BankItalia, lite sulla Boschi. Ma la sottosegretaria parteciperà al cdm di venerdì che deciderà sul dopo-Visco

Il ministro Boschi

Il ministro alle Riforme Maria Elena Boschi (Pd)

E’ stata “una giornata di riflessione”, così viene descritta, quella che ieri Paolo Gentiloni e Sergio Mattarella (ma anche il ministro all’Economia, Piercarlo Padoan, che pure ha voce in capitolo) hanno riservato alla vicenda della successione di Ignazio Visco alla guida della Banca d’Italia. Insomma, il Colle e palazzo Chigi si sentono e si consultano, ma per ora si limitano a ‘riflettere’. Ecco anche perché non sarà di certo anticipata la decisione finale di entrambi che rimane fissata al cdm di venerdì prossimo. Secondo la nuova legge istitutiva di nomina del governatore, in vigore dal 2005, di fatto “il cdm propone e il Quirinale dispone” mentre il consiglio direttivo dell’Istituto si limita ad esprimere un parere. Cdm a cui, a quanto si apprende, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Maria Elena Boschi, “sarà presente” – spiegano fonti di palazzo Chigi – “come è normale che sia. I rapporti tra lei e Gentiloni? Sono ottimi. Lavorano fianco a fianco sulla manovra come sul resto” la replica. Replica a chi sostiene – come ha fatto ieri Arturo Scotto (Mdp), presentando anche una interrogazione parlamentare alla Camera diretta a Gentiloni e a Padoan – che la Boschi dovrebbe “astenersi” dal presenziare al cdm su un vicenda come quella delle banche perché su di lei “grava un pesante conflitto di interessi che non può essere più ignorato”. Trattasi sempre della stessa vicenda: il suo ruolo nel commissariamento di Banca Etruria di cui il padre, Pierluigi, è stato vicepresidente e membro del cda. E a chi fa notare che la Boschi, anche nel recente passato, aveva detto che si sarebbe ‘astenuta’, cosa che peraltro ha poi fatto, dal presenziare ai cdm sulle banche, a palazzo Chigi si replica con una scrollata di spalle: “Ma di che parliamo? La Boschi ha diritto a esserci e ci sarà”. Ma perché la decisione sul post-Visco non è stata anticipata? “Da oggi a giovedì – spiegano fonti ben informate dei due Palazzi –Paolo e Sergio avranno la testa solo sulla legge elettorale”. Non è proprio il momento di mettere altra carne al fuoco”, è il giudizio delle fonti.

E che ‘carne’. Resta tutto aperto, infatti, il busillis: chi dopo Visco? Un nome nuovo, ma comunque interno a BankItalia? Sempre in pole sono le quotazioni del dg, Salvatore Rossi, intimo amico del governatore uscente, ma che gode anche del favor del Pd, come pure quelle del vicedirettore, Fabio Panetta. O si tratterà di una – per nulla ‘semplice’ – successione di Visco a se stesso? Sarebbe, peraltro, la prima volta. Da quando la carica del governatore di via Nazionale non è più “a vita”, cioè dal 2005, la riforma dell’Istituto prevede che la carica sia elettiva. Il motivo sta nel fatto che il governatore Antonio Fazio, in carica dal 1993 al 2005, venne travolto dallo scandalo delle banche Unipol-Mps. Dal 2005 al 2011 il primo governatore eletto fu Mario Draghi, oggi alla guida (e a sua volta in scadenza, ma nel 2018) della Bce, nonché grande sponsor di Visco, le cui chanches restano perciò alte. Va anche detto che il cdm del 27 ottobre coincide, per ironia del Destino, con il giorno esatto in cui il mandato di Visco scade. E anche con il giorno in cui il governatore terrà un importante discorso, di fatto di commiato (almeno per il suo primo mandato), per la Giornata Mondiale del Risparmio. mentre ieri ha tenuto un discorso riservato davanti ai membri dell’Istituto rivendicando l’operato di BankItalia e tra giovedì e venerdì sarà a Francoforte per difendere, davanti alla Bce, l’azione delle banche italiane. Una cosa è certa, il ruolo di Mattarella. Il Quirinale attenderà le indicazioni e le valutazioni del governo per decidere, ma il faro del Colle resta sempre uguale: “Assicurare la stabilità all’istituzione Banca Italia e al suo ruolo dentro i delicati meccanismi della Bce e della Ue”, sottolineando che  “non può passare l’idea del commissariamento della Banca da parte della politica”. Frasi che fanno pendere la bilancia per Visco. 

NB: L’articolo è stato pubblicato a pag 8 del Quotidiano Nazionale il 24 ottobre 2017

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NEW! Def, deficit e legge di Stabilità: i 161 voti al Senato e “i saldi” che mancano al governo. Mdp minaccia e la maggioranza balla

Palazzo Madama

Il portone d’ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

 

  1. Un bell’inghippo per la legge di Stabilità in sé e per la stabilità del governo. I 161 voti che, per ora, non ci sono sulla richiesta di scostamento dal deficit e i saldi che mancano nella Nota di variazione al Def. La nota del senatore Tonini. 

Oggi, quasi nell’indifferenza generale, una nota stampa del presidente della commissione Bilancio del Senato, Giorgio Tonini (Pd), sta creando non pochi malumori e grattacapi al governo Gentiloni, al ministro Padoan e allo stesso Pd. Prima di leggere (e commentare) la nota stampa, però, vanno chiarite un paio di cose non facili per i non addetti ai lavori.

La prima. Ogni anno, per quanto riguarda la politica economica, il governo presenta quattro documenti e non tre, come siamo abituati a leggere (e scrivere). I tre documenti noti sono: il primo è il Def, a giugno, che delinea le linee di politica economica per il triennio a venire, il secondo è la Nota di variazione (o aggiornamento) al Def, che si presenta a settembre e che prevede i saldi della manovra economica e gli aggiornamenti tendenziali aggiornati rispetto al Def di giugno (il rapporto deficit/Pil, previsto all’1.6%, è stato rivisto in meglio, all’1,2%, il che vuol dire più margini in termini di spesa dello 0,4%), e il terzo è la Legge di Stabilità (detta, volgarmente, manovra economica, la ex Finanziaria), che, varata dal cdm, va presentata alla commissione europea di Bruxelles entro il 15 ottobre e, contestualmente, anche alle Camere. Ed è solo quella, in verità, la Stabilità che inaugura formalmente la sessione di bilancio di entrambe le Camere e che si chiude, tra voti, navette parlamentari ed eventuali modifiche, solitamente prima delle festività natalizie. Anche perché se si sforasse la data ultima del 31 dicembre il governo dovrebbe dichiarare l’esercizio provvisorio dei conti dello Stato, iattura tremenda per ogni governo di ogni colore, che ci esporrebbe a una procedura di infrazione (proprio come lo sforamento del rapporto deficit/Pil) da parte della Ue, alle tempeste dei mercati finanziari e alla speculazione. Per tutti e tre questi documenti programmatici e di bilancio NON serve la maggioranza assoluta dei voti in entrambe le Camere (161 voti al Senato, 316 alla Camera), basta cioè la maggioranza semplice dei presenti, come succede, peraltro, per ogni legge dello Stato –  venga o meno messa la questione di fiducia da parte del governo non importa – che non riguarda una modifica del dettato costituzionale.

