Pd, congresso tra gli iscritti: Renzi vola, Orlando resta basso, Emiliano fa flop.

Renzi e Guerini

Matteo Renzi e Lorenzo Guerini alla Camera

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Se abbiamo riportato una vittoria? Veramente è un trionfo”. Al Nazareno si stropicciano gli occhi, quasi non ci credono. Nei congressi di circolo – 6324, per la precisione, le convenzioni locali, dal 20 marzo a ieri, sono state 5 mila, l’affluenza è intorno al 58,1%, i votanti sono 235/255 mila su un totale di iscritti che, alla fine, supererà quota 430 mila – la mozione di Matteo Renzi ha fatto il botto. E, certo, è solo il primo round, saranno solo i gazebo – primarie aperte anche ai non iscritti – del 30 aprile a decretare chi sarà il futuro segretario del Pd, ma i numeri sono impressionanti: il Pd è diventato un lago renziano.

I dati del Nazareno parlano chiaro: “Renzi è al 68,22% (141.245 voti assoluti), Orlando al 25,42% (52.630 voti), Emiliano al 6,36% (13.168 voti)” e l’affluenza è stimata al 58% (235-250 votanti, appunto). Vittoria schiacciante. Eppure, i comitati dei due avversari danno numeri diversi: “Orlando è quasi al 30%, al 29,6%, Renzi al 62,4%, Emiliano all’8%”, per gli orlandiani, con un affluenza assai più bassa (200 mila votanti) stimata al 46%; mentre gli emiliani danno il loro candidato “oltre l’8%, Orlando al 30% e Renzi al 62%”, su una affluenza che è molto più bassa (41% al massimo, vuol dire circa 180 mila votanti). Discrepanze che daranno di certo adito a roventi polemiche, che sono già scoppiate, in vista della proclamazione ufficiale dei risultati da parte della commissione congressuale – dato che arriverà solo oggi, però, al massimo entro domani – ma il succo politico resta: il ministro va assai meno bene del previsto, anche nelle zone dove pensava di sfondare o quantomeno di vincere (Bologna ed Emilia rossa, Roma e Lazio, Liguria) e ben peggio di Cuperlo (che nel 2013 sfiorò il 50%), il governatore pugliese fa un mega flop dappertutto (era a rischio persino la possibilità di superare il 5% nazionale o il 15% in 5 regioni necessari per accedere alla seconda fase, quella delle primarie aperte: Emiliano ce la fa per un pelo e le malelingue dicono che i renziani lo hanno aiutato per non togliere appeal e mordente a una gara sonnacchiosa) mentre Renzi stravince e dappertutto.

Infatti, l’ex premier conquista, nel Pd, 20 regioni italiane  su 20 (Liguria di Orlando e Puglia di Emiliano, dato ancora più clamoroso, comprese), le grandi città (a Roma, dove comandano Zingaretti e Bettini, schieratissimi con Orlando, Renzi ha il 62,3%, a Milano il 68,2%, a Bologna il 49,9%, a Genova il 57,7% , a Firenze ‘la bulgara’ l’82,4%, a Napoli il 78%, a Cosenza il 48% ed è una delle poche città dove Orlando lo sovravanza, di poco) e i piccoli centri, zone ‘rosse’ e ‘bianche’, Nord e Sud. Per dare una dimensione dei numeri, Renzi sfiora il 70% non solo dove i renziani e gli uomini di Martina controllano il partito (Lombardia, Toscana, Veneto, Marche), ma anche nelle regioni rosse (63% in Emilia fino al 76% in Umbria), si attesta attorno al 65% in regioni non ‘sue’ come Piemonte, Lazio e Liguria (terra natale del ministro), è saldamente sopra il 60% in tutto il Sud, con punte del 78%, ed è in testa persino in Puglia, la regione di Emiliano, pur non superando il 50%.

“Sono risultati incredibili, vanno oltre le nostre previsioni”, fa filtrare l’ex premier che si gode il successo a Pontassieve mentre è impegnato a finire il libro di memorie scritto per Feltrinelli (il titolo è ancora top secret,  il libro uscirà dopo le primarie). Renzi non vuole farsi trascinare in polemiche e così evita di rispondere ai suoi avversari. Emiliano e Orlando attaccano duro: ora il tentativo è alzare l’asticella in vista del 30 aprile, quando, anche a causa di una data scelta in modo dissennato in quanto è in mezzo a due ‘ponti’ festivi (25 aprile e Primo Maggio), il rischio di una partecipazione bassa è alto. “Se ai gazebo vanno meno di 2 milioni di persone – dice Orlando – è una sconfitta, colpa di chi finora ha guidato il partito”.  Lorenzo Guerini – il vero artefice del successo che in una nota scandisce la “soddisfazione per un risultato che vede in Renzi il segretario in cui i nostri iscritti ripongono fiducia e speranze” – gli legge i dati e a Matteo torna il sorriso.

“Calma, ragazzi, il partito deve restare unito – ribadisce Renzi ai suoi – io voglio dimostrare che non sono divisivo”. Poi, però, una battuta su Orlando gli scappa: “Era convinto di andare molto meglio, ha preso una bottarella, lo ha capito e ha dato segnali di nervosismo, protestando per il voto, ma io sono convinto che io e lui possiamo lavorare insieme”. Su Emiliano non dice nulla, anche se c’è chi giura di averlo visto ‘gongolare’ per un dato che i pasdaran bollano come “il peggior risultato di un ex giudice in politica dai tempi di… Ingroia” (il quale, con la sua Rivoluzione civile, prese il 3%…).

I renziani sono in brodo di giuggiole. Il senatore Marcucci traccia il solco: “Il consenso di Renzi dentro il partito è passato dal 45% del 2013 al 68% di oggi, oltre 20% in più” (ma, dal 2013 ad oggi, il Pd ha perso ben 135 mila iscritti, specie nelle regioni rosse, non pochi). Dal 2014 in poi, però, il numero degli iscritti è sempre aumentato (+30 mila sul 2015, +50 mila sul 2014) fino ad arrivare ai 430 mila – 30 in più dei previsti 405 mila – del 2016. Un numero di 30 mila unità in più rispetto a quello noto finora che il vicesegretario Guerini si era tenuto in serbo per festeggiare, insieme a Renzi, la vittoria schiacciante.

NB: L’articolo è stato pubblicato il 3 aprile 2017 a pag 10 del Quotidiano Nazionale. 

Perché, in teoria, Renzi ha già perso il referendum. Conti e raffronti, sulla base di numeri reali, con le elezioni Politiche 2013, Europee 2014 e passati referendum

transatlantico montecitorio interno

Il Transatlantico di Montecitorio o ‘dei Passi Perduti’

ALCUNE PREMESSE METODOLOGICHE

Renzi perderà davvero il referendum del 4 dicembre? Se si confrontano i dati reali (cioè i voti assoluti) dei partiti pro-riforma (Pd+Ncd+Sc+centristi minori) e di quelli contro la riforma (M5S+FI+Lega+Fd’It+Sel+partiti minori di destra e sinistra), parametrandoli i voti presi alle Politiche 2013, alle Europee 2014 e ai passati referendum dai suddetti partiti, il risultato è sempre lo stesso: Renzi e il Pd perderanno il referendum di diversi milioni di voti. Tutto questo articolo, però, si basa su alcuni dati di fatto e, insieme, su proiezioni di voti assoluti basati sulle Politiche 2013, Europee 2014 e i passati referendum che, pur miscelati in modo uniforme, non sono sovrapponibili e immediatamente confrontabili né con i sondaggi attuali né con i voti reali che arrideranno, il 4 dicembre, al Sì o al No. Di conseguenza, è un articolo da prendere con le molle perché la base ‘scientifica’ c’è, ma in politica e soprattutto in un voto come quello che ci attende le varianti possibili sono imponderabili. Per il resto, vi auguro buona lettura.

1) INCREDIBILE, VINCE CHI PRENDE UN VOTO IN PIU’

La sensazione che il premier e segretario del Pd, Matteo Renzi, perderà il referendum costituzionale del 4 dicembre si fa più corposa ed evidente man mano che ci si avvicina al giorno della votazione. Naturalmente, i sostenitori del No esultano, quelli del Sì cercano di porre rimedio al fatto che, da mesi, tutti i sondaggi li danno stabilmente dietro al No e costretti faticosamente a rincorrerlo. Eppure, tutti gli scenari e le possibilità di vittoria o sconfitta vengono diffuse sulle base di sondaggi e, cioè, di percentuali, MAI sulla base di numeri assoluti. E’ con questi, invece, i numeri assoluti che in questa votazione, più che in altre, bisogna fare i conti. Va ricordato, infatti, che il referendum confermativo di leggi costituzionali non abbisogna di quorum (soglia di partecipazione al voto), ma lo vince chi prende anche solo un voto più. Per dire, se su 60 milioni di italiani andassero a votare in cinque (5) elettori di numero, con 3 (tre) voti per il No e 2 (due) per il Sì, il referendum lo avrebbe vinto il No. Insomma, mentre nelle elezioni politiche, invece, come in quelle amministrative, i voti assoluti vengono trasformati in seggi (e, dunque, in maggioranze e minoranze) grazie ai sistemi elettorali di volta in volta adottati, al referendum (ripetiamo: solo in quello confermativo come sarà quello costituzionale del 4 dicembre, NON in quello abrogativo, cui serve il quorum per essere valido, a prescindere da chi lo vinca) non esiste sistema elettorale: i voti si contano in numeri assoluti e, chi prende un voto in più, ha vinto. 

