“Babbo piange di gioia”. Renzi e caso Consip, la rivincita del leader contro gli avversari interni ed esterni

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Matteo Renzi e, sullo sfondo, il Senato della Repubblica.

“Papà sta piangendo”, confida agli amici con un sospiro. Ai giornalisti, a margine della registrazione di Porta a Porta, il racconto si fa più esteso e disteso: “L’ho chiamato io, lui mi ha chiesto ‘che succede?’, non lo chiamo spesso. Gli ho letto l’agenzia (le rivelazioni sull’inchiesta Consip che scagionano Tiziano Renzi, ndr.) e lui si è messo a piangere. E’ pur sempre un uomo di 65 anni e questa vicenda è una roba grossa. Ora vado a casa: voglio portare i miei figli a cena dal nonno”. Insomma, una giornata già iniziata bene, per Renzi – grazie alle notizie in arrivo da Genova, sempre da un giudice, e che mettono nei guai il M5S nella città del loro fondatore, Beppe Grillo – non poteva che finire meglio.
L’ex premier è sicuro: “incasseremo altre soddisfazioni”, dice ai suoi. Non si riferisce alle primarie, ma alla possibile archiviazione della posizione del padre Tiziano nell’inchiesta Consip. Lascia ai renziani – Ermini, responsabile Giustizia, Morani, Marcucci e altri –
il veleno: “Vogliamo conoscere i nomi, i fatti, e vogliamo sapere i mandanti di questa brutta storia”. Tanto che spetta, invece, al sottosegretario alla Giustizia, Migliore, neo-renziano doc, ribadire la “massima fiducia” non solo nella magistratura ma nella “Procura di Roma”, come volerla contrapporla a quella di Napoli, di Woodckok delle
cui gesta Renzi cita sempre le inchieste finite in nulla che hanno interessato esponenti del Pd (Graziano a Napoli, Margiotta a Matera), poi prosciolti, o l’Eni con De Scalzi che – proprio ieri sera – sono finiti sulla graticola grazie a un inchiesta di Report (Rai 3) che il portavoce di Renzi, Michele Anzaldi, ha attaccato per l’accostamento “tangenti e Pd” . Insomma, l’accusa dei renziani – e, sottotraccia, di Renzi – è quella di ‘macchinazione’.

Certo è che, quando arriva da Vespa, Renzi dà il meglio di sé: “Sarebbe stato facile dire ‘avete visto?’” – attacca – invece bisogna avere totale fiducia nella magistratura, la verità, prima o poi, viene a galla”. Poi aggiunge un sonoro “Grillo vergognati!” e “Leggete le
carte prima di sputar sentenze”.  Il caso Consip ha toccato e ferito Renzi figlio, non solo
Renzi padre: “Ho tatuato addosso quello che è successo in questi mesi”, dice da Vespa, “una vicenda che mi colpito, ma – aggiunge – quando capita a un normale cittadino, finire nella malagiustizia, che si fa? E quando i processi li fanno i giornali e i politici prima delle procure?”. Domande senza risposta, per ora, ma che accennano
alla volontà di mettere mano a un altra ‘Grande Riforma’, quella della Giustizia, che non ha nulla a che vedere – sia detto per inciso – con la riforma del processo penale e della prescrizione che sta portando avanti il ministro Orlando – il quale è riuscito a farci mettere la fiducia solo ora, con Gentiloni, anche perché Renzi gliel’aveva sempre negata – ma con progetti di ‘giustizia giusta’ che ricordano il primo Craxi o il primo Berlusconi.

