per pochi intimi.
Ma secondo Guerini (e i renziani) l’affluenza va calcolata in valori percentuali. «Il congresso del Pd del 2013 – spiega Guerini su Facebook – a fronte di 535.959 iscritti al partito vide una partecipazione di 296.645 con un tasso finale di partecipazione pari al 55,35%. Questa sera (ieri, ndr), dopo cinque giorni di congresso 2017, ha partecipato alle convenzioni di circolo il 60,7% degli aventi diritto. Altro che flop!».
CERTO la consultazione non è finita, ma i renziani stimano che la partecipazione degli iscritti al congresso sarà, in termini percentuali, lievemente maggiore rispetto al 2013 (dove, fanno notare, si votò anche per i segretari dei circoli e i segretari provinciali). Ma al di là della guerra di cifre e di come si legga l’affluenza al congresso Pd 2017, resta un dato inequivocabile: il calo degli iscritti. Erano oltre 535mila nel 2013, a distanza di tre anni, sono 430mila. Centomila iscritti in meno in tre anni. Chiunque diventerà segretario del Pd dovrà tener conto di quest’esodo.
(Articolo di Rosalba Carbutti uscito sul Quotidiano Nazionale a pagina 13 del 26 marzo)
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NB: Aggiornamento dati  fonte redazionale da Quotidiano Nazionale del 27 marzo 2017. 

A UNA settimana dall’avvio del voto tra gli iscritti, i risultati premiano Matteo Renzi. L’ex leader ha raccolto 12.367 voti (69.36%), Orlando 4.982 (27.94%) ed Emiliano 480 (2.69%). Numeri che nessuno dei tre partecipanti contesta mentre fa discutere la partecipazione: i sostenitori dell’ex leader parlano di affluenza al 61%, 5 punti sopra il 2013, mentre il portavoce della mozione Orlando, il napoletano Marco Sarracino, parla di una partecipazione inferiore al 50% e interroga il partito chiedendo i dati ufficiali.

Renzi vince con 45 voti il congresso della Bolognina, la storica sezione del partito dove Achille Occhetto avviò  la svolta del Pci. Nel 2017, invece, vinse Gianni Cuperlo. Altre vittorie renziane in alcuni luoghi-simbolo per la sinistra sono nei circoli ‘operai’ di
Pomigliano d’Arco, Mirafiori, Hitachi di Pistoia e polo siderurgico di Piombino. Infine, pesa anche la vittoria di Renzi a La Spezia, patria del Guardasigilli Orlando, mentre Emiliano, a oggi inchiodato a numeri bassissimi, vince solo i congressi nei circoli di Chieti e Cosenza.

 

Pd, Renzi vuole l’election day a giugno o il congresso anticipato. Orlando lancia la sua idea (e candidatura?) di partito. Correnti interne in confuso movimento

COMUNICAZIONI DEL PREMIER RENZI ALLA CAMERA IN VISTA DEL CONSIGLIO UE

Matteo Renzi, segretario del Pd, e Lorenzo Guerini, vicesegretario dem

Ettore Maria Colombo
ROMA
IERI sono arrivati tre segnali positivi, per un Matteo Renzi che la vulgata dem descrive (sbagliando) come «nervoso, solo, depresso, arrabbiato con tutti e sospettoso di tutti».
Il primo è la sentenza della Consulta che chiede «maggioranze omogenee» tra i due sistemi elettorali di Camera e Senato, sì, ma legittima i capilista bloccati, permette leggi elettorali ‘differenti’ e insomma «con questo sistema, il Legalicum come lo chiamano i 5Stelle», dice con ironia un renziano, «si può andare a votare in ogni momento».

«LA SENTENZA ‘aiuta’ il percorso di chi vuole andare a votare subito», assicura un luogotenente del segretario che ieri presidiava il Nazareno anche quando Renzi è partito per Pontassieve, «perché, in Italia, non è stata sospesa la democrazia, votare si può, anche con il combinato disposto delle due sentenze della Consulta su Porcellum e Italicum».
Rivelatore un tweet lanciato nella serata di ieri da Matteo Ricci, sindaco di Pesaro, responsabile Enti locali, nonché fedelissimo del segretario che gli ha chiesto di digitare sulla tastiera: «#Electionday a giugno. Mille comuni, Sicilia e Politiche. Altroché congresso. Legge elettorale poi città e Italia. Stop beghe interne». Traduzione: nuova legge elettorale o, mal che vada, «trasposizione» del sistema uscito dai verdetti dei giudici da far approvare dal Parlamento nel giro di due mesi al massimo; fine del governo Gentiloni; scioglimento delle Camere entro il 25 aprile (servono dai 45 ai 70 giorni per indire i comizi elettorali) ed elezioni politiche l’11 giugno per tentare l’abbinata vincente. E cioè, appunto, il già citato election day tra politiche, elezioni comunali e regionali in Sicilia.

Il secondo segnale positivo, per Renzi, è l’intervista del ministro Andrea Orlando all’Huffington Post. Orlando chiede, sì, «una Bad Godesberg» e «un Pd da rifondare». Non è ancora detto se in accordo o meno con Renzi, stile ‘staffetta’ Prima Repubblica. «Tu ci guidi alle elezioni per tornare al governo, io mi dedico a ricostruire e a curare il partito», secondo la versione che gira al Nazareno, sarebbe la proposta di Orlando allo stesso Renzi. In ogni caso, Orlando non si oppone a Renzi («il golpe? Fandonie», dicono i suoi), punta «alla riflessione, allo stimolo delle nostre energie migliori». Il ministro sembra accettare interamente il timing renziano (modifica rapida alla legge elettorale ed elezioni, anche a breve), ma chiede in cambio «un percorso che parli all’Italia del futuro», partendo «dagli errori degli ultimi vent’anni, non solo degli ultimi tre (quelli di Renzi, ndr)». Orlando, insomma, prepara una vera e propria Opa sul partito – ha, peraltro, dalla sua, pezzi da 90 come l’ex capo di Stato Napolitano, migliorista come il suo amico Macaluso, l’ex tesoriere dei Ds Sposetti, forse persino D’Alema, di certo Fassino e tutto un pezzo della filiera ex Pcid-Pds-Ds – però non strizza l’occhio alla «scissione» né alla minoranza interna, ma si pone come ‘terzo’, se e quando mai deciderà di esserlo, tra Renzi e i suoi avversari attuali.