2) DIFFICILE SOMMARE MELE CON PERE

I numeri assoluti di cui parleremo tra poco hanno un valore intrinseco in sé (non sono, appunto, sondaggi, ma numeri reali, presi dai partiti in tre tornate elettorali: Politiche, Europee, referendum costituzionali precedenti), ma NON sono, chiaramente, sovrapponibili al voto che ci sarà il 4 dicembre come semplice carta carbone. Per capirsi, primo esempio: NON è affatto detto che i voti del Pd alle Politiche 2013 o alle Europee 2014 saranno i voti che il Pd porterà in dote a Renzi il 4 dicembre 2016. Non tutti gli elettori (e/o simpatizzanti e/o militanti) del Pd voteranno Sì al referendum (la minoranza dem al completo, per dire, voterà compattamente NO: si dice che valga il 15% del Pd). Secondo esempio: non tutte le somme che presto evidenzieremo sono realistiche: sulla carta, i voti del Pd si sommano ai centristi, ma quali e quanti? Tutti quelli di Ncd? E quanti sono quelli di Ala (Verdini)? E quanti voti arriveranno da Forza Italia o M5S al Sì? Terzo esempio: è evidente che, per quanto la partecipazione al voto degli italiani al referendum non sarà di certo bassa (si stima che andrà a votare almeno la metà del corpo elettorale, circa il 50%), l’affluenza dei cittadini italiani alle elezioni Politiche è e resterà comunque più alta (tra il 65-70%), mentre è più ragionevole pensare che l’affluenza a questo referendum si avvicini a quella delle Europee 2014 (dove i votanti furono 28.908.004, il 58,64%). Quindi i voti assoluti indicati andrebbero depurati di alcune milioni di unità, allo stato non quantificabili. In ogni caso, verranno contati qui SOLO i voti della Camera (diritto di voto dai 18 anni in sù, quindi la fascia più alta possibile di elettorato italiano) ma SENZA i voti degli italiani all’estero (4 milioni 23 mila votanti, di cui 2,1 in Europa e 1,3 in Sudamerica, circa 1,2 milioni di votanti stimabili al referendum).

3) SONDAGGI, QUANTO LA REALTA’ VIENE DISTORTA

In campagna elettorale si discute prevalentemente di sondaggi che, sfornati dai vari istituti di ricerca, quasi quotidianamente vengono mandati in onda sulle tv e pubblicati sui giornali. Ma i sondaggi danno una rappresentazione distorta e fallace della realtà: NON tengono, appunto, mai in considerazione i numeri veri, i voti assoluti. Prendiamo in esame i principali istituti di sondaggi e il periodo temporale compreso tra il 21 ottobre e l’11 novembre (prima, quindi, della vittoria di Trump negli Usa). Questi risultati. Per Ixé-Agorà il No ha il 40% contro il 37% del Sì (indecisi al 23%), per Tecné-Mediaset il No è al 52,9% contro il 47,1% al Sì (indecisi al 16%, affluenza al 50%), per Emg-La 7 il No è al 38,3% e il Sì al 34,8% (indecisi al 26,95, astenuti al 40,3%), per Ipr il No è al 52% e il Sì al 46,5% (affluenza al 45%). Dalla media viene fuori che il No è sempre avanti con una forchetta compresa tra i 2 e i 5 punti massimo, circa 3/4 punti percentuali di media.

Ma si possono fare i conti sulle percentuali? No, appunto. L’affluenza al voto, il reale numero dei votanti, come si orienteranno gli indecisi e coloro che non dichiarano il loro voto, i possibili spostamenti dal bacino elettorale del Sì al No e viceversa, sono, allo stato, tutte ancora delle grandi e insondabili incognite. Ecco perché bisogna, invece, ragionare sui voti assoluti. Con tutti i benefici di inventario segnalati in precedenza, ma con qualche certezza data dai voti reali che, nelle urne, valgono quanto pesano. Fatte tutte queste premesse, iniziamo a parlare di numeri assoluti.

NOTA. COME E PERCHE’ SOMMARE I VOTI ASSOLUTI

Ribadiamo qui il punto: non è assolutamente possibile trasporre il voto di elezioni precedenti (Politiche 2013 ed Europee 2014), ma anche dell’ultimo referendum abrogativo (trivelle 2016) sul voto che si terrà il 4 dicembre. Né sarebbe giusto, in teoria, creare o sciogliere alleanze ‘innaturali’ tra forze politiche che, a quelle elezioni, non erano coalizzate per riversare i loro voti in un Sì o in un No alla riforma costituzionale, ma almeno si ragiona in termini di voti assoluti. Quelli che pesano e peseranno nelle urne, il prossimo 4 dicembre.

NB: Ci si riferirà sempre ai votanti per la Camera dei Deputati (per la quale votano i 18 enni, quindi il massimo del corpo elettorale e SENZA contare i votanti per la circoscrizione Estero, circa 4,1 milioni di elettori perché il loro voto è troppo soggetto a dinamiche incalcolabili, politiche e non politiche, di diverso tipo).

1) POLITICHE 2013: IL NO VINCEREBBE IN MODO NETTO

Alle Politiche del 2013 gli aventi diritto al voto erano 46 milioni di italiani (46.905.15) e i votanti furono 35.270.926 (il 75% degli aventi diritto). Il Pd – allora guidato da Bersani, candidato premier della coalizione Italia Bene comune (Pd+Sel+Cd) – raccolse 8.646.03 voti (il 25,43%) da solo mentre Sel prese 1.089.231 voti (3,2%) e le briciole andarono ai centristi.

Gli unici voti assoluti sommabili, parametrando le Politiche di allora al referendum di oggi, a quelli del Pd sono i voti – all’epoca molti – arrisi alla coalizione che candidava premier Mario Monti (Scelta Civica per l’Italia): 3.591.541 voti (il 10,56%) totali di una coalizione che, però, comprendeva partiti che non esistono più da anni (Fli di Fini) o sono ridotti a percentuali da prefisso telefonico (Scelta civica) o sono addirittura schierati con il No (Udc di Cesa). Insomma, sottraendo i voti di Sel e concedendo, con grande ottimismo, la metà dei voti dei montiani (oggi l’Ncd vale circa 1.200 mila voti, quindi molto meno del milione e mezzo dei teorici reduci di Sc) al Fronte del Sì, tutti i voti del Pd di Bersani (8 milioni e 6oo mila) – un partito ‘pre-renziano’ e dunque lontano dalla rivoluzione portata dal premier e anche dal suo nuovo bacino elettorale – e il modesto apporto di qualche partitino satellite minore (Idv, Centro democratico, Moderati, etc.), la somma fa 10.150.000 circa di voti. Sommati al milione e 200 mila di voti attuali cui è stimato Ncd, la somma finale è di 11.350.000 voti, al massimo, per il Fronte del Sì, sulla base delle Politiche 2013. Il confronto con i voti assoluti del Fronte del No, sempre sulla base dei voti delle Politiche 2013, è impietoso. Infatti, la coalizione di centrodestra (Pdl+Lega+Fratelli d’Italia+La Destra+partiti minori) prese allora 9.923.600 voti (29,18%), quindi già quasi pareggiando, da sola, parametrati a oggi, tutti i voti per il Sì: il Pdl prese 7.332.134 voti (21,56%), la Lega 1.390.534 voti (4,09%), Fratelli d’Italia 666.765 (1,96%), la Destra 219.585 (0,65%).

Anche volendo sottrarre, causa successiva scissione e ingresso nel governo, i voti dell’attuale Ncd, come detto prima, restano 9.609.018 i voti arrisi alle principali liste di centrodestra (9.923.600 tutte comprese) che, pur diminuite di un milione di voti della futura scissione dell’Ncd, vanno a sommarsi al 1.089231 voti di Sel e, soprattutto, ai ben 8.691.406 di voti (25,56%) arrisi al M5S e a una serie di liste minori (Rivoluzione civile di Ingroia, 765.189 voti, Fare per fermare il declino, 380.044, etc.).

In totale, i voti ascrivibili al Fronte del No arrivano a 19.389.655. Una cifra astronomica, e decisamente irraggiungibile, per il Fronte del Sì. E anche presupponendo che la metà dei voti (3,5 milioni) dell’attuale Forza Italia e dell’allora Pdl (7.332.134) ribalti le sue preferenze e voti per il Sì e non per il No, il Fronte del No manterrebbe, con 15.889.655 milioni netti di voti, una distanza larga e salda dai 14.500.000 voti del Fronte del Sì. Naturalmente, va tenuto conto dell’astensione, non quantificabile, e dei consistenti spostamenti di voti avvenuti dal 2013 ad oggi.

2) EUROPEE 2014: IL Sì PERDEREBBE IN MODO ROVINOSO

Ecco perché il raffronto con le Europee del 2014 è di certo più calzante: i partiti presenti allora sono, sostanzialmente, quelli in campo oggi, con una sola differenza: il voto del Pd, allora al suo massimo storico (40,8%) è sovrastimato rispetto all’attuale (almeno 10 punti in meno vanno calcolati) mentre il voto all’M5S è sottostimato (almeno 8-9 punti in più rispetto al 21% di allora vanno calcolati). Alle Europee del giugno 2014 gli aventi diritto al voto erano 49.256.169 e i votanti furono 28.908.004 (58,64%). Una percentuale di votanti assai bassa (ben sotto il 60% e realisticamente vicina a quella che ci aspetta il 4 dicembre, dato che il 60% di votanti sarebbe, per un referendum, una cifra alta.

Il Pd prese il suo famoso 40,82% pari a 11.172.861 voti in termini assoluti . Al Pd vanno sommati i 1.199.703 voti dell’Ncd-Udc (pari al 4,38%, ma l’Udc oggi è per il No), gli appena 186.157 voti di Scelta europea (0,72%, l’ex Scelta civica), al massimo i 179.693 voti dell’Idv (pari allo 0,66%, oggi l’Idv è su posizioni moderate e di alleanza con il Pd). Il totale fa 12.738.414 voti assoluti per il Sì. Insomma, anche stimando il Pd al suo massimo storico – oggi difficilmente raggiungibile – solo un paio di milioni di voti sottratti di netto a Forza Italia garantirebbero il raggiungimento, o lo sfiorare, la quota di sicurezza che, tra poco vedremo, è sui 15 milioni di voti. La sola quota che può garantire, se toccata, chanches di vittoria in un referendum cui voteranno almeno 30 milioni di elettori.

Dall’altra parte, nel Fronte del No, vanno sommati i 4.605.331 (16,83%) di FI, i 1.686.556 voti della Lega (6,16%), i 1.004.037 (3,67%) di Fd’It, i 1.103.203 voti di Lista Tsipras (l’attuale Sel-SI+Prc + movimenti minori) e, ovviamente, i 5.792.865 voti di M5S (21.16%). Il totale, impietoso, fa 14.191.992 voti assoluti, ben superiori ai 12.738.414 voti dei partiti del Sì.

