Le richieste del Colle sulla legge di Stabilità, le possibili date del voto anticipato. Due articoli per fare chiarezza, calendario alla mano

mattarella

Sergio Mattarella, XII presidente della Repubblica italiana

 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Dalla nuova legge elettorale alla nuova legge di Stabilità. “La preoccupazione del Capo dello Stato monta, anche se silenziosamente: ha solo cambiato oggetto” dice chi scruta ogni giorno gli umori del primo inquilino del Quirinale. Per metà, infatti, Sergio Mattarella è soddisfatto: l’adozione di una nuova legge elettorale è a un passo da essere approvata, e con largo consenso. I tre grandi partiti (Pd, FI, M5S) si stanno accordando su un sistema elettorale ‘similtedesco’. Renzi – e, ormai, anche Berlusconi – danno però per scontato anche che si voterà presto, “entro l’autunno”. Il leader del Pd fa persino sapere che “per me la data del voto è il 24 settembre, senza subordinate” mentre Berlusconi aspetterebbe ancora un po’ al fine di votare entro ottobre. Ma, come un grosso iceberg in mezzo al mare c’è una data, il 15 ottobre, a frapporsi ai desiderata dei leader: è quella in cui la legge di Stabilità va presentata alla commissione Ue. E il Colle, di fronte ai rischi di speculazione internazionale sull’Italia, alle fibrillazioni dei mercati, ai rischi che si rialzi lo spread (ieri ne parlava un osservatore acuto, Tremonti), vuole che la legge di Stabilità venga “messa in sicurezza”. Proporrà, cioè, ai tre grandi partiti che vogliono il voto anticipato, una volta chiusa la pratica della legge elettorale, un ‘patto’ di garanzia per mettere in sicurezza la prossima Legge di Stabilità.

Del resto, Mattarella ha in mano un’arma non di poco peso: le Camere le scioglie lui, secondo Costituzione, non altri. Tocca ai partiti che più pressano per il voto anticipato – Pd in testa, ovvio – proporre soluzioni fattibili, si dice al Colle. Le soluzioni che il Pd propone sono tre e sono state prese in esame in un recente seminario riservato organizzato da Astrid, presidente Franco Bassanini, con esperti e politici di area dem.

La prima ipotesi è anche la più azzardata. Consiste in un anticipo della manovra economica d’autunno già a luglio con dentro alcune norme chiave per rassicurare la Ue e i mercati. Il precedente c’è: il ministro dell’Economia Tremonti, nel 2008, fece anticipare a Berlusconi l’80% della manovra in un consiglio dei ministri di metà agosto. La controindicazione è che, date le fibrillazioni dell’attuale maggioranza, che va dal Pd ad Ap, da Mdp a centristi minori, il voto di fiducia che necessita una manovra è a rischio.

La seconda strada è quella che, di fatto, propone Renzi in un vortice di date e tempi che ricordano il Blitzkieg tedesco nelle guerre mondiali. La ‘guerra lampo’ di Renzi prevede: legge elettorale approvata entro metà luglio, Camere sciolte per fine luglio, il ministero dell’Interno che si prende solo 55 giorni per indire i comizi elettorali, elezioni politiche il 24 settembre, convocazione delle nuove Camere e suoi adempimenti (elezione dei presidenti, costituzione dei gruppi, etc.) in dieci giorni, consultazioni brevi e nuovo governo – di larghe intese, difficile immaginarne altri – che entra in carica e presenta la nuova Finanziaria il 15 ottobre. Un percorso di guerra irto di troppi ostacoli e imprevisti per riuscire ad essere approvato e praticabile senza intoppi.

Ecco perché la terza ipotesi è la più gettonata. Il governo in carica “per il disbrigo degli affari correnti”, cioè Gentiloni, spiega il costituzionalista Stefano Ceccanti, “presenta lui la legge di Stabilità alla Ue. Del resto quel governo può fare tutto, anche emanare decreti, tranne mettere la fiducia”. Dopo questa legge di Stabilità ‘quadro’ o ‘cornice’ al nuovo governo l’onore di ‘accompagnare’ la Finanziaria nell’iter parlamentare per approvarla entro il 31 dicembre, evitando lo spauracchio di tutti, l’esercizio provvisorio dello Stato. Quale delle tre strade verrà scelta non si sa, ma una cosa è certa: senza garanzie sulla messa in sicurezza della Legge di Stabilità, il Colle non cederà sulla fine della legislatura.


Montecitorio

L’emiciclo di Montecitorio

 

2. Date e tempi del possibile voto anticipato. Un percorso di guerra, ma fattibile. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Dal punto di vista politico, l’accordo tra Pd e FI sul sistema elettorale ‘alla tedesca’ sembra cosa fatta. Ma aprirà davvero la strada a elezioni politiche anticipate a settembre (il 24, quando si vota in Germania) o a ottobre (il 22)? La risposta è “dipende”, i possibili ‘stai fermo un giro’ o ‘ripassa dal via’, come nel Monopoli o nel Gioco dell’Oca, sono tanti. Calendari alla mano, vediamo i principali step.

Pronti, via! Con un accordo ‘blindato’ tra Pd e FI (oltre alla Lega e altri gruppi minori), il testo sulla nuova legge elettorale – anche se il termine per limare gli ultimi emendamenti in commissione è slittato al 31 maggio – può passare all’esame dell’Aula dal 5 giugno: entro una settimana, al massimo 15 giorni, può essere approvata, cioè entro il 24 giugno, ma dal Pd filtra che si potrebbe anche riuscire prima, entro la data del primo turno alle elezioni comunali (11 giugno) perché un accordo blindato tra i tre grandi partiti (Pd, FI, M5S) rende fattibile tale scenario. Infatti, i colloqui in corso in questi giorni dicono che il varo della riforma elettorale (in Aula Camera dal 5 giugno) è possibile in una settimana. A quel punto la palla passa al Senato: dovrebbe/potrebbe approvare la riforma a tempo di record, al massimo a metà luglio. Qui scatterebbe il primo trucco per accelerare la corsa verso il voto. Infatti, non si possono indire elezioni senza il disegno dei collegi, previsti dalla nuova legge. Di solito, per designare i collegi si da una delega al governo, cioè al ministero dell’Interno, che ha a disposizione 45 giorni di tempo. “Ma – spiega il costituzionalista Stefano Ceccanti – gli uffici tecnici della Camera sono perfettamente in grado di disegnare i nuovi collegi e inserirli già nella nuova legge senza alcuna delega”. Ergo via allo scioglimento anticipato delle Camere entro il 30 luglio. Da quel giorno scatta la corsa per il voto.

