Un colpo al cerchio, uno alla botte: Renzi e Berlusconi dialogano sulla legge elettorale, Mdp non dialoga con il Pd

ettore rosato

Il capogruppo del gruppo dem alla Camera Ettore Rosato

 

  1. Berlusconi apre a Renzi su legge elettorale e data del  voto. Il governo balla. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Voucher nella manovrina, con Mdp pronta a dire no e a negare la fiducia al governo se resteranno, anche se limitati nell’uso, i voucher, che dice a Gentiloni “cambia o muori”. Legge elettorale in alto mare, è vero, ma che spaventa e molto Silvio Berlusconi. Al punto da fargli prendere in considerazione l’ipotesi, che Renzi coltiva ancora, di andare a urne anticipate a settembre – o, al massimo, in ottobre – pur di votare “con quello che c’è” (un proporzionale puro) o un “proporzionale alla tedesca” ma ‘vero’ e non con “un sistema che ci ammazza, il Rosatellum”, come lamentano i suoi e come ha capito anche lui stesso. L’Ncd di Alfano che perde pezzi di potere (le dimissioni della sottosegretaria  Vicari) e uomini, che tornano lesti nelle braccia di FI al Senato.  Un quadro politico tornato in grande movimento, aria di elezioni. Gentiloni molto preoccupato e Mattarella pure.

Tira una brutta aria per il governo Gentiloni. Gli scricchiolii sono diversi e, a metterli insieme, lasciano qualche dubbio che la legislatura finirà in modo naturale, a maggio 2018 (le legislature si contano da insediamento a scioglimento e questa in corso è iniziata a marzo 2013). A palazzo Chigi si segue, con particolare apprensione, la dura presa di posizione di Mdp-Articolo 1 (da Speranza in giù) sul tema dei voucher che stanno dentro la manovrina e che il governo vorrebbe confermare, pur limitandone  l’uso mentre la Cgil ne chiede l’integrale abrogazione. L’esame inizierà, alla Camera, il 29 maggio per concludersi entro il 3 giugno. Roberto Speranza (Mdp) è stato netto, duro: “Di continuità su politiche sbagliate si muore. Gentiloni si svegli. Se i voucher restano votiamo contro la manovrina”. Il problema di numeri, alla Camera, non c’è, ovviamente, ma una volta al Senato cosa succederebbe? Affossare la manovrina sarebbe un atto politicamente dirompente e porterebbe dritti dritti alla crisi di governo. Ma anche se arrivasse  a sostegno del governo il supporto di altri gruppi (Verdini) le opposizioni chiederebbero che, in ogni caso, Gentiloni salga al Colle perché la maggioranza è cambiata.

In sovrannumero, ci sono ben due ddl che i renziani vogliono affossare. Quello sulla concorrenza, targato Calenda, ministro assai inviso a Rennzi, è fermo al Senato e i pasdaran del leader dem lì vogliono tenerlo. Quello che riforma il processo penale (con dentro la riforma della prescrizione e la delega sulle intercettazioni) aspetta l’ultimo passaggio alla Camera, ma Renzi nega, al ministro Orlando, l’uso della questione di fiducia. Potrebbe (basta un emendamento) tornare al Senato e mai vedere la luce.

Infine, c’è il ragionamento politico che sta maturando nella mente del Cavaliere. Diversi ambasciatori – tra cui, pare, lo stesso Verdini – gli hanno dimostrato, tabelle alla mano, che l’adozione del Rosatellum sarebbe un bagno di sangue, per FI: gli azzurri scomparirebbero nel CentroSud e al Nord dovrebbero andare a rimorchio della Lega. Ecco perché Berlusconi – consapevole che la sentenza di Strasburgo che gli dovrebbe restituire l’onore perduto prevede tempi lunghi e che, in ogni caso, servirebbe una legge che la recepisca – potrebbe concedere a Renzi ciò che vuole, il voto anticipato ad ottobre. “Meglio votare con la legge che c’è”, gli dicono i suoi, “un proporzionale puro ma che ci consente di andare da soli, che con un sistema che ci penalizza troppo, il Rosatellum”. Meglio ancora, per il Cavaliere, andare a votare con un “sistema tedesco vero” che proporzionalizzerebbe l’intero sistema. Il vicesegretario Martina coglie subito la palla al balzo e il capogruppo dem alla Camera Rosato parla apertamente di elezioni ad ottobre. Per Renzi sarebbe la quadratura del cerchio: dimostrata, a Mattarella, l’impossibilità di proseguire la legislatura per responsabilità dei principali partiti in campo (Pd e FI) e magari in cambio di una legge elettorale nuova e scritta “con il massimo consenso possibile”, si andrebbe al voto in una data compresa tra le elezioni tedesche (24 settembre) e quelle austriache (ottobre), “in linea con i grandi paesi Ue”, come il leader del Pd ripete, ormai da mesi, ai suoi. E la prossima manovra economica d’autunno? “Meglio farla fare da un nuovo Parlamento e una nuova maggioranza che da un Parlamento ormai prossimo alla sua fine politica e un governo ormai in scadenza”, dicono impietosi i renziani nei confronti dell’esecutivo guidato dall’amico Gentiloni.


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L’ex premier e leader dei Ds Massimo D’Alema

Mdp chiude ogni porta a Renzi, Pisapia la tiene socchiusa. D’Alema prepara le liste.  

Ettore Maria Colombo – ROMA

A testa bassa contro il Pd di Renzi e il suo cerchio magico (“Dobbiamo impedirgli di tornare a palazzo Chigi”, tuona Alfredo D’Attorre) e – se ci sta, accetta e scioglie le riserve – dietro e/o insieme a Pisapia per ricostruire “un nuovo centrosinistra”. Non si può dire che a quelli di Mdp – Articolo 1 – Movimento democratico e progressista (il nome è lungo come una Quaresima, il simbolo ancora non c’è, i padri fondatori sono tanti, forse troppi: D’Alema, Bersani, Speranza, Rossi, tutti ex dem, Scotto e altri, tutti ex Sel, i due capogruppo Laforgia e Guerra, etc.) manchi il pregio della chiarezza.

La tre giorni di ‘Fondamenta’, l’appuntamento fondativo del ‘movimento’ – forse ‘partito’ di Mdp si è tenuto in un posto iper-chic della Milano post-industriale: tanta gente che va e viene (duemila alla fine), anche se gli anziani sono molti e i giovani pochi, come le donne, lo nota il manifesto, peraltro il giornale più venduto tra i presenti, tanti discorsi, molta ars oratoria da nobiltà post-comunista, pochi dubbi ideologici ancora da sciogliere.

Quello più controverso riguarda il ruolo da dare all’ex sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, che ha fondato e sta portando in giro per l’Italia il suo Campo progressista (ottimi rapporti con il sindaco di Bologna, Merola, il governatore del Lazio, Zingaretti, l’area del ministro Orlando nel Pd e con Gianni Cuperlo). Atteso come Gesù tra i primi cristiani perché dovrebbe essere lui il Federatore di un ‘Nuovo centrosinistra’ senza il Pd di Renzi (o, almeno, senza Renzi…), i demoprogressisti volevano, da Pisapia, parole chiare e definitive sui confini del nuovo soggetto della Sinistra. C’era chi ne dubitava (D’Alema, per dire, ha forti dubbi sulle sue reali intenzioni) al punto da minacciare “pochi applausi” e “freddezza” se Pisapia non avesse detto parole chiare sulle alleanze.

Lui, Pisapia, conscio del momento, un po’ si emoziona, perde i fogli, incespica, prova a fare sorridere, e un po’ si mantiene una porta aperta (e di fuga) verso il Pd di Renzi: propone, dopo le amministrative, “un appuntamento nazionale programmatico e fondativo di un nuovo centrosinistra che sappia unire chi vuole una coalizione”, specificando che, nella ‘nuova casa ‘ ci vuole la sinistra, certo,’ma anche’ il centro. Tanto basta per far scattare la standing ovation della platea, gli abbracci dei leader di Mdp (specie di Bersani), anche se – tra i militanti – dubbi e freddezza verso di lui restano. Pisapia, infatti, sostiene che la ‘casa comune’ cui pensa è aperta a tutti, Renzi compreso, mentre Mdp vuole chiudere le porte, e poi promuove la proposta di legge elettorale avanzata dal Pd mentre Mdp promette battaglia a 360 gradi. Secondo Speranza, infatti, “c’è una battaglia da fare nel Paese: da domenica prossima raccoglieremo le firme per una petizione popolare contro un Parlamento di nominati”. Speranza e Mdp non hanno dubbi: la legge che avanza il Pd è invotabile, D’Attorre rilancia un “sistema tedesco puro”. Speranza aggiunge che i loro voti non ci saranno neppure sulla manovrina, ove mai dovessero ricomparire i voucher, al grido di “non c’è voto di fiducia che tenga”.