Bisognerebbe, anche in questo caso, immaginare almeno due milioni di voti azzurri moderati che traslocano in modo secco da Forza Italia e passano a un Pd che non solo non perde un voto a sinistra, a causa del No della minoranza dem (stimata nel 15% dell’elettorato dem da tutti i sondaggisti), ma che mantiene l’astronomica cifra del 41% delle Europee mentre l’M5S non solo non replica le percentuali attuali o del 2013 ma è fermo al 21%…

3) GLI ALTRI REFERENDUM: LA ‘BASE ELETTORALE’ DEL NO

Nei due precedenti referendum costituzionali (2001 e 2006) – RIBADIAMO: GLI UNICI REFERENDUM CHE NON NECESSITANO DI QUORUM – la percentuale di affluenza al voto è stata molto bassa: 16,843.420 milioni di italiani (34,05% su 49.462.222 aventi diritto al voto) hanno votato nel 2011 (referendum di approvazione della riforma del Titolo V avanzata dal centrosinistra: PROMOSSA) e 25.371.792 di italiani (53,84% su 47.120.776 aventi diritto al voto) hanno votato nel 2006 (riforma costituzionale avanzata dal centrodestra: BOCCIATA). Nel 2001 i Sì furono 10.433.574 (64,21%) e i No 5.816.527 (35,79%): la riforma del centrosinistra venne approvata.

Nel 2006 i No furono 15.467.363 (61,64%) e i Sì 9.625.414 (38,36%): la riforma del centrodestra fu bocciata. Infine, come si sa, nell’ultimo referendum – ma questa volta abrogativo, quindi necessitante del raggiungimento del quorum del 50,1% degli aventi diritto al voto, quorum che non venne raggiunto – quello sulle trivelle, svoltosi nell’aprile del 2016 ha votato solo il 32,16% degli aventi diritto al voto (15.026.940 su 46.730.317 elettori).

I sì (per l’abolizione delle trivelle da una certa distanza dalle coste) sono stati 12.822.908 (86,44%), i No 2.011.178 (13,56%). E’ opinione comune di commentatori, politici e sondaggisti che, proprio in base a questo ultimo voto referendario, i No al referendum abbiano, come possibile base elettorale, proprio i quasi 13 milioni di voti presi dal Sì alle trivelle, voto che è stato molto politicizzato in funzione anti-Renzi e antigovernativa D’altro canto va rilevato che, contro la riforma del centrodestra del 2006, si mobilitarono, più che i Ds di allora, Cgil, associazioni e sinistra diffusa: i No raggiunsero i 15 milioni e mezzo di voti mentre nel 2001 i No contro alla riforma erano stati 5.816.527. Una base, quella del ‘No’ alle riforme che conferma, dunque, un bacino potenziale di contrari alle riforme e per lo status quo che oscilla tra i quasi 6 milioni e gli oltre 15 milioni di voti senza dire dei 13 milioni di voti contrari alle trivelle nel 2016.

I Sì ‘riformatori’ e moderati – quindi favorevoli alle riforme costituzionali, anche se di centrosinistra prima e centrodestra poi – furono 10 milioni e mezzo nel 2001 e 9 milioni e 600 mila nel 2006. Una cifra considerevole, ma assai più bassa e contenuta, mentre, nel 2016, il Fronte del No (in questo caso rappresentante della parte più moderata e liberale del Paese) prese solo 2 milioni di voti perché l’indicazione del premier e di molti partiti pro-trivelle era stata, semplicemente, quella di non andare a votare e, cioè, di astenersi. 

UNA ‘NON’ CONCLUSIONE

Dunque, riassumendo, tutti i sostenitori del No ritengono di partire da una base elettorale oscillante tra i 13 e i 15 milioni di voti, senza neanche considerare le diverse ‘fedi’ politiche. D’altra parte, il Sì, senza neanche qui considerare le diverse fedi politiche, oscilla tra 5 e 10 milioni di voti. Anche in questo caso, il Fronte del No è stabilmente, e di molto, avanti al Sì.

Si tratta, evidentemente, di conti fatti ‘senza l’oste’: senza cioè considerare sia il merito della riforma che i nuovi, possibili, equilibri politici ed elettorali che si sono creati nell’arco del 2015 come del 2016, ma almeno si tratta di numeri e dati reali, concreti, non di sondaggi di opinione. Li sottopongo ai miei lettori per poter giudicare, a urne aperte, il 5 dicembre, cosa è successo nel voto.

NB: articolo scritto il 16 novembre 2016 per il sito Internet Quotidiano.net (http://www.quotidiano.net)

#ilRetroscena/3. Ddl scuola: maggioranza sul filo del rasoio. Sinistra Pd divisa: in 28 non votano. Alla Camera solo 316 sì, al Senato numeri a rischio. I ribelli dem: sarà guerra

Il premier e segretario del Pd Matteo Renzi parla davanti l'Assemblea del Pd

Il premier e segretario del Pd Matteo Renzi parla davanti l’Assemblea del Pd

“Favorevoli 316, contrari 137. La Camera approva”. Quando, ieri mattina, alla Camera, passa la riforma della scuola (prima lettura), ai renziani presenti a Montecitorio e che escono, mesti, dall’Aula, sta per venire uno stranguglione. Alla minoranza dem, invece, che consulta, frenetica ‘confusa e felice’, i tabulati del voto, torna lesto il sorriso. Con tanto di Cuperlo, Speranza, Fassina, D’Attorre, Stumpo, Zoggia, Leva (solo Bersani non si è visto, come pure Enrico Letta) ieri attorniati (e circuiti…) dai giornalisti come non accadeva da mesi. Almeno dal no alla fiducia sull’Italicum.

Ma que pasa? Accade che il ddl scuola passa, ovviamente, perché non era richiesta la maggioranza del plenum dell’assemblea (315+1, cioè, vuol dire il ddl sarebbe passato lo stesso, per un solo voto), ma la maggioranza è, appunto, striminzita. Era dai tempi del Jobs Act che una riforma targata Matteo Renzi non aveva un ‘consenso’ parlamentare così basso, alla Camera: 316 i ‘sì’ allora e 316 ieri. Due riforme cui il premier teneva (e tiene) molto.
Due i problemi, però, paralleli e conseguenti: l’opposizione della minoranza Pd (diversamente modulata, come al suo solito: pochissimi i no, molti gli assenti, tante le astensioni, più vari voti favorevoli ma con ‘dissenso motivato’, etc. etc. etc.) e il successivo approdo, che non sarà un tappeto di rose, al Senato. Ed è proprio su Palazzo Madama che i riflettori di Renzi, una volta passato il giro di boa delle Regionali (6 a 1 l’auspicio, ma con tanti patemi d’animo che si accentrano, ormai, tutti e solo sulla Liguria), saranno puntati. Perché è lì che la minoranza promette e – tutti dicono – stavolta effettivamente darà battaglia. Il famoso Vietnam.
Il ministro alle Riforme Maria Elena Boschi (Pd)

Il ministro alle Riforme Maria Elena Boschi (Pd)

Alla Camera, ‘quota 316’, invece, non crea grattacapi. “E’ la maggioranza assoluta, per cui diciamo che è andato bene pure il voto sulla scuola”, assicura il ministro alle Riforme, Maria Elena Boschi, che tende a vedere il bicchiere mezzo pieno forse anche perché la presenza delle opposizioni era, appunto, scarsina (137 votanti su un pacchetto di voti che, sulla carta, supera le 250 unità…).

A voler vedere il bicchiere mezzo vuoto c’è, invece, la sinistra Pd. In 40, tra i deputati dem, non hanno votato il testo, 28 per scelta ‘politica’. Volendo andare di tabellino, sono otto in meno dei 36 (erano 38, in realtà, ma prima delle uscite di Vaccaro e Civati) sull’Italicum. A loro, però, vanno aggiunti – oltre ai cinque deputati di Scelta civica, assenti non motivati, e al ‘no’ della De Girolamo (Ap) – quei deputati che, pur votando il ddl, si sono appellati, con una lettera promossa da Speranza e Cuperlo, ai colleghi senatori (cioè i loro corrispettivi della minoranza Pd, che al Senato è agguerritissima e conta almeno su 24/25 pasdaran) per ‘migliorare’, dal loro punto di vista, la riforma. Riforma che partirà dalla commissione Istruzione, dove siedono tre democrat tostissimi: Tocci, Mineo e Claudio Martini, ex governatore della Toscana e anti-renziano.

La ‘forchetta’, insomma, a Montecitorio resta ampia (la maggioranza conta, sempre sulla carta, su quasi 400 voti), ma a Palazzo Madama (quorum del plenum:161 voti) sarà tutto un altro film. La maggioranza lì può contare su circa 170/175 voti (112 senatori Pd, tranne Grasso, che per prassi non vota, 36 centristi di Ap, 19 di Autonomie-Psi, 3/4 del Gal su 15 componenti, e 3/5 del Misto di cui sono sicuri Della Vedova, il senatore a vita Monti, le new entry ex azzurre Bondi e Repetti) contro un’opposizione che, ma sulla carta, conta circa 145 voti. Una defezione della sinistra dem potrebbe essere fatale. A meno che, si capisce, le truppe ‘verdiniane’ non giungano in soccorso a compensare i ribelli della sinistra Pd.

NB: Questo articolo è stato pubblicato a pagina 9 del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net) il 21 maggio 2015

Rottamare le primarie? Se si rompe il mezzo, si perde il fine. Casi specifici e storia di uno strumento oggi logoro

Il segretario-premier parl davanti l'Assemblea nazionale del Pd del 14 giugno a Roma, hotel Ergife.

Matteo Renzi parla all’Assemblea nazionale del Pd del 14 giugno 2014 a Roma, hotel Ergife.

Le primarie non funzionano più. Si è logorato il mezzo (la consultazione popolare attraverso i gazebo e le sue regole) e, di conseguenza, si è dimenticato il fine (la selezione della classe dirigente a livello nazionale e locale da parte del Pd, principale partito del centrosinistra, o della sua coalizione). L’attualità ci parla del ‘caso Campania’. Ma il problema non è l’affluenza (alta: 160 mila persone), che in regioni come l’Emilia, recentemente, è invece drasticamente crollata (appena 58 mila elettori contro i 400 mila precedenti!), dato che pure dovrebbe far riflettere: le primarie non ‘tirano’ più tra gli elettori. Sempre meno gente va ai seggi: sempre domenica scorsa, ma nelle Marche, solo 50 mila i votanti. E neppure, paradossalmente, il problema sta nei possibili ‘brogli’ e condizionamenti del voto che pure ci sono stati (se non i primi, certo i secondi), in Campania, non nelle Marche.

