‘Vado verso la Vita’. Il trasformismo parlamentare (istrionico ma inventivo) di Gabriele D’Annunzio, fulgido esempio per i modesti trasformisti odierni

Portone d'ingresso della Camera dei Deputati

Portone d’ingresso della Camera dei Deputati

Mimmo Scilipoti non ci ha mai pensato, forse perché non è mai stato di grandi e buone letture. I pentastellati dissidenti che se ne vanno, uno dopo l’altro, dal movimento di Grillo neppure, ovviamente, e anche qui nessuno ne dubitava. Qualche alfaniano di solida cultura classica, però, avrebbe potuto rispolverarlo, all’atto della rottura con Berlusconi e del sì a Renzi.

Parliamo di un celebre motto del Vate Gabriele D’Annunzio, quel ‘Vado verso la vita’ che nel 1897 l’allora deputato eletto nelle fila della Destra moderata pronunziò per giustificare il suo repentino passaggio nei banchi parlamentari della Sinistra. Motivo occasionale: il varo delle ‘leggi liberticide’ promosse dall’allora governo Pelloux contro i moti socialisti e democratici che stavano infiammando l’Italia in seguito alla sanguinosa repressione dei moti di Milano da parte del generale Bava Beccaris. Come si sa, D’Annunzio ‘andò e tornò’ dalla ‘vita’ altre numerose volte: divenne socialista interventista, poi nazionalista, poi ‘dannunziano’, poi fascista, infine ‘afascista’… Aveva, dunque, perfettamente ragione, il Vate, a definirsi “oltre la Destra e oltre la Sinistra”.

Eppure, il suo case history merita di essere non solo studiato ma anche portato all’attenzione dei parlamentari odierni che potrebbero, appunto, ricavarne un utile ‘brevario’. Sovviene, alla bisogna, il libro di Licio De Biase, L’Onorevole D’Annunzio. L’esperienza parlamentare di Gabriele D’Annunzio tra destra e sinistra (Ianieri Editore, euro 16, pp. 225), libro che reca anche la prestigiosa prefazione del massimo cultore e studioso di ‘cose’ dannunziane vivente, lo storico Giordano Bruno Guerri.

Siamo, appunto, negli ultimi anni dell’Ottocento quando, caduto il governo di Francesco Crispi, l’Italia viveva un momento storico per certi aspetti analogo a quello odierno: è un Paese lacerato da tensioni sociali alimentate dalla marea montante di aspettative presto disattese. Fu allora che d’Annunzio decise di candidarsi con la Destra per l’elezione a deputato nel collegio di Ortona a Mare. “Bisogna che il mondo si persuada che io sono capace di tutto” scrisse al suo editore Emilio Treves, sicuro della vittoria. E, appunto, “Io sono al di là della destra e della sinistra” aveva scritto all’amico giornalista Luigi Lodi, “come sono al di là del bene e del male. Tu sai che sarà stupenda la singolarità delle mie attitudini sui vecchi banchi di Montecitorio. Io farò parte di me stesso. Io sono un uomo della vita e non delle formule”.

Parole che resteranno scolpite a lungo, a futura memoria. A esplorare e mettere a fuoco i pochissimi anni di vita parlamentare del D’Annunzio (1897-1900) sovviene, appunto, il libro di Di Biase, novità editoriale di solido interesse storico-documentario. L’attività del Poeta merita, anche nella sua attività parlamentare, una “critica globale”, spiega Di Biase. Certo è che un personaggio poliedrico come D’Annunzio non poteva vivere l’esperienza parlamentare come un qualsiasi onorevole: le sue assenze quotidiane dai banchi sono state compensate da colpi di scena passati alla storia, non riconducibili alla normale attività parlamentare.

E così il libro dipana la storia che intercorre tra la campagna elettorale del 1897, quando D’Annunzio fu eletto deputato, e quella del 1900, quando si ricandidò con i socialisti come candidato indipendente sempre a Ortona ma venne sonoramente battuto. Due campagne elettorali gestite da un grande comunicatore ante litteram (nel 1897, quando si candidò, fece tappezzare ogni luogo in cui parlava con manifesti che riproducevano i titoli dei suoi libri: quale propaganda migliore de Il piacere o L’innocente?!) che non disdegnava attenzioni, anche clientelari, al suo territorio, durante la campagna elettorale, per poi dimenticarsi di tutto”. “Il Vate”, scrive Di Biase, “non poteva portare in Parlamento le esigenze e i bisogni del suo territorio.

Un personaggio come lui doveva segnare il suo passaggio con altro. Voleva portare in Parlamento l’attenzione per la Bellezza, cioè di quella grande potenzialità di elementi storico-culturali di cui era (ed è) ricco il Paese, e di questo parlò anche nel suo discorso più importante, ‘il discorso della siepe’ pronunziato a Pescara il 22 agosto 1897. In quel discorso D’Annunzio assumeva la proprietà privata a simbolo da difendere contro gli attacchi rancorosi dei socialisti. “E se non è chiaro – nota giustamente il Guerri – quanto i popolani che assistevano ai suoi comizi potessero comprendere i suoi discorsi alati”, il percorso politico di d’Annunzio arriverà al suo apice quando, senza sparare un colpo, conquisterà la città di Fiume e redigerà la Carta del Carnaro, una Costituzione che ancora oggi ha pochi eguali al mondo, dimostrando come un grande comunicatore, capace di mobilitare la piazza (nell’interventismo della I Guerra Mondiale, per dire), sappia trasformarsi anche in un raffinato legislatore “mantenendo vivo il culto della lingua, letteratura e cultura italiana” come declamava D’Annunzio stesso. Una grande lezione che i politici odierni, trasformisti o meno, dovrebbero mandare a memoria.

NB. Questo articolo e’ stato pubblicato sulle pagine culturali del quotidiano Libero il 10 marzo 2014.

Gabriele D'Annunzio

Gabriele D’Annunzio

il sito sul Vittoriale degli Italiani, casa-museo del Vate D’Annunzio