I ‘tre amigos’ (Speranza, Emiliano, Rossi) che si sono tutti e tre candidati per conto della minoranza come campioni – ognuno a suo modo – dell’antirenzismo hanno messo paletti assai alti per rinunciare alla scissione (fino a ieri da D’Alema invocata, ora da D’Alema esclusa…): «Congresso nei tempi stabiliti, appoggio al governo Gentiloni fino al 2018 e via i capilista bloccati dalla legge elettorale». Altrimenti, vanno via, forse con D’Alema, forse con Vendola e Fratoianni, forse con Pisapia e Merola, forse con tutti loro e anche di più.

Il terzo segnale positivo per Renzi si muove, invece, dentro la tattica parlamentare, dove i movimenti di truppe vanno un giorno in un senso e un giorno nell’altro in uno stato di (grave) confusione interna che è sicuramente politica, ma in alcuni casi anche mentale. Ieri, per dire, 17 senatori, area ‘Giovani Turchi’, vicini al leader Orfini, hanno contrapposto le loro firme di ‘lealisti’ al segretario Renzi contro quelle dei 40 senatori dem che, l’altro ieri, ispirati da Giorgio Napolitano, chiedevano invece di «arrivare fino a fine legislatura» e «appoggiare lealmente Gentiloni». Solo che 11 dei ‘17’ – che chiedono il premio alla lista invece che alla coalizione, oltre che elezioni subito – comparivano pure nell’elenco dei precedenti 40… Insomma, non si capisce se alcuni dei 40 (11, appunto) si sono ravveduti e sono tornati sia Giovani Turchi che renziani o nutrono una forte capacità di mimesis antica.

Certo è che, nelle correnti, molto si muove e tutti si riposizionano: i franceschiniani (Area Dem) sono gli unici compatti, dietro il loro leader (Franceschini, appunto), nel non volere le urne anticipate, nel chiedere il premio di coalizione e non alla lista e di non fremere per il congresso anticipato. I Giovani Turchi sono spaccati come una mela: una parte (una decina di senatori e altrettanti deputati sta con Orlando, che chiede congresso a data certa, ma non immediato, e premio alla lista (non alla coalizione), ma legge elettorale ed elezioni – ma di lui Renzi non si fida – mentre Orfini è perfettamente allineato alle scelte di Renzi (con lui una ventina di GT al Senato e una quarantina alla Camera) come pure i renziani (anche se non tutti: Richetti, per dire, s’è del tutto sfilato dal renzismo e molti altri con lui) e pochissimi altri. Ex popolari di Fioroni, un gran pezzo della corrente del ministro Martina (Damiano), ex lettiani col coltello tra i denti contro Renzi (Boccia, Ginefra, Laforgia), ex ulivisti in rotta di allontanamento (Monaco, Zampa, Lo Giudice) e, ovviamente, la minoranza di rito bersaniano ma anche cuperliano non vedono l’ora di detronizzare il re.
Eppure, segnali di speranza, per Renzi, arrivano da altri deputati che  dicono sia «no a nuove tasse» nella ‘manovrina’ che il governo Gentiloni deve far approvare e votare entro marzo, dal Parlamento (ieri il deputato renziano e toscano Fanucci ha raccolto 35 firme di deputati su un documento che promette ‘sfracelli’, sfiducia compresa, se nella manovrina compariranno nuove tasse), sia <<congresso subito» al grido, ultrarenziano, di ‘e famolo sto’ congresso’, come cinguettavano, ieri su Twitter, Esposito e Morano, Ermini e Romano.

IL PUNTO fermo è, appunto, che l’ex premier non ha ancora rinunciato ad andare a elezioni anticipate, anzi, le rilancerà alla Direzione dem allargata e già convocata per lunedì 13 febbraio in un luogo atipico (il centro congressi di via Alibert) perché dovrà contenere quasi 700/1000 persone, neanche si trattasse di un Assemblea nazionale (200 i membri della Direzione, 113 i senatori dem, 305 i deputati, 120 i segretari provinciali, 20 quelli regionali, etc.) E anche se Renzi proporrà l’alternativa, quella del «congresso subito» al posto delle urne, anch’esso andrebbe tenuto nell’ormai fatidico mese di giugno, entro e non oltre l’11. Renzi si presenterebbe dimissionario («basta una lettera agli organi di competenza», spiega uno dei suoi) e i poteri passerebbero al presidente del partito (Orfini) per convocare l’Assemblea nazionale che darebbe il via al congresso ‘sprint’. Sempre che, appunto, a Renzi non riesca il piano A: quello di andare ad elezioni anticipate.

NB: L’articolo è stato pubblicato il 10 febbraio a pagina 4 del Quotidiano Nazionale.

Renzi, patto di ferro con 5 Stelle e Lega: Italicum anche al Senato, poi il voto

Renzi Grillo Berlusconi

Renzi, Grillo e Berlusconi.