Ma appunto vi è quarto atto, di solito assai poco noto, o ignoto, ai più rispetto al quale serve la maggioranza assoluta dei componenti di ognuna delle due Camere (cioè la maggioranza degli aventi diritto, altra cosa ancora sarebbe la maggioranza qualificata): si tratta della Relazione programmatica con cui il governo chiede al Parlamento l’autorizzazione allo scostamento di bilancio dei saldi della bilancia pubblica. In pratica, il Parlamento, con questo atto, autorizza il governo a ‘derogare’ agli impegni presi (e scritti in Costituzione, all’articolo 81, modifica votata da tutto il Parlamento nel 2013 e che, da allora, obbliga il nostro Paese a rispettare il vincolo del pareggio di bilancio) in sede europea e che sono contenuti nel Fiscal Compact. In pratica, il governo ottiene più flessibilità, negoziandola in sede di commissione Ue, per sforare il rapporto deficit/Pil (stabilito al 3%), ma per farlo ha bisogno di un’autorizzazione formale del Parlamento. Ecco perché, in questo caso, la maggioranza assoluta dei voti di entrambe le Camere è necessaria e obbligata: i 161 voti al Senato e 316 alla Camera servono per ‘violare’ (si dice ‘derogare’ si fa ogni anno) un vincolo che, piaccia o no, è stato inserito in Costituzione.

La novità di quest’anno è che il voto, di solito dato in modi, forme e tempi diversi, sulla scostamento di bilancio e quello sulla variazione al Def è stato, con fallace mossa tattica, unito dal governo Gentiloni: entrambi i due voti sono previsti, al Senato, per il 4 ottobre. Anzi, è stato fatto di peggio: il Mef (cioè il ministero di Padoan) ha ‘fascicolato’ insieme i due documenti (scostamento di bilancio e Nota di variazione al Def di giugno) come se si trattasse di un voto solo, un pacchetto prendere o lasciare. Il che però in una situazione di maggioranza ‘ballerina’ come quella che si registra, ormai da anni, al Senato, dà luogo al tiro alla fune che Mdp (e, invero, anche altre forze politiche) stanno dando vita in questi giorni e ore. In sostanza il ragionamento è: “Se non mi dai questo o quel provvedimento, non ti voto né la Nota di variazione al Def né l’autorizzazione allo scostamento del deficit”. Il guaio è che sul primo voto, poco male, basta la maggioranza semplice dei senatori, ma sul secondo serve la maggioranza assoluta e il governo attuale, senza i 16 senatori di Mdp, quella maggioranza banalmente non ce l’ha, come si è visto, per altro verso (cioè causa lo sfilarsi dei 32 senatori di Ap) su un altra legge, lo ius soli. Certo, il governo è intenzionato ad aprire una trattativa con Mdp, che presto si terrà, ma i giorni scorrono veloci, Mdp alza le sue richieste e pretese, la quadra per ora non c’è. Morale: il governo rischia di andare ‘sotto’, la maggioranza finire a scatafascio e aprirsi una crisi di governo di non facile soluzione, anche perché avverebbe a pochi mesi dalla fine naturale della legislatura. Certo, la trattativa è in corso e tutto può finire bene, ma qiuen sabe?

Infine, e qui arriviamo alla nota di Tonini, c’è un altro problema. Sempre il governo NON ha presentato, nella Nota di variazione del Def, i saldi di finanza pubblica che pure, invece, è tenuto a indicare per legge. Il motivo politico è presto detto: indicare i saldi, scritti nel Def, non si può ancora perché, appunto, la trattativa politica è ancora in corso. Ma quei saldi vanno indicati e, se il governo non lo farà, le commissioni Bilancio riunite non potranno fare altro che rispedire al mittente la Nota di variazione al Def, bloccando l’intero iter di nascita e percorso della Legge di Stabilità che, senza, non può procedere. Un doppio problema, dunque, politico e procedurale, da non sottovalutare affatto e che, se non verrà risolto da Padoan e Gentiloni nei prossimi giorni, farà nascere grossi guai. Di inceppamento del percorso della manovra economica come di stabilità del governo. Vedremo. Per ora, ecco di seguito la nota stampa del senatore Tonini:

“La nota di aggiornamento del Def, nel testo approvato dal Consiglio dei ministri, appare priva di un importante elemento previsto, in modo tassativo, dalle legge di contabilità e finanza pubblica, come da ultimo modificata nel 2016, ai fini dell’attuazione della riforma dell’articolo 81 della Costituzione”. Lo afferma Giorgio Tonini, presidente della commissione Bilancio del Senato. “In particolare – continua Tonini – il vigente articolo 10-bis della legge di contabilità prevede che la nota di aggiornamento del Def debba contenere, tra l’altro, l’indicazione dei principali ambiti di intervento della manovra di finanza pubblica per il triennio successivo, con una sintetica illustrazione degli effetti finanziari attesi dalla manovra stessa in termini di entrata e di spesa, ai fini del raggiungimento degli obiettivi programmatici”. “E’ necessario quindi – conclude – che il governo colmi questa lacuna del testo della nota di aggiornamento del Def, presentando una nota aggiuntiva. Tale richiesta è stata trasmessa al governo per il tramite del viceministro dell’Economia, Enrico Morando, presente durante la seduta di quinta commissione appena conclusasi, anche in vista dell’audizione del ministro, prevista nella mattinata di martedì prossimo”.

NB: Queste considerazioni sono state scritte in forma originale per questo blog. 


2. I voti contrari di Mdp mettono a rischio la tenuta della maggioranza al Senato. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

La maggioranza di governo va sotto al Senato, in commissione Difesa, per colpa di Mdp, che vota insieme ai Cinque Stelle e Lega e i sudori freddi iniziano a sentirli anche a palazzo Chigi. Perché presto si terrà, al Senato, un doppio voto cruciale per le sorti del governo e della manovra economica con il rischio che il primo cada e che la seconda vada verso l’infausto esercizio provvisorio. Il 4 ottobre, infatti, il Senato si pronuncerà – prima ancora che sulla Legge di Stabilità, il cui iter partirà solo dal 15 ottobre – su due atti: la Nota di variazione al Def e, prima, sulla richiesta del governo al Parlamento di autorizzare lo scostamento del deficit che serve a cambiare i saldi della finanza pubblica di 8 miliardi. Per paradosso, mentre sul primo, il Def, preludio alla Finanziaria, basta la maggioranza semplice, sul secondo serve il plenum dell’Aula, la maggioranza assoluta del Senato (161 voti su 320), quorum che, senza i voti dei 16 senatori di Mdp, non c’è. Ma prima di arrivare al possibile Giorno del Giudizio del 4 ottobre, è già arrivato, ieri, l’incidente: va in scena in commissione Difesa.

Si vota su un caposaldo del Libro Bianco della Difesa (targato ministro Pinotti): le deleghe al governo per la revisione del modello professionale delle Forze Armate e del suo personale. Mdp, tramite il senatore Federico Fornaro, vero regista di tutta l’operazione, non ritira l’emendamento soppressivo dell’art. 9: riguarda la trasformazione di una parte dei contratti collettivi della Difesa da tempo indeterminato a tempo indeterminato. Figurarsi se Mdp può dirsi favorevole. Fornaro tiene botta, M5S e Lega si accodano, felici di mandare sotto il governo, e il patatrac è fatto.

Nel Pd, a dirla tutta, renziani e non ritengono che “Mdp non si prenderà mai la responsabilità di mandare a gambe all’aria il governo portando il Paese all’esercizio provvisorio, non sono matti o almeno lo speriamo. In ogni caso – dice più di un senatore – finirà che sul voto clou, quello dei 161, voteranno con noi anche perché permette allo Stato di spendere meglio e di più i suoi soldi, poi magari sulla manovra di bilancio, o forse già sul Def, punteranno i piedi e giocheranno al ‘più uno’ ma in quel caso basterà la maggioranza semplice, i loro voti non ci serviranno”. Insomma, per il Pd Mdp è tutta ‘chiacchiere e distintivo’, per non dire delle “forti divisioni al suo interno, tra la linea dura di D’Alema e quella morbida di Pisapia, con Bersani nel mezzo” e il senatore Andrea Marcucci, renziano doc, per ora si limita ad accusarli di “incoerenza” per aver votato “con tutte le destre”.