 Sole alto, Camere sciolte. Una volta preso atto della fine della legislatura, con relative dimissioni del governo, il Capo dello Stato, potere solo suo, indice le nuove elezioni. Il decreto di scioglimento che partirebbe da metà (o fine) luglio contiene, per prassi, un minimo di 45 giorni e un massimo di 70 giorni per indire, da parte del ministero dell’Interno, i comizi elettorali, ma di solito se ne usano 55, cioè il ministero usa i 55 giorni ‘di media’ come termine cautelativo. Anche nella ipotesi migliore, dunque, quella delle Camere sciolte entro il 15 luglio, o al massimo entro il 30 luglio, la data del 24 settembre sarebbe – considerando i 55 giorni necessari – la prima data utile per indire nuove elezioni. Una data molto a rischio, date le molte incognite che pesano ancora sull’iter dello scioglimento delle Camere, ma è anche quella che il leader dem vuole per mettere in linea l’Italia con il voto delle elezioni politiche in Germania.

Restano comunque a disposizione molte altre date, per il voto anticipato: quelle dell’8, del 15 e del 22 ottobre. In ogni caso, le liste elettorali vanno presentate un mese prima della data del voto: per votare in ottobre i partiti dovrebbero depositarle a fine agosto, per votare il 24 settembre a… Ferragosto.

Nuove Camere, vecchi problemi. Tra la data delle elezioni e la convocazione delle nuove Camere passano, di solito, venti giorni che si possono, al massimo, ridurre a dieci. Tra i primi adempimenti (elezione dei due presidenti e dei vari organi, formazione dei gruppi parlamentari, etc.) e le prime consultazioni per la formazione di un nuovo governo, passano altri venti giorni, riducibili a dieci, forse meno. Da notare che l’idea di Grillo – voto anticipato il 10 settembre per impedire che scattino, per i parlamentari, i vitalizi (15 settembre) – non solo è bislacca ma indica un partito, i 5Stelle, digiuni di conoscenza di diritto costituzionale. Le Camere, infatti, restano in carica da insediamento (quello della legislatura incorso è iniziato a marzo 2013) a insediamento (con elezioni il 10 settembre ci vorrebbero almeno altri dieci/giorni, scavallando la data del 15 settembre, quindi anche in questo caso i vitalizi scatterebbero comunque…). Inoltre, votare il 10 settembre vorrebbe dire aver sciolto le Camere non oltre il 10 luglio.

Uno scoglio ineludibile, la legge di Stabilità. La manovra economica va presentata a Bruxelles entro il 15 ottobre. Chi – cioè quale governo – l’approverebbe? Un seminario riservato svolto dalla fondazione Astrid ha individuato tre strade. La prima è l’anticipo della manovra, almeno nelle sue linee generali, a fine luglio, come fu fatto dal governo Berlusconi (ministro dell’Economia Tremonti) nel 2008. La seconda strada, in caso elezioni anticipate il 24 settembre, prevede che la manovra economica la vari il nuovo governo ma presentarla a Bruxelles il 15 ottobre vede tempi stretti. La terza strada rappresenterebbe un unicuum, ma – assicura Ceccanti – “si può fare”: il governo Gentiloni, che in ogni caso sarebbe ancora in carica “per il disbrigo degli affari correnti” può “presentare la legge di Stabilità come può emanare decreti legge, la sola cosa che non può fare è mettere e chiedere la fiducia su alcun provvedimento”. Fiducia necessaria, invece, ad esempio, per variare la Nota di aggiornamento al Def che va votata entro il 30 settembre. Dopo la presentazione a Bruxelles di una legge di Stabilità ‘quadro’ o ‘cornice’, spetterebbe al nuovo governo in carica – e legittimato dal voto popolare – ‘accompagnare’ la legge di Stabilità nell’iter parlamentare e approvarla entro il 31 dicembre per evitare che scatti l’esercizio provvisorio.

NB: I due articoli sono stati pubblicati il 27 e 29 maggio su Quotidiano Nazionale 

 

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“Il caso Torrisi è il nostro sparo di Sarajevo”. Renzi prepara la guerra e, forse, le urne. Crisi con Ap già aperta

  1. Il soldato Torrisi rischia di creare l’incidente di Sarajevo, le urne anticipate. 
Palazzo Madama

Il portone d’ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

Ettore Maria Colombo – ROMA

“L’incidente di Sarajevo” – come lo chiamano, con malcelata soddisfazione, i pasdaran renziani – si materializza al Senato alle cinco de la tarde di un pomeriggio qualsiasi. Si deve votare il nuovo presidente della prima commissione Affari costituzionali di palazzo Madama, dato che la presidente uscente, Anna Finocchiaro (Pd), è diventata, e ormai già da quattro mesi, ministro del governo Gentiloni. Il Pd, sulla carta, ha i numeri per eleggere un successore, ma solo dentro il perimetro della traballante maggioranza di governo (Pd+Ap+Psi+Autonomie+Mdp, gli scissionisti). Nei mesi passati si erano fatti vari nomi, tutti renzianissimi (Conciancich, Mirabelli, Marcucci), ma, alla fine, il Pd punta su Giorgio Pagliari, capogruppo nella medesima commissione. Il presidente della ‘Prima’ ha un ruolo strategico: istruisce l’ordine dei lavori, in Commissione e in Aula, sulla materia più incandescente che c’è, la riforma della legge elettorale. Il Pd vuole un fan del sistema maggiortario, che – una volta che alla Camera sia passato il Mattarellum o, meglio ancora, l’estensione dell’Italicum della Camera anche al Senato, dove ora vige il Consultellum – dia il ‘visto si stampi’ per forzare sui tempi. Quasi tutti gli altri gruppi vogliono, invece, un alfiere del proporzionalismo puro. Perfetto per il ruolo è il vicepresidente che ha svolto il ruolo di presidente supplente, finora, Salvatore Torrisi (avvocato catanese, Ncd, ma “già passato con Berlusconi”, sussurrano tra i dem). Il capogruppo del Pd, Luigi Zanda, consapevole di quanto i numeri, in Senato, siano ballerini e sfavorevoli, per il Pd, prova in extremis a convincere i suoi senatori a votare Torrisi, ma i renziani sono irremovibili: “Andiamo avanti con Pagliari, l’ordine arriva da Firenze, non accettiamo nessuna subordinata”. “Una forzatura e una drammatizzazione eccessiva”, dicono dalle parti di Zanda, ormai in rotta di aperta collisione con Renzi su quasi tutto (commissione banche, rapporti col governo, legge elettorale, posizionamento congressuale). Ma Renzi e i renziani – ringalluzziti dai dati registrati tra gli iscritti nella prima fase del congresso – erano irremovibili e c’è chi sostiene che volevano l’incidente.