Orlando (“Se Renzi vince, ci farà perdere le elezioni”) ed Emiliano (“Se Renzi vince, distruggerà il Pd”) lo attaccano a testa bassa, ma per Renzi – sicuro di vincere le primarie, il solo timore rimasto è legato alla scarsa affluenza: i renziani avevano dimezzato le previsioni a non oltre un milione e mezzo di votanti, due al massimo, ora tornano a farsi esigenti e parlando di “due milioni e rotti”, certo è che sotto quella cifra le accuse di flop sarebbero pesanti e lo stesso Renzi ammette “abbiamo scelto un giorno difficile” (il 30 aprile, ma i renziani se lo sono scelti da soli, ndr.) mettiamocela tutta – gli attacchi polemici dei suoi avversari interni sono solo un fastidioso rumore di fondo.  E così, rilassato e pimpante, da Vespa offre rassicurazioni su (quasi) tutto: “Il governo Gentiloni non cadrà, se vincerò le primarie, anche perché io ne sono il primo tifoso e Paolo sta facendo un grandissimo lavoro”; “non ci saranno elezioni anticipate a ottobre”.

Resta solo un busillis. Renzi vuole una legge elettorale pronta all’uso. Ecco perché è pronto al ‘patto col Diavolo’, e cioè proprio con quel M5S che attacca tutti i giorni. Da Vespa offre loro, su un piatto d’argento, “l’eliminazione dei capolista bloccati”, scalpo che
i 5 Stelle chiedono da tempo per dare il loro via libera alla trasposizione di quel che resta dell’Italicum al Senato. Ma se solo un neo ‘Nazareno’ con gli arcinemici potrebbe dare al Paese una legge elettorale, la mossa potrebbe anche essere un modo per ‘mettere paura’
a Forza Italia, che i capolista bloccati li vuole eccome, ma per ottenere sempre lo stesso scalpo, la nuova legge elettorale. Non a caso, a Berlusconi riserva una battuta affettuosa: “Altro che agnelli, quello ha sette vite come i gatti!”. Sulla legge elettorale, Renzi è disposto a parlare con tutti e di tutto, pur di avercela bella, nuova e pronta per il voto.

NB: L’articolo è stato pubblicato a pag. 3 del Quotidiano Nazionale l’11 aprile 2017.  
 

Boschi difende Lotti e si schiera con Renzi. Renzi prepara il Lingotto

1) Boschi a Porta a Porta: la mozione di sfiducia uno show grillino. Poi attacca i media.
 
Il ministro Boschi

Il ministro alle Riforme Maria Elena Boschi (Pd)

Ettore Maria Colombo – ROMA
DIFENDE a spada tratta il governo e Luca Lotti – su cui pende una mozione di sfiducia che verrà discussa dal Senato il 15 marzo, ma rispetto alla quale già si sa che il ministro non rischia nulla – annunciando che Lotti si difenderà «a tono in Parlamento». Attacca i 5 Stelle e la loro mozione di sfiducia bollandola come «il solito show» e conferma la «ferma convinzione» a sostenere Renzi nel Pd.
CI VOLEVA Bruno Vespa e il suo salotto tv per restituire la favella a Maria Elena Boschi da Arezzo. L’ex ministra del governo Renzi, oggi potente sottosegretaria alla presidenza del Consiglio con Gentiloni (stende lei l’ordine del giorno), ne aveva di cose da dire. Troppo lunghi i suoi silenzi: sia dentro il Pd, sia nei confronti di Renzi (mai difeso: neppure una parola, in tanti mesi, davanti a tanti e ripetuti attacchi).
BOSCHI era silente da troppo tempo e, proprio ieri, si erano diffuse voci di pesanti scontri tra lei e l’ex premier sulle scelte di Renzi, sull’atteggiamento da tenere verso il governo e, anche, sul da lui cercato voto anticipato. Oltre alle voci di altrettanti e pesanti scontri tra lei e Luca Lotti, oggi ministro allo Sport e, ieri, sottosegretario alla presidenza del Consiglio nel governo Renzi. Uno scambio di ruoli che aveva dato adito a ipotesi di ogni tipo, comprese quelle di epici ‘scontri’ tra i cavalieri di una Tavola Rotonda, quella renziana, ormai semivuota.
LA BOSCHI preferisce togliersi tanti sassolini dalle scarpe, ma sono solo i suoi. Prima sulla vicenda del padre (il suo, non quello di Renzi): «Ricordo che mio padre è fuori da ogni inchiesta, assolto e prosciolto, ma sui media nulla». Sull’inchiesta Consip si limita all’estraneità dell’esecutivo: «Le indagini sul ministro Lotti per presunta rivelazione di segreto d’ufficio non sono fatti che abbiano coinvolto il governo. In qualche redazione si potrebbe verificare se è stato violato il segreto d’ufficio, ma non a Palazzo Chigi».
NON mancano, certo, le punture di spillo per gli scissionisti: «Sarebbe strano che i nostri ex compagni del Pd votassero la sfiducia a Lotti quando noi assieme a Renzi sostenemmo Errani che, da governatore, venne perfino condannato».
A Renzi, certo, conferma fiducia nella gara congressuale: «Lo sosterrò convintamente», dice, ma senza lasciarsi andare a una parola che sia una per gli altri due candidati in lizza. Né concede confidenze personali a Vespa: perde il sorriso, ma è un attimo, solo alla domanda se vuol essere mamma. «Non ho cambiato idea», è la replica di donna Boschi, che – in quanto titolare della delega alle Opportunità – ieri ha festeggiato in tv l’8 marzo.
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2) Renzi ritorna al futuro: al Lingotto la difficile ripartenza verso il congresso del Pd
Matteo Renzi parla alla kermesse di Rimini