Ma è proprio Fornaro a spiegare che  “o il governo ci riceve, e accoglie le nostre richieste, sulla manovra, oppure nulla è scontato, compreso un voto massicciamente contrario il 4 ottobre. Renzi ci insulta dal palco di Imola, il Pd prepara una legge elettorale contro noi e 5Stelle, Gentiloni non ci riceve. Batta un colpo, almeno lui, se Renzi glielo permette, o saremo coerenti”. E solo su una cosa sono concordi tutti, al Senato, tra Pd e Mdp: senza i 16 senatori di Mdp il governo 161 voti necessari non li ha.

NB: Questo articolo è stato pubblicato sul Quotidiano nazionale il 27 settembre 2017


3. I macigni sulla strada della nuova legge elettorale sono… Def e legge di Stabilità 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Gravano due sassi pesanti come macigni sulla strada del tentativo di scrivere la nuova legge elettorale, il cosiddetto Rosatellum bis. Non a caso, il Pd ha molta fretta di approvare la legge elettorale: la prossima settimana discussione in commissione, dal 4 ottobre in Aula per riuscire ad approvarla alla Camera entro il 15 ottobre. Il primo macigno sta, però, non nei numeri della Camera, causa possibili franchi tiratori, ma in quelli del Senato e su tutt’altro. Infatti, il 15 ottobre inizia, al Senato, la sessione di bilancio e il 4 ottobre – lo stesso giorno in cui inizierà la discussione sulla legge elettorale – si voterà la Nota di variazione al Def. Per farla passare servono 161 voti, la maggioranza assoluta, e il governo rischia. Mdp chiede “discontinuità” rispetto alle politiche economiche del governo su “giovani, Sud, donne e lavoro” (il capogruppo Guerra) e dice che il voto dei suoi decisivi 16 senatori “non è scontato” (Fornaro). Ma sotto c’è altro, e cioè la determinazione di Mdp a far saltare una legge elettorale che la penalizza fortemente. Infatti, con il Rosatellum bis, Mdp sarebbe costretto a fare la lista unica con tutti gli altri spezzoni della sinistra (SI, Prc, Verdi e Pisapia, se ci sta) perché fare una coalizione, dato lo sbarramento al 10%, sarebbe troppo rischioso. E perdendo le sfide in tutti i collegi, dovrebbe dividere tra tutti quei partiti i (pochi) eletti nei listini. D’Alema ha dichiarato guerra da giorni: “Se si pensa a fare una porcheria ai nostri danni siamo pronti a non votare la fiducia”.

A palazzo Chigi minimizzano (“troveremo la quadra con Mdp”) e un incontro si dovrebbe tenere presto, entro la settimana, ma se Mdp, come minaccia in queste ore, farà mancare i suoi voti sul Def salterebbe la sessione di bilancio e cadrebbe il governo. Si aprirebbe perciò lo spettro dell’esercizio provvisorio e di elezioni anticipate, forse a dicembre, ma di certo con il Consultellum. Non si farebbe cioè nessuna nuova legge elettorale anche perchè serve un governo nel pieno delle funzioni cui dare la delega di disegnare i collegi.

Il secondo macigno, si sa, sono i franchi tiratori: allignano non solo dentro il Pd, ma anche dentro Forza Italia in primis, specie al Sud. Infatti, alla Camera sulla legge elettorale sono ammessi i voti segreti (al Senato, invece, no): M5S e Mdp li presenteranno a raffica su temi sensibili a molti parlamentari come le preferenze, ma anche sulla reintroduzione, negata nel testo, del voto disgiunto. Sulla carta, i numeri dei partiti che appoggiano la riforma è alto (circa 440 voti, la maggioranza è fissata a 315), ma – spiegavano ieri diversi parlamentari dem del Sud e del Nord che temono di non essere ricandidati o di avere in dote solo collegi perdenti – “almeno un centinaio di noi sa che non ha nulla da perdere. Gli emendamenti sulle preferenze, se vengono presentati, li votiamo”. Al Nazareno si guarda con sospetto non tanto ai big (Orlando, Franceschini, Fioroni) ma alle loro truppe: chi mai li ricandiderà? “Tra candidati da mettere nei collegi sicuri – si sfoga un dem – e listini bloccati Renzi avrà in mano il 100% delle liste del partito”.

Questo articolo è stato pubblicato sul Quotidiano Nazionale del 23 settembre 2017.

Renzi a Imola: “Il Pd unico argine ai populisti”. E perché non gli piace la legge elettorale del… Pd

Il premier e segretario del Pd Matteo Renzi parla davanti l’Assemblea del Pd

  1. Renzi sul palco di Imola attacca i populisti e cerca il “gioco di squadra”

Ettore Maria Colombo – ROMA

Dissesto idrogeologico. Depressione. Droga. Alzheimer. Vaccini (già più noti). E, ovviamente, le tre parole “lavoro, casa, mamma”. Se è vero che “è il Pd l’unico argine al pericolo dei populismi” (trattasi di Lega di Salvini e M5S di Grillo, mai citati per nome) “che sono stati sconfitti in Olanda, Francia e Germania”, Matteo Renzi ha deciso che “l’unico argine”, cioè il Pd medesimo, deve completamente cambiare le parole d’ordine e lo schema di gioco. E così nel discorso tradizionalmente più importante per un leader di sinistra, quello di chiusura della Festa nazionale dell’Unità (quest’anno è stata la volta di Imola), il segretario del Pd ha fatto una piccola rivoluzione nella scaletta del consueto comizio finale. Non solo, infatti, Renzi non ha detto una parola che fosse una su temi che giudica ‘politicisti’ e ‘respingenti’ come la legge elettorale (resti agli atti, però, che il Rosatellum bis non gli piace) o le alleanze, ma si è tenuto alla larga anche da temi sociali come i migranti e lo ius soli (mai citato e neppure i vitalizi), legge di cui pure era stato promotore, limitandosi a sottolineare “il gioco di squadra” al governo “tra Minniti che fa la destra e Delrio la sinistra, il che è tutto dire”.

Il segretario dem aveva due target di pubblico da coinvolgere e che sono il tallone d’Achille del Pd. I giovani (“i Millenials”) a cui ha chiesto di “mettersi alla stanga”, “uscendo dai social e andando in tutte le scuole” perché sono loro quelli che non votano il Pd. E gli anziani, cui ha chiesto “di lottare contro le fake news perché state molto su Facebook” e, insieme, di “fare vita sociale” perché sono la spina dorsale del Pd ma anche i più a rischio fuga dal Pd. Infatti, il solo nemico polemicamente citato in modo icastico (oltre ai populismi di Grillo e Salvini, presi in giro in più modi e riprese) sono gli scissionisti: “La nostra sinistra è quella di Obama, non quella di Bertinotti che fa vincere la destra” dice Renzi, alzando la voce, tra gli applausi, attaccando “chi ci ha lasciato per risentimento personale” (si tratta di D’Alema, Bersani&co.). Ecco, “con quelli” nessuna alleanza è e mai sarai possibile, anche se Renzi non lo dice, per tutti gli altri, invece, le porte sono aperte. Ma il discorso dell’ex premier ha ben altri obiettivi politici e, dunque, spunti polemici. Parte da Trump e dalla Corea, dai rischi che corre il mondo, vola sull’Europa che ha bisogno di una visione (e l’Italia può dare una mano) e plana sul governo Gentiloni, da difendere perinde ac cadaver fino a fine legislatura. Solo qui Renzi si fa straordinariamente preciso: “il 4 ottobre il governo deve prendere 161 voti al Senato sulla Nota di variazione al Def, passaggio che non può essere oggetto di ricatti o trattative”.