Il patatrac si consuma subito, alla prima votazione. Su Torrisi convergono tutte le opposizioni (4 FI + 3 M5S + uno Lega + uno di SI + un fittiano) che, però, sulla carta, disponevano solo di 10 voti. A loro si aggiungono almeno altri sei voti: vengono da partiti che, in teoria, stanno in maggioranza. Sarebbero quelli di un senatore di Gal (l’ex cossighiano Paolo Naccarato), uno di Autonomie (Palermo), dei due senatori di Mdp (Migliavacca e Lo Moro), di una del Misto (la Bisinella, tosiana) e, ovvio, di Torrisi. Il tabellino è impietoso: finisce 16 a 11 per Torrisi, e cioè proprio il quorum richiesto. I componenti sono 30, ma i votanti 28 perché i due senatori di Ala si astengono. Pagliari, dunque, incassa solo 11 voti: gli otto del Pd (ma non è sicuro, almeno un franco tiratore nel Pd ci sarebbe, forse addirittura due e c’è chi dice che siano renziani…), uno di Ap, uno del Misto (Repetti) e uno del gruppo Autonomie (Romano). Pochini davvero, dato che sulla carta Pagliari ne aveva almeno 14. ‘Ballano’, dunque, almeno tre/quattro voti. Mdp dichiara di fatto il suo, il Pd accusa gli scissionisti di “inciucio proporzionalista” con Fi. Zanda parla di “manovre politiche volgari e ipocrite” a cui si sono aggiunti “pezzi della maggioranza, ma non del Pd”. Invece Quagliariello (Idea) esulta: “L’accozzaglia vince”.

A sera, la tragedia si trasforma in pochade: il presidente del Senato, Pietro Grasso, non fa in tempo a congratularsi con Torrisi, “democraticamente eletto”, che il leader di Ap, Alfano, va in crisi e, timoroso di possibili contraccolpi da parte di Renzi sul governo, dice:: “Noi siamo leali agli accordi, quindi tu, caro Salvatore (Torrisi), ti devi dimettere”.  Solo che Torrisi non ci pensa neppure e annuncia il suo passaggio nel gruppo Misto, ma non è che quelli di Ap lo scarichino più di tanto (la capogruppo Bianconi lo difende a spada tratta). Invece, nel Pd di marca renziana scoppia il pandemonio. Il sempre cauto Lorenzo Guerini, vicesegretario dem, parla di “episodio molto grave” e una nota anonima del Nazareno chiede “un incontro, al più presto, al premier Gentiloni” e, addirittura, “al capo dello Stato”. In serata, Guerini e Matteo Orfini, che definisce l’episodio “una grave ferita alla maggioranza”, salgono da Gentiloni, a palazzo Chigi. La miccia è innescata e, come lo sparo di Sarajevo, i tamburi di guerra già si sentono.


2. Renzi: Frattura insanabile. Parte pressing su Gentiloni: alle urne. Altolà del Colle

Matteo Renzi parla alla kermesse di Rimini

Renzi a Rimini – Assemblea Nazionale Amministratori Locali del Pd (28/01/2017)

Ettore Maria Colombo – ROMA

“E’ un fatto politico enorme” dice, senza giri di parole, Matteo Renzi ai suoi in merito al ‘caso Torrisi’. “Un fatto che apre un problema molto serio dentro la maggioranza”. L’ex premier era già furibondo di suo, e dal mattino presto. Il settimanale Panorama anticipa un’intervista che doveva servire da appeasement con il mondo del centrodestra a trazione berlusconiana (“Io sono il solo che può battere Grillo”, il titolone in copertina) ma le agenzie titolano “Se perdo, me ne vado sul serio”. Renzi smentisce (“Ho detto che senza i voti non farei più politica”) e Andrea Marcenaro, autore dell’intervista, conferma.

Poi scoppia, come una mina in mezzo al campo, il caso Torrisi. I vertici dem chiedono che a pagarne il conto sia Alfano e pure Mdp. Guerini e Orfini salgono da Paolo Gentiloni. Ma Gentiloni, “né sminuendo né drammatizzando”, dicono i suoi, si è già attivato sentendo Alfano (che ha chiesto, peraltro inutilmente, a Torrisi di dimettersi) e vedendo Mpd. Però, preso atto della gravità dell’episodio, Gentiloni non pensa certo che il Paese stia precipitando, a causa del soldato Torrisi, verso le sue dimissioni e elezioni anticipate.

A Renzi e ai suoi tutto ciò non basta. “Quanto è accaduto è gravissimo  – scandisce Lorenzo Guerini, vicesegretario del Pd, di solito sempre prudente e misurato. Poi aggiunge: “C’è stato un tradimento delle corrette modalità di stare in maggioranza”. Gli fa eco Matteo Orfini: “Ci è stato inferto un vulnus molto grave, vedremo se e come è possibile rimarginarlo”. I due vanno a palazzo Chigi per investire del casus belli Gentiloni, ma una nota di fonti anonime del Pd – che si dice sia stata ispirata direttamente “da Firenze” (cioè da Renzi) – chiede che della vicenda, addirittura, si occupi anche “il Capo dello Stato”. Dal Colle si fa sapere che a Mattarella “non è arrivata alcuna richiesta” (il Pd ribatte che la formalizzerà oggi), ma che (ci mancherebbe) “la moral suasion del Presidente è sempre in campo” e che “le tensioni politiche non vanno scaricate sulle istituzioni”. Intanto il Pd, alla Camera e al Senato, entra in fibrillazione.

I colonnelli di Renzi sono convinto che, nel voto di ieri, si sia saldato un largo fronte proporzionalista: “Alla Camera non hanno i voti, hanno studiato questa mossa per bloccare tutto al Senato e prt dimostrare che la legge elettorale non si farà mai”. D’altro canto, non è che i renziani siano rimasti con le mani in mano, o legate dietro la schiena. Lo schema di gioco era di eleggere un loro uomo alla I commissione del Senato e, dopo aver esteso ‘quel che resta dell’Italicum’ al Senato, arrivare a palazzo Madama, blindare la riforma in commissione e mandarla in Aula per approvarla costi quello che costi. Pur consci dello scarto di voti minimo al Senato, la tattica renziana vietcong era: o passiamo noi, con una forzatura, sennò era facile addossare la colpa alla ‘palude’ proporzionalista.