Matteo Renzi a Rimini, all’assemblea degli amministratori locali del Pd

“Matteo si è messo in ‘modalità Gentiloni’”, dicono i suoi. Il nuovo Renzi è tutto un “sopire, troncare, troncare, sopire”. Sarà il momento storico: non è dei migliori, tra inchiesta su babbo Tiziano – “che, per fortuna, si va sgonfiando”, assicurano – mozione di sfiducia all’amico-ministro-fratello Luca Lotti e una gara congressuale che è già senza esclusione di colpi. Sarà che, ieri sera, il premier in carica, Gentiloni, è stato accolto e coccolato, dall’assemblea del gruppo Pd alla Camera come Renzi, forse, non è mai stato.

Il guaio è che l’ex premier si guarda attorno e vede che qualcosa non va. Renzi, si sa, detesta Emiliano che contro di lui brandisce la spada, recluta truppe, specie al Sud e, soprattutto, deve ancora testimoniare sul caso Consip, ma teme Orlando, che invece sembra tirare di fioretto. Eppure, il ministro ieri era in una radio a cantare Zingaradi Iva Zanicchi: la strategia dello staff è di rendere “simpatico” un introverso. Si vedrà se funziona, certo è che Orlando miete consensi trasversali tra le truppe parlamentari dem: stanno con lui 80 deputati e 33 senatori contro i 58 senatori e 190 deputati di Renzi, che sono tanti, ma non tantissimi, e i sette deputati e due senatori di Emiliano, che invece sono pochi, ma fa scalpore l’arrivo del fioroniano pugliese Gero Grassi. Per Orlando c’è l’endorsment della senatrice Cirinnà, neo -eroina del movimento Lgbt per la legge delle unioni civili, sta per arrivare Sandra Zampa, vicepresidente del Pd e, soprattutto, storica portavoce di Romano Prodi (che, per ora, non dice né se né chi voterà alle primarie dem), oltre a quelli delle residue truppe lettiane e, forse, e pure presto, dello stesso Enrico Letta.