Per il resto, Renzi rilancia alcuni suoi abituali cavalli di battaglia: “dobbiamo uscire dalla modalità litigio”, il messaggio ai big dem – sul palco a farsi e a fare selfie erano in molti, da Franceschini a De Vincenti, dalla Boschi alla Fedeli, fino a Minniti, molto applaudito, ma mancavano Orlando, Delrio e, ovviamente per motivi di stile, il premier Gentiloni – la rivendicazione dei risultati del suo governo (Jobs Act, 80 euro) o la battaglia per la (futura) riduzione delle tasse, rimandata a quando “il prossimo governo deciderà di tornare a Maastricht”. Infine, due avvisi: il 4 ottobre parte il tour in treno del segretario per le province italiane e, a fine ottobre, si terrà la conferenza programmatica del Pd a Napoli. La campagna elettorale è vicina, Renzi vuole un partito unito, compatto e pronto a lavorare sodo: “Mettiamoci in cammino, ci sono delle elezioni da vincere e o vincono i populisti o vinciamo noi”: Per lui, che però non cita mai Berlusconi, tertium non datur.

NB: Questo articolo è stato pubblicato sul Quotidiano Nazionale il 25 settembre 2017 a pagina 5


2. Al leader del Pd la nuova legge elettorale – escogitata dal Pd – non piace…

I motivi della freddezza di Renzi sul Rosatellum bis. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

La nuova legge elettorale? “Speriamo che ci siano i numeri in Parlamento, ma quando stai in mezzo alla gente si parla di cose concrete”. Rispondeva cosi, ieri, in pubblico, Matteo Renzi, a chi gli chiedeva del Rosatellum. Dietro, ci sono le parole dei suoi: “Non gli piace un granché il testo ed è molto scettico sull’esito finale”. Morale: traspaiono palesi in Renzi freddezza, scetticismo. E, in più, una certa non condivisione di alcuni meccanismi tecnici della nuova legge elettorale, in particolare il fatto che il nuovo testo abbia cancellato le preferenze e che la quota di parte maggioritaria, rispetto alla parte proporzionale, sia molto ridotta. Renzi – se restasse in piedi il doppio Consultellum oggi in vigore – ha espresso più volte l’intenzione di candidarsi in Senato, nella sua Toscana, per correre con le preferenze e non alla Camera, nella facile posizione di capolista bloccato, come la legge gli permetterebbe. Certo, con il nuovo testo potrebbe correre in un collegio uninominale e, se passerà, lo farà senz’altro. Certo è che, da quando se ne parla, del Rosatellum bis, il leader del Pd non ha detto una parola di incoraggiamento o approvazione che sia una, limitandosi, come dalla Berlinguer, a generiche esortazioni.

Oggi il segretario dem chiuderà la Festa nazionale del Pd a Imola con il consueto comizio e potrebbe anche non affrontare per nulla il tema. I suoi dubbi sono anche altri: “E se il Parlamento ce la stravolge, a colpi di voti segreti, e non si riesce più a fermarla che facciamo?”. Basta introdurre un emendamento come quello sul voto disgiunto, per dire, che favorisce i piccoli partiti non alleati in coalizione (leggi: Mdp), per snaturare il testo o affossarlo con le preferenze. La scottatura di giugno, quando sul sistema tedesco Renzi ci mise la faccia e la legge elettorale cadde al primo voto segreto in Aula, brucia ancora. E poi Renzi non si fida né di Berlusconi, di cui legge gli strani movimenti (Gianni Letta ferocemente contrario, gli azzurri del Sud in rivolta), né dei peones del suo partito, pronti alla guerra contro un Rosatellum che li penalizza, al di là della volontà dei loro stessi capi (Franceschini, Orfini, Fioroni, etc.) e neppure dei big della minoranza (Cuperlo, Orlando) che già chiedono, sul testo, modifiche da apportare in Aula tali da far saltare la legge.

Morale, il Rosatellum bis rischia di restare senza padri né madri ancora prima di nascere. Non a caso, i capigruppo dei tre partiti che hanno sottoscritto l’accordo (Rosato nel Pd, Brunetta per FI e Giorgetti per la Lega) hanno una fretta indiavolata, sui tempi. A partire dalla prossima settimana, ci sarà l’esame in commissione e, tra il 4 e il 9 ottobre, se la conferenza dei capigruppo darà l’ok, il Rosatellum verrà discusso e votato dall’aula di Montecitorio. Poi, però, dovrà essere trasmesso al Senato, impegnato con la sessione di bilancio, che quindi non potrà esaminarlo fino a novembre. E se palazzo Madama apporterà anche minime correzioni, il testo dovrà tornare di nuovo alla Camera per l’ok definitivo, però a dicembre. Tempi lunghi che, con i franchi tiratori, non fanno ben sperare. Ma Renzi, a quel punto, andrà davanti al Capo dello Stato a chiedere elezioni anticipate il prima possibile e un decreto che armonizzi le leggi esistenti potendo dire, soddisfatto, che “il Pd ci ha provato”.

Questo articolo è stato pubblicato il 24 settembre 2017 sul Quotidiano Nazionale

Renzi contro i falchi della Ue: “Hanno pregiudizi anti-italiani”. Le proposte del leader dem sul Fiscal compact

Parlamento ue

La sede del Parlamento dell’Unione europea, interno dell’aula di Bruxelles

 

Ettore Maria Colombo – ROMA

LE PROPOSTE di Matteo Renzi avranno anche valore «per la prossima legislatura, non per la prossima Legge di Stabilità» ma attraversano come un fulmine a ciel sereno i rapporti odierni, non futuri, tra Italia e Ue. Sostanzialmente, la linea economica da tenere davanti a Bruxelles per Renzi, che la dettaglia nel suo libro Avanti, può essere riassunta così: stabilire in via unilaterale il rapporto tra deficit e Pil al 2,9% per cinque anni, in modo da recuperare 30/50 miliardi da destinare alla crescita e al calo della pressione fiscale, tornando alle regole di Maastricht e mettere il veto all’inserimento del Fiscal compact, votato e sottoscritto dall’Italia nel 2012, nei Trattati.
La proposta, appena rimbalza a Bruxelles, suscita un vespaio di critiche e reazioni nervose camuffate da toni liquidatori del tipo «ma questo chi si crede di essere?». La portavoce di Juncker lo snobba («Noi parliamo con Gentiloni e Padoan») mentre il socialista olandese Dijsselbloem, presidente dell’Eurogruppo, lo boccia («Stare al 2,9% del deficit vìola le regole»).

IL SEGRETARIO dem replica e diventa un fiume in piena. Prima ribatte sul merito: «La proposta sul deficit al 2,9% nella prossima legislatura la discuteremo, ha uno spessore di cinque anni, non possiamo dare questa responsabilità a Gentiloni e Padoan. Quando la proposta verrà fuori sono certo che sarà compatibile con le regole europee».
Poi attacca l’olandese: «Questa è una battaglia aperta che abbiamo con il presidente dell’Eurogruppo, l’olandese che disse che gli italiani spendono i soldi della flessibilità in donne e alcool. Io gli spiegai che le donne noi non le paghiamo, a differenza di alcuni di loro. Il problema centrale è che c’è un pregiudizio anti-italiano di alcuni dirigenti europei come lui: non si rendono conto che di Fiscal compact e austerity l’Europa muore». Poi ironizza: «La mia idea manda tanti fuori di testa, ma è semplice, chiara, concreta. Vedremo se Dijsselbloem sarà ancora presidente dopo il voto».
Ma il problema di Renzi è di non farsi vedere impaziente verso Gentiloni e Padoan («fanno il possibile», dice), di non mettersi di traverso a un governo che, in Europa, è rispettato e si prepara a chiedere ulteriori margini di flessibilità.
E così, quando il titolare del Def dice «mi sembrano temi per la prossima legislatura», Renzi spiega ai suoi che «l’analisi di Padoan è corretta. Un’operazione del genere – continua – può mandarla in porto solo un governo dal mandato ampio e non questo che ha pochi mesi davanti. In Europa preferiscono Gentiloni a me perché questo è un governo a tempo ed era questo il motivo principale per cui io volevo le elezioni anticipate», rimarca con dispiacere.