Ettore Maria Colombo
ROMA
COLLOQUI – Riservati, riservatissimi, tenuti segreti per settimane – con il leader della Lega, Matteo Salvini. Chiacchierate in Transatlantico tra gli emissari più fidati dell’ex premier, a partire da Ettore Rosato, e gli  omologhi grillini (Toninelli, Di Maio, Di Battista).
Matteo Renzi, mentre tutti guardavano il dito (il congresso, da anticipare o tenere a scadenza naturale, la scissione di D’Alema e, forse, di Emiliano e, forse, di Bersani, il freno tirato di forzisti e centristi sulla strada delle urne), puntava alla Luna. E così, con una mossa assai spregiudicata e che farà discutere a lungo, ha fatto quella che un grande vecchio della sinistra italiana, Vittorio Foa, definì «la mossa del cavallo»: muovere in avanti, sulla scacchiera, per ‘mangiare’ a destra o ‘a sinistra’, a seconda dei punti di vista.
Accordarsi con i suoi nemici di sempre, anzi: i più accaniti (Grillo, Salvini, Meloni), per ottenere le urne al massimo entro il mese di giugno con scioglimento delle Camere entro fine marzo. Ieri – complice un articolo del quirinalista del Corsera, Marzio Breda, che intimava il prevedibile alt del Quirinale alla fretta renziana di correre alle urne senza armonizzare le due, diverse, leggi elettorali uscite da due, diverse, sentenze della Consulta sui diversi sistemi elettorali di Camera e Senato (l’Italicum rimaneggiato dalla Consulta il 14 gennaio scorso e il Consultellum, desunto dal Porcellum, nel 2014) – ha deciso che il dado era tratto. Si è chiuso coi suoi più stretti colonnelli, per tutto il giorno, al Nazareno (Guerini, Rosato, Zanda e pochi altri) e ha dato ‘luce verde’ finale all’accordo impossibile.

STA per nascere, infatti, il ‘Legalicum’, come lo chiamano, da mesi, i pentastellati. Ovvero, come dicono invece i renziani, l’estensione al Senato delle norme elettorali in vigore per la Camera: un Italicum senza ballottaggio, fatto di liste (o ‘listoni’) senza coalizioni e un’unica soglia di sbarramento, valida per tutti i partiti, alla Camera come al Senato.
Il dibattito parlamentare per scrivere una nuova legge elettorale inizierà, nell’Aula della Camera, il 27 febbraio. La data, in realtà, è ancora sub judice: manca ancora l’esame della commissione Affari costituzionali, ma anche quello potrebbe saltare, a maggioranza, e andare dritti per dritti in Aula. Non a caso, è stato stabilito anche il contingentamento dei tempi di discussione in Aula. Un elemento decisivo che poteva essere approvato solo nella giornata di ieri e, cioè, prima di stabilire il calendario d’Aula di febbraio, unica sede utile per stabilire il ‘contingentamento’ dei tempi di discussione, obbligatorio per fare in fretta. Non è neppure escluso un decreto legge e neppure una fiducia ‘tecnica’ messa dal governo “ma solo se tutti i partiti, o meglio la loro larga maggioranza, saranno d’accordo” si premura di mettere le mani avanti un renziano che ha seguito da vicino l’intero dossier.

La svolta di pura, ma necessaria, tecnica parlamentare  che sancisce l’accordo politico raggiunto tra tre partiti lontanissimi tra loro, arriva a tarda sera con un voto deciso a maggioranza (Pd-M5S-Lega a favore; FI, Sel-SI e Misto contrari) alla fine della conferenza dei capigruppo di Montecitorio e dietro esplicita richiesta dei grillini. Durante la riunione dire che sono volati gli stracci è dire poco, ma è solo un antipasto di quello che succederà, a breve, in Aula. Lo testimoniano le parole dei capogruppi contrari e pure del tutto ignari del complotto ordito alle loro spalle. Per Arturo Scotto (Sel) «è nato l’asse dell’avventura», Renato Brunetta (FI) parla di «comportamento inaccettabile del Pd», solo maurizio Lupi (Ncd) si limita a parlare di «forzature». La verità è che sta per nascere una legge che colpirà al cuore soprattutto FI, la quale sarà costretta presentare liste uniche con Lega e Fd’I, annacquandosi in esse. Il capogruppo dem, Ettore Rosato, parla come chi ha il pesce già in bocca: «Ho rassicurato i miei colleghi che tentavano di diluire i tempi. Per noi non è che il giorno che si approva la legge, poi bisogna andare a votare, ma da quel giorno sarà possibile. Servono solo piccoli aggiustamenti». Luigi Di Maio (M5S) esce dallo studio della Boldrini e dice trionfante: «Entro la metà di marzo la Camera può approvare la legge elettorale e, a quel punto, il Senato in pochi giorni non dovrà far altro che ratificarla».

QUESTO è un po’ meno vero: tra i ‘piccoli’ aggiustamenti, oltre quelli ovvi (doppia preferenza di genere, via l’assurdo sistema del sorteggio stabilito dalla Consulta, dimensione diversa dei collegi senatoriali, capolista bloccati da estendere anche al Senato) non è ancora chiaro se sono previsti due punti cruciali per la sopravvivenza di molti partiti, specie i più piccoli: la possibilità di creare liste e/o coalizioni e le soglie di sbarramento. Il sistema oggi in vigore per il Senato prevede la possibilità di dare vita a coalizioni, ma l’asse Pd-Lega-M5s punta a consentire solo la presentazione di listoni come accade alla Camera. Le soglie di sbarramento al Senato sono assai diverse (20% le coalizioni, 8%, le liste singole) ben più alte dell’unica della Camera (3%): potrebbe essercene una sola, la più bassa, di soglia di sbarramento per permettere a tutti i partiti, anche i piccoli, di correre. Una cosa è certa, un dato di fatto è blindato, come una regola aurea: ci saranno i capolista bloccati perché quelli li vogliono tutti, dal Pd di Renzi a FI, da Lega a M5S, da Ncd agli altri.
E Renzi? «Basta alibi» ripete come un mantra, soddisfatto, quasi euforico, «ora dobbiamo occuparci di Trump e della Ue, non di collegi». Infatti, come dice in un sms inviato alla trasmissione di Floris su La7, Di Martedì, «per me votare nel 2017 o nel 2018 è lo stesso, ma sarebbe grave, ingiusto e assurdo far scattare i vitalizi a settembre. Sarà fondamentale, invece, farsi sentire con molta forza dall’Europa, specie sui vincoli di bilancio e austerity», aggiunge, con toni che ricordano quelli grillini o dei ‘sovranisti’. Populismi di destra, grillini e di sinistra: si giocherà intorno a questi tre poli la prossima campagna elettorale.