Ecco perché Renzi si è messo, testa bassa e pedalare, a organizzare al meglio la tre giorni del Lingotto, il lancio della sua candidatura a un congresso dove si gioca tutto. L’ex premier sostiene che “non sarà una Leopolda, non vi aspettate lo stesso stile scanzonato e gioioso”, assicurando che comunque la kermesse fiorentina tornerà “in autunno”. Eppure, ci rassomiglia molto. Ci si accredita, per dire, non sul sito ufficiale del Pd, ma sul sito www.matteorenzi.it , ci saranno gli ospiti eccellenti (Padoan, Bonino e altri). Ci saranno i tavoli tematici, spalmati su tre giorni: da venerdì, quando Renzi aprirà i lavori nel tardo pomeriggio, fino a domenica, quando sempre Renzi – che lancerà il ticket con il ministro all’Agricoltura, Maurizio Martina – li chiuderà. “E’ un momento di riflessione, approfondimento, dialogo”, spiega, dove “ce le diremo tutte: cosa abbiamo fatto, cosa dovevamo fare meglio, cosa potremo fare. Non dico che vi annoieremo” – dice – “dal primo all’ultimo minuto, ma è giusto sottolinearne il carattere programmatico”. “Renzi che ‘minaccia’ di annoiare? Non è più lui”, dicono i suoi avversari, sempre più maligni.

NB: I due articoli sono usciti l’8 marzo 2017 a pagina 12 e 13 del Quotidiano nazionale.

Renzi fa la sua ultima offerta alla minoranza dem: “Sono pronto a cambiare l’Italicum”

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Matteo Renzi parla alla Direzione del Pd.

DISPONIBILITÀ a cambiare l’Italicum, «sia che la Corte costituzionale dica sì sia che dica no» (la sentenza della Consulta è attesa il 4 ottobre, ndr). Precisazione sul fatto che «saranno gli elettori, votando per i consiglieri regionali, a individuare chi farà anche il senatore». Precisazione importante perché la legge attuativa sulle modalità di elezione del nuovo Senato è ancora tutta da scrivere. Infine, «legge di Stabilità espansiva, quasi ‘socialdemocratica’», ironizzano i suoi: 14esima per chi prende meno di 750 euro al mese, pensioni minime più alte e, soprattutto, solenne impegno a «sbloccare i contratti del pubblico impiego», fermi da anni. «È l’offerta che non si può rifiutare», per dirla con Il Padrino, quella che ha fatto ieri, a Porta a Porta, il premier. Ma ieri «Matteo parlava anche in qualità di segretario del Pd», spiegano e sottolineano i suoi, «alla ripresa dell’attività politica, nella prima puntata della più importante trasmissione politica del Paese» e, concludono gli stessi, «in attesa di sugellare un patto» che, se controfirmato, garantirebbe la pax interna al Pd. Il patto sarà definitivamente siglato, se la minoranza accetterà l’offerta, al comizio finale di Renzi alla Festa dell’Unità di Catania, dove il premier parlerà domenica prossima mentre l’ex segretario, Pier Luigi Bersani, arriva, guarda caso, stasera.