Eppure, come sempre, non tutti i mali vengono per nuocere. Non a caso un esponente di alto rango del Nazareno già definisce il caso Torrisi “il nostro incidente di Sarajevo”. “Può portarci – spiega – a ottenere le elezioni anticipate”. E anche se renziani doc come Roberto Giachetti ritengono impossibile le urne a settembre, e anche a novembre, la trincea dei pasdaran renziani ci spera ancora: “il nostro Gavrilo Princip oggi è Torrisi”.

NB: I due articoli sono stati pubblicati a pagina 6 e 7 del Quotidiano Nazionale il 6 aprile 2017. 

Lo Statuto-garbuglio del Pd, le primarie il 9 aprile e le Politiche all’orizzonte. Intanto, scende in campo Orlando

COMUNICAZIONI DEL PREMIER RENZI ALLA CAMERA IN VISTA DEL CONSIGLIO UE

Matteo Renzi e Lorenzo Guerini alla Camera dei Deputati

Ettore Maria Colombo
ROMA
LE PRIMARIE aperte a iscritti ed elettori del Pd, la ‘gazebata’, si terranno domenica 9 aprile. Lorenzo Guerini, presidente della commissione congressuale – vi siede un delegato per ogni corrente e presto sarà integrata dai rappresentanti di Orlando, che scenderà in campo oggi, e di Emiliano – ha spiegato agli altri suoi colleghi che «è meglio far presto». E dato che Guerini, sempre più centrale nel Pd renziano, parla per bocca dell’ex segretario – assente per il viaggio in Usa – la commissione ha detto subito ‘visto, si stampi’, pur se tra le rimostranze di Gianni Cuperlo (che voleva posticipare il congresso a luglio) e dei supporter di Emiliano (ieri notte, a Linea Notte, Tg3, Boccia ha detto che “se le primarie finale vengono indette il 9 aprile salta l’accordo”, cioè Emiliano si ri-ritira? Chissà). In ogni caso, il percorso di guerra studiato dai renziani è il seguente:venerdì fine dei lavori della commissione congressuale (una cosa da Speedy Gonzales: neppure tre giorni…), nuova Direzione nazionale venerdì pomeriggio per validarli, poi parte il missile a tre stadi : Convenzioni nei circoli, in cui votano solo gli iscritti; Convenzione nazionale, in cui si presentano i primi tre candidati che illustrano i loro programmi (con appendice di Convenzione programmatica); primarie aperte in cui possono votare pure gli elettori.
Ma c’è un ma. La commissione studia un caso di scuola che potrebbe diventare (per Renzi) amara realtà: se i contendenti saranno solo tre (Renzi, Emiliano e Orlando), la Convenzione nazionale verrebbe eliminata perché era stata studiata per selezionare proprio e solo le prime tre candidature che superavano il 5% dei voti nel primo giro tra gli iscritti (esempio: Pittella prese il 3%, al congresso del 2013, e si dovette ritirare dalla corsa). Senza la Convenzione, le primarie dovrebbero diventare, di fatto e subito, aperte ai primi tre candidati, dopo la scrematura da parte degli iscritti. Ma, per Statuto, se nessuno raggiunge il 50,1% alle primarie aperte, diventa obbligatorio un ballottaggio in Assemblea nazionale dove votano solo i delegati. L’esito potrebbe essere clamoroso: i delegati di due candidati (Emiliano+Orlando o Renzi+Orlando, dipende dai casi e dalle alleanza) si possono unire contro il terzo e farlo perdere in Assemblea anche se avesse vinto le primarie aperte! (esempio: Renzi 46%, Emiliano 35%, Orlando 25%: Emiliano e Orlando avrebbero il 51%).

IL MOTIVO politico dell’accelerazione sulla data delle primarie finale (9 aprile), però, è un altro. Il governo, in Parlamento, inizia a dare  preoccupanti segnali di cedimento. Ieri, la fiducia sul Mille-proroghe è passata, alla Camera, con appena 337 sì (quorum 315), al Senato i numeri ballano, dato che Ala è passata all’opposizione, e i renziani ormai super doc come Orfini rilanciano temi urticanti come lo jus soli e il fine vita, oltre ad aver posto l’aut aut «sull’eccesso delle privatizzazioni e dei voucher» nel nuovo programma di governo. Parole e intenzioni che hanno fatto venire uno sbotto d’ira ai moderati di Ncd. Morale: i renziani sono tornati a cannoneggiare il governo ‘amico’ e dicono apertamente che «la finestra elettorale di giugno è aperta, apertissima, se le primarie sono il 9 aprile». Certo, si tratterebbe di andare al voto sul filo del calendario: per sciogliere le Camere servono dai 45 ai 70 giorni, la data ultima per indire i comizi elettorali è tra il 18 e il 25 aprile, e il governo dovrebbe dimettersi una settimana prima, almeno, ma la mossa, pur con un cantiere – quello della legge elettorale – ancora in alto mare, c’è. I renziani pasdaran ne parlano apertamente nei corridoi, oltre a godersi lo spettacolo di una scissione che – indicano felici – «perde pezzi ogni giorno» (Lattuca, giovane deputato di Cesena, che si arrovella tra dubbi amletici, il raffinato costituzionalista De Giorgis e altri ancora, alla Camera, mentre al Senato teste d’uovo come Manconi, Tronti e Tocci non vanno via).

