Rottamare le primarie? Se si rompe il mezzo, si perde il fine. Casi specifici e storia di uno strumento oggi logoro

Il segretario-premier parl davanti l'Assemblea nazionale del Pd del 14 giugno a Roma, hotel Ergife.

Matteo Renzi parla all’Assemblea nazionale del Pd del 14 giugno 2014 a Roma, hotel Ergife.

Le primarie non funzionano più. Si è logorato il mezzo (la consultazione popolare attraverso i gazebo e le sue regole) e, di conseguenza, si è dimenticato il fine (la selezione della classe dirigente a livello nazionale e locale da parte del Pd, principale partito del centrosinistra, o della sua coalizione). L’attualità ci parla del ‘caso Campania’. Ma il problema non è l’affluenza (alta: 160 mila persone), che in regioni come l’Emilia, recentemente, è invece drasticamente crollata (appena 58 mila elettori contro i 400 mila precedenti!), dato che pure dovrebbe far riflettere: le primarie non ‘tirano’ più tra gli elettori. Sempre meno gente va ai seggi: sempre domenica scorsa, ma nelle Marche, solo 50 mila i votanti. E neppure, paradossalmente, il problema sta nei possibili ‘brogli’ e condizionamenti del voto che pure ci sono stati (se non i primi, certo i secondi), in Campania, non nelle Marche.

Il ‘pasticciaccio’ brutto delle primarie in Campania (e che il Pd non voleva fare)

A sollevare il tema, pur senza la richiesta di invalidare le primarie, è stato lo sfidante perdente, contro Vincenzo De Luca (52%), l’eurodeputato Andrea Cozzolino (44%): chiede il ‘rinconteggio’ dei voti (stile Al Gore contro Bush in Florida…) e, ancora a tutt’oggi, non riconosce il vincitore. Dubbi, sui molti votanti di Salerno e dintorni, assai legittimi. Ma proprio Cozzolino era finito sul banco degli imputati, per le primarie a sindaco di Napoli che, nel 2011, furono addirittura invalidate, causa presunti brogli di ‘colonne’ di cinesi e rom portati in massa a votare. Il vero problema, però, non sta neppure qui, ma sta appunto nel ‘metodo’. A cosa servono le primarie? A selezionare, nel modo più democratico possibile, una classe dirigente di partito e/o di coalizione stante che questa dovrà poi, in ogni caso, presentarsi al giudizio degli elettori per il responso finale, quello delle urne. Precisazione lapalissiana, ma obbligata. Prima contraddizione. Il Pd nazionale, in Campania, le primarie non voleva farle. Ci ha provato in tutti i modi, a evitarle, al punto che ne ha ottenuto il rinvio per ben quattro volt: la data di convocazione è slittata, di mese in mese, da ottobre 2014 a marzo 2015! E tanto il Pd non era convinto dei soli due candidati sicuri ai nastri di partenza (Cozzolino e De Luca) che ha cercato in tutti i modi un candidato ‘altro’ e ‘unitario’, sia ‘interno’ (Nicolais, Migliore) che ‘esterno’ (Cantone). Alla fine, l’incapacità di trovare un buon candidato, la riottosità e la chiusura a ogni cambiamento del Pd campano, la disattenzione e supponenza con cui il Pd nazionale tende a non occuparsi, o occuparsi poco e male, del ‘suo’ Mezzogiorno, la debolezza della presunta carta alternativa (Migliore) tirata fuori male e all’ultimo, hanno portato il Pd verso il baratro: la celebrazione, obtorto collo, di primarie che il Pd non voleva affatto, limitandosi a subirle.

L’ineleggibilità (senza scampo) di De Luca e la Barracciu: due pesi, due misure.