Il ‘pasticciaccio’ brutto delle primarie in Campania (e che il Pd non voleva fare)

A sollevare il tema, pur senza la richiesta di invalidare le primarie, è stato lo sfidante perdente, contro Vincenzo De Luca (52%), l’eurodeputato Andrea Cozzolino (44%): chiede il ‘rinconteggio’ dei voti (stile Al Gore contro Bush in Florida…) e, ancora a tutt’oggi, non riconosce il vincitore. Dubbi, sui molti votanti di Salerno e dintorni, assai legittimi. Ma proprio Cozzolino era finito sul banco degli imputati, per le primarie a sindaco di Napoli che, nel 2011, furono addirittura invalidate, causa presunti brogli di ‘colonne’ di cinesi e rom portati in massa a votare. Il vero problema, però, non sta neppure qui, ma sta appunto nel ‘metodo’. A cosa servono le primarie? A selezionare, nel modo più democratico possibile, una classe dirigente di partito e/o di coalizione stante che questa dovrà poi, in ogni caso, presentarsi al giudizio degli elettori per il responso finale, quello delle urne. Precisazione lapalissiana, ma obbligata. Prima contraddizione. Il Pd nazionale, in Campania, le primarie non voleva farle. Ci ha provato in tutti i modi, a evitarle, al punto che ne ha ottenuto il rinvio per ben quattro volt: la data di convocazione è slittata, di mese in mese, da ottobre 2014 a marzo 2015! E tanto il Pd non era convinto dei soli due candidati sicuri ai nastri di partenza (Cozzolino e De Luca) che ha cercato in tutti i modi un candidato ‘altro’ e ‘unitario’, sia ‘interno’ (Nicolais, Migliore) che ‘esterno’ (Cantone). Alla fine, l’incapacità di trovare un buon candidato, la riottosità e la chiusura a ogni cambiamento del Pd campano, la disattenzione e supponenza con cui il Pd nazionale tende a non occuparsi, o occuparsi poco e male, del ‘suo’ Mezzogiorno, la debolezza della presunta carta alternativa (Migliore) tirata fuori male e all’ultimo, hanno portato il Pd verso il baratro: la celebrazione, obtorto collo, di primarie che il Pd non voleva affatto, limitandosi a subirle.

L’ineleggibilità (senza scampo) di De Luca e la Barracciu: due pesi, due misure.

Ora, in compenso, siamo al ‘comma 22’ di Heller. De Luca, già decaduto da sindaco di Salerno perché mantenne il doppio incarico (cumulo vietato) di viceministro del governo Letta senza mai dimettersi e per questo condannato dalla Corte d’Appello di Napoli, è candidabile ma non eleggibile a presidente della Campania e persino a semplice consigliere. Lo prescrive la legge Severino che, pur in disparità (assurda) di trattamento tra parlamentare, che viene dichiarato decaduto solo dopo tre gradi di giudizio (caso Berlusconi), prescrive, per l’amministratore locale, la immediata decadenza dall’ufficio (non l’incandidabilità!) anche solo per una sentenza in primo grado in caso di reati d’ufficio. E De Luca ha subito una condanna in primo grado proprio per abuso d’ufficio nell’esercizio delle sue funzioni. Se eletto, dovrebbe dimettersi, anche se potrebbe far ricorso al Tar, come ha già fatto il sindaco di Napoli, De Magistris, vincendolo e venendo reintegrato nell’ufficio, ma per una condanna e una candidatura antecedenti all’entrata in vigore della legge anticorruzione o dl Severino (2013). De Luca, invece, è stato condannato a legge Severino operante. Ergo, una sua vittoria al Tar è alquanto dubbio, oltre al fatto che la sola sospensiva creerebbe paralisi e imbarazzo nel cuore dell’amministrazione della sua regione. Altrimenti, sempre che il Pd non voglia cambiare in fretta e furia la legge Severino in Parlamento, il che è impensabile, a De Luca non resta che il ricorso alla Consulta, già esperito da alcuni Tar in casi simili. Ma quando anche la Consulta gli desse ragione, sempre il Parlamento dovrebbe colmare il vuoto normativo. E si tornerebbe, dunque, alla Severino, alla sua presunta modifica. Nel frattempo, chi governerebbe i campani e la Campania? Il ‘guazzabuglio’ è per ora infinito. L’altro guaio è che, per il regolamento delle primarie del Pd, un condannato in Appello non si può presentare e correre, un condannato in primo grado (come nel caso di De Luca) sì. Ma, pure in questo caso, fatta la legge, trovato l’inganno. Francesca Barracciu, regolare vincitrice delle primarie sarde del 2013 con un buon 44,3% rispetto a ben 51 mila votanti, fu costretta al ritiro proprio dopo le fortissime pressioni del Pd nazionale in quanto si scoprì che aveva ricevuto un (semplice) avviso di garanzia per mancata rendicontazione dei rimborsi dei consiglieri regionali, di cui era esponente fino al 2012, in un processo che ancora oggi non è iniziato! Siamo al solito ‘due pesi, due misure’: Barracciu costretta al ritiro per una semplice indagine, De Luca che corre e vince da condannato e che annuncia, con toni perentori: “Io faro ricorso, ma il Pd cambi la Severino”. Traduzione: io non applicherò una legge dello Stato, e da Governatore, il Pd cambi, per me, la legge. Una modifica ad personam (sic). Per un partito che ha così tanto a cuore la ‘legalità’, un bella contraddizione. Infine, la terza questione.

L'ex premier e fondatore dell'Ulivo Romano Prodi

L’ex premier e fondatore dell’Ulivo Romano Prodi

La storia delle primarie: da quelle di Prodi (2005) a quelle di Veltroni (2007)

E qui entriamo nel campo della politica e della storia delle primarie. A cosa servite, storicamente, le primarie? Al loro esordio, sono servite a dare forza a un candidato premier, Romano Prodi, privo di un partito alle spalle (l’allora Ds di D’Alema non lo amava affatto) e che, dopo la fallita prima stagione dell’Ulivo, somma di partiti, del 1996-’98, voleva a tutti i costi una forte legittimazione popolare per accettare il ritorno in campo. Infatti, su 4 milioni (teorici) di votanti, il 74,1% di voti a Prodi venne vissuto da tutti come la consacrazione che fino a ieri gli era mancata. Poi le cose non andarono comunque così, e anche il II Ulivo (l’Unione) cadde per le beghe interne tra partiti, ma anche per questo motivo il ‘tradimento’ dell’incoronazione popolare fu percepibile a tutti gli elettori. Nel 2007 le primarie fatte per il solo Pd, allora nascente, furono invece primarie ‘fondative’. Veltroni le volle per legittimare proprio la nascita di un nuovo partito e per dimostrare che non si trattava solo della somma di Ds e Margherita più pezzetti minori, ma di un vero partito ‘nuovo’. Le vinse Veltroni, anche qui in modo plebiscitario (75,2% di voti su 3,5 milioni di votanti), con gli sfidanti nel puro ruolo di valvassori (la Bindi arrivò seconda con appena il 12,9%).

Primarie Bersani-Franceschini (2009) e Bersani-Renzi (2012): partito e/o coalizione

Poi, il primo passaggio, a nostro avviso, ‘vero’ e coerente, ma anche l’unico: le primarie che videro Pier Luigi Bersani prevalere, con nettezza ma senza stravincere, su Dario Franceschini nel 2009 (tre milioni i votanti, 53,2% a Bersani, 34,3% per Franceschini). Due concezioni diverse del partito (quello della ‘Ditta’ contro quello ‘veltroniano’), diverse affiliazioni culturali e politiche (sinistra diessina e dalemiani con Bersani, destra post-Ds, miglioristi, liberal e veltroniani con Franceschini), due visioni del mondo, della politica, delle alleanze (idea della coalizione da ‘foto di Vasto’ contro l’ex Pd ‘maggioritario’) si fronteggiarono, e giustamente. Una vinse, l’altra perse, ma senza rotture interne insanabili. Bersani, in realtà, negli anni seguenti aveva promesso, tra le tante cose, una maggior cura e attenzione non solo alla ‘macchina’ del partito ma pure allo strumento delle primarie. Quando però si tratto di regolamentarle (il famoso ‘regolamento’ con doppio albo degli elettori: registrati una prima volta, preregistrazione anche on line, e poi voto vero, con possibilità di registrazione tra primo e secondo turno, ma dietro ‘giustificazione’, adesione all’Albo degli elettori) messo nero su bianco dal responsabile Organizzazione del Pd bersaniano, Nico Stumpo, è già tardi. Renzi è ad portas. Il sindaco di Firenze bussava alle porte e premeva per rompere da mesi. Nel 2012 scende in campo e si candida contro Bersani a guidare la coalizione del centrosinistra. E qui sta il paradosso e il ruolo da non-sense delle primarie. Renzi dovrebbe (e potrebbe) scalare il partito, invece punta alla figura di candidato premier. Bersani, che lo è per statuto (voluto da Veltroni), dove il candidato premier è il segretario che ha vinto le (precedenti) primarie, compie un gesto di liberalità e, a fine 2012, fa cambiare lo Statuto, permettendo anche a Renzi (o altri) di correre. Ma la cosa non ha senso. Nell’idea originaria del Pd il partito esprime un candidato-segretario già a disposizione della coalizione, forte dell’investitura ottenuta via primarie, disponibile, al più, a correre con ‘altri’ leader di altri partiti per la leadership di coalizione, non a ridiscutere se stesso. Le primarie del novembre 2012 (cui partecipano anche Nichi Vendola per SeL e Bruno Tabacci per Cd) sono finte primarie di coalizione. Nascondono, in realtà, uno scontro fratricida dentro il Pd, quello arci-noto ‘rottamazione’ versus ‘vecchia guardia’, ‘Leopolda’ versus ‘Ditta’, liberal-blairiani contro sinistra socialdemocratica (e un po’ post-comunista), che finisce per oscurare e mettere in secondo piano le primarie di coalizione e anche le ragioni stesse di questa. Insomma, dovrebbero essere – legittimamente – primarie di partito, invece sono travestite da primarie di coalizione. Vince Bersani (di misura al primo turno, 44,5% contro il 39% su 3 milioni di votanti ma nettamente al ballottaggio: 60,9% contro 39,1% e meno votanti: 2 milioni e ottocento mila) ma perderà (o ‘non vincerà’) le successive elezioni politiche con Renzi che ormai si pone come una pesante spina nel fianco. Nel partito, prima di tutto, più che rispetto al governo che Bersani non riesce a formare, alle sue successive dimissioni e poi al governo Letta contro cui l’ostilità di Renzi è palese.