«L’OFFERTA DI MATTEO», come la chiamano i renziani, ha un solo indirizzo – la minoranza interna dem, quella della triade Bersani-Speranza-Cuperlo – e un solo obiettivo: sganciarli da D’Alema e indurli a votare sì al referendum costituzionale. Offrendo loro più di una sponda, al fine di – spiegano dal Nazareno – «evitare di farli cadere nell’errore capitale: agganciarsi al carro di D’Alema, finire sotto la sua sferza, votare No al referendum sotto le sue insegne e poi non poter far altro che uscire dal Pd». Insomma, nella descrizione dei renziani, «alla sinistra gli stiamo, di fatto, facendo un favore». Un favore, si capisce, assai interessato. Ma certo è che i tre ramoscelli d’ulivo citati sono il massimo che Renzi possa – e voglia – concedere. La concessione sulla disponibilità a cambiare l’Italicum è la più succulenta, agli occhi della sinistra dem, e i renziani lo sanno. Infatti, calcano la mano su quella. Poi, in camera caritatis, ammettono che «comunque non se ne parlerebbe che ‘dopo’ il referendum, prima non ci sono i tempi, e comunque bisognerebbe intendersi su quali modifiche apportare». Si va, infatti, dall’ipotesi minimale (passare dal premio alla lista al premio alla coalizione) fino all’ipotesi estrema: togliere il premio di maggioranza al ballottaggio e darlo solo a chi raggiunga una data soglia vincendo al primo turno. «Tecnicalità», dice un renziano. «Mica tanto», dice un altro. E, dice Renzi, «bisogna trovare i numeri in Parlamento, per cambiare l’Italicum». Mica facile, ovvio. La novità, però, c’è. «Come faranno, ora, quelli della sinistra ad andare nelle Feste dell’Unità a raccontare che Renzi non vuole cambiare nulla e che il ‘combinato disposto’ tra riforma e legge elettorale li porterebbe a votare No?». La domanda è retorica. «Non potranno fare altro che sganciarsi da D’Alema e votare sì», la logica conclusione. «Anche perché – diceva ieri al vicesegretario dem, Lorenzo Guerini, un compagno di partito mentre attraversavano la Festa dell’Unità di Bologna – qui, ai militanti, anche quelli rossi, D’Alema ha stufato. S’innervosiscono solo a sentirlo nominare». Un altro renziano osserva: «Schierandosi così apertamente per il No D’Alema ci ha fatto un regalo». Renzi ha chiesto ai suoi di picchiare duro, come ha fatto lui: «D’Alema e Berlusconi si amano e quando c’è amore c’è tutto. Hanno un disegno: rifare la Bicamerale». Separare, dunque, Bersani, Cuperlo e Speranza da D’Alema è la manovra. La nomina di Errani a commissiario straordinario del terremoto è stato il primo segnale della strategia. E i fallimenti dei grillini, clamorosi nella capitale d’Italia, Roma, aiutano a ricomporre il quadro: “Un Pd unito ce la può fare, a batterli, a prescindere dalla legge elettorale in vigore, perché stanno dimostrando tutta la loro incapacità a governare” è il ragionamento sottotraccia dei renziani e l’altra mano tesa verso la minoranza.

IL PREMIER ha anche diradato la nebbia sulla data del referendum: “Prima di decidere ascolterò tutti i partiti, anche quelli di opposizione, e a naso credo che la consultazione si terrà tra il 15 novembre e il 5 dicembre” (ma la data più probabile resta il 27 novembre). Solo sul suo futuro personale, continua a fare il pesce in barile: non ci ha ripensato (in caso di sconfitta, si dimetterà) ma preferisce parlare di un solo scenario, quello della vittoria: “Non ci ho ripensato. Ma siccome in tanti mi hanno detto che non dovevo personalizzare il referendum, ho detto solo che non parlo più del mio futuro” (peraltro, resta tra le righe, ma ormai è quasi certo, che si dimetterebbe da premier ma non certo da segretario del Pd). E così Renzi propone un compromesso con la sinistra interna che oggi, a differenza di ieri, ritiene necessario per ottenere l’agognato successo. Ora, la parola e la palla, però, passano a Bersani&co.: tocca a loro rispondere. Ieri sono rimasti in silenzio (bersani parlerà stasera alla Festa dell’Unità di Catania e i renziani si attendono segnali), ma per Renzi «la risposta deve essere definitiva». Perché «l’offerta che non si può rifiutare» è anche l’ultima.

NB. Questo articolo è stato pubblicato a pagina 6 del Quotidiano Nazionale del 7 settembre 2016.

#BuonaScuola nel marasma: #Renzi torna indietro sul ddl (“Troppi emendamenti, rimandiamo tutto”), poi fugge in avanti (“tre giorni per approvarla”), poi… Caos nel Pd.

Interno dell'aula di palazzo Montecitorio.

Interno dell’aula di palazzo Madama.

