Il Pd di Renzi e tutte le sue ‘correnti’. Una mappa per orientarsi tra ‘cinquanta sfumature di grigio’.

Renzi parla all'Assemblea nazionale del Pd del 15 giugno (Roma hotel Ergife)

Renzi parla all’Assemblea nazionale del Pd del 15 giugno (Roma hotel Ergife)

“Vorrei che il nostro dibattito interno fosse sui contenuti più che sulle etichette, che fiorissero idee più che correnti”. Così il premier e segretario del Pd, Matteo Renzi, ieri, in una lettera ai gruppi parlamentari del Pd. Come dargli torto? Tutti i sani di mente preferirebbero che le cose andassero così. Dibattiti culturali e ideali, non mere questioni e logiche di potere. Invece, nel Pd, le ‘correnti’ sono diventati come i ‘cento fiori’ della rivoluzione culturale di Mao: ‘Che cento fiori fioriscano’. E le correnti, appunto, sono fiorite. Un ginepraio inestricabile, quello delle aree del Pd. Spesso di scarsa o nulla visione politica, ideale e ideologica, più gruppi di potere legati a istanze territoriali o di mera gestione dell’esistente, le correnti (o ‘aree’ politico culturali) del Pd non sono un grande spettacolo. Eppure, ci sono, pesano, fanno politica. Vediamo, dunque, quali sono, almeno a grandi linee.

Stabilito che, in linea generale, siamo sulla falsariga di ’50 sfumature di grigio’: molte chiacchiere, molta scena, poca ‘ciccia’. Partiamo dalla vecchie correnti, quelle preesistenti alla gestione Renzi. Nel Pci alla fine dei suoi anni c’erano i miglioristi (Napolitano, Macaluso, Chiaromonte) a destra, il ‘centro’ berlingueriano e gli ingraiani a sinistra. Nel Pds (1991) di Occhetto la prima battaglia si consuma tra occhettiani e anti-occhettiani, che comprendono sia i miglioristi di destra che i dalemiani che la sinistra interna, reduci di Ingrao non passati dentro Rifondazione. Quando nascono i Ds (1998) la lunga guerra guerreggiata vede D’Alema contrapposto a Veltroni con a lato e a sinistra un’area filo-cigiellina. Quando nasce il Pd (2007), dalla fusione di Ds e Margherita, il quadro diventa confuso, arzigolato e, a tratti, del tutto incomprensibile. Resistono i liberal di Morando e Tonini, eredi storici dei miglioristi d’antan, poi defluiscono nell’area grande dei veltroniani (oggi Martella e Verini, ieri Bettini, Morassut, molti altri) ai tempi della segreteria Veltroni, a ‘destra’. Lì stavano anche rutelliani, sostanzialmente scomparsi con Rutelli o confluiti nel renzismo militante, e lettiani, seguaci di Enrico Letta, oggi all’opposizione (Boccia), sfuggenti ai radar o convertitisi al renzismo (De Micheli), ma che per un periodo appoggiarono la segreteria Bersani.

Il vicesegretario del Pd, Lorenzo Guerini, detto anche 'il Forlani' di Renzi.

Il vicesegretario del Pd, Lorenzo Guerini, detto anche ‘il Forlani’ di Renzi.

Al ‘centro’, ovviamente, stavano (e stanno) i ‘popolari’ sia quelli più moderati e di diretta derivazione ex dc (i ‘Pop-dem’ di Beppe Fioroni), dalle cui fila viene anche l’attuale vicesegretario del Pd, Lorenzo Guerini, sia quelli derivanti dal filone cattolico democratico (Area dem, nata per appoggiare la segreteria Franceschini, i cui uomini di punta erano Giacomelli, Rosato, Martino, Picierno) sia i pochissimi prodiani (Monaco, Zampa, Santagata) e bindiani, legati alla figura forte di Rosy Bindi. C’erano anche, in quest’area cattolica democratica e centrale nella Margherita, anche personalità singole ma dalla forte storia e presenza politica (Castagnetti, Marini, D’Antoni): hanno perso seguito, ma non prestigio. Alleati di Area dem erano i fassiniani (Damiano, Sereni), ultimi epigoni dell’ultimo segretario dei Ds, Piero Fassino e, dopo la sconfitta di Franceschini da parte di Bersani, anche i veltroniani, i liberal riformisti, ma non i lettiani.

L'ex segretario del Pd, Pier Luigi Bersani

L’ex segretario del Pd, Pier Luigi Bersani

A sinistra, invece, si partiva dal ‘centro’ post-berlingueriano di D’Alema. Storico competitor di Veltroni dentro il Pds prima e i Ds poi, negli anni Novanta dominus del partito con la sua guardia pretoriana di dalemiani forti in Liguria, Puglia, Campania, Umbria, Lazio (nella fattispecie di Zingaretti), D’Alema ha condotto diverse battaglie di corrente: contro il partito ‘liquido’ e ‘aperto’ di Veltroni, con l’Ulivo come ‘partito unico’ del centrosinistra e a favore di una visione ‘partitista’ dell’alleanza dell’Ulivo, contro il ritorno di Veltroni e, ovvio, contro Renzi. Sempre a sinistra c’erano, ovvio, i bersaniani, coagulati in Emilia-Romagna e non solo (Basilicata, Veneto, Toscana), seguaci dell’ex leader Pier Luigi Bersani (Stumpo, Zoggia, D’Attorre e Fassina, in posizione autonoma) che, sconfitto Franceschini, segretario dopo Veltroni, si prendeva il partito, pensando di poterlo controllare con un accordo di massima tra le correnti (lo stesso errore fatto da Veltroni, a condizioni mutate, prima di lui…). Infine, c’erano i fassiniani di sinistra (Piemonte e non solo) e la sinistra ex cigiellina di Cofferati, Epifani, Damiano e altri, anche se dalle fila della Cgil arrivavano anche veltroniani ‘di destra’ (Passoni, Fedeli). Fino alle frange più radical del Pd, un tempo rappresentate, più che da Pippo Civati, da figure come Ivan Scalfarotto e Ignazio Marino ma su temi singoli (i diritti).