Insomma, Mdp ha un piede già fuori dalla maggioranza di governo. D’Alema – sapienza antica di chi fiuta l’aria – chiude i giochi: “Leggo di un accordo per andare a votare a ottobre. Bisogna riunirsi con chi c’è e fare le liste perché senza le liste non si prendono i voti”. Traduzione: se Pisapia ci vuole stare bene, sennò andiamo avanti senza di lui.

NB: Gli articoli sono stati pubblicati su Quotidiano Nazionale il 21 e 22 maggio 2017. 

Largo ai fedelissimi. Renzi rafforza il controllo sul partito: Assemblea, Direzione e Segreteria. Un’intervista a Ettore Rosato: il rapporto tra Pd e governo

renzi emiliano orlando

I tre sfidanti alle primarie Pd: Renzi, Emiliano, Orlando

Ettore Maria Colombo – ROMA

Matteo Renzi prepara il suo discorso di investitura in vista dell’Assemblea nazionale di domenica prossima, il luogo che lo proclamerà, formalmente, nuovo segretario del Pd. Il Pd, per ora, non ha più una proposta ufficiale, sulla legge elettorale, anche se Renzi la promette “presto”, parlando ai suoi: vuol dire che domenica, in Assemblea, la specificherà. Intanto, mentre alla Camera, in Commissione Affari costituzionali, il presidente, Andrea Mazziotti di Celso, ha chiesto una settimana in più per approntare il testo base che, entro il 29 maggio, deve arrivare in aula a causa della Babele di proposte dei vari partiti, informalmente il Pd prima ha parlato ai 5Stelle proponendo loro di accordarsi su un premio alla lista per chi arriva al 37% dei voti ma, da due giorni, anche a FI e Lega (ieri il ministro Lotti ne ha parlato fitto fitto col leghista Giorgetti). In questo caso la proposta è un sistema tedesco basato sul 50% di collegi e il 50% di liste corte bloccate, con una soglia di sbarramento unica al 5% che fa già imbufalire Ap.

Sui nuovi assetti del partito, invece, i giochi sono già fatti. Innanzitutto va detto che – grazie al lavoro certosino di Lorenzo Guerini, vicesegretario uscente con Deborah Serracchiani (al loro posto ci sarà un vicesegretario unico, carica che verrà affidata al ministro Maurizio Martina) – Renzi avrà un controllo ferreo in Assemblea e in Direzione. Sui mille delegati congressuali eletti contestualmente alle tre mozioni, Renzi ne ha, in totale, 707, Orlano 212, Emiliano 88 (più tre parlamentari). Sui 700 eletti della mozione Renzi-Martina, però, ben 489 sono renziani di stretta osservanza, 92 di Area dem (la corrente del ministro Franceschini), 65 fanno capo all’area di Martina e 70 sono Giovani Turchi. Per superare la soglia magica di 501 (50,1%) serve aggiungere il gruzzolo della stragrande maggioranza che i renziani doc godono tra i cento parlamentari che, insieme ai 20 segretari regionali (tutti renziani), ai ministri, altre personalità varie, vanno a integrare i membri dell’Assemblea (totale: 1100). E così, con 510/520 delegati Renzi, al netto di Franceschini, potrà contare su una maggioranza ‘bulgara’ e assai granitica.

In ogni caso, le due mozioni alternative, quella di Orlando e di Emiliano, rifiuteranno la gestione unitaria, mentre sono più possibiliste sull’offerta – se, però, mai vi sarà – di una gestione comune degli organi di garanzia (presidente e vicepresidenti d’assemblea, presidenti organi di garanzia). Per la carica di presidente, “Matteo ci sta pensando”, dicono i suoi. Probabilmente resterà Orfini, alleato di Renzi, un’ipotesi potrebbe essere di investire Guerini, ritenuto anche dagli avversari super partes, o la Pollastrini (Orlando) oppure una personalità come Nicola Zingaretti, governatore del Lazio che si è schierato con Orlando per il congresso, ma che va predicando il ritorno all’unità del partito. La nuova segreteria, che verrà formalizzata solo dopo la Direzione di settimana prossima, sarà la sagra del renzismo. Matteo Richetti farà le veci del coordinatore e portavoce, Ricci, Carbone, Ermini e Morani resteranno al loro posto, come pure, ovviamente, il tesoriere, Francesco Bonifazi mentre Michele Anzaldi sarà responsabile Comunicazione. Figure di esperienza (Nannicini e il viceministro Bellanova) affiancheranno giovani in ascesa come Ascani (ex lettiana), Gribaudo (area Orfini) e un ex Sel area Gennaro Migliore, sottosegretario alla Giustizia in grande ascesa nell’Olimpo renziano. Ci saranno dei giovani sindaci ‘pescati’ da Renzi nei territori (Ciro Bonajuto di Ercolano, Davide Galimberti di Varese, Giuseppe Falcomatà di Reggio Calabria) mentre al delicato e cruciale settore dell’Organizzazione andrà il giovane (classe 1976) Andrea Rossi, emiliano e uomo di fiducia del governatore dell’Emilia-Romagna Bonaccini, oltre che ex sindaco di Casalgrande (vicino Reggio-Emilia).

NB: L’articolo è stato pubblicato a p 8-9 del Quotidiano Nazionale del 4 maggio 2017


ettore rosato

2. Intervista al capogruppo dem alla Camera Ettore Rosato sul governo Gentiloni. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Gentiloni è un dirigente del Pd, e questo è il governo del Pd”, dice il capogruppo alla Camera dem, Ettore Rosato, “ma il Pd deve essere di supporto, stimolo e confronto continuo rispetto all’azione del governo”. Infatti, i ‘paletti’ che Rosato pone non sono pochi e nessuno di poco conto.

Cosa chiedete al governo Gentiloni? Un cambio di passo?

“Serve continuità con quanto fatto negli anni del governo Renzi: bisogna andare avanti sul calo della pressione fiscale e sugli investimenti per creare nuova occupazione e aiutare il sociale. Politiche che hanno portato a risultati tutti positivi per il sostegno dell’occupazione e la crescita economica. Dobbiamo andare avanti su questa strada”.

Confindustria dice: ‘Nella manovrina ci sono troppe tasse’.

“La manovrina farà il suo percorso parlamentare e la esamineremo con attenzione. Ritoccare le tasse su tabacchi e giochi non è un aumento della pressione fiscale, ma solo la rimodulazione della tassazione su due settori specifici”.

Il Pd promette che nella manovra d’autunno non ci saranno nuove tasse. Ma come farete a impedire l’aumento dell’Iva?

“Sono quattro anni che non aumentiamo la pressione fiscale. Possiamo e dobbiamo continuare su questa linea. Aumentare la pressione fiscale produce più danni dei benefici che porta. Padoan sa fare il suo mestiere bene. Troveremo con lui il giusto equilibrio anche questa volta”.

E’ pensabile fare una manovra economica senza sfondare i parametri UE?

“La UE non è il nostro maestro e anche noi come Italia ne facciamo parte. Interesse comune è definire misure che applichino le regole europee con l’elasticità consentita. Questo per sostenere la ripresa economica, creare investimenti, aumentare i posti di lavoro. In ogni caso, abbiamo scritto tutto nel Def e ci atterremo a quello”.

Cosa fare su Alitalia?

“Noi siamo convinti che vada salvata dal fallimento in tutti i modi senza risorse pubbliche a fondo perduto, ma investendo tutta la forza del governo in una trattativa che consenta all’Italia di non perdere un asset industriale importante e un pezzo di economia reale del Paese”.

Dopo le primarie, le elezioni sono più lontane o più vicine?

“Non farei più calendari delle elezioni. Occupiamoci delle tante questioni di merito, a partire dalla legge elettorale”.

A proposito, si farà mai una nuova legge elettorale?

“Noi abbiamo fatto una proposta chiara, il Mattarellum. Gli altri ne hanno fatte dieci diverse. Bisogna trovare una sintesi nella consapevolezza come giustamente ha chiesto il Presidente. Ma il Pd non è autosufficiente per approvarla. Serve trovare un accordo ampio alla Camera su un testo che poi regga anche alla prova del Senato”.