Insomma, Renzi – duro con i suoi, sulla Ue, come in pubblico – la mette così: «Quello che si riesce a ottenere dall’Europa dipende dalla forza dei leader. Io ho ottenuto la flessibilità dopo aver preso il 40% alle Europee». Renzi si sta preparando a una lunga campagna elettorale con economia e migranti al centro. «L’Europa non è entusiasta di me?», sorride, «è normale, noi le nostre proposte le facciamo lo stesso. La questione vera è convincere i mercati e per farlo dobbiamo abbattere il debito pubblico, è quello il nostro vero problema, non il deficit, solo allora i mercati si convinceranno. A quel punto l’ok dell’Europa sarà automatico», chiude secco.

NON SONO molte le voci che si schierano a sostegno del leader: quella del ministro Delrio («Il Fiscal compact è stato un grave errore ed è un freno alla crescita») e del sottosegretario Gozi, quella – seppur più tiepida – del ministro Calenda («Le proposte di Renzi sono convincenti ma vanno articolate su un piano industriale molto concreto») e del coordinatore della segreteria Guerini che spiega: «Nessuno cambierà in modo unilaterale le regole in Europa, ma nessuno ha il potere di veto unilaterale di impedire che se ne discuta». Renzi è sicuro: «Le mie proposte saranno centrali, chiunque governi, non c’è altra via». Sperando che governi lui, è l’ovvio sottinteso. E Bersani che le boccia? «Allucinante» taglia corto.

NB: Questo articolo è stato pubblicato l’11 luglio 2017 a pagina 5 del Quotidiano Nazionale.

Archivi. Un’intervista a Martina, un pezzo su Renzi, aggiornamenti di QN sui voti ai candidati per il congresso del Pd

  1. L’intervista al ministro Martina, in ticket con Renzi: “Mai alleanze con Mdp”. Legge elettorale: “Portare l’Italicum al Senato potrebbe essere una soluzione”. 

 

maurizio martina

Il ministro Maurizio Martina (Pd)

Ettore Maria Colombo – ROMA
PARLA Maurizio Martina (nella foto, classe 1978, bergamasco, una rapida carriera dentro il Pds-Ds-Pd lombardo, dal 2013 ministro all’Agricoltura), uomo mite quanto di sinistra. Forse è per questo che Renzi lo ha scelto per fare il ticket in vista delle primarie.

La legge elettorale è ferma. Finiremo nella palude come teme Prodi o addirittura a Weimar, come dice Veltroni?
«Siamo in una condizione di fragilità politica determinata, purtroppo, anche dall’esito negativo del referendum. Questo lento scivolamento verso il proporzionalismo è da bloccare e fermare. Bisogna prendere un’iniziativa in Parlamento. Agli altri partiti dico: non basta dire no al Mattarellum. Lavoriamo subito, già dalle prossime settimane, per una soluzione, senza tergiversare, anche prima delle primarie. Sarebbe prezioso riprendere i collegi uninominali, base del Mattarellum. Poi c’è anche l’ipotesi di portare l’Italicum al Senato. In via generale dobbiamo garantire la governabilità e fare di tutto per garantire una democrazia dell’alternanza in grado di offrire un rapporto forte tra cittadini ed eletti».

Capitolo alleanze: con i centristi di Alfano o i Progressisti di Pisapia?
«Noi partiamo dal centrosinistra. Sono interessato a sviluppare un dialogo, prima di tutto, con Pisapia. Penso anche che sia importante la nascita di Alternativa popolare in un’area centrista con un giudizio molto severo verso Salvini e il centrodestra. La premessa fondamentale è allearsi con chi vuole unire e allargare il campo del centrosinistra, come è successo a Milano, e non dividere».

Lei è entrato in ticket con Renzi per il congresso: una spruzzatina di sinistra e basta?
«No, affatto. È l’idea di una squadra plurale che neppure le nostre due esperienze bastano a rappresentare, una proposta di cambiamento e rilancio del Pd che deve tornare a sentirsi protagonista di una fase nuova. Per noi il segretario è anche il candidato premier, ma chi legge il nostro ticket nell’ottica del trattino è fermo a dieci anni fa. Gli altri candidati hanno scelto un solo uomo per rappresentarsi. Noi abbiamo scelto una via corale».

Come sta andando il confronto a tre: teme che volino gli stracci?
«Noi siamo costruttivi, non facciamo polemiche interne».

Se il 30 aprile nessuno supera il 50% c’è il ballottaggio in Assemblea. Teme ribaltoni?
«Sono convinto che le primarie avranno un vincitore netto, Renzi, e che, da maggio, un Pd plurale e forte, dopo una sfida che avrà coinvolto migliaia di persone, saprà parlare meglio al Paese».

Bersani vuole dialogare con i 5 Stelle. Voi volete dialogare con Mdp?
«Io penso che il Pd deve dialogare con gli italiani, tutti, anche quelli che votano i 5 Stelle, ma penso agli elettori, non ai dirigenti. Il confronto tra gruppi dirigenti a Roma non coglie affatto il punto anche perché i loro comportamenti sono inaccettabili. Con Mdp non vedo dialogo possibile. Nelle città decideranno i Pd dei territori».

Il rapporto tra il Pd e il governo è sempre più faticoso…
«No, stiamo facendo un lavoro comune, sapendo che abbiamo le stesse responsabilità. Spetta a noi fare bene e al Pd arricchire di contenuti la proposta del governo. Obiettivo di tutti è sostenere una ripresa ancora faticosa, ma che c’è e che va irrobustita sostenendo la crescita e l’occupazione».

Avete tolto i voucher per paura della Cgil?
«Abbiamo fatto una scelta forte e chiara, eliminando uno strumento che si prestava a storture di ogni tipo per sviluppare strumenti alternativi che tutelino meglio i lavori accessori e intermittenti».

La Ue celebra i suoi primi 60 anni. Quale e come sarà l’Europa di domani?
«Dobbiamo passare dal Fiscal Compact all’Europa sociale e fare un salto di qualità su due fronti: più Europa politica, eleggendo anche il presidente della Commissione in via diretta, e più strumenti a tutela dei cittadini sui fronti del lavoro e dell’occupazione. Il compito del Pd dentro il Pse è anche questo».

NB: L’intervista è stata pubblicata a pagina 11 del Quotidiano Nazionale il 24 marzo 2017


Matteo Renzi parla alla kermesse di Rimini

Renzi a Rimini – Assemblea Nazionale Amministratori Locali del Pd (28/01/2017)

2. Renzi in testa nei voti nei circoli del Pd. Pronta la guerra al governo, Padoan in testa.

Ettore Maria Colombo – ROMA
«MATTEO è tornato tonico e combattivo», dicono i suoi. L’altro giorno, in segreto, Renzi ha riunito a pranzo «mezzo governo»: c’erano i ministri Delrio, Martina, Boschi, fedelissimi, e Franceschini (presenza, questa, che è una notizia da sola). Location ‘Rinaldi’, ristorante romano dietro il Quirinale, dove circolano politici e vip. Renzi si fa selfie con il ristoratore, altri commensali, e tutti a dire che, insomma, sì, «Matteo è tornato Lui…».

IERI, invece, è andato al circolo di Firenze, Vie Nuove, dove è iscritto, per votarsi. Ha scherzato e si è intrattenuto con i militanti e il segretario metropolitano, Fabio Incatasciato, accompagnato dal suo fido e barbuto tesoriere del Pd, Francesco Bonifazi. Anche lì aveva voglia di fare battute. Su Orlando, bloccato da giorni da una labirintite, ha detto: «Ohi, non me lo ammazzate!», poi ha ironizzato sul ministro Minniti, le cui politiche securitarie Renzi non ama, dicendo ai compagni «via, la prossima volta si vota lui!». I motivi di giubilo? Il caso Consip, spentosi. I primi voti reali dei circoli: in quattro giorni – sforna i dati, con il sorriso tra i denti, Lorenzo Guerini – «Renzi è al 68% (2.523 voti), Orlando al 30,3% (1.126), Emiliano all’1,9% (61)». L’affluenza è bassa, ma Renzi stravince ovunque: dall’Emilia alla Toscana con percentuali bulgare, circoli operai compresi.

