Bonanni anticipa l’addio alla Cisl, dove gli succederà la Furlan, ma pensa a una nuova aggregazione di cattolici

Le riforme, e cioè “la madre di tutte le battaglie che stiamo affrontando in questi giorni”, per dirla con il piglio guerresco del ministro alle Riforme Maria Elena Boschi, sono approdate, a partire da oggi, in Senato. Compito e lavoro non facile, a dirla tutta. Infatti, se è vero che gli effetti della sentenza Ruby hanno subito prodotto i loro benefici effetti – a voler guardare le cose dal punto di vista di palazzo Chigi – con tanto di rinsaldamento (definitivo?) del ‘patto del Nazareno’, il governo rischia di fare i conti senza l’oste. E ‘l’oste’ si chiama Aula, schiumante rabbia, insofferenza e insoddisfazione, di palazzo Madama. Come sempre in questi casi, infatti, ai calcoli politici si mischiano problemi e veri e propri drammi personali.

Infatti, se nella ‘fronda’ dei dissidenti di casa Pd c’è chi lo fa per convinzione profonda (Chiti, Tocci, etc.), chi quasi per dispetto (Mineo) e chi in modo intelligente e collaborativo (Gotor, Russo), in casa azzurra i dissidi di linea politica avversa a quella del Cav (Fitto, ma anche i cosentiniani e altri ‘sudisti’ sparsi tra FI e Gal) si mischiano con voglie ed eccessi di protagonismo (Minzolini). Infine, a complicare le cose, oltre all’ostruzionismo, ormai palese – specie dopo la rottura del (finto) dialogo sulle riforme M5S/Pd – dei grillini e quello dei vendoliani (tutti ‘ortodossi’, e cioè sulla linea Vendola, non a caso neppure uno è uscito dal gruppo di Sel), ci è messa, e a partire da oggi, pure la Lega Nord.

Per un Calderoli sostanzialmente ‘collaborativo’ , ma che ieri avvertiva la Boschi (“Non è vero, come lei dice, che il tempo della trattativa è finito”), c’è un segretario, Matteo Salvini, che avverte Renzi via schermi di Agorà estate (Rai 3): “Il Senato così com’è non serve, la riforma, così com’è, non la votiamo”. Morale: già sommabili i voti di M5S (ortodossi, 40, e dissidenti, 14), Sel (7), due su dieci dei Popolari (Mauro e Di Maggio), i dissidenti democrat (15, ma forse meno) e azzurri (tra cinque e dieci, dipende dalle capacità di ‘convinzione’ che metterà in campo Berlusconi verso di loro in questi giorni…), se arrivano i 15 senatori leghisti, la differenza la potrebbero fare – per far ottenere al governo e alla maggioranza l’agognata ‘quota’ dei 2/3 (214) dei voti utili a evitare il referendum confermativo – due gruppi minori e molto magmatici, Gal (11) e Autonomie (10). Non a caso, già oggi M5S e Sel chiederanno di mettere ai voti la necessità di rispedire il ddl Boschi in commissione e, nel corso dei prossimi giorni, se ne vedranno delle belle sugli articoli più deboli e contestati della riforma del Senato: elettività dei senatori, se di primo o secondo grado e come, immunità degli stessi, riduzione del numero dei parlamentari, se debba riguardare pure la Camera.

A complicare di più le cose, c’è anche il timing dei lavori d’aula. Dopo circa trenta ore di dibattito, quelle della scorsa settimana, è iniziata la discussione generale sul ddl Boschi (recante, appunto, riforma del Senato e riforma del Titolo V della Costituzione). Una discussione che si era già rivelata infuocata e ‘caldissima’, oltre che lunga quanto quella del Senatus et popolusque romanum (124 interventi di altrettanti senatori, venti minuti cadauno), ma che, da oggi in poi, s’è capito che la settimana in corso sarà pure peggio. Dopo le repliche dei due relatori, infatti, e prima di iniziare il vaglio degli emendamenti (4500 quelli presentati ‘solo’ sui primi due articoli del ddl, 7831 in tutto, 6 mila solo da Sel…) ha preso la parola la Boschi ed è stata proprio lei a dar fuoco alle polveri. “Le bugie, in politica, non servono, anzi, come diceva Fanfani – ha detto la ministra in Aula – hanno le gambe corte. Parlare di svolta illiberale e autoritaria in corso nel Paese è una bugia allucinante”.

Apriti cielo. Si sono indignati tutti, dai grillini – non nuovi ai soliti show en plein aird’Aula, tra cartelli, urla belluine, pianti e persino letterali svenimenti – ai ‘sellini’, dai dissidenti azzurri a quelli Pd (Mineo) fino ai più oscuri senatori peones di ogni ordine e grado. Il presidente, Pietro Grasso, ha cercato inutilmente di riportare la ‘calma’ in Aula, ma ormai la frittata era fatta. ‘Frittata’, quella della ministra, che fa il paio con l’intervista rilasciata ad Avvenire pochi giorni fa in cui apriva al nemico storico della sinistra italica da decenni (il semipresidenzialismo di craxiana memoria..) e che la mette in una posizione scomoda e difficile anche dentro il Pd. Infatti, se ‘contro’ Renzi, tra i democrat (senatori o deputati) è difficile trovare qualcuno che osi dire ‘ah’, contro la Boschi se ne sentono – specie nei corridoi del Transatlantico – di tutti i colori. E se è vero che c’è del sessismo malcelato, in tali critiche, è anche vero che i mugugni sul Pd a trazione renziana salgono d’intensità. Eppure, il premier è stato chiaro: “L’ostruzionismo è un sasso messo sui binari delle riforme”, ha detto dal Mozambico, “ma noi con pazienza togliamo il sasso e faremo ripartire il treno”. L’intento politico di Renzi, del governo e dei renziani di casa Pd è chiaro. Il solo elemento che latita in modo lampante è la pazienza, che a metter ‘sassi’ sulla via delle riforme ci pensano i dissidenti.