L'ex segretario del Pd, Pier Luigi Bersani

L’ex segretario del Pd, Pier Luigi Bersani

Quando vince Renzi (2013) le primarie non gli servono più…

Quando, finalmente, si svolgono le primarie ‘vere’, corrette, le uniche che dovrebbero avere senso, dentro il Pd, e cioè quelle per la leadership del partito, la partita è senza storia. Renzi ha ormai conquistato a sé quasi tutto il partito, dopo le dimissioni di Bersani, e pensa già ad altro (il governo): vince le primarie del dicembre 2013 contro Gianni Cuperlo in surplace, senza sforzo (67,5% contro 18,1% mentre il 14,2% va a Pippo Civati, su un totale di 2 milioni 800 mila votanti in un II turno che in realtà è un turno unico perché il primo, quello tra gli iscritti, ha visto 300 mila partecipanti). Ma al governo ci va perché fa cadere Letta, non per l’esito delle primarie, pur se queste gli danno il Pd chiavi in mano. Renzi, ciò, non ha avuto bisogno delle primarie per conquistare il Pd, che gli è caduto come pera matura in mano, e non usa le primarie (di coalizione) per scalare il governo, ma una congiura di palazzo (per quanto legittima, dal punto di vista del formarsi di nuove maggioranze alle Camere, maggioranza che peraltro è la stessa di Letta…). Né userà le primarie in futuro, quando si candiderà alle prossime politiche: la nuova legge elettorale, l’Italicum, prevede il premio al partito, non alla coalizione, lui è il leader del Pd, non ha e non avrà bisogno di tenere delle primarie per ricandidarsi premier, gli basterà farlo da leader uscente (senza dire del fatto che lo Statuto del Pd ha solo fatto una deroga temporanea, quella voluta da Bersani per Renzi, ma è in vigore: il segretario è in automatico candidato premier).

I fallimenti  (2012 e 2013) delle primarie locali: o il Pd le perde o, dopo, si spacca.

Nel frattempo, nel mare magno di questi anni di coalizione di centrosinistra, si sono svolte primarie di tutti i tipi e gradi: le più clamorose sono quelle per la carica di sindaco che, nel 2012, segnano quasi ovunque la sconfitta del candidato Pd: a Milano, Cagliari e Genova le primarie vincono (anzi: stravincono) i candidati di SeL Giuliano Pisapia, Massimo Zedda e Marco Doria, che stracciano i candidati ufficiali del Pd (rispettivamente Boeri, Cabras, Vincenzi). A Napoli e Palermo saltano. A Napoli, come si è già ricordato, vengono annullate dopo le accuse al fulmicotone tra i candidati (Cozzolino e Ranieri) e contro il nome scelto dal Pd, Morcone, trionfa (ma alle elezioni vere) il candidato dell’Idv, De Magistris. A Palermo le vince, in teoria, tale Ferrandelli (Idv sostenuto da pezzi di Pd) contro il renziano Faraone, ma l’ex sindaco Leoluca Orlando non ci sta, denuncia brogli (che pure ci sono stati) si presenta alle elezioni e rivince lui. Insomma, il Pd promuove le primarie ovunque, ci mette i soldi e la ‘macchina’, mostra tutte le divisioni interne che ha, sbaglia (spesso) gli uomini su cui puntare, si divide e lacera. Ultimo caso, le primarie in Liguria, stavolta per le Regionali. Le vince, a fine 2014, Raffaella Paita contro Sergio Cofferati (28 mila voti contro 24 mila su un totale di 55 mila elettori), che addirittura esce dal Pd denunciando brogli e irregolarità, a partire dall’appoggio di noti esponenti della destra locale. infine, le primarie dell’Emilia-Romagna, che designano Stefano Bonaccini vincente assoluto ma con percentuale di votanti bassissima e poi replicata alle elezioni. E, appunto, le ultime primarie, quelle in Campania, con il loro carico di odi, rivalità, sgambetti, che segnalano una vittoria di Pirro, quella di De Luca, e la disfatta pubblica del Pd locale.

Bilancio: primarie da abolire a livello locale, da regolamentare a livello nazionale.

Morale: le primarie (lo dimostra il caso campano e altri) non funzionano a livello locale: impediscono una seria selezione della classe dirigente, che ogni partito dovrebbe fare; sono ogni volta avvelenate da brogli e inquinamenti del voto; trasmettono, ormai, un’immagine di un Pd dilaniato e diviso, oltre che quella della sostanziale disaffezione dell’elettorato, come è evidente dai sempre meno votanti che vi partecipano. Un partito degno di questo nome dovrebbe sapere scegliere, nei propri legittimi organismi dirigenti, votati e legittimati dagli iscritti, ultima e prima catena dell’anello (forte o debole) del partito, la sola legittimata da sempre a esprimersi, i candidati migliori da selezionare e presentare alle elezioni dei vari gradi amministrativi. come, peraltro, si è sempre fatto nella storia. Potrebbero, invece, restare valide e interessanti, le primarie, sul piano nazionale, per scegliere il candidato premier della coalizione di centrosinistra e, a maggior ragione, il leader-segretario del Pd, ma con due avvertenze. Le primarie andrebbero regolamentate in modo preciso e serio, per legge, valide cioè erga omnes (per tutti i partiti e/o movimenti) e con un grado di legittimazione democratica che passi ‘prima’ per le aule parlamentari. Secondo, le due competizioni (primarie per la carica di segretario-leader del partito e primarie per la leadership-premiership di una coalizione di partito) andrebbero tenute separate e non impropriamente confuse, come è avvenuto con lo scontro Renzi-Bersani. Anzi, anche i regolamenti dovrebbero essere diversi: uno più stringente e meno aperto per eleggere il segretario di quello che resta, pur sempre, un partito. Un altro, più largo e flessibile, per il leader di coalizione non fosse altro perché a un partito ci si iscrive e/o tessera con un atto politico forte e volontario (tesseramento) mentre per una coalizione e il suo leader si vota più in base alle idealità e opinioni politiche del momento (voto fluido). Quello che non può più reggere, a mio modesto avviso, è l’uso delle primarie ‘sempre e comunque’, per ogni ordine e grado di elezione, dal piccolo comune alla guida del Paese. Perché quando il mezzo è logoro finisce per uccidere il fine.

NB. Questo articolo è stato pubblicato sul blog ‘I giardinetti di Montecitorio’ che tengo su Quotidiano.net (http//: http://www.quotidiano.net.)

Elezioni presidenziali/15. Statistiche, numeri, dse peculiarità di 11 presidenti della Repubblica

Il 'tetto' del Quirinale.

Il ‘tetto’ del Quirinale.

Ecco un sunto delle puntate sulle elezioni presidenziali raccontate su questo blog, questa volta dal punto di vista delle statistiche e sui numeri da sapere su tutti e dodici i Presidenti.

I) 1946. Enrico De Nicola, 1946-1948 (Napoli, 1877 – Torre del Greco, 1959): avvocato monarchico e liberale. Più volte deputato, presidente della Camera nel 1920 e 1924, senatore regio dal 1929, è capo provvisorio dello Stato nel 1946, presidente della Repubblica nel 1948 (a 69 anni), senatore a vita dal 1948,nonché primo presidente della Corte costituzionale nel 1956. Al momento dell’elezione è scapolo e senza figli.

Insediamento: I gennaio 1948 (già Capo provvisorio dello Stato dal 28 giugno 1946) – Fine mandato: 12 maggio 1948 – Motivazioni: I disposizione transitoria e finale della Costituzione – Partito di appartenenza: PLI

Modalità di elezione. Grandi elettori: 573 (i membri dell’Assemblea costituente). I votazione: 28 giugno 1946. Data di elezione: 28 giugno 1946. Giorni necessari per l’elezione: uno. Scrutini necessari: 1. Votanti: 501 – quorum: 323 (maggioranza dei 3/5 dell’Assemblea costituente). Elezione. Al I scrutinio De Nicola risulta eletto con voti ottenuti: 396 (73,7%). Partiti a favore: DC – PCI – PSIUP – PRI – PLI. Partiti contrari: UQ. Avversari battuti: nessuno. Rielezione. Dimissioni volontarie il 25 giugno 1946 e rielezione, sempre da parte dell’Assemblea costituente, il 26 giugno 1947 con 405 voti su 431 votanti. Legislature di pertinenza: Assemblea costituente (1946-1947, Camera unica). Governi insediati: De Gasperi I (1945-’46, di CNL:,DC-PCI-PSIUP-PLI-PDL-PD’AZ), De Gasperi II e III (1946-1947, di tripartito:DC-PSI-PCI) – De Gasperi IV (1947-’48, di quadripartito: DC-PLI-PSLI-PRI).

Discorso di insediamento (tema: i partiti): “I partiti, che sono la necessaria condizione di vita dei governi parlamentari, dovranno procedere nelle lotte per il fine comune del pubblico bene. Come diceva un grande stratega, marciare divisi per colpire uniti”. NB. Il suo discorso venne letto e non pronunziato in aula: al momento dell’elezione, De Nicola non si trovava in Parlamento né a Roma, ma a Napoli.

Peculiarità elezione. Si sceglie un monarchico, dopo il referendum costituzionale (2 giugno 1946) che aveva scelto, non per molti voti, la Repubblica sulla Monarchia e un meridionale a fronte dei leader politici del momento al governo tutti settentrionali (trentino De Gasperi, piemontese Togliatti, romagnolo Nenni). Arrivò al giuramento con un’ora e mezzo di ritardo e non volle mai risiedere al Quirinale.

II) 1948. Luigi Einaudi, 1948-1955 (Carrù, Cuneo, 1874 – Torino, 1961): economista monarchico e liberale. Senatore del Regno dal 1919, governatore della Banca d’Italia (1945-1948), ministro alle Finanze (1947, III governo De Gasperi) e al Bilancio (1947-’48, IV governo De Gasperi). Presidente della Repubblica nel 1948, senatore a vita a partire dal 1955, a lungo scrittore e collaboratore economico del Corriere della Sera. Al momento dell’elezione ha 74 anni ed è coniugato con la signora Ida Pellegrini Einaudi, da cui ha tre figli.