NB: L’articolo è stato pubblicato il I febbraio 2017 a pagina 9 del Quotidiano Nazionale. 

Renzi punta al voto subito (aprile o giugno), ma Emiliano dà l’aut-aut: o si fa il congresso o si va “alle carte bollate”

Matteo Renzi parla alla kermesse di Rimini

RIMINI – Assemblea Nazionale Amministratori Locali del 28/01/2017 – in foto: Matteo Renzi

dall’inviato
Ettore Maria Colombo
RIMINI
L’OFFERTA del Pd a tutti gli altri partiti per cambiare la legge elettorale «va verificata a stretto giro, entro e non i prossimi sette giorni», dice il renziano che ha sentito Renzi – al telefono, in quanto già rientrato, l’altra sera, a Pontassieve – mentre se va via da Rimini. Con la chiosa che, certo, «noi proponiamo il Mattarellum, ma siamo disponibili a discutere anche di altro». Esaurito questo tentativo, «che sarà anche l’ultima offerta che faremo, prenderemo atto che non si può che andare a votare il più rapidamente possibile» (a fine aprile o, al massimo, a giugno). «Decisione che – spiega il renziano di prima fascia – certificheremo nella Direzione già convocata del 13 febbraio e che poi concorderemo con Gentiloni». Il che vuol dire ‘auto-dimissioni’ del premier. Dimissioni ieri paventate dal ministro Delrio che ha citato Sant’Antonio Abate per indicare la «precarietà» sua e altrui.

INFINE, però, «per venire incontro alle possibili rimostranze del Colle», il governo potrebbe emettere un decreto che metta mano all’unica cosa cui si può mettere mano, «senza dover passare per le forche caudine di voti segreti e mole di emendamenti»: la revisione dei collegi elettorali del Senato che «così come sono (20 in 20 regioni, ndr) sono troppo grandi, dividendo in più collegi le regioni più popolose», come Lombardia, Lazio, Campania, Sicilia. Poi, però, dritti al voto, «tanto ormai va bene anche agli altri partiti».

RENZI (al telefono, da Pontassieve) e i suoi più stretti colonnelli (Guerini da Lodi, Orfini che presidiava gli ultimi fuochi di dibattito a Rimini, come pure Rosato, Ermini, etc) hanno messo a punto una vera road map di guerra, in vista del voto anticipato cui essi puntano. Quella appena descritta sopra. Sul percorso, però, gli incidenti potrebbero essere diversi e spuntare come funghi: in Parlamento, al Colle e, da due giorni, tra la minaccia di scissione di D’Alema e le bordate di Emiliano tirate ieri in tv, anche e soprattutto dentro il Pd.
«Emiliano? La minoranza che pretende il congresso anticipato? I nostri ministri ‘cuor di leone’ che vorrebbero farci sedere ‘al tavolo’ sulla legge elettorale per non farci alzare più, ingabbiandoci in diatribe infinite così si vota nel 2020?». La verità – dice, con un sorriso tirato, un altro renziano di prima fascia – è una sola: tutti i nostri oppositori, interni ed esterni, hanno capito che facciamo sul serio, ecco perché alzano, tutti, il tiro».
«Stiamo portando il Paese e il Pd a elezioni anticipate – spiega la fonte – a giugno, data più probabile, ma non escludiamo di riuscire ad andare al voto a fine di aprile (vorrebbe dire, però, sciogliere le Camere entro l’8 marzo e votare non oltre il 30 aprile, ndr), se la trattativa con la Ue, che sarà durissima e inizia ora, in questi giorni, finisse male».

E così, prima ancora che in Parlamento, il cannoneggiamento alla strategia del Napoleone del Nazareno – quella che lo vedrà trionfare, come ad Austerlitz, o soccombere, come a Waterloo – è bello che iniziato già da dentro il Pd. Dopo D’Alema sabato, ieri è stato il turno di Michele Emiliano. Il governatore pugliese va negli studi di Rai3, da Lucia Annunziata, e ne spara una più grossa dell’altra: «È Renzi che sta facendo la scissione. Quella di chi non rispetta lo Statuto perché non apre il congresso e dice, in sostanza, le liste ‘le faccio io’. Io sono pronto a candidarmi alla segreteria del Pd, se è necessario, ma se Renzi non ci dà risposte, già in settimana inizieremo a raccogliere le firme degli iscritti. Sono pronto ad arrivare fino alle carte bollate se Renzi non convocherà il congresso». Insomma, Emiliano è pronto a tutto, pure a evocare la scissione, come ha fatto D’Alema.
La minaccia è chiara ed è pure supportata da una ‘trimurti’ di deputati pugliesi (Boccia, Ginefra, Laforgia), diventati il nuovo braccio armato del governatore, che ribadiscono: «Da oggi raccogliamo le firme per il referendum tra gli iscritti» (basta il 5% per chiederlo, dalla commissione di Garanzia del partito gli rispondono subito picche mentre Guerini e Orfini gli ricordano che il congresso, per Statuto, è previsto a dicembre e l’iter inizia a giugno).