La ‘buona scuola’, e cioè il ddl scuola ora all’esame del Senato, si prende una (lunga) pausa di riflessione? Forse. Il pit-stop, con in mezzo una grande assemblea di discussione sul tema, ci sarà ‘se’… Renzi in un primo momento questo annuncia, da Vespa. Poi, però, in tarda serata, fa dare “i tre giorni” alla minoranza Pd che – dice – “ha seppellito la riforma sotto una valanga di emendamenti”. “Se la minoranza lavorerà – spiegano, in serata, fonti di palazzo Chigi – per togliere o ridurre gli emendamenti in commissione e consentire alla riforma della scuola di essere approvata nei tempi stretti che ci sono (a fine luglio l’ esame definitivo, alla Camera, ndr.), si può procedere con tutto il piano, assunzioni comprese. Altrimenti, il rischio è che non ci siano più i tempi utili per farla e che si rinvii tutto”, concludono le fonti ‘accreditate’ di Pd e Chigi.

Eppure, a metà pomeriggio, intervistato da Bruno Vespa per una puntata di Porta a Porta che andrà in onda in serata, ma che viene anticipata dalle agenzie, Renzi aveva presentato tutt’altro ‘piano’. “Quest’anno con 3 mila emendamenti mi pare difficile che si assumano i precari. Si andrà al prossimo anno”, aveva detto il premier parlando delle assunzioni degli insegnanti precari. E siccome le 100 mila assunzioni sono la spina dorsale del ddl, andrebbe da sé che a slittare di mesi, o di un anno, sarebbe l’intera riforma. Motivo: i tempi ormai troppo stretti e i troppi problemi.

“Si terrà una conferenza nazionale di un giorno ai primi di luglio, coinvolgendo sindacati, studenti, famiglie, chi vuol essere assunto: presentiamo la nostra proposta, ma poi si chiude”, dice il premier, e le assunzioni “immagino partiranno dal 2016”. Ecco, i posti. “La #buonascuola prevede centomila prof in più, organico funzionale e più soldi. Noi ci siamo. Spero anche gli altri”, rincara, via Twitter, il premier sul punto che le opposizioni – di destra come di sinistra – gli rimproverano subito: l’infornata di assunzioni già promesse.

Eppure, la nuova linea maturata dal ‘Renzi uno’ (o ‘Renzi due’?) e annunciata a Porta a Porta (Rai 1), una sua ratio ce l’aveva anche. Infatti, ieri, tra un impegno a palazzo Chigi e uno a Montecitorio per la – scontatissima, invero – elezione di Ettore Rosato a nuovo capogruppo dem alla Camera, il premier aveva sciolto il dilemma che lo attanagliava da lunedì, dai disastrosi risultati ai ballottaggi. Renzi, riunito il suo ‘gabinetto di guerra’ (Boschi, Lotti, Guerini, non certo la Giannini, il cui posto torna di nuovo a ballare), aveva la necessità di trasformare il ddl scuola (impantanato al Senato) nel provvedimento che avrebbe deciso le sorti della legislatura o ritirarlo per evitare l’incidente finale. SeL, al Senato, infatti, ha un emendamento all’art. 10 del ddl scuola che ‘minaccia’ di rendere effettive ‘tutte’ le assunzioni, via stralcio. E la minoranza dem al Senato (22 senatori, tra cui, in commissione Scuola, Mineo, Tocci, ma anche il senatore a vita Rubbia) era già pronta ad appoggiarlo. Morale: il governo va sotto, addio riforma e, forse, addio governo. Il ‘Renzi 1’ (o ‘Renzi 2’?) ha pensato che va bene ‘avanti tutta’, ma ogni tanto conviene fare come i bisonti: ‘scartare di lato’. Oggi, invece, spunta un’altra idea ancora: il decreto-legge.

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 17 giugno 2015 a pagina 2 del Quotidiano Nazionale.