E non è un caso che molti parlamentari della ex sinistra dem (40 ex Giovani Turchi, 20 di Damiano, 15 di Cuperlo) stiano cercando riparo e protezione sotto l’ombrello di Orlando. Il ministro lancerà la sua candidatura oggi, al battagliero circolo dem ‘Marconi’ di Roma Ostiense, periferia ma di moda. L’obiettivo è chiaro: unire la sinistra e non solo quella.
E Renzi? L’ex premier è volato negli Usa, in California, con l’amico di sempre, Marco Carrai, e non rientrerà prima di domenica, dando buca ai lavori della nuova Direzione. Da lì, però, si gode lo spettacolo. Tra una visita a Tesla e al resto della Silicon Valley e un giro da turista, scrive che «mentre la politica italiana post-referendaria litiga su tutto o quasi, noi proviamo a imparare da chi sta costruendo il domani prima degli altri». Un futuro e un domani che, almeno ai suoi occhi, assumono sempre più sapore delle elezioni anticipate.
NB: Questo articolo è stato pubblicato il 23 febbraio 2017 a pagina 8 di Quotidiano Nazionale 

Orlando in campo: lancia la sua sfida. Renzi: la base non seguirà la scissione

Consiglio dei ministri sulla legge di Bilancio
NB: Questa mattina, alla Camera dei Deputati, il ministro alla Giustizia, Andrea Orlando, ha presentato il suo blog di riflessione politica, ‘Lo stato presente’, alla presenza di un folto gruppo di deputati e senatori della sinistra Pd che non prenderanno parte alla scissione di Bersani-Speranza-Rossi. Di fronte alla domanda su una sua eventuale candidatura al congresso del Pd, Orlando ha detto che non è ancora il momento di annunciarla, ma i suoi spiegano che, “a prescindere da quello che farà Emiliano, la sua candidatura è in campo”.
Ettore Maria Colombo
ROMA
«EMILIANO? Rossi? Non so cosa faranno – ragiona Renzi, che oggi non parteciperà ai lavori della Direzione del Pd – ma il congresso si può fare celermente, in modo spedito. Quella che si sta consumando sotto gli occhi dei militanti del Pd non è una scissione, ma la fuga di alcuni ex leader. La grande maggioranza della nostra base non li seguirà». Insomma, dire che l’ex premier sia addolorato per la separazione dei vari D’Alema, Bersani, Speranza, Rossi, sarebbe una bugia. Renzi, poi, si sta godendo lo spettacolo della pochade che ha messo in onda il governatore pugliese, sapendo che – a prescindere se Emiliano resterà o meno nel Pd – gli italiani, e non solo i social, «non perdonano». Infine, l’ex segretario si gira tra le mani gli ultimi sondaggi: Masia su La7 lo dà vincente con il 75% contro gli altri possibili contendenti, ridotti a briciole, mentre per Tecné (Ra1) il 70% degli elettori dem non vuole alcuna scissione. Non che siano né saranno rose e viole, per Renzi e i suoi, a partire da oggi, quando la Direzione lancerà il congresso. Enrico Letta, ha lanciato il suo appello anti-scissione, ma parlando di «cupio dissolvi» e «cumuli di macerie»: parole urticanti.

POI c’è il ministro Orlando, che proprio oggi, prima di andare in Direzione, inaugurerà il suo nuovo blog (Lo stato presente), ha messo intorno a un tavolo i suoi (45 ex Giovani Turchi che hanno rotto con il loro capo Orfini), venti deputati che sostengono Cesare Damiano, il quale ha, a sua volta, spaccato l’area che fa capo al ministro Martina, sfilandogli 20 parlamentari su 40, e i 15 di Gianni Cuperlo. «La tua candidatura può unire un’area vasta e personalità come Zingaretti, Chiamparino e altre», lo hanno incitato. Orlando annuncerà la sua candidatura a segretario non per conto di una correntina – spiegano i suoi – ma di una sinistra che chiede al Pd di tornare a un profilo di sinistra.
Per quanto riguarda le date del congresso, Renzi, che in Direzione gode di numeri bulgari, vuole che il giorno delle primarie aperte, torni a essere il 7 aprile, e non più il 7 maggio, come chiedevano e chiedono ancora, gli altri big. Una data lascia ancora aperta la finestra elettorale di giugno anche se con le amministrative (primo turno l’11 giugno) di mezzo, le Camere andrebbero sciolte entro fine aprile. Nessun renziano, neppure sotto tortura, ammetterebbe oggi di voler precipitare il Paese alle urne, ma la voglia rimane.
Del resto, che «la scissione indebolirà il quadro politico» come dice, in guerinese, il vicesegretario Guerini (ieri Renzi l’ha spedito a Porta a Porta), lo sanno pure i sassi. Gentiloni aspetterà che Mattarella rientri dal suo viaggio in Cina, poi salirà al Colle per riferire sulla «nuova situazione politica che si è creata in Parlamento».

INFATTI, per quanto i bersaniani assicurino che, pur dando vita alla scissione e a nuovi gruppi ‘Eguaglianza e Diritti’, voteranno la fiducia al governo
perinde ac cadaver già si profilano grosse nubi: il decreto Milleproroghe la parte ex-Sel non vuole votarlo. Infine, gira voce – tra i renziani di governo – di prossime modifiche alla legge elettorale non certo amichevole verso gli scissionisti che avrebbero già ricevuto il placet di Forza Italia: la soglia di sbarramento, che al Senato è all’8%, scenderebbe al 5%, ma salirebbe dal 3% al 5% alla Camera «per armonizzare i due sistemi come chiede Mattarella». Un’asticella non insuperabile, certo, ma neppure così facile.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 21 febbraio 2017 a pagina 6 del Quotidiano Nazionale. 

Pd, Renzi vuole l’election day a giugno o il congresso anticipato. Orlando lancia la sua idea (e candidatura?) di partito. Correnti interne in confuso movimento

COMUNICAZIONI DEL PREMIER RENZI ALLA CAMERA IN VISTA DEL CONSIGLIO UE

Matteo Renzi, segretario del Pd, e Lorenzo Guerini, vicesegretario dem

Ettore Maria Colombo
ROMA
IERI sono arrivati tre segnali positivi, per un Matteo Renzi che la vulgata dem descrive (sbagliando) come «nervoso, solo, depresso, arrabbiato con tutti e sospettoso di tutti».
Il primo è la sentenza della Consulta che chiede «maggioranze omogenee» tra i due sistemi elettorali di Camera e Senato, sì, ma legittima i capilista bloccati, permette leggi elettorali ‘differenti’ e insomma «con questo sistema, il Legalicum come lo chiamano i 5Stelle», dice con ironia un renziano, «si può andare a votare in ogni momento».

«LA SENTENZA ‘aiuta’ il percorso di chi vuole andare a votare subito», assicura un luogotenente del segretario che ieri presidiava il Nazareno anche quando Renzi è partito per Pontassieve, «perché, in Italia, non è stata sospesa la democrazia, votare si può, anche con il combinato disposto delle due sentenze della Consulta su Porcellum e Italicum».
Rivelatore un tweet lanciato nella serata di ieri da Matteo Ricci, sindaco di Pesaro, responsabile Enti locali, nonché fedelissimo del segretario che gli ha chiesto di digitare sulla tastiera: «#Electionday a giugno. Mille comuni, Sicilia e Politiche. Altroché congresso. Legge elettorale poi città e Italia. Stop beghe interne». Traduzione: nuova legge elettorale o, mal che vada, «trasposizione» del sistema uscito dai verdetti dei giudici da far approvare dal Parlamento nel giro di due mesi al massimo; fine del governo Gentiloni; scioglimento delle Camere entro il 25 aprile (servono dai 45 ai 70 giorni per indire i comizi elettorali) ed elezioni politiche l’11 giugno per tentare l’abbinata vincente. E cioè, appunto, il già citato election day tra politiche, elezioni comunali e regionali in Sicilia.