Insediamento: 12 maggio 1948  – Fine mandato: 11 maggio 1955 – Motivazioni: scadenza naturale – Partito di appartenenza: PLI

Modalità di elezione. Grandi elettori: 900 (solo membri del Parlamento, non erano presenti rappresentanti delle regioni tranne la Sicilia). Prima votazione: 10 maggio 1948. Data di elezione: 11 maggio 1948. Giorni necessari: 2. Scrutini necessari: 4. Elezione. Al IV scrutino Einaudi risulta eletto con questi numeri: presenti: 872 – votanti: 871 – quorum: 451 – voti ottenuti: 518 (57,5%). Partiti a favore: DC – PLI – PSLI – PRI. Partiti contrari: PCI – PSI – UQ (Uomo qualunque) – PDIUM (monarchici). Avversari battuti: Vittorio Emanuele Orlando (320 voti), candidato di PCI – PSI. Legislature di pertinenza: I (1948-1953) e II (1953-1958). Governi insediati: De Gasperi V (1948-50, di quadripartito), De Gasperi VII (1950-1951, DC-PSLI-PRI), De Gasperi VII (1951-1953, DC-PRI), de Gasperi VIII (1953, DC), Pella (1953-‘54, DC), Fanfani I (1954, DC), Scelba (1954-’55, DC-PSDI-PLI). Discorso di insediamento (tema: l’Europa): “Per ben due volte abbiamo dato al mondo una prova della nostra volontà di ritorno alle libere, democratiche competizioni politiche e della nostra capacità a cooperare uguale, tra uguali, nei consessi nei quali si vuole ricostruire l’Europa”. Peculiarità elezione. Fu uno dei pochi presidenti eletti con la sola maggioranza di governo (allora composta da Dc-PSLI-PLI-PRI). E’ la prima elezione presidenziale compiuta dal Parlamento in seduta comune. Per la prima volta compaiono anche i ‘franchi tiratori’ che affondano la candidatura del ministro degli Esteri Sforza.

III) 1955. Giovanni Gronchi, 1955-1962 (Pontedera, Pisa, 1877 – Roma, 1978): uomo politico democristiano. Tra i fondatori del Ppi (1919), deputato, sottosegretario nel I governo Mussolini (1922), poi esule, ministro dell’Industria nel III e IV governo Bonomi (1943-44), nel governo Parri (1944) e nel I governo De Gasperi (1944-45). Deputato alla Costituente e presidente del gruppo della Dc, rieletto deputato, viene eletto presidente della Camera nel 1948 e nel 1953. Presidente della Repubblica nel 1955, senatore a vita a partire dal 1962. Al momento dell’elezione ha 68 anni ed è coniugato con Carla Bissatini Gronchi, da cui ha due figli.

Insediamento: 11 maggio 1955 – Fine mandato: 11 maggio 1962 – Motivazioni: scadenza naturale – Partito di appartenenza: DC (area di sinistra).

Modalità di elezione. Grandi elettori: 843 (833 membri del Parlamento più dieci delegati regionali delle regioni a statuto speciale). Prima votazione: 28 aprile 1954. Data di elezione: 29 aprile 1954. Giorni necessari: due. Scrutini necessari: 4. Elezione. Al IV scrutinio Gronchi risulta eletto con questi numeri: presenti: 833 – votanti: 833 – quorum: 422 – voti ottenuti: 658 (78%). Partiti a favore: DC – PSI –PCI – PDIUM – MSI. Partiti contrari: PLI – PRI – PSDI. Avversari battuti: Luigi Einaudi (70 voti), candidato di bandiera del Partito liberale (Pli). Legislature di pertinenza: II (1953-1958) e III (1958-1963). Governi insediati: Segni I (1955-’57, DC-PSDI-PLI), Zoli (1957-’58, DC, appoggio esterno di Monarchici e MSI), Fanfani II (1958-’59, DC-PSDI), Segni II (DC-PLI-Monarchici-MSI), Tambroni (1960, DC-MSI), Fanfani III (1960-’62, DC, appoggio esterno PLI-PSDI-PRI), Fanfani IV (1962-1963, DC-PSDI-PRI, appoggio esterno PSI, I governo di centrosinistra).

Discorso di insediamento (tema: il lavoro). “Nessun progresso si realizza nella vita interna di ciascuna nazione e nei rapporti internazionali senza il concorso e il consenso del mondo del lavoro”. Peculiarità elezione. E’ il primo presidente della Repubblica eletto a larga maggioranza (oggi si direbbe ‘larghe intese’) e, cioè, con i voti del PCI e, in generale, delle sinistre (PSI-PSDI), ma anche da parte delle destre (MSI e monarchici). La RAI riprende l’evento.

 IV) 1962. Antonio Segni, 1962-1964 (Sassari, 1891 – Roma, 1972): docente di diritto civile e uomo politico democristiano. Tra i fondatori del PPI (1919), deputato alla Costituente, sottosegretario e ministro in diversi governi tra cui dell’Agricoltura nel II (1946), III e IV (1947), V (1948) e VI (1950) De Gasperi, dell’Istruzione nel VII (1953) governo De Gasperi e nel governo Pella (1953). Presidente del Consiglio e ministro dell’Interno (1959-1960), ministro degli Esteri nel governo Tambroni (1960) e nel III (1960) e IV (1962) governo Fanfani. Presidente della Repubblica nel 1962, colpito da ictus il 7 agosto 1964, Segni formalmente si dimette il 6 dicembre 1964. Rimane gravemente malato, ma comunque è senatore a vita dal 1964 alla morte. Al momento dell’elezione ha 69 anni ed è coniugato con Laura Carta Caprino, da cui ha 4 figli. Uno, Mario Segni, fu promotore della stagione elettorale referendaria del 1991-’92.

Insediamento: 11 maggio 1962. Fine mandato: 6 dicembre 1964 Motivazioni: dimissioni (ragioni di salute). Causa impedimento ‘temporaneo’ occorso il 7 agosto 1964, Segni viene sostituito dal presidente del Senato, Cesare Merzagora, come presidente della Repubblica supplente dal 10 agosto al 28 dicembre 1964. Partito di appartenenza: DC (area di destra).

  1. Modalità di elezione. Grandi elettori: 854 (844 membri del Parlamento e dieci delegati regionali delle regioni a statuto speciale). Prima votazione: 2 maggio 1968 – Data di elezione: 6 maggio 1962. Giorni necessari: cinque. Scrutini necessari: 9.
  2. Elezione. Segni viene eletto al IX scrutinio con questi dati: presenti: 842 – votanti: 842 – quorum: 428 – voti raccolti: 443 (51,8%). Partiti a favore: DC – PLI – PRI – PDIUM – MSI. Partiti contrari: PSI – PCI. Avversari battuti: Giuseppe Saragat (334 voti) candidato di PCI – PSI – PSDI.
  3. Legislature di pertinenza: III (1958-1963)
  4. Governi insediati: Leone I 1963, DC, appoggio esterno centrosinistra); Moro I (1963-’64, DC-PSDI-PRI-PSI); Moro II (1964-‘66, DC-PSDI-PRI-PSI).
  5. Discorso di insediamento (tema: l’Europa). “A questa nuova organizzazione dell’Europa tendono i tempi nuovi. Per essa anche io ho lavorato con fede ai fini di progresso e di pace e auspico che alla sua realizzazione si diriga l’impegno del governo e del Parlamento”.
  6. Peculiarità elezione. E’ il primo presidente eletto con i voti determinante delle destre e sarà il primo presidente a dimettersi (per ragioni di salute). Prima diretta tv della RAI.

 V) 1964. Giuseppe Saragat, 1964-1971 (Torino, 1898 – Roma, 1988): uomo politico socialista. Socialista e antifascista, esule durante il regime, ambasciatore d’Italia a Parigi (1945), deputato e presidente dell’Assemblea costituente (1946-1947), nel gennaio 1947 fonda il PSLI (poi PSDI) con la scissione di palazzo Barberini. Vicepresidente del IV governo De Gasperi (1947), deputato dal 1948 al 1962, vicepresidente nei governi Scelba (1954) e Segni (1955), ministro degli Esteri nel I (1963) e nel II (1964) governo Moro, presidente della Repubblica nel 1964, dal 1971 senatore a vita. Al momento dell’elezione ha 66 anni ed è vedovo di Giuseppina Bollani, ha due figli.

Insediamento: 29 dicembre 1964 Fine mandato: 29 dicembre 1971 Motivazioni: scadenza naturale Partito di appartenenza: PSDI (di cui è stato il fondatore, come PSLI, nel 1947).

Modalità di elezione. Grandi elettori: 963 (950 componenti del Parlamento più tredici delegati regionali). Prima votazione: 16 dicembre 1964. Data di elezione: 28 dicembre 1964. Giorni necessari: dodici. Scrutini necessari: 21. Elezione. Al XXI scrutinio Saragat viene eletto con questi dati: presenti: 932 – votanti: 927 – quorum: 482 – voti ottenuti: 646 (67%). Partiti a favore: DC – PSDI – PRI – PSI – PCI. Partiti contrari: PLI – MSI – PDIUM. Avversari battuti: Gaetano Martino (56 voti), candidato di bandiera del PLI.

  1. Legislature di pertinenza: IV (1963-1968) e V (1968-1972).
  2. Governi insediati: Moro III (1966-’68, DC-PSI-PSDI-PRI), Leone II (1968, monocolore DC), Rumor I (1968-’69, DC-PSU-PRI, di centrosinistra), Rumor II (1969-’70, monocolore DC), Rumor III (1970, DC-PSDI-PSI-PRI), Colombo (1970-’72, DC-PSI-PSDI-PRI).
  3. Discorso di insediamento (tema: le riforme). “Metterei l’accento sulla casa ai lavoratori, sulla sanità pubblica e sulla scuola che, nel breve volgere di anni, deve venire democratizzata”.
  4. Peculiarità elezione. E’ il primo esponente socialista, sia pure moderato e anticomunista, che sale al Quirinale. Per la prima volta il Parlamento vota sotto Natale. E’ l’esordio della formula dell’ “arco costituzionale” (tutti i partiti che hanno partecipato alla Resistenza, quindi con l’esclusione di monarchici e missini). Suo il primo vero discorso di Capodanno.

VI) 1971. Giovanni Leone, 1971-1978 (Napoli, 1908 – Roma, 2001): avvocato e uomo politico democristiano. Docente di diritto e procedura penale, avvocato penalista di fama, autore di numerose pubblicazioni. Iscritto alla Dc dal 1946, membro della Costituente, relatore del titolo della Costituzione concernente la magistratura, deputato dal 1948 al 1963, vicepresidente della Camera nel 1950 e nel 1953, presidente della Camera eletto nel 1955, 1958 e 1958, presidente del Consiglio dei Ministri nel 1963 e nel 1968 (I e II governo Leone), senatore a vita dal 1967, prima ancora dell’elezione a presidente della Repubblica, avvenuta nel 1971. Al momento dell’elezione ha 63 anni, è coniugato con la signora Vittoria Michitto Leone, da cui ha tre figli. Riabilitato con una cerimonia solenne al Senato il 3 novembre 1988, è il primo ex presidente della Repubblica a fregiarsi, oltre che dell’incarico di senatore a vita, del titolo di presidente ‘emerito’ della Repubblica, conferito per legge del 25 settembre 2001 a tutti gli ex presidente della Repubblica (finora: Scalfaro, Ciampi).