Renzi non pare preoccupato più di tanto dalla sparata di Emiliano. Infatti, lascia rispondere ai suoi due bracci, il ‘destro’, Guerini («Emiliano si legga uno Statuto che non conosce e che a regole chiare: il congresso si farà a dicembre 2017») e il ‘sinistro’, Orfini («Spero che conosca la legge meglio di come conosce lo Statuto»). A Orfini tocca rispondere, però, pure all’altra minaccia che insidia la road map del segretario, D’Alema. Orfini tira fuori un altro parallelo bellico, quello dei «riservisti» e, di fatto, dei ‘traditori’ mettendo nel mirino – e dandogli dei ‘traditori’, in pratica – a chiunque andrà con lui. Toni duri, durissimi, che saliranno ancora. Da questo punto di vista, la minoranza bersaniana che invoca, pur se a gran voce, il congresso anticipato, per Renzi è l’ultimo dei problemi. Se, però, non riuscisse ad andare al voto anticipato, la grana del congresso esploderebbe subito e sarebbe assai difficile, per lui e per i renziani, procastinarlo fino alla data formale.

NB: L’articolo è stato pubblicato il 30 gennaio 2017 a pagina 6 del Quotidiano Nazionale.

Rimini, bel suon d’amore. Renzi lancia la sfida del Pd al 40% e prepara i suoi a “ogni evenienza” come il voto ad aprile

Matteo Renzi parla alla kermesse di Rimini

RIMINI  Assemblea nazionale amministratori locali Pd del 28/01/2017 In foto: Matteo Renzi

Renzi si tiene pronto ad ogni evenienza, compreso il voto ad aprile. “Puntiamo al 40%, la corsa sarà a tre”. Dal palco toni soft ma ai suoi prospetta la crisi lampo a febbraio.

Ettore Maria Colombo

DAL NOSTRO INVIATO  – RIMINI –

«NON IMPORTA la data del voto, prima o poi andremo a votare, solo se dichiarassimo guerra a qualcuno, e non penso sia il caso di farlo, verrebbero sospese le elezioni» scherza il segretario del Pd, Matteo Renzi, dal palco di Rimini dove ha riunito i mille amminitratori locali del Pd. «Il punto – ribadisce – non è la data delle elezioni, ma i programmi». Sì, certo, per carità, magari sarà così, però ai suoi – Gnassi, Ricci, Rosato, Ermini, Bonaccini, etc. – che poi si appartano con lui per circa un’altra ora, Renzi dà la carica. E spiega che «ora, ragazzi, dobbiamo concentrarci solo e soltanto sulla campagna elettorale».

MA ELEZIONI quando e con quale legge? «Con quella uscita dalla Consulta, non faremo in tempo a cambiarla, è impossibile», spiega il premier ai suoi, stavolta, però, nel retro palco. Elezioni anticipate a giugno, ovvio, con la data già scritta in rosso per l’11, è e resta la via maestra che Matteo Renzi ha scelto e ha ancora davanti a sé. Di certo mai e poi mai elezioni a febbraio sì, ma del 2018, quando «la legge di Stabilità lacrime e sangue 2017 sarà stata squadernata e i grillini ci avranno fatto a pezzi con il tormentone vitalizi», spiega l’ex premier ai suoi uomini. Ma alle brutte, e cioè se il «braccio di ferro» con l’Ue dovesse precipitare, facendosi slavina, e continueranno ad arrivare quelle «odiose letterine» sui conti, elezioni anticipate ad aprile e scioglimento delle Camere non oltre fine di febbraio.

Il che vorrebbe dire, però, crisi di governo lampo. Crisi di governo che «l’amico Paolo» (Gentiloni) sarebbe pronto ad avallare , ma che «l’amico Piercarlo» (Padoan) vorrebbe scongiurare. Certo, non sarebbe una via facile (anzi, tutt’altro), quella delle elezioni ad aprile, ma Renzi la sta prendendo in considerazione. «Non si è ancora rassegnato all’idea di non essere lui il premier che porterà l’Italia al G7 di Taormina», spiega un ministro che ieri era a Rimini. «Non guardare i sorrisi, i toni suadenti, la finta bonomia, l’ironia usata dal palco» – spiega un suo fedelissimo – e non guardare neppure al fatto che è un po’ ingrassato, anzi: guardaci. Matteo è tornato famelico, vuole tornare a combattere, alla gara per la premiership», anche se – spiega un altro renziano – in cambio del voto subito, della rivincita, Matteo sarebbe pronto a tutto, anche a cedere la guida del futuro governo, magari affidandola a uno dei suoi fedelissimi, tipo Graziano Delrio o lo stesso Gentiloni…».