Eppure, le polemiche non mancano. Emiliano attacca, duro, Orlando («un uomo buono per tutte le stagioni»), facendo infuriare gli orlandiani che gli danno dell’uomo «confuso». Poi c’è l’intervista di Martina a Qn che, nell’adombrare l’estensione dell’Italicum al Senato, solleva un vespaio. Marco Meloni, ex lettiano, dice, senza mezzi termini, che «Martina vuole solo spartirsi i capilista bloccati con Renzi» seguito da altri orlandiani e anche dai fedelissimi di Emiliano come Dario Ginefra.
Oggi l’ex segretario del Pd, sarà a Carpi (poi, in realtà, Renzi rinuncerà alla visita, ndr.) alla messa solenne per ricordare il terremoto del 2012 e la rapida ricostruzione. «Una presenza, quella di Matteo, in forma del tutto privata», spiegano i suoi, ma non pochi ci vedono la (forte e studiata) contro-programmazione al vertice dei 27 leader Ue a Roma. Tra gli «incartapecoriti leader Ue, distanti dalla gente», i pasdaran renziani mettono pure ‘l’amico’ Paolo Gentiloni. I renziani lo descrivono come «saggio e diplomatico», certo, ma anche «troppo cauto e poco energico». Renzi inciterà il governo a «fare in fretta» e «fare di più» in molti campi. Sostituire i voucher con i mini-jobs alla tedesca, per dire. Ma soprattutto, in vista del Def e della legge di Stabilità, Renzi non vuole finire infilzato come San Sebastiano e vedere il Pd schiacciato dalla propaganda di Grillo e Salvini sotto il peso delle tasse e dei tagli.
Nel mirino, per ora, sono finiti due ministri – Calenda (Sviluppo) e Padoan (Mef) –, ma le tensioni rischiano di acuirsi con Gentiloni. E il senatore Marcucci arriva a vaticinare «elezioni in autunno se Mdp continua a tirare troppo la corda e a non votare con il Pd», che poi è un modo come un altro per ottenerle, le elezioni.

RENZI, di suo, ha avvertito la Ue («ho sempre giudicato esose le loro richieste sui nostri conti, ma non è l’Europa il problema») e Padoan («sono certo che avrà la sensibilità di confrontarsi con il reggente del Pd, i capigruppo e i colleghi ministri per trovare soluzioni alla nostra portata senza alzare le tasse»): oggi a Modena e domani a Perugia – dove prenderà parte a un’iniziativa con il ministro Martina (cfr. intervista a Martina, ndr.) – tornerà a farlo in chiaro.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 25 marzo a pagina 12 del Quotidiano Nazionale
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Andrea Orlando

Il ministro della Giustizia Andrea Orlando (Pd)

3. La battaglia per il congresso. Renzi davanti, gli ‘orlandiani’ polemici sull’affluenza. 
Rosalba Carbutti – BOLOGNA
MATTEO RENZI sta stravincendo il congresso. Al momento, stando ai dati del Pd, si avvicina al 70 per cento (300 circoli su 6mila). «Dati oltre le aspettative», gioiscono i renziani. Certo è che la mozione Renzi – come ha scritto il vicesegretario del Pd Lorenzo Guerini – ha raccolto «il 68,9% dei voti degli iscritti, segue Andrea Orlando con il 29,4% e chiude Michele Emiliano con l’1,7%». Una rivincita in grande stile per l’ex segretario? Non proprio. Negli ambienti vicini allo sfidante Andrea Orlando i dati vengono letti in tutt’altro modo. Elisa Simoni, parlamentare toscana e sostenitrice del Guardasigilli, all’Huffington Post, denuncia il calo degli iscritti e di come tra quelli rimasti «stia partecipando il 50 per cento».
CHI ha ragione? Prendendo i singoli circoli il dato dell’affluenza in valore assoluto sembra dare ragione agli orlandiani. Qualche esempio? Il circolo Andreoni, sud di Firenze, il più forte di tutta la città. Su 243 iscritti, in 104 hanno votato per Renzi, in 17 per Orlando e zero per Emiliano. Morale: ha partecipato poco più della metà degli aventi diritto al voto. Senza contare il numero degli iscritti che, nel 2013 erano oltre 400, quasi il doppio. Ed è qui il punto dolente. Un altro caso eclatante è quello dell’Emilia-Romagna. Renzi anche qui è in testa. Ma il partito è ai minimi storici, visto che ha perso un terzo delle tessere rispetto al 2013. Seguendo i dati del Pd Emilia-Romagna, sono 47mila gli iscritti del 2016 a fronte di 76mila nel 2013. Ma – fanno notare i renziani emiliani – il calo delle tessere non è un fenomeno imputabile a Renzi, visto che nel 2009 gli iscritti erano più di 100mila. Di sicuro, però, se si guardano gli ultimi dati dei circoli di Bologna e provincia, l’affluenza in valore assoluto non è confortante per i dem. A Casalecchio di Reno, circolo Tina Anselmi, dove gli iscritti sono 335, ha votato solo un terzo degli aventi diritto (115 votanti, 97 consensi per Renzi). Stessa situazione al circolo Enrico Giusti di Bologna: 34 votanti su 91; al circolo 2 Agosto (quartiere Porto) 27 su 50; al Reno 49 su su 93; in Valsamoggia, circolo di Bazzano, 35 su 57; a Minerbio hanno votato solo 31 su 190. In Piemonte il trend è lo stesso. A Carpignano Sesia su 43 iscritti hanno partecipato al congresso in 27; a Dronero la metà degli aventi diritto ha disertato, a Premosello sui 13 iscritti, hanno votato in 5. Insomma, stando a questi numeri, circolo per circolo, sembra un congresso per pochi intimi.
Ma secondo Guerini (e i renziani) l’affluenza va calcolata in valori percentuali. «Il congresso del Pd del 2013 – spiega Guerini su Facebook – a fronte di 535.959 iscritti al partito vide una partecipazione di 296.645 con un tasso finale di partecipazione pari al 55,35%. Questa sera (ieri, ndr), dopo cinque giorni di congresso 2017, ha partecipato alle convenzioni di circolo il 60,7% degli aventi diritto. Altro che flop!».
CERTO la consultazione non è finita, ma i renziani stimano che la partecipazione degli iscritti al congresso sarà, in termini percentuali, lievemente maggiore rispetto al 2013 (dove, fanno notare, si votò anche per i segretari dei circoli e i segretari provinciali). Ma al di là della guerra di cifre e di come si legga l’affluenza al congresso Pd 2017, resta un dato inequivocabile: il calo degli iscritti. Erano oltre 535mila nel 2013, a distanza di tre anni, sono 430mila. Centomila iscritti in meno in tre anni. Chiunque diventerà segretario del Pd dovrà tener conto di quest’esodo.
(Articolo di Rosalba Carbutti uscito sul Quotidiano Nazionale a pagina 13 del 26 marzo)
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NB: Aggiornamento dati  fonte redazionale da Quotidiano Nazionale del 27 marzo 2017. 

A UNA settimana dall’avvio del voto tra gli iscritti, i risultati premiano Matteo Renzi. L’ex leader ha raccolto 12.367 voti (69.36%), Orlando 4.982 (27.94%) ed Emiliano 480 (2.69%). Numeri che nessuno dei tre partecipanti contesta mentre fa discutere la partecipazione: i sostenitori dell’ex leader parlano di affluenza al 61%, 5 punti sopra il 2013, mentre il portavoce della mozione Orlando, il napoletano Marco Sarracino, parla di una partecipazione inferiore al 50% e interroga il partito chiedendo i dati ufficiali.