  1. Insediamento: 29 dicembre 1964
  2. Fine mandato: 15 giugno 1978
  3. Motivazioni: dimissioni (per ragioni politiche). Dal giorno delle sue dimissioni, formalizzate il 15 giugno 1978, fino all’8 luglio 1978 le funzioni di capo dello Stato supplente vengono assunte dal presidente del Senato, Amintore Fanfani.
  4. Partito di appartenenza: DC (area centrista)
  5. Modalità di elezione. Grandi elettori: 1008 (950 membri del Parlamento e 58 delegati regionali, per la prima volta di tutte le regioni, comprese quelle a statuto ordinario, entrare in vigore solo nel 1970). Prima votazione: 9 dicembre 1971. Data di elezione: 24 dicembre 1971. Giorni necessari: quindici. Scrutini necessari: 23.
  6. Elezione. Leone viene eletto al XXIII scrutinio (ad oggi il numero di scrutini più alto necessario) con questi dati: presenti: 996 – votanti: 996 – quorum: 505 – Voti ottenuti: 518 (51,3%). Partiti a favore: DC – PLI – PRI – PNM – MSI. Partiti contrari: PCI – PSI – PSDI – PDUP. Avversari battuti: Pietro Nenni (408 voti), candidato delle sinistre (PCI-PSI).
  7. Legislature di pertinenza: V (1968-1972) – VI (1972-1976) – VII (1976-1979). Per la prima volta un presidente della Repubblica scioglie in via anticipata una legislatura (1972).
  8. Governi insediati: Andreotti I (1972, monocolore DC), Andreotti II (1972-’73, DC-PLI-PSDI, neocentrismo), Rumor IV (1973-’74, DC-PSI-PSDI-PRI, centrosinistra), Rumor V (1974, DC-PSI-PSDI, centrosinistra), Moro IV (1974-1976, DC-PRI, centrosinistra), Moro V (1976, monocolore DC, dialogo con il centrosinistra e il PCI), Andreotti III (1976-‘78, monocolore DC, solidarietà nazionale), Andreotti IV (1978-’79, monocolore DC, solidarietà nazionale).
  9. Discorso di insediamento (tema: la violenza). “La pace sociale non significa rinuncia alle legittime aspirazioni e ai modi anche solleciti di farle valere. Significa rinuncia al metodo della violenza e dell’intolleranza. Solo l’ordine democratico può garantire il conseguimento di un risultato positivo”.
  10. Peculiarità elezione. Ancora oggi il numero di scrutini necessari per eleggerlo è un record (23 votazioni). Si vota sempre a Natale. E’ il I presidente che si dimette per motivi politici.
  11. VII) 1978. Sandro Pertini, 1978-1985 (Stella, Savona, 1896 – Roma, 1990): uomo politico socialista. Soldato nella Prima Guerra Mondiale, antifascista, condannato più volte dal regime fascista, esule in Francia, rientrato in Italia, catturato, processato e condannato a 11 anni di reclusione, liberato nel 1943, membro del CNLAI, dirigente della lotta di Resistenza. Deputato all’Assemblea costituente, senatore nel 1948, direttore dell’Avanti e del quotidiano ‘Il Lavoro’, deputato dal 1953 al 1976, vicepresidente della Camera nel 1963, presidente della Camera nel 1968 e nel 1972, presidente della Repubblica nel 1978, senatore a vita dal 1985. Al momento dell’elezione ha 82 anni ed è coniugato con Carla Voltolina, non ha figli.
  1. Insediamento: 9 luglio 1978
  2. Fine mandato: 29 giugno 1985
  3. Motivazioni: dimissioni (per ragioni tecniche). Funzioni di capo di Stato supplente esercitate dal presidente del Senato, Francesco Cossiga, dal 23 giugno al 3 luglio 1978.
  4. Partito di appartenenza: PSI (area centrale)
  5. Modalità di elezione. Grandi elettori: 1011 (953 membri del Parlamento più 58 delegati regionali). Prima votazione: 29 giugno 1978. Data di elezione: 8 luglio 1978. Giorni necessari: nove. Scrutini necessari: 16.
  6. Elezione. Al XVI scrutinio Pertini viene eletto con questi dati: presenti: 995 – votanti: 995 – quorum: 506 – Voti ottenuti: 832 (82,3%). Partiti a favore: DC – PCI – PSI – PRI- PSDI – PLI – DP- PR. Partiti contrari: MSI. Avversari battuti: nessuno.
  7. Legislature di pertinenza: VII (1976-1979) – VIII (1979-1983) – IX (1983-1987).
  8. Governi insediati: Andreotti V (1979, DC-PRI-PSDI), Cossiga I (1979-’80, DC-PLI-PSDI, di tripartito), Cossiga II (1980, DC-PRI-PSI, tripartito), Forlani (1980-’81, DC-PSI-PSDI-PRI, di quadripartito), Spadolini (1981-’82, DC-PLI-PRI-PSDI-PSI, di pentapartito), Spadolini II (1982, DC-PLI-PRI-PSDI-PSI, di pentapartito), Fanfani V (1982-’83, DC-PLI-PSI-PSDI), Craxi I (1983-’86, DC-PLI-PRI-PSDI-PSI, di pentapartito), Craxi II (1986-’87, DC-PLI-PRI-PSDI-PSI, di pentapartito), Fanfani VI (1987, monocolore DC).
  9. Discorso di insediamento (tema: la pace). “L’Italia deve essere, nel mondo, portatrice di pace. Si svuotino gli arsenali di guerra, sorgente di morte, si colmino i granai, sorgente di vita per milioni di creature umane che lottano contro la fame”.
  10. Peculiarità elezione. Per la prima volta delle donne prendono voti per il Quirinale. Il numero di voti presi da Pertini è il numero più alto di consensi preso finora (832).
  11. VIII) 1985. Francesco Cossiga, 1985-1992 (Sassari, 1928 – Roma, 2010): uomo politico democristiano. Docente di diritto costituzionale, deputato dal 1958 al 1979, senatore dal 1983, iscritto alla Dc dal 1945, più volte sottosegretario alla Difesa, ministro dell’Interno nel V governo Moro e nel III governo Andreotti (1976), di nuovo ministro dell’Interno nel IV governo Andreotti (1978) si dimette dopo l’omicidio di Aldo Moro. Presidente della Repubblica nel 1985, senatore a vita dal 1992, torna alla politica come fondatore del partito UDR e poi dell’UDEUR nel 1998. Al momento dell’elezione ha 57 anni ed è sposato con Giuseppa Figurani Cossiga, da cui ha due figli.
  • Insediamento: 3 luglio 1985 Fine mandato: 28 aprile 1992 Motivazioni: dimissioni (per ragioni politiche). Dal 28 aprile 1992 al 28 maggio 1992 le funzioni di capo dello Stato supplente sono svolte dal presidente del Senato, Giovanni Spadolini (Pri). Partito di appartenenza: DC (area di sinistra)
  • Modalità elezione. Grandi Elettori: 1011 (953 membri del Parlamento più 58 delegati regionali). Prima votazione: 24 giugno 1985. Data di elezione: 24 giugno 1985. Giorni necessari: uno. Scrutini necessari: 1.
  • Elezione. Al I scrutinio Cossiga viene eletto con questi dati: presenti: 979 – votanti: 977 – quorum: 674 – Voti ottenuti: 752 (76%). Partiti a favore: DC – PSI – PLI – PSDI – PRI – PCI. Partiti contrari: PR – DP. Avversari battuti: nessuno.
  • Legislature di pertinenza: IX (1983-1987) e X (1987-1992)
  • Governi insediati: Craxi II (1986-’87, DC-PLI-PRI-PSDI-PSI, di pentapartito), Fanfani VI (1987, monocolore DC), Goria (1987-’88, DC-PLI-PRI-PSDI-PSI, di pentapartito), De Mita (1988-’89, DC-PLI-PRI-PSDI-PSI, di pentapartito), Andreotti VI (1989-1991, DC-PLI-PRI-PSDI-PSI, di pentapartito), Andreotti VII (1991-’92, DC-PLI-PSDI-PSI, di quadripartito).
  • Discorso di insediamento (tema: poteri presidenziali). “Il presidente della Repubblica, per quanto di sua competenza, concorrerà al processo di rinnovamento quale rappresentante dell’unità nazionale e quale garante della Costituzione voluta dal popolo italiano”.
  • Peculiarità elezione. Ancora oggi è il più giovane presidente della Repubblica mai eletto (57 anni). Inoltre, per la prima volta, un Presidente viene eletto al primo scrutinio. E’ anche il primo Presidente per cui verrà richiesto lo stato d’accusa (impeachment).

IX) 1992. Oscar Luigi Scalfaro, 1992-1999 (Novara, 1918 – Roma, 2012): magistrato e uomo politico democristiano. Magistrato dal 1942. Deputato all’Assemblea costituente e alla Camera dal 1948 al 1992. Più volte sottosegretario, ministro dei Trasporti nel 1966 (III governo Moro) e nel 1968 (II governo Leone), ministro della Pubblica Istruzione nel 1972 (II governo Andreotti), ministro degli Interni nel 1983 (I governo Craxi), nel 1985 (II governo Craxi) e nel 1987 (VI governo Fanfani). Vicepresidente della Camera dei Deputati nel 1975, 1976, 1979, presidente della Camera nel 1992, presidente della Repubblica nel 1992, senatore a vita dal 1999 in poi. Al momento dell’elezione ha 74 anni, è vedovo di Maria Inzitari, ha una figlia, Marianna Scalfaro.