INTANTO, il partito stesso – un partito che, insiste Renzi, deve e può puntare «al 40% dei voti», unico modo, dice «per evitare il caos, e a prendere il premio di maggioranza – è già, di fatto, un gabinetto di guerra permanente: l’11 febbraio mobilitazione dei circoli, il 13 febbraio la Direzione, poi altre iniziative ancora, quasi senza soluzione di continuità. Come ieri: la platea di amministratori che dovevano essere di 750 persone «e invece abbiamo dovuto aggiungere le sedie perché siamo almeno 1500», spiega, orgoglioso Matteo Ricci, sindaco di Pesaro. Amministratori locali che, guarda caso, sono tutti o quasi renziani mentre sia i franceschiniani (pochi, pochissimi, tipo Piero Martino) tirano fuori dubbi e i Giovani Turchi (Raciti, Verducci, invece, sono appena poco più convinti e pure compatti. Renziano di certo lo è, e di prima linea, Andrea Gnassi, il primo cittadino di Rimini che Renzi ieri vuole accanto a sé ogni passo e che chiede “un governo forte, serio, di durata e di legislatura altrimenti noi sindaci non ce la facciamo ad affrontare le emergenze”. O come Stefano Bonaccini, governatore emiliano, che fa venire giù la sala dagli applausi perché, rivolgendosi a D’Alema, quasi urla: «Non prendo lezioni da chi ora dice di voler ricostruire l’Ulivo quando è la stessa persona che lo ha picconato per anni, l’Ulivo!». Ecco, D’Alema: Renzi non gli risponde mai, non lo cita, si limita ad usare l’arma dell’ironia dicendo che «c’è gente che vive pensando sia io il problema, mando loro un forte abbraccio», ma sta cercando persino di dividere la minoranza di Speranza (ieri è venuto a Rimini con il solo fido Stumpo) da ‘Baffino’. I nostri avversari, spiega dal palco, «saranno solo due: Grillo e il centrodestra, vedremo se unito o diviso». Nessun altro, ecco. E infatti è al leader del M5S che riserva le parole più dure: «È inutile che dall’ultimo villaggio turistico alla moda in Africa, mi arriva lo spregiudicato-pregiudicato a dire che il problema è la povertà». Ecco, il Pd del 40% ha un solo vero avversario, davanti: Grillo e l’M5S, non Berlusconi o D’Alema.

NB: L’articolo è stato pubblicato domenica 29 gennaio 2017 sul Quotidiano Nazionale. 


“Dobbiamo rivoltare il Paese”. Renzi pronto a lanciare il ‘grillismo’ di sinistra. Oggi l’intervento dell’ex premier alla convention degli amministratori del Pd a Rimini. 

Ettore Maria Colombo – BOLOGNA –

DATA DEL VOTO anticipato? Tabella di marcia in vista delle elezioni? Disanima della legge elettorale? Analisi delle possibili alleanze del Pd, se farle ‘a destra’ con Alfano e i centristi o, meglio, ‘a sinistra’, con Pisapia e i suoi Progressisti che, ieri, se le sono date, reciprocamente, di santa ragione («Un incubo», per Pisapia, l’idea del ‘listone’ con Alfano, MA “UN INCUBO”, il ‘listone’, lo è pure per Alfano)? Macché, al massimo, a questi temi, farà dei rapidi, sapidi, accenni. Il discorso di Renzi, oggi, verterà su tutt’altro. Verterà sul Paese, «la nostra bella Italia», ma con un mood da ‘grillino di sinistra’ o, meglio, da anti-establishment italiano (il Palazzo) ed europeo (la Ue). E, infatti, eccoli i temi «veri, concreti» che Renzi toccherà oggi quando interverrà nel bel mezzo della kermesse del Pd.

L’UNIONE EUROPEA e la sua «miopia», le sue «letterine avvelenate». Le «storie concrete» (ambiente, sicurezza, sanità, investimenti, lavoro, welfare) dell’Italia «che lavora e che produce». «L’Italia che non ha paura» per parafrasare Francesco De Gregori. Le piccole storie di «uomini giusti» come Nedo, sopravvissuto ad Auschwitz: «questo è il suo nome, oggi vive a Milano», scriveva già ieri Renzi sul suo blog parlando dello scrittore ebreo italiano Nedo Fiano, padre del deputato democrat Emanuele. E, certo, un partito – il suo, il Pd – che «deve ripartire dai suoi circoli, dai suoi sindaci», cioè «dai territori» in un misto di local iper-connesso al glocal per «riportare il nostro Pd in mezzo alla gente normale». E, anche, un partito innervato (e, pure, ‘rinnovato’) dai «comitati per il Sì al referendum, una bella esperienza che non deve andare dispersa».

ALLA FINE, ma arriverà pure la stoccata para-grillina: «Dobbiamo formare una nuova classe dirigente, basta con le solite, vecchie, facce, basta con i litigi che il nostro popolo non vuole, con i bilancini delle correnti, largo ai giovani». Stoccata non da poco, e assai preoccupante, per la ‘Vieille Garde’, la Vecchia Guardia che alligna nel Pd e in quel Parlamento dove i parlamentari «pensano solo a come ottenere il vitalizio». Perché, appunto, le elezioni anticipate sono sempre più vicine e Renzi intende usare questa filosofia ‘rivoluzionaria’, da ‘Rottamatore 2.0’, anche per fare le liste elettorali.
Sarà questo il discorso che oggi pomeriggio Matteo Renzi terrà a Rimini dove è già in corso di svolgimento la «carica dei Mille», l’assemblea nazionale di mille amministratori locali. Si chiama «Città Italia-Energia locale», coordina il sindaco di Pesaro, Matteo Ricci, sul palco saliranno, in format da talk-show, sindaci, governatori, consiglieri comunali e regionali, parlamentari e ministri, da Delrio a Minniti, e forse sarà presente Gentiloni.

Ma tutti aspetteranno solo che prenda la parola – in pubblico, dopo due mesi di assenza – lui, Matteo Renzi, l’ex premier che ha perso la poltrona di palazzo Chigi, ma che conserva ancora quella di segretario. Una di quelle cariche che, di questi tempi in cui non si fa altro che parlare di elezioni anticipate, «vale oro».  Perché va bene la lirica, la poesia, la retorica, ma presto arriverà, nel Pd, sempre che a Renzi riesca l’azzardo di portare il Paese al voto, il tempo della prosa. Quello in cui bisognerà stendere le liste elettorali. E lì si capirà chi sono «i sommersi» e «i salvati», parafrasando Primo Levi. Ecco perché i big del Pd che non vorrebbero andare a votare (Franceschini, Orlando, etc.) si sono acconciati al peggio, e cioè a prendersi i seggi sicuri e votare, mentre i neo pasdaran non renziani del segretario (Orfini, Martina) alzano la voce e dicono – come ha detto ieri Orfini in un’intervista all’Huffington Post – che «ai partiti diamo dieci giorni al massimo per trovare un accordo sulla legge elettorale, altrimenti si va al voto a giugno». Gentiloni, da Lisbona, fa capire che è d’accordo, anche se con il suo, solito, felpato linguaggio («Le scelte del Parlamento dovranno essere prese con la necessaria sollecitudine») ma Renzi, i toni ‘felpati’, neppure sa cosa siano. E anche oggi, da Rimini, ne darà dimostrazione.