Renzi vince con 45 voti il congresso della Bolognina, la storica sezione del partito dove Achille Occhetto avviò  la svolta del Pci. Nel 2017, invece, vinse Gianni Cuperlo. Altre vittorie renziane in alcuni luoghi-simbolo per la sinistra sono nei circoli ‘operai’ di
Pomigliano d’Arco, Mirafiori, Hitachi di Pistoia e polo siderurgico di Piombino. Infine, pesa anche la vittoria di Renzi a La Spezia, patria del Guardasigilli Orlando, mentre Emiliano, a oggi inchiodato a numeri bassissimi, vince solo i congressi nei circoli di Chieti e Cosenza.

 

Pd, Renzi vuole l’election day a giugno o il congresso anticipato. Orlando lancia la sua idea (e candidatura?) di partito. Correnti interne in confuso movimento

COMUNICAZIONI DEL PREMIER RENZI ALLA CAMERA IN VISTA DEL CONSIGLIO UE

Matteo Renzi, segretario del Pd, e Lorenzo Guerini, vicesegretario dem

Ettore Maria Colombo
ROMA
IERI sono arrivati tre segnali positivi, per un Matteo Renzi che la vulgata dem descrive (sbagliando) come «nervoso, solo, depresso, arrabbiato con tutti e sospettoso di tutti».
Il primo è la sentenza della Consulta che chiede «maggioranze omogenee» tra i due sistemi elettorali di Camera e Senato, sì, ma legittima i capilista bloccati, permette leggi elettorali ‘differenti’ e insomma «con questo sistema, il Legalicum come lo chiamano i 5Stelle», dice con ironia un renziano, «si può andare a votare in ogni momento».

«LA SENTENZA ‘aiuta’ il percorso di chi vuole andare a votare subito», assicura un luogotenente del segretario che ieri presidiava il Nazareno anche quando Renzi è partito per Pontassieve, «perché, in Italia, non è stata sospesa la democrazia, votare si può, anche con il combinato disposto delle due sentenze della Consulta su Porcellum e Italicum».
Rivelatore un tweet lanciato nella serata di ieri da Matteo Ricci, sindaco di Pesaro, responsabile Enti locali, nonché fedelissimo del segretario che gli ha chiesto di digitare sulla tastiera: «#Electionday a giugno. Mille comuni, Sicilia e Politiche. Altroché congresso. Legge elettorale poi città e Italia. Stop beghe interne». Traduzione: nuova legge elettorale o, mal che vada, «trasposizione» del sistema uscito dai verdetti dei giudici da far approvare dal Parlamento nel giro di due mesi al massimo; fine del governo Gentiloni; scioglimento delle Camere entro il 25 aprile (servono dai 45 ai 70 giorni per indire i comizi elettorali) ed elezioni politiche l’11 giugno per tentare l’abbinata vincente. E cioè, appunto, il già citato election day tra politiche, elezioni comunali e regionali in Sicilia.

Il secondo segnale positivo, per Renzi, è l’intervista del ministro Andrea Orlando all’Huffington Post. Orlando chiede, sì, «una Bad Godesberg» e «un Pd da rifondare». Non è ancora detto se in accordo o meno con Renzi, stile ‘staffetta’ Prima Repubblica. «Tu ci guidi alle elezioni per tornare al governo, io mi dedico a ricostruire e a curare il partito», secondo la versione che gira al Nazareno, sarebbe la proposta di Orlando allo stesso Renzi. In ogni caso, Orlando non si oppone a Renzi («il golpe? Fandonie», dicono i suoi), punta «alla riflessione, allo stimolo delle nostre energie migliori». Il ministro sembra accettare interamente il timing renziano (modifica rapida alla legge elettorale ed elezioni, anche a breve), ma chiede in cambio «un percorso che parli all’Italia del futuro», partendo «dagli errori degli ultimi vent’anni, non solo degli ultimi tre (quelli di Renzi, ndr)». Orlando, insomma, prepara una vera e propria Opa sul partito – ha, peraltro, dalla sua, pezzi da 90 come l’ex capo di Stato Napolitano, migliorista come il suo amico Macaluso, l’ex tesoriere dei Ds Sposetti, forse persino D’Alema, di certo Fassino e tutto un pezzo della filiera ex Pcid-Pds-Ds – però non strizza l’occhio alla «scissione» né alla minoranza interna, ma si pone come ‘terzo’, se e quando mai deciderà di esserlo, tra Renzi e i suoi avversari attuali.

I ‘tre amigos’ (Speranza, Emiliano, Rossi) che si sono tutti e tre candidati per conto della minoranza come campioni – ognuno a suo modo – dell’antirenzismo hanno messo paletti assai alti per rinunciare alla scissione (fino a ieri da D’Alema invocata, ora da D’Alema esclusa…): «Congresso nei tempi stabiliti, appoggio al governo Gentiloni fino al 2018 e via i capilista bloccati dalla legge elettorale». Altrimenti, vanno via, forse con D’Alema, forse con Vendola e Fratoianni, forse con Pisapia e Merola, forse con tutti loro e anche di più.

Il terzo segnale positivo per Renzi si muove, invece, dentro la tattica parlamentare, dove i movimenti di truppe vanno un giorno in un senso e un giorno nell’altro in uno stato di (grave) confusione interna che è sicuramente politica, ma in alcuni casi anche mentale. Ieri, per dire, 17 senatori, area ‘Giovani Turchi’, vicini al leader Orfini, hanno contrapposto le loro firme di ‘lealisti’ al segretario Renzi contro quelle dei 40 senatori dem che, l’altro ieri, ispirati da Giorgio Napolitano, chiedevano invece di «arrivare fino a fine legislatura» e «appoggiare lealmente Gentiloni». Solo che 11 dei ‘17’ – che chiedono il premio alla lista invece che alla coalizione, oltre che elezioni subito – comparivano pure nell’elenco dei precedenti 40… Insomma, non si capisce se alcuni dei 40 (11, appunto) si sono ravveduti e sono tornati sia Giovani Turchi che renziani o nutrono una forte capacità di mimesis antica.

Certo è che, nelle correnti, molto si muove e tutti si riposizionano: i franceschiniani (Area Dem) sono gli unici compatti, dietro il loro leader (Franceschini, appunto), nel non volere le urne anticipate, nel chiedere il premio di coalizione e non alla lista e di non fremere per il congresso anticipato. I Giovani Turchi sono spaccati come una mela: una parte (una decina di senatori e altrettanti deputati sta con Orlando, che chiede congresso a data certa, ma non immediato, e premio alla lista (non alla coalizione), ma legge elettorale ed elezioni – ma di lui Renzi non si fida – mentre Orfini è perfettamente allineato alle scelte di Renzi (con lui una ventina di GT al Senato e una quarantina alla Camera) come pure i renziani (anche se non tutti: Richetti, per dire, s’è del tutto sfilato dal renzismo e molti altri con lui) e pochissimi altri. Ex popolari di Fioroni, un gran pezzo della corrente del ministro Martina (Damiano), ex lettiani col coltello tra i denti contro Renzi (Boccia, Ginefra, Laforgia), ex ulivisti in rotta di allontanamento (Monaco, Zampa, Lo Giudice) e, ovviamente, la minoranza di rito bersaniano ma anche cuperliano non vedono l’ora di detronizzare il re.
Eppure, segnali di speranza, per Renzi, arrivano da altri deputati che  dicono sia «no a nuove tasse» nella ‘manovrina’ che il governo Gentiloni deve far approvare e votare entro marzo, dal Parlamento (ieri il deputato renziano e toscano Fanucci ha raccolto 35 firme di deputati su un documento che promette ‘sfracelli’, sfiducia compresa, se nella manovrina compariranno nuove tasse), sia <<congresso subito» al grido, ultrarenziano, di ‘e famolo sto’ congresso’, come cinguettavano, ieri su Twitter, Esposito e Morano, Ermini e Romano.