Insediamento: 28 maggio 1992 Fine mandato: 15 maggio 1999 Motivazione: dimissioni (post elezione successore). Scalfaro, invece di aspettare l’ultimo giorno di scadenza del suo mandato, si dimise con qualche giorno di anticipo. Il presidente del Senato, Nicola Mancino, fu capo dello Stato supplente per tre giorni, dal 15 al 18 maggio 1999. Partito di appartenenza. DC (area di destra)

  1. Modalità di elezione. Grandi elettori: 1011 (953 membri del Parlamento più 58 delegati regionali). Prima votazione: 13 maggio 1992. Data di elezione: 25 maggio 1992. Giorni necessari: 12. Scrutini necessari: 16.
  2. Elezione. Al XVI scrutinio Scalfaro viene eletto con questi dati: presenti: 1002 – votanti: 1002 – quorum: 508 – Voti ottenuti: 672 (67%). Partiti a favore: DC – PSI – PLI – PSDI – Verdi – PDS – lista Pannella – la Rete. Partiti contrari: LEGA – PRC – MSI. Avversari battuti: Gianfranco Miglio (75 voti), candidato di bandiera dalla Lega Nord.
  3. Legislature di pertinenza: XI (1992-1994) – XII (1994-1996) – XIII (1996-2001).
  4. Governi insediati: Amato I (1992-’93, governo tecnico appoggiato da tutti i partiti dell’ex pentapartito, astensione del Pds), Ciampi (1993-’94, governo tecnico, appoggiato da tutti i partiti dell’ex pentapartito e appoggio esterno da Pds e Verdi), Berlusconi I (1994, FI-AN-CCD-Lega Nord), Dini (1995-’96, governo tecnico appoggiato all’esterno dal Polo del buongoverno come dalla coalizione dei Progressisti), Prodi I (1996-’98, governo dell’Ulivo appoggiato da DS-PPI-RI-PSI-PRI-Verdi, appoggio esterno del PRC), D’Alema (governo dell’Ulivo appoggiato da DS-PPI-PDCI-UDR-indipendenti).
  5. Discorso di insediamento (tema: le riforme). “Il presidente della Repubblica rivolge un rispettoso ma fermo invito al Parlamento perché proceda alla nomina di una commissione bicamerale con il compito di una globale e organica revisione della Carta costituzionale”.
  6. Peculiarità elezione. E’ l’elezione più drammatica della storia repubblicana e anche quella che segna la fine della Prima Repubblica e del sistema di voto proporzionale.

 X) 1999. Carlo Azeglio Ciampi, 1999-2006 (Livorno, 1920 – vivente): economista e tecnico indipendente. Laureato alla Normale di Pisa nel 1946, assunto lo stesso anno alla Banca d’Italia, segretario generale nel 1973, vice direttore generale nel 1976, direttore generale nel 1979, Governatore di BankItalia nel 1979 fino al 1993. Presidente del Consiglio di un governo tecnico nel 1993, ministro dell’Economia nel 1996 (I governo Prodi) e nel 1998 (I governo D’Alema), dal 1999 presidente della Repubblica e, dal 2006, senatore a vita, carica che ancora ricopre. Al momento dell’elezione ha 78 anni ed è sposato con la signora Franca Pilla Ciampi, ha due figli.

Insediamento: 18 maggio 1999 Fine mandato: 15 maggio 2006 Motivazione: dimissioni (per favorire il giuramento del successore) Partito di appartenenza: nessuno (tecnico indipendente)

  1. Modalità elezione. Grandi elettori: 1010 (952 membri del Parlamento più 58 delegati regionali). Prima votazione: 13 maggio 1999. Data di elezione: 13 maggio 1999. Giorni necessari: 1. Scrutini necessari: 1.
  2. Elezione. Al I scrutinio Ciampi viene eletto con questi numeri: presenti: 990 – votanti: 990 – quorum: 674 – Voti ottenuti: 707 (71,4%). Partiti a favore: DS – PPI – Verdi – RI – Democratici – SDI – PRI – PDCI – UDEUR – FI – AN –CCD – Partiti contrari: Lega Nord – PRC. Avversari battuti: Luciano Gasperini (72 voti), candidato di bandiera della Lega.
  3. Legislature di pertinenza: XIII (1996-2001) e XIV (2001-2006).
  4. Governi insediati: D’Alema II (1999-2000, governo dell’Ulivo appoggiato da DS-PPI-PRI-PSI-UDR-PDCI-indipendenti), Amato II (2000-2001, governo dell’Ulivo, appoggiato da DS-PPI-PRI-PSI-PDCI-UDEUR), Berlusconi II (2001-2005, governo di centrodestra appoggiato da FI-AN-UDC-Lega Nord), Berlusconi III (2005-2006, governo di centrodestra appoggiato da FI-AN-UDC-Lega Nord).
  5. Discorso di insediamento (tema: la moneta unica europea). “La creazione della moneta unica europea, grande evento politico e non solo economico, ci impone di far sì che l’economia italiana risponda sempre più alle caratteristiche dell’Unione europea”. NB: Per la prima volta il discorso di insediamento di un Capo dello Stato si conclude, oltre che le consuete e rituali esortazioni (“Viva la Repubblica! Viva la Costituzione! Viva l’Italia!”) con una nuova: “Viva l’Unione europea!”.
  6. Peculiarità elezione. E’ il primo vero ‘tecnico’, caratteristica che condivide con Einaudi, ma anche del tutto ‘indipendente’ e non schierato con alcun partito politico (Einaudi era esponente del Pli) ma proveniente da BANKITALIA, di cui è stato Governatore. La sua elezione, pur non essendo la prima effettuata con il metodo delle ‘larghe intese’ (precedente di Cossiga), è stata la più breve in assoluto (quattro ore).

XI) 2006. Giorgio Napolitano, 2006-2013 (Napoli, 1925 – vivente): uomo politico comunista e democratico di sinistra. Iscritto al Pci dal 1994, eletto per la prima volta deputato nel 1953 ne fa parte fino al 1996 sempre riconfermato nella circoscrizione Napoli. Due volte presidente del gruppo del Pci (1981 e 1986), primo comunista italiano in visita negli USA (anni ’70), è considerato il capofila dell’ala riformista o moderata del Pci al seguito del suo padre politico, Giorgio Amendola. Aderisce, sia pure con molti distinguo, alla ‘svolta’ del 1989 che trasforma il Pci in Pds, poi in DS e in Pd. Presidente della Camera nel 1992-1994, è ministro dell’Interno nel I e nel II governo Prodi (1996-’98). Senatore a vita già dal 2005, al momento dell’elezione ha 80 anni, è sposato con la signora Clio Maria Bittoni Napolitano, ha due figli Giovanni e Giulio.

Insediamento: 15 maggio 2006 Fine mandato: 15 maggio 2013 (anticipato per favorire la rielezione al 22 aprile 2013) Motivazione: dimissioni per prestare immediatamente giuramento per il II mandato. Partito di appartenenza: PCI-PDS-DS (area di destra)

  1. Modalità elezione.  I Grandi elettori sono 1009 (951 parlamentari e 58 delegati regionali). Prima votazione: 8 maggio 2006. Data di elezione: 10 maggio 2006. Giorni necessari: due. Scrutini necessari: 4.
  2. Elezione. Al IV scrutinio Napolitano viene eletto con questi dati: presenti: 1000 – votanti: 990 – quorum: 505 – Voti raccolti: 543 (54,8%). Partiti a favore: DS – PPI – altri di centrosinistra – partiti astenuti: FI – AN – UDC. Partiti contrari: PRC – Lega Nord. Avversari battuti: Umberto Bossi (42 voti), candidato di bandiera della Lega Nord.
  3. Legislature di pertinenza: XV (2006-2008) – XVI (2008-2012) – XVII (dal 2013, in corso).
  4. Governi insediati: Prodi II (2006-2008, governo dell’Unione composto da PD-Verdi-PDCI-PRC-Socialisti-altri), Berlusconi IV (2008-2011, governo di centrodestra appoggiato da PDL-Lega Nord-MPA), Monti (2011-2013, governo tecnico appoggiato da cd e cs).
  5. Discorso di insediamento (l’Europa) : “Non esiste alcuna alternativa al rilancio della costruzione europea. L’Italia, solo come parte attiva della costruzione di un piu’ forte e dinamico soggetto europeo, e l’Europa, solo attraverso l’unione delle sue forze e il potenziamento della sua unità d’azione, potranno giocare un ruolo effettivo, autonomo e peculiare nell’affermare un nuovo ordine internazionale di pace e giustizia.
  6. Pecularietà elezione. E’ la prima volta di un ex comunista eletto Presidente della Repubblica.

 XII) 2013. Giorgio Napolitano, 2013-2015 (II mandato): biografia: vedi sopra.

Al momento della rielezione Napolitano ha 87 anni, al momento delle dimissioni ne ha 89.

  1. Insediamento: 22 aprile 2013
  2. Fine mandato: 14 gennaio 2015
  3. Motivazione: dimissioni (per ragioni di salute). Capo dello Stato supplente è, a partire dal 14 gennaio 2015, il presidente del Senato, Pietro Grasso.
  4. Partito di appartenenza: PCI-PDS-DS (area di destra)
  5. Modalità di elezione. Grandi elettori: 1007 (949 parlamentari più 58 delegati regionali). Prima votazione: 18 aprile 2013. Data di elezione: 20 aprile 2013. Giorni necessari: due. Scrutini necessari: 6.
  6. Elezione. Al VI scrutinio Napolitano viene eletto con questi dati: presenti: 997 – votanti: 997 – quorum: 504 – Voti ottenuti: 738 (74,1%). Partiti a favore: PD – PSI – CD – PDL – SC – Lega Nord. Avversari battuti: Stefano Rodotà (217 voti), candidato di bandiera M5S e SeL.
  7. Legislature di pertinenza: XVI (2012-2013, in corso).
  8. Governi insediati: Letta (2013-2014, governo di larga coalizione appoggiato da PDL-PD-Scelta civica-altri), Renzi (dal 2014, a oggi in carica, governo di centrosinistra appoggiato da PD-NCD-SC-Popolari).
  9. Discorso di insediamento (tema: le larghe intese). “Il fatto che in Italia si sia diffuso una sorta di orrore per ogni ipotesi di intese, alleanze, mediazioni, convergenze tra forze politiche è un segno di una regressione, dell’idea che si possa fare politica senza conoscere o riconoscere le complesse problematiche del governare la cosa pubblica e le conseguenze in termini di mediazioni, intese, alleanze politiche”.
  10. Peculiarità elezione. E’ la prima volta di una rielezione della stessa persona al Quirinale, ma è anche la prima volta che un Parlamento elegge due volte lo stesso Presidente della Repubblica mentre, date le nuove elezioni presidenziali che si terranno a partire dal 29 gennaio 2015, sarà anche la prima volta che uno stesso Parlamento elegge per due volte consecutive due Presidenti della Repubblica.