NB: Questo articolo è stato pubblicato sabato 28 gennaio 2017 su Quotidiano Nazionale.

Pd postConsulta. Renzi esulta: ho ancora il pallino in mano, si voterà a breve. E, alle prossime elezioni, le liste le faccio io

&gt;&gt;&gt;ANSA/SCATTA IL REGOLAMENTO DI CONTI NEL PD, MINORANZA ALL'ATTACCO

Pubblico di seguito due articoli scritti negli ultimi due giorni (26-27 gennaio 2017) su QN.

ROMA
«LA NOSTRA dead line – spiega il renziano di prima fascia – è febbraio. Entro la fine di quel mese, una volta conosciute le motivazioni della Consulta (arriveranno il 10 febbraio, ndr) si capirà se gli altri partiti, Forza Italia in testa, vogliono fare sul serio per ‘armonizzare’ al meglio le due leggi elettorali fatte, entrambe, dai giudici (il Consultellum e l’Italicum, ndr). Altrimenti, non c’è problema. Andremo al voto a giugno con quello che c’è e cioè due leggi elettorali compatibili e applicabili, come ha detto la Consulta stessa». La data fissata per il voto anticipato nei desiderata di Renzi la conoscono, ormai, pure i sassi di Montecitorio: è l’11 di giugno, in contemporanea con le elezioni amministrative di oltre mille comuni. “Così facciamo vedere che si risparmia”, spiegano altri renziani desiderosi di ben figurare.

LA DATA della dead line (fine febbraio) per trovare un accordo – «la variabile non è il tempo, che non abbiamo da perdere, ma la volontà», dice il senatore Andrea Marcucci – è invece l’ennesima novità. Ma si sa, l’appetito vien mangiando e a ingolosire il segretario dem sono arrivati pure i soliti sondaggi in cui il Pd si colloca, stabilmente, sopra l’M5S di cinque lunghezze: intorno il 31,7%-31,8% i dem, intorno al 27% invece i grillini.
Ecco il perché del clima di felicità che si respira al Nazareno e che già dall’altro giorno, quando Renzi e i suoi attendevano ansiosi e agitati il responso della Consulta, si va trasformando in euforia, forse pure un po’ iettatoria, decisamente assai eccessiva.
Tanto che è rimasto solo lui, ‘Matteo’, a predicare la filosofia che, di solito, predica il vicesegretario Pd Lorenzo Guerini: quel «calma e gesso» di andreottiana memoria che è il nuovo mantra del segretario dem, il quale sa che i pericoli davanti sono ancora tanti. Per l’inner circle dell’ex premier, invece, i teorici impedimenta al voto cadranno come birilli.

MATTARELLA, per dire. «Ma come?», spiega un renzianissimo che i sistemi elettorali li mangia a colazione, pranzo e cena, «proprio Mattarella ideò una legge con due modalità ben differenti di elezione: collegi e liste bloccate alla Camera, collegi e recupero dei migliori perdenti al Senato. Come potrebbe, il padre del Mattarellum, eccepire, ora, a due leggi elettorali solo di poco realmente difformi e facilmente armonizzabili?». Mah, sarà. Eppoi, davvero il Quirinale scioglierà, davanti alla richiesta del Pd, le Camere? Gli spifferi che arrivano dal Colle paiono, ai renziani, effluvi tutti largamente positivi: «La frase chiave della loro sentenza, quella sulla immediata applicabilità della legge, i giudici della Consulta, prima di scriverla nero su bianco, l’hanno sottoposta al Colle».
E Gentiloni, possibile che si faccia da parte, a uno scocchiar di dita di Renzi senza dir nulla? Possibile, per i renziani, che spiegano: «l’intesa tra Matteo e Paolo è totale nel reciproco rispetto dei ruoli». Gentiloni, peraltro, andrà a Rimini, sabato, se gli riuscirà (è a Lisbona, quel giorno), a omaggiare la rentreé pubblica dell’ex premier, come pure parleranno dal palco i due ministri nuovi fiori all’occhiello di Renzi: quello all’Interno, Minniti, con la sua nuova politica sui migranti e sui Cie, e Delrio, per i soldi, da usare in campagna elettorale.
Resterebbe la famosa ‘palude’, un Parlamento dove i tacchini non vogliono mai festeggiare il Natale, e cioè a casa prima del tempo: «il problema, se, come sarà, il Pd, cioè il partito di maggioranza relativa, a staccare la spina, non si porrà», la risposta. Tradotto: tutti a casa.
E il Pd? Al netto della minoranza bersaniana – che guarda con sempre più forza a D’Alema (l’appuntamento clou è a Roma, sabato mattina) e a una scissione dal Pd, di fatto, pronta – i big (Franceschini, Orlando) non vorrebbero arrivare al voto ‘solo’ nel 2018 passando, ‘prima’, per il congresso dem e magari trovando, per strada, un campione anti-Renzi? Ed è qui che il volto del renziano si fa beffardo: «La Consulta ha lasciato intatti i capolista bloccati. In più, molti big hanno il problema di aver già superato il limite dei tre mandati previsto dallo Statuto. Se vogliono la deroga, è a Matteo che la devono chiedere». Insomma, i renziani sono sicuri: «Non si farà alcuna modifica alla legge elettorale e andremo al voto con le leggi fatte dalla Consulta». Eccolo il fantastico mondo non di Amelie, ma dei Renzi boys. Se la realtà sarà diversa non ci vorrà molto tempo per capirlo.