IL PUNTO fermo è, appunto, che l’ex premier non ha ancora rinunciato ad andare a elezioni anticipate, anzi, le rilancerà alla Direzione dem allargata e già convocata per lunedì 13 febbraio in un luogo atipico (il centro congressi di via Alibert) perché dovrà contenere quasi 700/1000 persone, neanche si trattasse di un Assemblea nazionale (200 i membri della Direzione, 113 i senatori dem, 305 i deputati, 120 i segretari provinciali, 20 quelli regionali, etc.) E anche se Renzi proporrà l’alternativa, quella del «congresso subito» al posto delle urne, anch’esso andrebbe tenuto nell’ormai fatidico mese di giugno, entro e non oltre l’11. Renzi si presenterebbe dimissionario («basta una lettera agli organi di competenza», spiega uno dei suoi) e i poteri passerebbero al presidente del partito (Orfini) per convocare l’Assemblea nazionale che darebbe il via al congresso ‘sprint’. Sempre che, appunto, a Renzi non riesca il piano A: quello di andare ad elezioni anticipate.

NB: L’articolo è stato pubblicato il 10 febbraio a pagina 4 del Quotidiano Nazionale.

Renzi, patto di ferro con 5 Stelle e Lega: Italicum anche al Senato, poi il voto

Renzi Grillo Berlusconi

Renzi, Grillo e Berlusconi.

Ettore Maria Colombo
ROMA
COLLOQUI – Riservati, riservatissimi, tenuti segreti per settimane – con il leader della Lega, Matteo Salvini. Chiacchierate in Transatlantico tra gli emissari più fidati dell’ex premier, a partire da Ettore Rosato, e gli  omologhi grillini (Toninelli, Di Maio, Di Battista).
Matteo Renzi, mentre tutti guardavano il dito (il congresso, da anticipare o tenere a scadenza naturale, la scissione di D’Alema e, forse, di Emiliano e, forse, di Bersani, il freno tirato di forzisti e centristi sulla strada delle urne), puntava alla Luna. E così, con una mossa assai spregiudicata e che farà discutere a lungo, ha fatto quella che un grande vecchio della sinistra italiana, Vittorio Foa, definì «la mossa del cavallo»: muovere in avanti, sulla scacchiera, per ‘mangiare’ a destra o ‘a sinistra’, a seconda dei punti di vista.
Accordarsi con i suoi nemici di sempre, anzi: i più accaniti (Grillo, Salvini, Meloni), per ottenere le urne al massimo entro il mese di giugno con scioglimento delle Camere entro fine marzo. Ieri – complice un articolo del quirinalista del Corsera, Marzio Breda, che intimava il prevedibile alt del Quirinale alla fretta renziana di correre alle urne senza armonizzare le due, diverse, leggi elettorali uscite da due, diverse, sentenze della Consulta sui diversi sistemi elettorali di Camera e Senato (l’Italicum rimaneggiato dalla Consulta il 14 gennaio scorso e il Consultellum, desunto dal Porcellum, nel 2014) – ha deciso che il dado era tratto. Si è chiuso coi suoi più stretti colonnelli, per tutto il giorno, al Nazareno (Guerini, Rosato, Zanda e pochi altri) e ha dato ‘luce verde’ finale all’accordo impossibile.

STA per nascere, infatti, il ‘Legalicum’, come lo chiamano, da mesi, i pentastellati. Ovvero, come dicono invece i renziani, l’estensione al Senato delle norme elettorali in vigore per la Camera: un Italicum senza ballottaggio, fatto di liste (o ‘listoni’) senza coalizioni e un’unica soglia di sbarramento, valida per tutti i partiti, alla Camera come al Senato.
Il dibattito parlamentare per scrivere una nuova legge elettorale inizierà, nell’Aula della Camera, il 27 febbraio. La data, in realtà, è ancora sub judice: manca ancora l’esame della commissione Affari costituzionali, ma anche quello potrebbe saltare, a maggioranza, e andare dritti per dritti in Aula. Non a caso, è stato stabilito anche il contingentamento dei tempi di discussione in Aula. Un elemento decisivo che poteva essere approvato solo nella giornata di ieri e, cioè, prima di stabilire il calendario d’Aula di febbraio, unica sede utile per stabilire il ‘contingentamento’ dei tempi di discussione, obbligatorio per fare in fretta. Non è neppure escluso un decreto legge e neppure una fiducia ‘tecnica’ messa dal governo “ma solo se tutti i partiti, o meglio la loro larga maggioranza, saranno d’accordo” si premura di mettere le mani avanti un renziano che ha seguito da vicino l’intero dossier.

La svolta di pura, ma necessaria, tecnica parlamentare  che sancisce l’accordo politico raggiunto tra tre partiti lontanissimi tra loro, arriva a tarda sera con un voto deciso a maggioranza (Pd-M5S-Lega a favore; FI, Sel-SI e Misto contrari) alla fine della conferenza dei capigruppo di Montecitorio e dietro esplicita richiesta dei grillini. Durante la riunione dire che sono volati gli stracci è dire poco, ma è solo un antipasto di quello che succederà, a breve, in Aula. Lo testimoniano le parole dei capogruppi contrari e pure del tutto ignari del complotto ordito alle loro spalle. Per Arturo Scotto (Sel) «è nato l’asse dell’avventura», Renato Brunetta (FI) parla di «comportamento inaccettabile del Pd», solo maurizio Lupi (Ncd) si limita a parlare di «forzature». La verità è che sta per nascere una legge che colpirà al cuore soprattutto FI, la quale sarà costretta presentare liste uniche con Lega e Fd’I, annacquandosi in esse. Il capogruppo dem, Ettore Rosato, parla come chi ha il pesce già in bocca: «Ho rassicurato i miei colleghi che tentavano di diluire i tempi. Per noi non è che il giorno che si approva la legge, poi bisogna andare a votare, ma da quel giorno sarà possibile. Servono solo piccoli aggiustamenti». Luigi Di Maio (M5S) esce dallo studio della Boldrini e dice trionfante: «Entro la metà di marzo la Camera può approvare la legge elettorale e, a quel punto, il Senato in pochi giorni non dovrà far altro che ratificarla».

QUESTO è un po’ meno vero: tra i ‘piccoli’ aggiustamenti, oltre quelli ovvi (doppia preferenza di genere, via l’assurdo sistema del sorteggio stabilito dalla Consulta, dimensione diversa dei collegi senatoriali, capolista bloccati da estendere anche al Senato) non è ancora chiaro se sono previsti due punti cruciali per la sopravvivenza di molti partiti, specie i più piccoli: la possibilità di creare liste e/o coalizioni e le soglie di sbarramento. Il sistema oggi in vigore per il Senato prevede la possibilità di dare vita a coalizioni, ma l’asse Pd-Lega-M5s punta a consentire solo la presentazione di listoni come accade alla Camera. Le soglie di sbarramento al Senato sono assai diverse (20% le coalizioni, 8%, le liste singole) ben più alte dell’unica della Camera (3%): potrebbe essercene una sola, la più bassa, di soglia di sbarramento per permettere a tutti i partiti, anche i piccoli, di correre. Una cosa è certa, un dato di fatto è blindato, come una regola aurea: ci saranno i capolista bloccati perché quelli li vogliono tutti, dal Pd di Renzi a FI, da Lega a M5S, da Ncd agli altri.
E Renzi? «Basta alibi» ripete come un mantra, soddisfatto, quasi euforico, «ora dobbiamo occuparci di Trump e della Ue, non di collegi». Infatti, come dice in un sms inviato alla trasmissione di Floris su La7, Di Martedì, «per me votare nel 2017 o nel 2018 è lo stesso, ma sarebbe grave, ingiusto e assurdo far scattare i vitalizi a settembre. Sarà fondamentale, invece, farsi sentire con molta forza dall’Europa, specie sui vincoli di bilancio e austerity», aggiunge, con toni che ricordano quelli grillini o dei ‘sovranisti’. Populismi di destra, grillini e di sinistra: si giocherà intorno a questi tre poli la prossima campagna elettorale.

NB: L’articolo è stato pubblicato il I febbraio 2017 a pagina 9 del Quotidiano Nazionale.