I 5Stelle hanno fatto la loro proposta. Come rispondete?

“I 5Stelle sono un interlocutore poco affidabile. Ogni loro dichiarazione sul punto viene smentita sei ore dopo. In ogni caso la valuteremo, come ogni altra proposta. E faccio notare che il modo migliore per far fallire una trattativa sulla legge elettorale è quella di annunciarla sui giornali…”.

Offrirete la gestione unitaria del Pd a Orlando e Emiliano?

“Il Pd è di tutti, Renzi lo ha detto più volte. Noi vogliamo far sentire tutti a casa loro e l’offerta vale per tutti”.

NB: Questa intervista è stata pubblicata su Quotidiano Nazionale il 3 maggio 2017.

Pd, congresso tra gli iscritti: Renzi vola, Orlando resta basso, Emiliano fa flop.

Renzi e Guerini

Matteo Renzi e Lorenzo Guerini alla Camera

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Se abbiamo riportato una vittoria? Veramente è un trionfo”. Al Nazareno si stropicciano gli occhi, quasi non ci credono. Nei congressi di circolo – 6324, per la precisione, le convenzioni locali, dal 20 marzo a ieri, sono state 5 mila, l’affluenza è intorno al 58,1%, i votanti sono 235/255 mila su un totale di iscritti che, alla fine, supererà quota 430 mila – la mozione di Matteo Renzi ha fatto il botto. E, certo, è solo il primo round, saranno solo i gazebo – primarie aperte anche ai non iscritti – del 30 aprile a decretare chi sarà il futuro segretario del Pd, ma i numeri sono impressionanti: il Pd è diventato un lago renziano.

I dati del Nazareno parlano chiaro: “Renzi è al 68,22% (141.245 voti assoluti), Orlando al 25,42% (52.630 voti), Emiliano al 6,36% (13.168 voti)” e l’affluenza è stimata al 58% (235-250 votanti, appunto). Vittoria schiacciante. Eppure, i comitati dei due avversari danno numeri diversi: “Orlando è quasi al 30%, al 29,6%, Renzi al 62,4%, Emiliano all’8%”, per gli orlandiani, con un affluenza assai più bassa (200 mila votanti) stimata al 46%; mentre gli emiliani danno il loro candidato “oltre l’8%, Orlando al 30% e Renzi al 62%”, su una affluenza che è molto più bassa (41% al massimo, vuol dire circa 180 mila votanti). Discrepanze che daranno di certo adito a roventi polemiche, che sono già scoppiate, in vista della proclamazione ufficiale dei risultati da parte della commissione congressuale – dato che arriverà solo oggi, però, al massimo entro domani – ma il succo politico resta: il ministro va assai meno bene del previsto, anche nelle zone dove pensava di sfondare o quantomeno di vincere (Bologna ed Emilia rossa, Roma e Lazio, Liguria) e ben peggio di Cuperlo (che nel 2013 sfiorò il 50%), il governatore pugliese fa un mega flop dappertutto (era a rischio persino la possibilità di superare il 5% nazionale o il 15% in 5 regioni necessari per accedere alla seconda fase, quella delle primarie aperte: Emiliano ce la fa per un pelo e le malelingue dicono che i renziani lo hanno aiutato per non togliere appeal e mordente a una gara sonnacchiosa) mentre Renzi stravince e dappertutto.

Infatti, l’ex premier conquista, nel Pd, 20 regioni italiane  su 20 (Liguria di Orlando e Puglia di Emiliano, dato ancora più clamoroso, comprese), le grandi città (a Roma, dove comandano Zingaretti e Bettini, schieratissimi con Orlando, Renzi ha il 62,3%, a Milano il 68,2%, a Bologna il 49,9%, a Genova il 57,7% , a Firenze ‘la bulgara’ l’82,4%, a Napoli il 78%, a Cosenza il 48% ed è una delle poche città dove Orlando lo sovravanza, di poco) e i piccoli centri, zone ‘rosse’ e ‘bianche’, Nord e Sud. Per dare una dimensione dei numeri, Renzi sfiora il 70% non solo dove i renziani e gli uomini di Martina controllano il partito (Lombardia, Toscana, Veneto, Marche), ma anche nelle regioni rosse (63% in Emilia fino al 76% in Umbria), si attesta attorno al 65% in regioni non ‘sue’ come Piemonte, Lazio e Liguria (terra natale del ministro), è saldamente sopra il 60% in tutto il Sud, con punte del 78%, ed è in testa persino in Puglia, la regione di Emiliano, pur non superando il 50%.

“Sono risultati incredibili, vanno oltre le nostre previsioni”, fa filtrare l’ex premier che si gode il successo a Pontassieve mentre è impegnato a finire il libro di memorie scritto per Feltrinelli (il titolo è ancora top secret,  il libro uscirà dopo le primarie). Renzi non vuole farsi trascinare in polemiche e così evita di rispondere ai suoi avversari. Emiliano e Orlando attaccano duro: ora il tentativo è alzare l’asticella in vista del 30 aprile, quando, anche a causa di una data scelta in modo dissennato in quanto è in mezzo a due ‘ponti’ festivi (25 aprile e Primo Maggio), il rischio di una partecipazione bassa è alto. “Se ai gazebo vanno meno di 2 milioni di persone – dice Orlando – è una sconfitta, colpa di chi finora ha guidato il partito”.  Lorenzo Guerini – il vero artefice del successo che in una nota scandisce la “soddisfazione per un risultato che vede in Renzi il segretario in cui i nostri iscritti ripongono fiducia e speranze” – gli legge i dati e a Matteo torna il sorriso.

“Calma, ragazzi, il partito deve restare unito – ribadisce Renzi ai suoi – io voglio dimostrare che non sono divisivo”. Poi, però, una battuta su Orlando gli scappa: “Era convinto di andare molto meglio, ha preso una bottarella, lo ha capito e ha dato segnali di nervosismo, protestando per il voto, ma io sono convinto che io e lui possiamo lavorare insieme”. Su Emiliano non dice nulla, anche se c’è chi giura di averlo visto ‘gongolare’ per un dato che i pasdaran bollano come “il peggior risultato di un ex giudice in politica dai tempi di… Ingroia” (il quale, con la sua Rivoluzione civile, prese il 3%…).

I renziani sono in brodo di giuggiole. Il senatore Marcucci traccia il solco: “Il consenso di Renzi dentro il partito è passato dal 45% del 2013 al 68% di oggi, oltre 20% in più” (ma, dal 2013 ad oggi, il Pd ha perso ben 135 mila iscritti, specie nelle regioni rosse, non pochi). Dal 2014 in poi, però, il numero degli iscritti è sempre aumentato (+30 mila sul 2015, +50 mila sul 2014) fino ad arrivare ai 430 mila – 30 in più dei previsti 405 mila – del 2016. Un numero di 30 mila unità in più rispetto a quello noto finora che il vicesegretario Guerini si era tenuto in serbo per festeggiare, insieme a Renzi, la vittoria schiacciante.

NB: L’articolo è stato pubblicato il 3 aprile 2017 a pag 10 del Quotidiano Nazionale. 

Orlando sfida Renzi: “Mi candido”. Lo scontro sulla data finale delle primarie: 9 o 23 aprile?

Consiglio dei ministri sulla legge di Bilancio

Il ministro della Giustizia Andrea Orlando a margine del Consiglio dei ministri (Ansa)

Ettore Maria Colombo
ROMA
QUANDO si terranno le primarie aperte del Pd, cioè la fine del percorso congressuale che inizierà con i congressi nei circoli, passerà per la Convenzione nazionale e si chiuderà con la classica ‘gazebata’, quella in cui votano iscritti ed elettori? Il 9 aprile, come vuole Matteo Renzi? Il 7 maggio, come chiede con forza Emiliano che, altrimenti, minaccia di ritirare la propria candidatura? O passerà la mediazione degli uomini di Orlando («si voti il 23 aprile perché serve tempo»)? «Sennò – dice Orlando – non è più un voto, diventa un televoto».