 

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il leader uscente della Cisl, Raffaele Bonanni

il leader uscente della Cisl, Raffaele Bonanni

ROMA –  Raffaele Bonanni annuncerà oggi, in una riunione straordinaria di tutti i segretari confederali e regionali della Cisl, che lascerà la guida dell’organizzazione che guidava, ormai, dal lontano 2006. La notizia la lancia Dagospia che ‘brucia’ l’intervista che il leader cislino aveva programmato, non a caso, col quotidiano Avvenire. La scadenza ‘naturale’ del mandato di Bonanni (riconfermato segretario nel 2009 e, poi ancora nel 2013, ma solo per due anni perché in procinto di raggiungere, nel 2015, il limite dei 65 anni), era, però, fissata ad aprile 2015 e nessuno si aspettava l’anticipo né, tantomeno, un anticipo così brusco, così immediato e immotivato, a meno che non si voglia credere alle ‘voci’ di una mezza ‘rivolta’ della pancia cislina contro la gestione Bonanni e addirittura contro la sua pensione e le prebende accumulate.

Eppure, solo pochi giorni fa, Bonanni, a Senigallia, al seminario dell’Mcl, il movimento cattolico del lavoro guidato da Carlo Costalli, non aveva dato cenni di alcun genere, sull’argomento dimissioni. Anche se aveva tenuto un intervento molto ‘politico’ e criticato non solo la Cgil, ma anche il premier Renzi e la sua cronica ‘carenza’ di concertazione, metodo di lavoro a metà tra il sindacale e il politico da sempre caro al sindacato cislino.

il futuro segretario della Cisl, Anna Maria Furlan

il futuro segretario della Cisl, Anna Maria Furlan

Almeno per la successione a Bonanni, non vi sono né vi saranno problemi. Da tempo il leader cislino ha individuato il suo delfino in Annamaria Furlan (56 anni, genovese), che verrà indicata già oggi all’interno della riunione di tutto lo stato maggiore della Cisl, ma la cui nomina verrà formalizzata solo nella prima decade di ottobre, quando si riunirà il Consiglio generale del sindacato bianco in una sorta di congresso generale anticipato. Ma i motivi delle dimissioni di Bonanni sono assai più complicate. Certo, fonti di via Po, sede centrale della Cisl, parlano di “normale avvicendamento” e di una decisione “già maturata nell’estate”. Tutt’al più, si spingono a indicare una (ennesima) strategia ‘anti-Camusso’.

Venerdì 25 ottobre, peraltro, vi sarà un già previsto incontro a tre (Bonanni-Camusso-Angeletti) per decidere le modalità di mobilitazione di Cgil-Cisl-Uil sul lavoro e su possibili (ma molto difficili) iniziative ‘unitarie’ della cd. ‘Trimurti’ in previsione dell’autunno (caldo?). La Cgil preme per scioperare, come farà la Fiom, sull’art. 18, Cisl e Uil non ci pensano neppure. E lo stesso Bonanni va al Tg3 per assicurare che “la posizione della Cisl sul lavoro non cambierà”. Niente strappi, né tantomeno scioperi, sull’art. 18 come fa la Cgil.

Il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei

Il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei

Ma se Bonanni ha rappresentato, in tutti questi anni, una linea aperta ai tanti cambiamenti del mercato del lavoro (dal pacchetto Treu alla riforma Biagi), oltre che dialogante con tutti i governi (Berlusconi, Prodi, Monti), il leader cislino è stato anche ben altro, specie in campo ‘pre-politico’. Uno dei protagonisti delle operazioni ‘Todi 1’ e ‘Todi 2’, per dire, quando il mondo cattolico (Cisl, Mcl, Acli, Confcoop), era a un passo dal fondare, sotto la benedizione della Cei del cardinal Bagnasco (e, indirettamente, del ‘vecchio’ Ruini), un vero partito o, quantomeno, un movimento politico. Un progetto in parte tradito e, in parte, naufragato con la discesa in campo del senatore Monti e della sua lista. Morta, però, nel giro di meno di un anno, o meglio squagliatasi Scelta civica, il partito-non partito (più un cartello elettorale) montiano e rimessosi in moto il quadro politico, si vuole rimettere in moto pure il mondo cattolico che sente e continua a coltivare il sogno di  colmare, al ‘centro’ dello schieramento politico, un grande vuoto. Ecco perché Bonanni vedrà prima Enrico Letta (già la prossima settimana, si dice) e poi molti altri protagonisti di quella stagione e non, forse pure quel Corrado Passera oggi impegnato a lanciare, portandolo in giro per l’Italia, il suo movimento-pre-partito-non-partito, ‘Italia Unica’. “Se Renzi fallisce e in Italia arriva la Troika, dobbiamo essere pronti a offrire una nuova offerta politica”, dice un ex Todi 2. Almeno Bonanni, da oggi, è pronto a tessere la sua nuova tela.

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 23 ottobre 2014 sulle pagine di politica del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)

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