Arriva Renzi, vince primarie, congresso e, infine, scalza Letta dal governo, dopo aver scalzato Bersani dal partito. Tutto, o quasi tutto, si rimescola. I renziani passano saldamente in maggioranza e conquistano, territorio dopo territorio, tutte le periferie, comprese le ex regioni rosse (Emilia con Bonaccini) tranne la Toscana. La minoranza si frantuma. I lettiani, per quanto pochi, passano di fatto all’opposizione (Boccia, non De Micheli), i Giovani Turchi (Orfini, Verducci, Orlando) dall’opposizione a Renzi (sostenevano Gianni Cuperlo, per la segreteria) passano in maggioranza, sfilandosi dal fronte delle opposizioni interne e arrivando a creare un asse con i renziani (Serracchiani su tutti). Il ruolo di Civati cresce, più mediaticamente che in quanto a numeri, contando su pochi parlamentari (Mineo, Casson, Ricchiuti al Senato, mentre Vannino Chiti fa storia a sé). L’area della minoranza, un tempo tutta imperniata intorno a Bersani, si frantuma. I dalemiani si arroccano in posizione di sdegnosa retroguardia o passano al ‘nemico’ (Amendola). Cuperlo rompe coi bersaniani e fonda Sinistra dem: ha un posto in segreteria (De Maria) ma scarso seguito (Pollastrini e altri), eppure è tra i più coriacei nell’opposizione a Renzi. Area riformista, il grosso della minoranza dem di derivazione bersaniana, si divide tra i più dialoganti, vicini al capogruppo alla Camera Roberto Speranza, e i ‘duri’, i bersaniani di lotta D’Attorre, De Giorgis, Gotor mentre Stefano Fassina gioca sempre più un ruolo autonomo: contro Renzi su tutto ma da solo.

In posizione mediana, in una sorta di zona ‘cuscinetto’, smilitarizzata o Onu, tra renziani e antirenziani, sono nati quelli di ‘Carta 23 giugno’ (dal giorno del discorso di Napolitano alle Camere all’atto della seconda rielezione) che, capitanati dalla fiorentina (ex cuperliana) Elisa Simoni, raccolgono pezzi di ex Area dem (Garofani, vicino a Mattarella), ex lettiani (Sanna), ex bersaniani, renziani di seconda fascia in cerca di migliore collocazione. Infatti, nel frattempo, iniziano a distinguersi in diverse nuances anche gli stessi renziani, all’inizio divisi solo per provenienza territoriale e per essere ritenuti di ‘prima fascia’ (partecipanti a tutte le varie Leopolde) o di ‘seconda’ fascia (quelli arrivati alle Camera dopo la sconfitta di Bersani) o a metà tra le due fasce ma di provatissima fede renziana (Giachetti, Marcucci).

Il ministro alle Riforme Maria Elena Boschi (Pd).

Il ministro alle Riforme Maria Elena Boschi (Pd).

Il ‘giglio magico’, formato dal ministro Boschi, il sottosegretario Lotti, il portavoce Sensi e pochi altri (tra cui il ministro Madia, ex veltroniana), scontenta quasi tutti, renziani nuovi e vecchi, per la sua inaccessibilità. Uno come Matteo Richetti, ieri fedelissimo di Renzi, si mette a criticarlo. I renziani più giovani e arrabbiati (Carbone, Morani, Fanucci) scalpitano per avere loro la patente di pasdaran del renzismo, patente che non disdegnano ex franceschiniani (Rosato) ed ex veltroniani (Fiano). I rapporti di Renzi con il ministro Delrio e il sottosegretario Rughetti si guastano fino a farsi gelidi. Ed ecco che, da pochi giorni, è nata una nuova corrente, Spazio democratico, che – grazie all’innesto dei Pop dem di Fioroni – conta quasi 80 parlamentari ed è già stata ribattezzata dei ‘catto-renziani’ perché l’elemento cattolico è quello più pronunciato. La corrente, voluta da Richetti, Rughetti e Delrio, ma che gode della benedizione del vicesegretario, Lorenzo Guerini (ex-dc ed ex-ppi a sua volta), ha ricevuto la mezza scomunica di Renzi in persona (quella citata all’inizio) che di micro-correnti di potere non vuole sentir parlare, ma che auspicava la nascita di un mega ‘correntone’ che sostenesse il governo.

Renzi, invece, dovrà ancora fare fronte e fare i conti a lungo con le sempieterne correnti, fatte di renziani, non renziani o ircocervi che siano. L’uomo solo al comando magari lo è al governo, ma non nel suo partito. Che, poi, si tratti solo di tante sfumature di grigio, poco rosso e pochi pure altri colori forti, per quel che riguarda le correnti del Pd, è un’altra storia.

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