ORLANDO, appunto, è ‘sceso in campo’. «Vi stupite – dice con un sorriso il ministro a un grappolo di giornalisti che lo circondano dentro una ex storica sezione del Pci, quella di Porto Fluviale (“Ce la semo ricomprata pe’ tre volte pecché pe’ tre volte se l’erano venduta, sti’ magnaccia“, dicono – arrabbiatissimi – i militanti del circolo Marconi) – perché presento la mia candidatura in un circolo? E dove avrei dovuto farla, in un posto esotico tipo Bali o l’Himalaya?!». L’ultimo campione di una lunga storia, quella del Pci-Pds-Ds, annuncia la sua discesa in campo prima a Ostia, luogo pasoliniano, poi nel circolo dem ‘Marconi’ di Roma Ostiense, periferia della Capitale ma abbastanza cool, ormai. Il posto è molto piccolo, la gente straripa fuori, ma per fortuna c’è pure una piccola terrazza. L’atmosfera è da ritrovo di ex compagni che tornano, finalmente, a dirsi tali. Orlando, però, non è uno sprovveduto. E così, tra la folla di militanti de core, spiccano tanti parlamentari dem usi all’antica fatica di prendere voti nei (loro) territori. Ecco dunque, spuntare gli uomini di Zingaretti (ieri il governatore del Lazio ha detto che lo appoggerà), quelli dell’ex re del Pd di Roma, Bettini (altro endorsement), come Michele Meta, deputati e senatori piemontesi, lombardi, toscani, ma anche pugliesi, sardi e campani. Intanto ‘il compagno Sposetti’ si gode, da lontano, le gesta di un pupillo, il suo, che gode pure del favore del leader degli ex miglioristi (Napolitano) e dell’ex presidente della Camera Luciano Violante. Morale: il ‘paladino Orlando’, nato peso piuma, è salito sul ring «contro la politica della prepotenza», come ha scandito ieri in mattinata, e non vuole fare da sparring partner.

LO DIMOSTRA anche il braccio di ferro andato in scena ieri in seno alla commissione congresso che ha fatto perdere le staffe al suo presidente, il vicesegretario Lorenzo Guerini, che parla di «ricostruzioni prive di fondamento, lasciateci lavorare in pace».
Infatti, a metà pomeriggio, si diffonde la notizia che «tutto è stato già deciso, le primarie aperte si terranno il 9 aprile». Notizia che fa sobbalzare sulla sedia sia gli uomini di Emiliano in Parlamento – i due dioscuri pugliesi Boccia e Ginefra – che quelli di Orlando. I colonnelli, nonostante le frecciate che si tirano i loro campioni nelle interviste televisive, rinfacciandosi antichi appoggi verso ‘il Nemico’ comune (Renzi, appunto: “Tu non ti sei mai distinto da lui, ed eri un suo ministro”, gli rinfaccia Emiliano: “E tu lo hai appoggiato alle primarie del 2013, quando io stavo con Cuperlo”, gli ribatte Orlando), decidono perciò una Santa Alleanza contro Renzi, almeno sul campo che deve definire il terreno di gioco, le regole. In ballo c’è la fine dei lavori della commissione e la Direzione che, oggi, li validerà. I seguaci di Emiliano sono i più scatenati, ovviamente. Dice Boccia: «Se insistono sulla data del 9 aprile, salta tutto, ma ho fiducia che i renziani ‘timidi’ (l’appello è a Franceschini, ndr) sapranno ragionare con la loro testa e non impiccarsi a Renzi». Gli orlandiani sono appena più soft, ma il concetto è identico. Dice l’orlandiano Bordo: «Il 9 aprile è una data incompatibile con le regole, se vanno andare avanti gli votiamo contro e vediamo».

IN SERATA si diffonde una voce preoccupante: se la commissione, a maggioranza (renziana, ovviamente: su 20 componenti, 15 li teleguida Guerini), insisterà sul 9 aprile, Emiliano – che ieri sera, ospite da Mentana su La 7, ha detto che «Renzi vuol far saltare i referendum sui voucher e andare a elezioni anticipate» – potrebbe compiere l’ennesimo giro di valzer e ritirarsi dalla corsa per ‘impraticabilità di campo’. Resterebbe una sfida a due: quella tra il campione del partito della Nazione (Renzi, stile Macron) e il paladino del ‘partito che fu’ (Orlando, stile Hamon). Si vedrà. La mediazione, dice Guerini a un amico, «è una data intermedia per tutti, il 23 aprile». Due giorni dopo e ricorre il 25 aprile, Festa della Liberazione. Anche dal Pd di Renzi? Chi può dirlo.

NB: Questo articolo è stato pubblicato a pagina 4 del Quotidiano Nazionale il 24 febbraio 2017.

Orlando in campo: lancia la sua sfida. Renzi: la base non seguirà la scissione

Consiglio dei ministri sulla legge di Bilancio
NB: Questa mattina, alla Camera dei Deputati, il ministro alla Giustizia, Andrea Orlando, ha presentato il suo blog di riflessione politica, ‘Lo stato presente’, alla presenza di un folto gruppo di deputati e senatori della sinistra Pd che non prenderanno parte alla scissione di Bersani-Speranza-Rossi. Di fronte alla domanda su una sua eventuale candidatura al congresso del Pd, Orlando ha detto che non è ancora il momento di annunciarla, ma i suoi spiegano che, “a prescindere da quello che farà Emiliano, la sua candidatura è in campo”.
Ettore Maria Colombo
ROMA
«EMILIANO? Rossi? Non so cosa faranno – ragiona Renzi, che oggi non parteciperà ai lavori della Direzione del Pd – ma il congresso si può fare celermente, in modo spedito. Quella che si sta consumando sotto gli occhi dei militanti del Pd non è una scissione, ma la fuga di alcuni ex leader. La grande maggioranza della nostra base non li seguirà». Insomma, dire che l’ex premier sia addolorato per la separazione dei vari D’Alema, Bersani, Speranza, Rossi, sarebbe una bugia. Renzi, poi, si sta godendo lo spettacolo della pochade che ha messo in onda il governatore pugliese, sapendo che – a prescindere se Emiliano resterà o meno nel Pd – gli italiani, e non solo i social, «non perdonano». Infine, l’ex segretario si gira tra le mani gli ultimi sondaggi: Masia su La7 lo dà vincente con il 75% contro gli altri possibili contendenti, ridotti a briciole, mentre per Tecné (Ra1) il 70% degli elettori dem non vuole alcuna scissione. Non che siano né saranno rose e viole, per Renzi e i suoi, a partire da oggi, quando la Direzione lancerà il congresso. Enrico Letta, ha lanciato il suo appello anti-scissione, ma parlando di «cupio dissolvi» e «cumuli di macerie»: parole urticanti.

POI c’è il ministro Orlando, che proprio oggi, prima di andare in Direzione, inaugurerà il suo nuovo blog (Lo stato presente), ha messo intorno a un tavolo i suoi (45 ex Giovani Turchi che hanno rotto con il loro capo Orfini), venti deputati che sostengono Cesare Damiano, il quale ha, a sua volta, spaccato l’area che fa capo al ministro Martina, sfilandogli 20 parlamentari su 40, e i 15 di Gianni Cuperlo. «La tua candidatura può unire un’area vasta e personalità come Zingaretti, Chiamparino e altre», lo hanno incitato. Orlando annuncerà la sua candidatura a segretario non per conto di una correntina – spiegano i suoi – ma di una sinistra che chiede al Pd di tornare a un profilo di sinistra.
Per quanto riguarda le date del congresso, Renzi, che in Direzione gode di numeri bulgari, vuole che il giorno delle primarie aperte, torni a essere il 7 aprile, e non più il 7 maggio, come chiedevano e chiedono ancora, gli altri big. Una data lascia ancora aperta la finestra elettorale di giugno anche se con le amministrative (primo turno l’11 giugno) di mezzo, le Camere andrebbero sciolte entro fine aprile. Nessun renziano, neppure sotto tortura, ammetterebbe oggi di voler precipitare il Paese alle urne, ma la voglia rimane.
Del resto, che «la scissione indebolirà il quadro politico» come dice, in guerinese, il vicesegretario Guerini (ieri Renzi l’ha spedito a Porta a Porta), lo sanno pure i sassi. Gentiloni aspetterà che Mattarella rientri dal suo viaggio in Cina, poi salirà al Colle per riferire sulla «nuova situazione politica che si è creata in Parlamento».