NB: Questo articolo è stato pubblicato a pagina 5 del Quotidiano Nazionale il 27 gennaio 2017 (http://www.quotidiano.net)


COMUNICAZIONI DEL PREMIER RENZI ALLA CAMERA IN VISTA DEL CONSIGLIO UE

Matteo Renzi e Lorenzo Guerini a Montecitorio (foto Ansa)

ROMA
«ORA abbiamo la pistola carica, e la stiamo per mettere sul tavolo» – spiega il renziano di prima fascia che ieri ha atteso, fianco a fianco di Matteo Renzi, al terzo piano del Nazareno, notizie dalla Consulta mentre le ore che seguivano ai minuti e i minuti alle ore in modo lento, fiacco, ma inesorabile. «La Consulta – continua – non solo ha salvato il cuore dell’Italicum, che è e resta una buona legge, bocciando solo il ballottaggio, ma ha scritto, nero su bianco, che le due leggi elettorali che risultano dall’Italicum e dal Consultellum sono immediatamente applicabili e fruibili. Vuol dire che si può andare a votare in qualsiasi momento. Ora spetta agli altri, e segnatamente a Forza Italia – spiega la fonte – decidere se vogliono un accordo politico alto e forte, sul sistema elettorale, o no, ma in ogni caso nulla osta più al voto anticipato. Di certo, di fronte a Lega e M5S che urlano “al voto! al voto!”, non saremo noi a fare la parte di quelli che hanno paura di andarci. Infine, – e qui la voce della fonte si fa sardonica, perfida – la Consulta ha mantenuto in vita i capolista bloccati, punto che in molti, dalla minoranza nostra interna agli azzurri, credevano sarebbe stato cassato. E quelli della minoranza li vedo assai ‘spompi’ (fiacchi, ndr). Le liste elettorali, alle prossime elezioni, le facciamo noi, da qui, al Nazareno». Parole che suonano più come una minaccia che come una constatazione, anche rispetto alle altre aree interne al Pd, quelle dei vari big, che avanzano, da tempo, molte pretese, nei confronti di Renzi, ma che dovranno, ora, contrattare i posti sicuri da mettere in lista.

INSOMMA, stavolta «Matteo non è che è felice, è proprio contento, qui al Nazareno stiamo stappando lo spumante, dopo la sentenza», racconta allegra un’altra fonte. E dopo giorni di Renzi abscondito – non dava interviste, non si faceva vedere in giro, non parlava – e che appariva nervoso, sospettoso, indispettito (persino con Gentiloni, pare, si è risentito), ora è tornato «felice» e lo fa dire ai suoi. Del resto, è tutta la giornata del segretario che è andata bene. Di prima mattina lancia il suo nuovo blog, scrive che «il futuro, prima o poi, torna» (forse già vedeva elezioni), attacca le «letterine ridicole» della Ue, ribadisce che il Pd «vuole tagliare le tasse», saluta la vecchia segreteria (è un benservito, in realtà) e annuncia quella nuova, già pronta, ma che non annuncerà prima di sabato prossima.

Poi il segretario si fa lirico: «Riprendo un cammino fisico fatto di passi, incontri, sguardi con vecchi amici che non vedi da tempo, ora finalmente c’è più tempo per te, e per loro».
E così torna a splendere il sole, come d’improvviso, sul volto di Renzi e dei suoi. Ieri, in stanza con lui, al Nazareno, c’erano Guerini – sempre più potente, sempre più cruciale in ogni trattativa, sempre più ‘Forlani’ – Serracchiani, Rosato, Bonifazi, Fiano e pochi altri. E, a las cinco de la tarde, quando la Consulta emette il suo verdetto, al Nazareno si brinda. I renziani conpulsano il calendario: la data cerchiata in rosso è l’11 giugno (vorrebbe dire sciogliere le Camere, al massimo, entro il 25 aprile), Mattarella non pare ostile («al presidente va bene andare a votare anche con questa sentenza», si auto-rassicurano), la minoranza «ha le ali spuntate, gli azzurri pure» si danno di gomito i pasdaran renziani. Sarà. I più avveduti, come dice Guerini a un amico, ma lo dice pure Renzi, predicano «calma e gesso, abbiamo tanto lavoro da fare, anche FI dovrà discutere con noi, subito, senza inutili ‘parlamentarizzazioni’ di una nuova legge elettorale». E Gentiloni che si dovrebbe autosuicidare? «Ragioneremo con lui e  il partito sull’intero percorso», spiega.

A SCANSO di equivoci e di problemi che potrebbero sorgere – FI che fa melina, i centristi che sguazzano nella palude, i big del Pd, da Franceschini a Orlando, che tifano perché «la legislatura duri» – Renzi fa dire ai suoi che «il Pd è per il Mattarellum, gli altri partiti dicano se vogliono il confronto, sennò l’unica strada è il voto». Quello anticipato, ovvio. Poi fa ribadire il concetto a tre fidati uomini d’ordine: il già citato Guerini; Ettore Rosato, capogruppo dem alla Camera, che però si spinge un po’ troppo in là nel dire che «le leggi uscite dalla Consulta sono del tutto omogenee»; Lele Fiano, che parla su esplicito mandato di Renzi per ribadire che «discuteremo, con tutti, ma il tempo della melina è finito». Pure il tempo del Renzi abscondito è finito. Matteo è tornato e, dicono i suoi, «ora non ce n’è più per nessuno». A Rimini, sabato, quando Renzi tornerà sul palco, si vedrà se è davvero così.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 26 gennaio 2017 a pagina 4 del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)