Il secondo segnale positivo, per Renzi, è l’intervista del ministro Andrea Orlando all’Huffington Post. Orlando chiede, sì, «una Bad Godesberg» e «un Pd da rifondare». Non è ancora detto se in accordo o meno con Renzi, stile ‘staffetta’ Prima Repubblica. «Tu ci guidi alle elezioni per tornare al governo, io mi dedico a ricostruire e a curare il partito», secondo la versione che gira al Nazareno, sarebbe la proposta di Orlando allo stesso Renzi. In ogni caso, Orlando non si oppone a Renzi («il golpe? Fandonie», dicono i suoi), punta «alla riflessione, allo stimolo delle nostre energie migliori». Il ministro sembra accettare interamente il timing renziano (modifica rapida alla legge elettorale ed elezioni, anche a breve), ma chiede in cambio «un percorso che parli all’Italia del futuro», partendo «dagli errori degli ultimi vent’anni, non solo degli ultimi tre (quelli di Renzi, ndr)». Orlando, insomma, prepara una vera e propria Opa sul partito – ha, peraltro, dalla sua, pezzi da 90 come l’ex capo di Stato Napolitano, migliorista come il suo amico Macaluso, l’ex tesoriere dei Ds Sposetti, forse persino D’Alema, di certo Fassino e tutto un pezzo della filiera ex Pcid-Pds-Ds – però non strizza l’occhio alla «scissione» né alla minoranza interna, ma si pone come ‘terzo’, se e quando mai deciderà di esserlo, tra Renzi e i suoi avversari attuali.

I ‘tre amigos’ (Speranza, Emiliano, Rossi) che si sono tutti e tre candidati per conto della minoranza come campioni – ognuno a suo modo – dell’antirenzismo hanno messo paletti assai alti per rinunciare alla scissione (fino a ieri da D’Alema invocata, ora da D’Alema esclusa…): «Congresso nei tempi stabiliti, appoggio al governo Gentiloni fino al 2018 e via i capilista bloccati dalla legge elettorale». Altrimenti, vanno via, forse con D’Alema, forse con Vendola e Fratoianni, forse con Pisapia e Merola, forse con tutti loro e anche di più.

Il terzo segnale positivo per Renzi si muove, invece, dentro la tattica parlamentare, dove i movimenti di truppe vanno un giorno in un senso e un giorno nell’altro in uno stato di (grave) confusione interna che è sicuramente politica, ma in alcuni casi anche mentale. Ieri, per dire, 17 senatori, area ‘Giovani Turchi’, vicini al leader Orfini, hanno contrapposto le loro firme di ‘lealisti’ al segretario Renzi contro quelle dei 40 senatori dem che, l’altro ieri, ispirati da Giorgio Napolitano, chiedevano invece di «arrivare fino a fine legislatura» e «appoggiare lealmente Gentiloni». Solo che 11 dei ‘17’ – che chiedono il premio alla lista invece che alla coalizione, oltre che elezioni subito – comparivano pure nell’elenco dei precedenti 40… Insomma, non si capisce se alcuni dei 40 (11, appunto) si sono ravveduti e sono tornati sia Giovani Turchi che renziani o nutrono una forte capacità di mimesis antica.

Certo è che, nelle correnti, molto si muove e tutti si riposizionano: i franceschiniani (Area Dem) sono gli unici compatti, dietro il loro leader (Franceschini, appunto), nel non volere le urne anticipate, nel chiedere il premio di coalizione e non alla lista e di non fremere per il congresso anticipato. I Giovani Turchi sono spaccati come una mela: una parte (una decina di senatori e altrettanti deputati sta con Orlando, che chiede congresso a data certa, ma non immediato, e premio alla lista (non alla coalizione), ma legge elettorale ed elezioni – ma di lui Renzi non si fida – mentre Orfini è perfettamente allineato alle scelte di Renzi (con lui una ventina di GT al Senato e una quarantina alla Camera) come pure i renziani (anche se non tutti: Richetti, per dire, s’è del tutto sfilato dal renzismo e molti altri con lui) e pochissimi altri. Ex popolari di Fioroni, un gran pezzo della corrente del ministro Martina (Damiano), ex lettiani col coltello tra i denti contro Renzi (Boccia, Ginefra, Laforgia), ex ulivisti in rotta di allontanamento (Monaco, Zampa, Lo Giudice) e, ovviamente, la minoranza di rito bersaniano ma anche cuperliano non vedono l’ora di detronizzare il re.
Eppure, segnali di speranza, per Renzi, arrivano da altri deputati che  dicono sia «no a nuove tasse» nella ‘manovrina’ che il governo Gentiloni deve far approvare e votare entro marzo, dal Parlamento (ieri il deputato renziano e toscano Fanucci ha raccolto 35 firme di deputati su un documento che promette ‘sfracelli’, sfiducia compresa, se nella manovrina compariranno nuove tasse), sia <<congresso subito» al grido, ultrarenziano, di ‘e famolo sto’ congresso’, come cinguettavano, ieri su Twitter, Esposito e Morano, Ermini e Romano.

IL PUNTO fermo è, appunto, che l’ex premier non ha ancora rinunciato ad andare a elezioni anticipate, anzi, le rilancerà alla Direzione dem allargata e già convocata per lunedì 13 febbraio in un luogo atipico (il centro congressi di via Alibert) perché dovrà contenere quasi 700/1000 persone, neanche si trattasse di un Assemblea nazionale (200 i membri della Direzione, 113 i senatori dem, 305 i deputati, 120 i segretari provinciali, 20 quelli regionali, etc.) E anche se Renzi proporrà l’alternativa, quella del «congresso subito» al posto delle urne, anch’esso andrebbe tenuto nell’ormai fatidico mese di giugno, entro e non oltre l’11. Renzi si presenterebbe dimissionario («basta una lettera agli organi di competenza», spiega uno dei suoi) e i poteri passerebbero al presidente del partito (Orfini) per convocare l’Assemblea nazionale che darebbe il via al congresso ‘sprint’. Sempre che, appunto, a Renzi non riesca il piano A: quello di andare ad elezioni anticipate.