INFATTI, per quanto i bersaniani assicurino che, pur dando vita alla scissione e a nuovi gruppi ‘Eguaglianza e Diritti’, voteranno la fiducia al governo
perinde ac cadaver già si profilano grosse nubi: il decreto Milleproroghe la parte ex-Sel non vuole votarlo. Infine, gira voce – tra i renziani di governo – di prossime modifiche alla legge elettorale non certo amichevole verso gli scissionisti che avrebbero già ricevuto il placet di Forza Italia: la soglia di sbarramento, che al Senato è all’8%, scenderebbe al 5%, ma salirebbe dal 3% al 5% alla Camera «per armonizzare i due sistemi come chiede Mattarella». Un’asticella non insuperabile, certo, ma neppure così facile.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 21 febbraio 2017 a pagina 6 del Quotidiano Nazionale. 

NEW!!! Pd, il ‘mistero’ del congresso anticipato. Braccio di ferro tra renziani e minoranza a colpi di regolamento sullo Statuto. I dubbi amletici di Renzi in attesa dell’Assemblea nazionale del 18

>>>ANSA/SCATTA IL REGOLAMENTO DI CONTI NEL PD, MINORANZA ALL'ATTACCO

Matteo Renzi e Matteo Orfini, segretario e presidente, alla Direzione nazionale del Pd

NEWS DELL’ULTIMA ORA 15 DICEMBRE 2016: SEMBRA CHE RENZI ABBIA DECISO CHE L’ASSEMBLEA NAZIONALE DI DOMENICA 18 DICEMBRE APRIRA’ IL PERCORSO CONGRESSUALE E ANCHE CHE LE PRIMARIE DI PD E CENTROSINISTRA PER LA PREMIERSHIP SI TERRANNO IL 5 MARZO 2017.

“ANALISI SITUAZIONE POLITICA E DETERMINAZIONI CONSEGUENTI”. È QUESTO, A QUANTO SI APPRENDE DALLE AGENZIE DI STAMPA, L’ORDINE DEL GIORNO IN CALCE ALLA CONVOCAZIONE DELL’ASSEMBLEA NAZIONALE DEL PARTITO DEMOCRATICO CHE SI TERRA’ DOMENICA 18 DICEMBRE A ROMA. LA FORMULA DELLA CONVOCAZIONE, SPIEGANO FONTI DEM, LASCIA APERTA LA POSSIBILITÀ CHE L’ASSEMBLEA DECIDA DI CONVOCARE IL CONGRESSO DEL PARTITO. L’ASSEMBLEA INIZIERÀ ALLE 10.00 ALL’HOTEL ERGIFE DI ROMA.

 

1) Pd appeso all’indecisione di Renzi. Primarie aperte o congresso normale il dilemma. L’obiettivo del segretario dem resta comunque il voto anticipato tra maggio e giugno. 

MATTEO RENZI dice ai suoi di volersi tenere in queste ore «mille miglia lontano dalle beghe romane», rintanato com’è nella sua Pontassieve, dove porta i bimbi a scuola e a calcetto. E a chi gli chiede se ha  in mente – e quale – “un blitz romano” risponde ironico che “per ora mi milito a fare un blitz alla Coop…”. Certo è che «non ha ancora deciso». In realtà, ha davanti ha sé un orizzonte politico ben chiaro: legge elettorale entro febbraio ed elezioni tra maggio giugno, con due data cerchiate in rosso sul calendario, il 20 maggio e il 4 giugno, il che però non è indifferente perché vuol votare prima o dopo il G7 a Taormina. Ma è sul partito che non ha ancora deciso. Se, cioè, domenica prossima, 18 dicembre, a Roma, chiederà all’Assemblea nazionale del Pd di aprire o meno la stagione congressuale, portando il Pd a congresso anticipato oppure se si limiterà a chiedere ‘primarie aperte’. «La decisione dipende da lui solo» – assicurano i suoi – e i problemi «non dipendono dallo Statuto».

LA MINORANZA dem è pronta a impugnare lo Statuto, a costo «di finire davanti al Tar». La questione, in realtà, è controversa. Secondo Nico Stumpo, responsabile Organizzazione sotto Bersani, non si può fare il congresso a marzo: «E come si fa? Quale sarebbe il percorso? Assemblea il 18, Direzione il 20 gennaio e presentazione delle liste collegate per il congresso a fine gennaio? E il regolamento congressuale quando si fa, a Natale?!» sbotta. Inoltre, per Stumpo, «Renzi si dovrebbe dimettere da segretario, se vuole presentarsi al congresso, e aprire la normale trafila congressuale di un congresso ordinario, altrimenti si va a scadenza naturale e il congresso si convoca 6 mesi prima».
Dall’altra parte c’è Salvatore Vassallo, estensore dello Statuto dem, che ieri sull’Unità ha scritto un – arzigogolato – articolo per spiegare, in buona sostanza, che segretario e Assemblea «sono sovrani» e che le dimissioni di Renzi sarebbero solo «dimissioni tecniche». Come spiega anche un altro costituzionalista dem, che pure ha contribuito a scrivere lo Statuto del Pd, Stefano Ceccanti, “il rapporto fiduciario segretario-assemblea è come quello presidente del Consiglio-Camere: puoi presentarti dimissionario, e riottenere la fiducia, oppure ti può essere negata, oppure ancora puoi dimetterti e andare al voto….”. Dalle parti di Matteo Orfini, invece, la pensano diversamente: «sarebbe Matteo (Orfini), in qualità di presidente, ad assumere i pieni poteri, in caso di dimissioni del segretario».

La questione, però, come sempre, è politica. Ieri, nel Transatlantico di palazzo Madama, il ministro al Welfare, Giulaino Poletti, ha fatto una gaffe, facendo arrabbiare assai i renziani («Quello è matto!») che però ha rivelato, i piani dell’ex premier: «Il referendum sul Jobs Act (3 milioni di firme raccolte dalla Cgil per reintrodurre l’art. 18, abolire i voucher e i contratti a termine, la Consulta esaminerà i quesiti l’11 gennaio, ndr) non si farà (a giugno, nel caso, sempre che i referendum passano il vaglio della Consulta) perché prima si vota».
Se domenica, in Assemblea, Renzi si presentasse dimissionario, si andrebbe dunque al voto anticipato, con in mezzo il congresso del Pd, sempre che la maggioranza dei membri dell’Assemblea (serve il 50,1% dei componenti: oltre 500 sugli oltre mille aventi diritto) deliberi che si va a congresso subito, con Renzi in sella o meno che sia, in questo caso.
Altrimenti Renzi potrebbe scegliere, come è tentato di fare, di promuovere solo primarie di coalizione «aperte», modello Prodi 2005 o, anche, modello Veltroni 2007. Primarie, dunque, solo ‘confermative’ per prendere – come ha detto altre volte – “2 milioni di voti”.
In questo caso, l’unica candidatura realmente alternativa a quella di Renzi sarebbe quella dell’ex sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, appoggiato da Gianni Cuperlo e da altri pezzi della sinistra che, ormai, ha di fatto rotto con Sel e non parteciperà al percorso di nascita di Sinistra italiana (congresso fondativo a febbraio 2017): i senatori Stefano e Uras, che hanno già votato a favore del governo Gentiloni, rompendo con il gruppo di Sel al Senato, i sindaci di Cagliari, Massimo Zedda, e forse di Genova, Marco Doria, ma soprattutto, appunto, Pisapia. Ad andare in affanno sarebbe la sinistra interna dem che ha fin troppi candidati a segretario: il governatore toscano Rossi, il governatore pugliese Emiliano – sponsorizzato dall’ex premier Massimo D’Alema e il ticket Speranza-Letta, a ora mai nato.
Ieri sera, a Porta a Porta, il vicesegretario del Pd, Lorenzo Guerini, ha detto che «Renzi sarà il candidato del Pd al prossimo congresso» e che, appunto, «giugno è una data realistica per tornare alle urne», ma anche negato che Renzi voglia fondare un “Partito di Renzi” che, pure, nei sondaggi, viene già accreditato di almeno un buon 20% di voti.

IL ‘COMBINATO disposto’ delle parole di Guerini – che ieri confidava a un amico: «Abbiamo il 78% dei consensi in Assemblea e l’82% in Direzione…» – indica che le due strade davanti a Renzi (dimissioni per accelerare il percorso del congresso anticipato o restare in sella per andare al voto con primarie «aperte») sarebbero ancora, e pienamente, nella sua disponibilità. Solo che Renzi «ci sta pensando, non ha deciso» e, riconosce uno dei suoi, «ogni giorno ha la sua pena, ieri, per dire, ha cambiato idea tre volte…». A scompaginare i giochi di Renzi, però e per davvero, potrebbe essere il malumore che cova crescente dentro Area dem (Franceschini), tra i Giovani Turchi (Orlando) e tra i Popolari di Fioroni. Ecco, se domenica fossero loro a far mancare i voti, alla «mozione» Renzi (dimissioni e congresso anticipato), allora sì che sarebbero guai.