#VersoleRegionali/3. Offensiva di Renzi su TV e radio. I suoi: teme i delusi dalle riforme. Maratona mediatica del premier per spiegare l’azione di governo

Il premier e segretario del Pd Matteo Renzi parla davanti l'Assemblea del Pd

Il premier e segretario del Pd Matteo Renzi parla davanti l’Assemblea del Pd

Domenica scorsa l’Arena di Massimo Giletti, salotto per eccellenza della domenica pomeriggio (prime time di Rai Uno). Ieri sera, l’unico salotto rimasto in vita nella Terza Repubblica, Porta a Porta di Bruno Vespa (second time, sempre su Rai Uno). Domani mattina, Rtl, una delle radio private più ascoltate e tra le preferite dal premier per le sue ‘esternazioni’. E, nei prossimi giorni, altre “incursioni” via etere (radio e televisivo) “allo studio” come fanno sapere, dalla war room di palazzo Chigi, gli spin doctor che ne assecondano, più che imporgli, le scelte mediatiche.

E’ un Matteo Renzi a tutto campo quello che invade le case degli italiani spiegando, a braccio, con il suo fare da guascone toscano, di volta in volta, le soluzioni e le scelte del governo sulle pensioni, sulla scuola, sull’immigrazione, i vitalizi e, persino, sui diritti tv. Specie quelle dove “abbiamo avuto problemi di comunicazione”, come riconosce, a partire dal ddl scuola, ma anche le pensioni.

Certo, così Renzi si attira le ire e le proteste delle opposizioni con tanto di denunce, dettagliatissime, all’Agcom da parte di Forza Italia, imbufalita dal fatto che (nemesi!) “il governo Renzi sta nei tg Rai il 37,67% del tempo contro il 27% di Berlusconi nel 2010”. Eppure, il premier non si fermerà e non intende fermarsi, da qui alle prossime due settimane. Sabato sarà a Napoli, appuntamento cancellato una settimana fa causa strage, e poi “un po’ ovunque”, assicurano i suoi.

A partire dalla contendibilissima Liguria, dove il premier teme il voto disgiunto contro la Paita, il candidato del Pd. Certo è che la paura ‘fa 31’ (nel senso di 31 maggio, giorno in cui si terranno le Regionali), al Nazareno, sede del Pd e quartier generale, ormai, del braccio destro del premier, Lorenzo Guerini. Il quale, però, minimizza: “è ovvio, ci sono le elezioni, Matteo è premier ma anche segretario del Pd, è normale che vada in tv. Ogni due/tre mesi programmiamo una serie di uscite, siamo nell’ordinaria amministrazione, non abbiamo paura del voto”.

Invece, un sacro terrore corre nei boatos di Montecitorio, specie tra i renziani: “Il problema non sono gli impresentabili, le denunce di Saviano. Quelle, al massimo, ci tolgono un po’ di voti borghesi, nell’elettorato radical chic che legge Repubblica e adora Saviano. No, il problema sono i pensionati e gli insegnanti, tutti incazzati”.

In effetti, il core business del Pd ancora di questi strati sociali è fatto: pensionati, insegnanti (di ruolo, supplenti e in pensione), etc. E le liste del Pd rischiano di perdere non a ‘destra’ o ‘sinistra’, ma ‘in sù’ (i ceti borghesi radical) e ‘in giù’ (i ceti sociali bassi), oltre che a causa della forte concorrenza delle liste civiche messe in piedi, in molte regioni, da candidati governatori ‘padri padroni’ del partito locale (Emiliano in Puglia, De Luca in Campania, etc.). Ecco perché Renzi si sta sottoponendo a un tour massacrante, tra tv, radio, interviste, a costo anche di subire contestazioni: “Matteo, da solo, vale il 10% dei voti”, si auto-rassicurano, da soli, i suoi.

Solo da una parte Renzi non ha nulla da temere: la sinistra interna. Bersaniani e cuperliani (al netto di Fassina, che presto se ne andrà, ma da solo, come Civati) intendono dare battaglia dentro il Pd e fino al 31 non intendon disturbare il manovratore né sottrarre voti.

NB. Questo articolo è uscito il 20 maggio 2015 a pagina 12 del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)