NB: L’articolo è stato pubblicato il 10 febbraio a pagina 4 del Quotidiano Nazionale.

Pd, Orlando e Franceschini preparano il golpe interno anti-Renzi: “Caro Matteo, non sarai più tu il nostro leader”

&gt;&gt;&gt;ANSA/SCATTA IL REGOLAMENTO DI CONTI NEL PD, MINORANZA ALL'ATTACCO

Ettore Maria Colombo
ROMA

NB: Questa mattina, sia il segretario del Pd, Matteo Renzi, dicendo che “Renzi ieri non ha parlato con nessun giornalista e ogni virgolettato a lui attribuito è falso”, che il ministro Andrea Orlando hanno smentito, ognuno per la parte che lo riguarda – Orlando le bolla come vere “fandonie” – le ricostruzioni di QN contenute in questo articolo come di altri quotidiani usciti oggi sullo stesso argomento. Ne prendiamo atto e confermiamo il contenuto di quanto scritto, riferito da più fonti. Ps. Segnaliamo, peraltro, che il ministro Franceschini non ha smentito alcuna ricostruzione…

«Caro Matteo, se davvero vuoi correre a elezioni anticipate a giugno, magari proponendoci il ricatto, sotto forma di graziosa concessione, del premio alla coalizione per avere il voto subito, beh, sappi che non potrai essere tu il nostro candidato premier. Sia perché saremo in un sistema proporzionale sia perché non ti riconosceremo più la leadership del Pd. Il Pd deve diventare di nuovo contendibile in un congresso. Se ti vuoi candidare di nuovo fallo, ma sappi che non sarai più tu il nostro ‘campione’». Saranno queste – più o meno, non testuali, ovviamente – le parole e il ragionamento con cui il ministro Andrea Orlando – area Giovani Turchi, ma ormai del tutto autonomo, in rotta totale con il leader della corrente, il presidente del Pd Matteo Orfini, ultimo fedelissimo non renziano rimasto vicino a Renzi su tutta la linea – legge elettorale, alleanze, congresso – tranne i pasdaran del renzismo militante e Guerini) – e, insieme a lui, il ministro ai Beni culturali, Dario Franceschini, affronterà l’ex premier alla prossima Direzione del Pd il 13 febbraio.

Renzi torna a Roma oggi, ma si è dato la consegna di non parlare neppure «ai suoi» – come si usa dire, in questi casi, per indicare, con un giro di parole, le esternazioni filtrate dalla stampa ‘amica’ dei pensieri più reconditi del premier – fino alla Direzione di lunedì. «Parlerò allora», ha detto e fa dire l’ex premier ai suoi più stretti collaboratori, diffidando i giornalisti dal virgolettargli alcunché che non corrisponda al suo pensiero integrale. Ma è lì, in Direzione, che Renzi metterà il Pd davanti a un bivio esiziale: «O si vota a giugno, con primarie per la leadership a marzo, o elezioni a febbraio 2018 e congresso ordinario prima. Congresso che io vi chiedo di indire, in tal caso, al più presto. Se riusciamo a giugno, prima delle elezioni comunali (l’11 giugno, ndr), al massimo a settembre. E sono pronto a sfidare chiunque di voi voglia farlo». Renzi, infatti, è convinto di poter battere tutti i suoi possibili avversari: Speranza, Emiliano, Rossi e anche e proprio il ministro Orlando. L’azzardo del leader, in realtà, prevede una sola, vera, ‘clausola di salvaguardia’: «A ottobre dobbiamo chiedere una manovra espansiva, altro che recessiva, al governo Gentiloni, altrimenti non sarebbe più il nostro governo al punto che potremmo anche farlo cadere. Né io voglio fare la fine che fece Bersani: appoggiò il governo Monti e poi perse le elezioni». L’ultimo azzardo del segretario potrebbe essere di chiedere, a quel punto, saltata ogni possibilità di urne a giugno il voto a settembre, il 24 del mese in asse con le elezioni dell’alleato tedesco.

ORLANDO, questo è il guaio, ha però deciso di prendere Renzi in parola. Vuole candidarsi contro di lui al congresso. E lo farà, probabilmente, con l’appoggio, che a questo punto sarebbe determinante, di un altro ministro di peso, Dario Franceschini, leader di Area dem, che conta quasi cento parlamentari, ma anche poggiandosi su una serie di «renziani di complemento», come vengono chiamati in Transatlantico. Parlamentari che, fino a ieri, quando Renzi era il dominus del Pd, erano renziani ma ora stanno per cambiare bandiera e barricata. Ieri sera, dunque, in un ping-pong di riunioni febbrili e concitate dei fedelissimi di Franceschini e Orlando, tra Camera e Senato, si è deciso di rompere, di fatto, con Renzi. Riunioni cui avrebbe partecipato anche un altro ministro, quello all’Agricoltura, Maurizio Martina, fino a ieri ritenuto dai renziani un  fedelissimo, ma ora in preda a dubbi amletici, che si sono tenute a tarda sera a Montecitorio tra franceschiani e Giovani turchi ma anche al Senato dove il pasdaran renziano Marcucci è stato sottoposto a un fuoco di fila di tutti gli esponenti delle correnti dem (renziani compresi) che rimproverano a Renzi ‘la qualsiasi’.
Il tanto temuto, dai renziani, golpe interno contro il loro leader – una sorta di replica, ma a protagonisti rovesciati, della Direzione del Pd che detronizzò Enrico Letta e portò Renzi a palazzo Chigi – si è materializzato ieri sera in un deserto Transatlantico di Montecitorio.
A innescare la miccia è stata, per la verità, una decisione maturata in ambienti renziani, anche se per nulla, pare, decisa da Renzi. Quella del capogruppo dem, Ettore Rosato, di rinviare l’assemblea del gruppo del Pd della Camera, che doveva tenersi oggi, a mercoledì 15 febbraio, dopo la Direzione del 13. Una Direzione che ora assume sempre più il profilo dello show down finale, senza dire del fatto che, esattamente tre anni fa, il 13 febbraio 2013, la Direzione del Pd mandò a casa proprio Enrico Letta e intronò Matteo Renzi con l’aiuto e il sostegno degli stessi ‘volenterosi carnefici’ attuali: Franceschini, Orlando, etc. La decisione di spostare l’assemblea del gruppo era stata motivata con ragioni «tecnico-logistiche» (secondo il capogruppo Rosato bisogna aspettare le motivazioni della Consulta sull’Italicum e la Direzione stessa del Pd prima di potersi riunire e pronunciare), ma appena resa nota, la decisione del rinvio, ha scatenato il finimondo. Senza dire del fatto che già erano molti i deputati dem che, a prescindere dalla discussione sul partito,  volevano «chieder conto» a brutto muso, a Renzi, della sua uscita contro i vitalizi.  C’è da dire che il fuoco covava sotto la cenere: da settimane, Orlando – la cui candidatura è stata già ‘benedetta’ da Napolitano, da Ugo Sposetti (tesoriere del tesoro del fu Pci-Pds-Ds) e da molti altri maggiorenti del Pd – si sentiva pronto al grande passo. Ora sta per compierlo.