NB: Questo articolo è stato pubblicato su Quotidiano Nazionale il 15 dicembre 2016 pag 9


Il punto della situazione sul congresso del Pd ieri, 14 dicembre 2016, metà pomeriggio. 

Le notizie riportate sui giornali di oggi indicano che non solo la minoranza dem – pronta a impugnare lo Statuto del partito e, persino, pare a ricorrere al Tar (sic) in caso di ricorsi – ma anche lo stesso Renzi nutrirebbe forti dubbi sulla possibilità o legittimità di convocare il congresso del Pd già nel corso dell’Assemblea nazionale di domenica 18 dicembre. Lo scontro  verte su una diversa interpretazione dello Statuto. Per la minoranza è semplice: “o Renzi si dimette – spiega Nico Stumpo – si presenta dimissionario al congresso nazionale e questo si può svolgere in via anticipato, oppure, se non si vuole dimettere, il congresso non si può convocare prima del 6 giugno, quando scatta la convocazione ordinaria” (il congresso dem va convocato sei mesi prima della sua scadenza naturale, dicembre 2017). Sempre Stumpo mette tutti sull’attenti: “Sento parlare di Assemblea nazionale il 18, Direzione il 20 dicembre per eleggere la commissione congressuale e presentazione delle liste per il 20  gennaio! E il regolamento congressuale quando lo facciamo, sotto Natale?!”. Insomma, l’atteggiamento della minoranza è: “Se è così, se lo votano a maggioranza, il congresso, come hanno fatto con le riforme, così poi vediamo che fine fanno…”. Peraltro, la minoranza ha anche un altra arma: presentare una candidatura ‘di bandiera’ all’interno dell’Assemblea nazionale (Speranza?) per dilatare a dismisura il percorso congressuale (servirebbe, infatti, la convocazione di una nuova Assemblea per vagliare le candidature).

Dall’altra parte, i renziani – che comunque possono garantirsi il 50,1% dei membri dell’Assemblea nazionale (501 membri su 1000) solo con l’appoggio di altre aree interne (Area dem di Franceschini, Giovani Turchi di Orlando e Orfini, Sinistra nuova di Martina) – vorrebbero forzare le tappe e il percorso congressuale andando al congresso anticipato, senza che Renzi si debba presentare dimissionario. Salvatore Vassallo, che lo Statuto Pd lo ha scritto di suo pugno, ha spiegato ieri – sia pure in modo arzigogolato e barocco – sul giornale del partito, l’Unità – che “i gruppi dirigenti si possono rinnovare in due modi. 1) scioglimento ‘conflittuale’: dimissioni del segretario in caso di contrasto con la maggioranza dell’assemblea o di sfiducia dell’assemblea stessa verso il segretario. In questo caso, se il segretario si dimette, servono i 2/3 (maggioranza qualificata dei membri) per sostituirlo, se sfiduciato, è obbligatorio il ricorso a una nuova elezione del segretario; 2) scioglimento ‘non conflittuale’. Per proporre lo svolgimento di elezioni interne anticipate della sua carica il segretario può presentare le sue dimissioni ‘tecniche’ rendendo in questo modo l’Assemblea sovrana e libera di scegliere tra due alternative: accettare le dimissioni del segretario e decretare il suo stesso scioglimento, chiedendo al segretario di gestire il partito nella fase transitoria (fino, cioè, a nuove elezioni della carica di segretario), oppure eleggere un successore per il termine residuo del suo mandato”. Insomma, a norma di Statuto, parrebbe avere ragione Vassallo, ma il ragionamento è molto da Azzeccagarbugli e lo stesso Renzi parrebbe indeciso o dubbioso sul da farsi.  “Renzi sta riflettendo, in queste ore, sul da farsi, ma non ha ancora deciso”, dicono i suoi.

Nell’attesa ecco due articoli da me scritti, nei giorni scorsi, sul tema del congresso del Pd.

2) Primo pezzo pubblicato il 13 dicembre 2016, pag. 8.

“Resto segretario per il congresso”. Renzi accelera su tempi e regole. Primarie aperte per il leader. Sinistra dem in rivolta contesta, ma potrebbe lanciare Zingaretti.

AVERE, domenica prossima, il via libera, da parte dell’Assemblea nazionale del Pd – il massimo organo statutario del partito democratico, detto anche “l’Assemblea dei Mille” perché conta mille e più delegati e che, volendo, può eleggere il segretario (Guglielmo Epifani, per dire, fu eletto lì) – per la convocazione anticipata del congresso nazionale. In modo da eleggere, entro marzo, il segretario e, quindi, il candidato premier con un «bagno di popolo» da tenere domenica 26 febbraio o 5 marzo, le due date individuate da Renzi per la giornata campale, quella delle primarie aperte a tutti, iscritti al Pd e semplici elettori, sbaragliando gli avversari, ancora molto incerti sul da farsi, ma che, se non vogliono finire male come Cuperlo contro Renzi potrebbero cercare di convergere su un nome «terzo».
Non Roberto Speranza, dunque, il candidato ‘naturale’ della minoranza, che però non gradirebbe affatto verdi mettere da parte e neppure il governatore della Puglia, Emiliano, che è il ‘cavallo di razza’ su cui punta D’Alema, ma l’attuale governatore del Lazio, Nicola Zingaretti, che non a caso ieri ha fatto sentire la sua voce – molto critica – sul Pd. Obiettivo finale di Renzi – e non certo della minoranza – «elezioni politiche il prima possibile», a giugno. Eppure, stabilito che il congresso sarà vero e seguirà la trafila classica (congressi di circolo-congressi di federazione, cioè provinciali, entrambi riservati ai soli iscritti; selezione delle candidature, tre, per le primarie aperte a tutti) e che, dunque, non ci sarà alcun ‘congresso volante’, come volevano i renziani ortodossi (via la trafila dei congressi di circolo e federazione, solo liste collegate ai candidati e poi primarie aperte), la «gabola» c’è, anche se non si vede. Infatti, i congressi di circolo e federazione non eleggeranno i segretari dei medesimi organi, elezioni che saranno rinviate dopo le primarie, come pure l’elezione dei segretari regionali e dei congressi regionali che per Statuto si eleggono dopo.

IL DIAVOLO, come si sa, sta nei dettagli. Uno è quello citato, l’altro è che Renzi non si dimetterà da segretario, come invece chiede la minoranza, appellandosi allo Statuto: lo spiegano due costituzionalisti, Salvatore Vassallo e Stefano Ceccanti, che lo statuto del Pd l’hanno scritto. Vassallo scrive, via Twitter, che: «Non è necessario che Renzi lasci la segreteria per anticipare il congresso, se l’assemblea condivide il percorso indicato». Ceccanti ripete lo stesso concetto, richiamando anche un articolo dello Statuto (articolo 3).
È questa la road map che il premier ormai ex, ma ancora segretario dem in carica, illustra, ieri, in Direzione nazionale, dove non solo si è presentato, in maglioncino blu e camicia bianca senza giacca (si pensava non l’avrebbe fatto), ma ha anche parlato, a fine riunione.
La minoranza dem che fa capo all’area Speranza-Bersani (Sinistra riformista) preannuncia battaglia, ma le loro armi appaiono assai bagnate: non hanno candidati di grido e di peso, anzi sono divisi tra la candidatura del governatore toscano Rossi, quella possibile di Emiliano e quella che sembrava certa fino a ieri dello stesso Speranza, e, soprattutto, hanno poche armi in mano per impedire che si metta in moto la macchina congressuale.