NB: L’articolo è stato pubblicato l’8 febbraio 2017 a pagina 10 del Quotidiano Nazionale 

Intervista a Lorenzo Guerini, vicesegretario del Pd: “Se la Consulta mantiene il ballottaggio si vota così. In ogni caso, alle urne il prima possibile”

COMUNICAZIONI DEL PREMIER RENZI ALLA CAMERA IN VISTA DEL CONSIGLIO UE

Ettore Maria Colombo
ROMA (sopra, Renzi e Guerini parlano sui banchi del governo, aula di Montecitorio)

«IL BALLOTTAGGIO è, da sempre, una bandiera del Pd. Se la Consulta dovesse decidere di non abolirlo, la nostra proposta di legge elettorale non potrà prescinderne».
Lorenzo Guerini, vicesegretario dem, uomo di fiducia del leader, soprannominato ‘il Forlani di Renzi’, atterra a Roma dopo qualche giorno di ferie. Oggi, riunioni su riunioni per stilare la tabella di marcia degli incontri con le altre forze politiche sulla legge elettorale, poi – a breve – la nuova segreteria. Insomma, il lavoro ferve, al Nazareno.

Quando e con chi aprite il tavolo sulla legge elettorale?
«La nostra proposta è stata, da subito, molto chiara. Confronto immediato con tutti i partiti per arrivare rapidamente a un’intesa politica sulla nuova legge elettorale. Abbiamo proposto il Mattarellum: coniuga rappresentanza e governabilità. Siamo interessati e disponibili al confronto con tutti e siamo consapevoli che, senza il Pd, non si fa alcuna nuova legge elettorale.
Lavorare bene e senza perdere tempo è l’unico modo per rispondere alle autorevoli sollecitazioni del Capo dello Stato che ha invitato tutti i partiti a trovare l’intesa sulle regole elettorali. Il Pd non intende sfuggire alle sue responsabilità, ma neanche perdere tempo o assecondare chi vuole utilizzare l’assenza di una nuova legge elettorale per allontanare il più possibile la data del voto, di cui non abbiamo paura».

A breve parlerà la Consulta. Girano varie indiscrezioni tra cui che, dell’Italicum, potrebbe salvarsi il ballottaggio.
«Non sta a me anticipare le valutazioni della Consulta cui guardiamo con grande rispetto. È evidente, però, che se così dovesse essere e la Corte mantenesse il ballottaggio, ricordo che questa è la posizione storica del Pd e il cuore dell’Italicum. Ne prenderemmo atto, lavorando per adeguare la legge elettorale del Senato, anche perché una nuova legge non si vara in funzione anti Cinque Stelle di cui non abbiamo paura. Ciò detto, il confronto tra i partiti può e deve iniziare prima della decisione della Consulta».

La Consulta, oggi, deciderà anche sui quesiti della Cgil che punta ad abolire l’art. 18.
«Sarebbe opportuno che la politica guardasse in modo sobrio alle autonome decisioni della Corte. Ci tengo solo a dire che la lettura maliziosa di chi lega i voucher al Jobs Act è sbagliata. I voucher furono introdotti per legge nel 2003 e il loro uso è stato amplificato da diversi governi. Il governo Renzi, invece, ha introdotto la loro tracciabilità per limitarne gli abusi nei lavori occasionali e contro il lavoro nero».

Si dice, parlando di interpretazioni malevole, che Renzi voglia far cadere Gentiloni e questi governare a lungo…
«Dietrologie. Il nostro sostegno al governo Gentiloni è pieno e leale. Detto questo, la valutazione sull’esigenza di andare in tempi rapidi alle urne è presente nel dibattito politico, è sentita da cittadini e elettori del Pd. Esauriti alcuni passaggi importanti, come la scrittura di una nuova legge elettorale, e nel pieno rispetto delle prerogative del Capo dello Stato, da qui al voto non credo che mancherà troppo tempo».

Le opposizioni chiedono una commissione d’inchiesta sul caso Mps. Il Pd è contrario?
«Il Pd è favorevole a una commissione d’inchiesta sulle banche purché il lavoro venga affrontato in modo serio e rigoroso, non demagogico e strumentale».

Guerini, faccia un pronostico. Si vota ad aprile, giugno, ottobre o febbraio 2018?
«È sbagliato parlare di date, ma bisogna arrivare velocemente a un accordo sulla legge elettorale e, una volta definito, andare al voto».

Il Pd ci arriverà malconcio…
«Dissento. Il Pd sta lavorando non da oggi al rafforzamento sul territorio per far valorizzare le energie, nuove e consolidate, che ha e per stimolare il protagonismo di una nuova classe dirigente. Stiamo definendo al meglio le nostre ‘Idee per l’Italia’ con un profilo programmatico alto per il Paese e l’Europa».

Il percorso a cui pensate è fatto di primarie a marzo e congresso ordinario in autunno?
«Dipende dalla data delle elezioni. Il congresso, per Statuto, è già fissato a novembre del 2017. Quanto alle primarie, invece, alla luce della nuova legge elettorale, decideremo le modalità più idonee. Renzi, che è la nostra migliore risorsa da mettere in campo, sarà della partita».

La nuova segreteria come e quando ci sarà? E Guerini seguiterà a fare ‘il Guerini’?
«Se la domanda è se resterò vicesegretario, la risposta è sì, ma poco conta. Il segretario e tutti noi siamo al lavoro per costruire la nuova segreteria e mettere assieme energie nuove e di esperienza che lo aiutino nel suo impegno».

NB: Questa intervista è stata pubblicata a pagina 6 del Quotidiano Nazionale il 10 gennaio 2016.