Renzi, a fine dibattito, dunque parla – mentre Orfini, presidente dei lavori della Direzione, lo guarda esterrefatto perché gli aveva chiesto di non aprire, ora, il dibattito sul partito –: lo fa perché “si è molto indispettito”, dicono i suoi, proprio dopo l’intervento di Speranza. Il giovane delfino di Bersani – dopo aver presentato un documento sul governo Gentiloni che neppure viene votato, in Direzione, e che puntava a porre una “fiducia condizionata” – chiede di «cambiare rotta radicalmente o il Pd muore» e lancia la sfida a Renzi: «Dica con chiarezza se non c’è spazio nel Pd per chi ha votato No, senza nascondersi dietro agli insulti su Internet e alle manifestazioni davanti al Nazareno». Parole che suscitano un gran brusio e molti malumori in platea, da parte di renziani e non, e che, nonostante l’intervento ironico e pacato di Cuperlo («Non ho paura del voto, ho paura del risultato del voto…») che cerca di riportare i lavori a un clima più disteso, spingono Renzi a intervenire, appunto, in replica finale: «Io sono dell’idea – dice secco – che si dovrebbe rispettare lo Statuto e domenica l’Assemblea dovrebbe decidere se si fa il congresso».
Certo, se regge il “patto di sindacato” con le due macro-aree interne ‘a-renziane’ (Area dem di Franceschini e Giovani Turchi che però, ieri, sono rimasti seccati e silenti: giocano «a carte coperte, per ora», dicono preoccupati i renziani), problemi di numeri Renzi non li avrà. Un congresso, dice Renzi, che dovrà avere come obiettivo elezioni «imminenti» perché «nei prossimi mesi, lì andremo». Insomma, data la «piena fiducia» al governo Gentiloni, come ha sottolineato il vicesegretario dem, Lorenzo Guerini, nell’introduzione, «domenica prossima – spiega un big del Pd – l’Assemblea voterà un ordine del giorno in cui chiede alla Direzione di convocare il congresso (ma serve la maggioranza degli aventi diritto, per farlo, quindi 500 dirigenti del Pd su 1000, ndr), la Direzione nominerà la commissione per il regolamento e faremo congresso e primarie al massimo entro marzo».

UN PERCORSO che vede, appunto, la contrarietà netta della sinistra interna: non ha, ad oggi, i numeri per bloccare l’approvazione di un ordine del giorno in Assemblea, ma darà battaglia. «Il congresso si deve fare – dice Nico Stumpo – ma le regole devono essere rispettate. Renzi si dovrebbe dimettere. Altrimenti il congresso va convocato sei mesi prima della scadenza, il 6 giugno 2017…» (in teoria è previsto per dicembre 2017). La minoranza potrebbe – spiega Stumpo – presentare un proprio candidato anche in Assemblea per allungare i tempi. Primi tiri di fioretto, a colpi di regolamento, in attesa della battaglia vera e propria, quella congressuale, che si giocherà a colpi di mazza ferrata.


3) Secondo pezzo pubblicato lunedì 12 dicembre, pag. 9.

Congresso Pd, la sfida finale. “Matteo si gioca tutto alle primarie”. Due date (26 febbraio o 5 marzo), poi elezioni

MATTEO Renzi è tornato nella sua Pontassieve «a fare l’autista» a moglie e figli. Ha espresso dubbi persino sullla semplice sua partecipazione, oggi, alla Direzione nazionale del partito che, pur convocata in modo «permanente», mercoledì scorso ha visto solo la relazione del segretario, ma senza apertura di alcun vero dibattito, rimandato ad oggi. Renzi spiega ai suoi: «Non vorrei parlare in pubblico per un mese. Vorrei che si parlasse del governo di Gentiloni, dei problemi del Paese, non di me. Il confronto, anche duro, che ci dovrà essere, dentro il Pd, si trasformerà in una corrida, so che sarà così e mi sta bene, ma vorrei evitare che succeda oggi, almeno per rispetto a Paolo (Gentiloni, ndr.)». Alla fine, però, il segretario andrà alla Direzione e lo scontro vero si aprirà subito, prima ancora del fine settimana in cui si terrà l’Assemblea nazionale. Infatti, l’Assemblea del Pd, massimo organo del partito, è già stata convocata per il 18 dicembre e si terrà a Roma. Sarà lì che Renzi potrebbe annunciare le dimissioni anche dalla carica di segretario, come è pure tentato di fare. Anche perché, se non si dimettesse, come già eccepiscono in molti, il congresso andrebbe indetto non prima di sei mesi del suo svolgimento, cioè a… giugno 2017… I suoi lo frenano e stanno cercando un modo per indire lo stesso il congresso subito.
Renzi ha già individuato due date possibili, e molto ravvicinate tra loro: il 26 febbraio o il 5 marzo, per tenere il «giorno glorioso» che determina la fine del congresso, la celebrazione delle primarie, ovviamente «aperte» a iscritti e non del Pd purché firmino la «carta degli intenti» e versino un piccolo obolo (di solito si tratta di 2 o 5 euro e le primarie sono aperte anche al voto dei 16 enni, oltre che degli immigrati dotati di regolare permesso di soggiorno, fonte di infinite polemiche, nel recente passato, specie in primarie locali poi annullate o contestate come è successo, per ben due volte, a Napoli…). L’obiettivo del premier dimissionario resta sempre lo stesso, dal giorno (anzi, dalla notte), delle sue dimissioni: fare il congresso il prima possibile per andare a elezioni, una volta fatta la nuova legge elettorale dal Parlamento, il prima possibile (al massimo a giugno).

IN OGNI CASO – che vada oggi in Direzione, come sarà, e che si presenti, o meno, dimissionario all’Assemblea nazionale – resta il fatto che Renzi e i suoi stanno per lanciare l’ultima sfida, quella – davvero – della vita: congresso straordinario del Pd per ottenere, subito dopo, le elezioni. Per quanto riguarda il congresso, Renzi e i suoi hanno davanti a loro due strade, entrambe, però, assai difficili, se non perigliose. La prima, quella più hard, farebbe infuriare la minoranza al punto da dire «gioco falsato, regole farlocche, noi non giochiamo più», con conseguenze disastrose per il Pd: la scissione sarebbe più vicina.
La strada è quella del congresso «volante». Vuol dire saltare le istanze di base (congressi di circolo e federazione, riservati solo agli iscritti, e congressi regionali, che comunque, per Statuto, si devono tenere dopo il congresso nazionale) e fare solo le primarie nazionali per la candidatura a segretario e la premiership, due cariche coincidenti per Statuto. La selezione della classe dirigente starebbe solo nelle «liste» collegate al candidato segretario per comporre la nuova Assemblea nazionale la quale poi elegge la Direzione.
SAREBBE una forzatura che troverebbe non solo l’aperto dissenso della minoranza dem, l’area di Speranza e Bersani che, con Davide Zoggia, chiede apertamente a Renzi «di dimettersi, scindere le figure di segretario e candidato premier e fare un congresso vero». Anche Area dem (Franceschini) e i Giovani Turchi – ieri hanno parlato sia Matteo Orfini per assicurare che «nel momento in cui si apre il congresso, la gestione la fa un organismo terzo», sia Andrea Orlando che vuole «ripensare il Pd», ma non si candiderà contro Renzi – potrebbero nutrire dubbi e perplessità sull’iter accelerato che ha in mente il segretario, frenando l’impeto dei renziani che, sostanzialmente, puntano a primarie «confermative» (modello Prodi 2005 più che Bersani 2012, quando quest’ultimo vinse contro Renzi).

ECCO perché la seconda strada, più soft, oltre che classica, dovrebbe prevalere. Congresso ordinario con tutta la trafila: congressi – che i renziani chiamano «convenzioni», cioè con ridotti poteri di elezione dei segretari delle istanze medesime – dei circoli e delle federazione provinciali, congressi riservati ai soli iscritti, selezione delle candidature per il congresso nazionale con liste connesse dove le aree interne (o ‘correnti’) e, infine, elezione del segretario-candidato premier tra i diversi candidati con primarie «aperte», dove cioè votano tutti gli elettori e simpatizzanti del Pd che, versando un piccolo obolo e sottoscrivendo la ‘Carta degli Intenti’, possono votare anche se non sono  iscritti. In ogni caso, i tempi resterebbero gli stessi. Dalla data di indizione (18 dicembre) al giorno delle primarie (26 febbraio o 5 marzo) Renzi vuole chiudere la pratica congressuale in due mesi.
Al segretario non interessa nulla della trafila burocratica dei ‘congressini’ – che verrà gestita, come al solito, dall’uomo d’ordine, e ordinato, Lorenzo Guerini – ma la sfida finale: punta a una piena legittimazione popolare («almeno due milioni di voti»). «Vincere il congresso, ma vincerlo dopo, con un congresso ordinario semi-estivo», spiegano i suoi, sarebbe troppo tardi per tutto, soprattutto per preparare una campagna elettorale a Politiche anticipate (da fare a giugno, non oltre) che sarà ben più sanguinosa.

NB: Questi due articoli sono stati pubblicati lunedì 12 e martedì 13 dicembre sul Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)

Tregua armata tra le anime del Pd e radiografia di truppe e leader. In campo i ‘frenatori’: Franceschini, Orlando e altri.

NB: QUESTO PEZZO E’ STATO SCRITTO IERI, SOLO STAMANE E’ ARRIVATA LA NOTIZIA CHE RENZI HA DECISO DI CONVOCARE LA DIREZIONE PER BREVI COMUNICAZIONI, SENZA ALCUN DIBATTITO SUCCESSIVO, RIMANDATO A UN ALTRA DIREZIONE DEL PD.

Cultura: Franceschini, 135 mln per grandi progetti

Il ministro ai Beni culturali Dario Franceschini

MATTEO Renzi ha cambiato idea e la Direzione di oggi pomeriggio da quella della «resa dei conti» diventerà quella della «tregua», sia pure «armata». Proporrà di appoggiare un governo istituzionale, anche se fissando dei «paletti»: «serve un governo con numeri larghi, con tutti dentro, a partire da Berlusconi – ha spiegato ai suoi – sennò ci sparano addosso e ci dissanguiamo come fu con Monti». La Direzione di oggi, dunque, potrebbe durare assai poco e poi riaggiornarsi a dopo le consultazioni per capire se, per davvero, nascerà un governissimo o meno. Perché «se le risposte degli altri saranno negative, il bivio si riproporrà e allora sì che Matteo forzerà tutti noi per andare al voto subito», spiega un esponente della maggioranza dem che ancora non ne ha capito le reali intenzioni.

MA SE domani – dopo la salita al Colle per le dimissioni formali che Reenzi farà stasera, dopo la Direzione di oggi pomeriggio, appena verrà sigillata dal Senato la legge di bilancio – “è un altro giorno” e, dunque, «si vedrà» quale governo fare (‘istituzionale’ a guida Grasso o ‘elettorale’ a guida Gentiloni o Delrio o Padoan), supportato da chi (l’attuale maggioranza che Renzi e Alfano dichiarano “esaurita” nei suoi compiti di legislatura, quella Pd+Ncd+centristi oppure un altra più larga, che arrivi almeno a Forza Italia per fare la legge elettorale e affrontare i problemi più urgenti, un governo tecnico dimissionario, guidato da un ministro di Renzi o da Renzi stesso dimissionario che si limiti a portare il Paese al voto) e con quali compiti e scadenze (elezioni a breve nel 2017, appena possibile, o governo istituzionale che traguardi la fine  legislatura, febbraio 2018) , per ora c’è «l’oggi» e ci sono quanti, nel Pd, hanno convinto Renzi a soprassedere alla voglia di gridare “muoia Sansone, con tutti i Filistei”, riportandolo a più miti consigli.
I ‘frenatori’ del voto anticipato, ovvio, allignano e prosperano, da sempre, ma oggi con molte più chanches di prima, all’interno del Pd. Si chiamano, nell’ordine Franceschini Dario (ex Dc-Ppi, ex vice di Veltroni, ministro, leader di Area dem, 80/90 parlamentari, di cui 50 deputati e 40 senatori, 20% dei voti in Direzione), Orfini Matteo (presidente del Pd, ex dalemiano, capofila dei Giovani Turchi, 6 parlamentari, quasi tutti deputati, 12% in Direzione) e Andrea Orlando (ministro, falso – pare – che abbia litigato con Orfini, ma più sensibile di lui agli umori della sinistra interna e possibile rivale di Renzi a un congresso), Martina Maurizio (ministro, leader della nuova corrente, nata dalla rottura con Bersani, ‘Sinistra&cambiamento’, 70 parlamentari: 50 deputati, 20 senatori), Beppe Fioroni (30 deputati, leader dei Popdem ex Dc), vecchio squalo del Transatlantico e della continuità.
Sono stati loro che, dopo aver rinnovato «fiducia» e garantito «lealtà» al premier nelle prime 48 ore, hanno sconfitto la strada che cercava a tutti i costi il premier, le elezioni.
Come dice a QN il vicepresidente del Senato, Francesco Verducci, «abbiamo ragionato insieme (tra noi e con Renzi, ndr): condividiamo l’esigenza del voto anticipato, ma bisogna attendere la sentenza della Consulta e fare la nuova legge elettorale. Serve un governo di scopo nel rispetto delle scelte di Mattarella, ma evitando governi tecnici alla Monti 2011».

Gli uomini di Franceschini lo dicono in modo meno diplomatico: «andare al voto subito sarebbe da irresponsabili, Renzi deve capirlo e la sentenza della Consulta (attesa il 24 gennaio, ndr) lo impone». Ecco perché Renzi e il suo «giglio magico» (Lotti, Boschi, Nardella, cui si è ricongiunto Richetti e che gode ancora dell’appoggio fedele dei «cattorenziani» del ministro Delrio, oltre che del vicesegretario Guerini: 40% di voti in Direzione, ma solo 40 parlamentari davvero convinti con loro a ogni costo) devono far buon viso a cattivo gioco. Da queste lunghe – e sfibranti – consultazioni dentro il partito ne è uscita, dopo il forcing di Mattarella («inconcepibili elezioni anticipate subito») e l’annuncio della sentenza della Corte, fissata al 24 gennaio, la nuova linea di Renzi: l’ok (formale) a un governo istituzionale, quasi certamente a guida Grasso, per fare la legge elettorale e «andare al voto», certo, ma non tanto presto: se tutto va bene, a fine aprile, con il rischio concreto di vedersele far slittare fino a a ottobre (la sentenza della Consulta, il 24 gennaio, avrebbe comunque bisogno, pur se fosse ‘autoapplicativa’, di 20 giorni di tempo per pubblicare le motivazioni, poi comunque il Parlamento e il governo dovrebbero fare una legge elettorale per applicare le nuove norme, il tempo continuerebbe a scorrere e da quando vengono sciolte le Camere servono 60 giorni per indire i comizi elettorali). Nel frattempo si potrà fare, volendo, un congresso del Pd «vero» e lì si riaprirebbero i giochi. I Giovani Turchi potrebbero lanciare il ministro Andrea Orlando, forse appoggiato dalla sinistra, la sinistra interna stessa rilanciare Roberto Speranza in tandem con Letta o, forse, convergere su Nicola Zingaretti, governatore del Lazio, i franceschiniani sganciarsi da Renzi e cercare un nuovo candidato all’interno dell’area centrista e governativa del Pd.

Il frontman nel far scendere Renzi a più miti consigli, è stato proprio Franceschini, in contatto continuo con il Colle, mentre Orfini e Martina erano più affini alla linea dura. E potrebbe, a questo punto, tornare in gioco anche la sinistra dem. A lungo dissanguata da scissioni e perdite (erano 120 i parlamentari di Area riformista, ora sono solo 50: 30 alla Camera, 20 al Senato, 25% in Direzione, se ne sono andati prima Civati, che ha fondato ‘Possibile’, poi D’Attorre e Fassina, confluiti in Sel-SI poi Mineo, altri potrebbero farlo), ora ringalluzzita, grazie alla vittoria del No, spera di potersi appoggiare al «partito dei frenatori» per isolare Renzi oggi e, soprattutto, per poterlo sconfiggere, al congresso, domani. Poi, certo, resta sempre in piedi l’ipotesi che Renzi «tiri dritto». Lo dice, a un amico deputato, Delrio: «Vogliamo un governo solo per fare la legge elettorale, con tutti, ma per votare subito, non un governo che duri molti mesi per farci dettare la linea da Berlusconi e da Bersani e per farci sparare contro da tutti gli altri». A quel punto, Bersani, l’altra sera in televisione, tracciava l’ipotesi estrema: «Serve tempo per fare un governo, rifare la legge elettorale, affrontare le emergenze del Paese. Bisogna completare la legislatura e fare il congresso a scadenza naturale (ottobre 2017, ndr.). Se, invece, Renzi fa il PdA, il Partito dell’Avventura, allora non mi resterà che uscire dal Pd». Nel Pd, a quel punto, resterebbe solo Gianni Cuperlo (leader di Sinistra dem), a sinistra, forse manco lui.

NB: questo articolo è stato pubblicato il 7 dicembre 2016 a pagina 6 di Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)