Ora, in compenso, siamo al ‘comma 22’ di Heller. De Luca, già decaduto da sindaco di Salerno perché mantenne il doppio incarico (cumulo vietato) di viceministro del governo Letta senza mai dimettersi e per questo condannato dalla Corte d’Appello di Napoli, è candidabile ma non eleggibile a presidente della Campania e persino a semplice consigliere. Lo prescrive la legge Severino che, pur in disparità (assurda) di trattamento tra parlamentare, che viene dichiarato decaduto solo dopo tre gradi di giudizio (caso Berlusconi), prescrive, per l’amministratore locale, la immediata decadenza dall’ufficio (non l’incandidabilità!) anche solo per una sentenza in primo grado in caso di reati d’ufficio. E De Luca ha subito una condanna in primo grado proprio per abuso d’ufficio nell’esercizio delle sue funzioni. Se eletto, dovrebbe dimettersi, anche se potrebbe far ricorso al Tar, come ha già fatto il sindaco di Napoli, De Magistris, vincendolo e venendo reintegrato nell’ufficio, ma per una condanna e una candidatura antecedenti all’entrata in vigore della legge anticorruzione o dl Severino (2013). De Luca, invece, è stato condannato a legge Severino operante. Ergo, una sua vittoria al Tar è alquanto dubbio, oltre al fatto che la sola sospensiva creerebbe paralisi e imbarazzo nel cuore dell’amministrazione della sua regione. Altrimenti, sempre che il Pd non voglia cambiare in fretta e furia la legge Severino in Parlamento, il che è impensabile, a De Luca non resta che il ricorso alla Consulta, già esperito da alcuni Tar in casi simili. Ma quando anche la Consulta gli desse ragione, sempre il Parlamento dovrebbe colmare il vuoto normativo. E si tornerebbe, dunque, alla Severino, alla sua presunta modifica. Nel frattempo, chi governerebbe i campani e la Campania? Il ‘guazzabuglio’ è per ora infinito. L’altro guaio è che, per il regolamento delle primarie del Pd, un condannato in Appello non si può presentare e correre, un condannato in primo grado (come nel caso di De Luca) sì. Ma, pure in questo caso, fatta la legge, trovato l’inganno. Francesca Barracciu, regolare vincitrice delle primarie sarde del 2013 con un buon 44,3% rispetto a ben 51 mila votanti, fu costretta al ritiro proprio dopo le fortissime pressioni del Pd nazionale in quanto si scoprì che aveva ricevuto un (semplice) avviso di garanzia per mancata rendicontazione dei rimborsi dei consiglieri regionali, di cui era esponente fino al 2012, in un processo che ancora oggi non è iniziato! Siamo al solito ‘due pesi, due misure’: Barracciu costretta al ritiro per una semplice indagine, De Luca che corre e vince da condannato e che annuncia, con toni perentori: “Io faro ricorso, ma il Pd cambi la Severino”. Traduzione: io non applicherò una legge dello Stato, e da Governatore, il Pd cambi, per me, la legge. Una modifica ad personam (sic). Per un partito che ha così tanto a cuore la ‘legalità’, un bella contraddizione. Infine, la terza questione.

L'ex premier e fondatore dell'Ulivo Romano Prodi

L’ex premier e fondatore dell’Ulivo Romano Prodi

La storia delle primarie: da quelle di Prodi (2005) a quelle di Veltroni (2007)

E qui entriamo nel campo della politica e della storia delle primarie. A cosa servite, storicamente, le primarie? Al loro esordio, sono servite a dare forza a un candidato premier, Romano Prodi, privo di un partito alle spalle (l’allora Ds di D’Alema non lo amava affatto) e che, dopo la fallita prima stagione dell’Ulivo, somma di partiti, del 1996-’98, voleva a tutti i costi una forte legittimazione popolare per accettare il ritorno in campo. Infatti, su 4 milioni (teorici) di votanti, il 74,1% di voti a Prodi venne vissuto da tutti come la consacrazione che fino a ieri gli era mancata. Poi le cose non andarono comunque così, e anche il II Ulivo (l’Unione) cadde per le beghe interne tra partiti, ma anche per questo motivo il ‘tradimento’ dell’incoronazione popolare fu percepibile a tutti gli elettori. Nel 2007 le primarie fatte per il solo Pd, allora nascente, furono invece primarie ‘fondative’. Veltroni le volle per legittimare proprio la nascita di un nuovo partito e per dimostrare che non si trattava solo della somma di Ds e Margherita più pezzetti minori, ma di un vero partito ‘nuovo’. Le vinse Veltroni, anche qui in modo plebiscitario (75,2% di voti su 3,5 milioni di votanti), con gli sfidanti nel puro ruolo di valvassori (la Bindi arrivò seconda con appena il 12,9%).

Primarie Bersani-Franceschini (2009) e Bersani-Renzi (2012): partito e/o coalizione

Poi, il primo passaggio, a nostro avviso, ‘vero’ e coerente, ma anche l’unico: le primarie che videro Pier Luigi Bersani prevalere, con nettezza ma senza stravincere, su Dario Franceschini nel 2009 (tre milioni i votanti, 53,2% a Bersani, 34,3% per Franceschini). Due concezioni diverse del partito (quello della ‘Ditta’ contro quello ‘veltroniano’), diverse affiliazioni culturali e politiche (sinistra diessina e dalemiani con Bersani, destra post-Ds, miglioristi, liberal e veltroniani con Franceschini), due visioni del mondo, della politica, delle alleanze (idea della coalizione da ‘foto di Vasto’ contro l’ex Pd ‘maggioritario’) si fronteggiarono, e giustamente. Una vinse, l’altra perse, ma senza rotture interne insanabili. Bersani, in realtà, negli anni seguenti aveva promesso, tra le tante cose, una maggior cura e attenzione non solo alla ‘macchina’ del partito ma pure allo strumento delle primarie. Quando però si tratto di regolamentarle (il famoso ‘regolamento’ con doppio albo degli elettori: registrati una prima volta, preregistrazione anche on line, e poi voto vero, con possibilità di registrazione tra primo e secondo turno, ma dietro ‘giustificazione’, adesione all’Albo degli elettori) messo nero su bianco dal responsabile Organizzazione del Pd bersaniano, Nico Stumpo, è già tardi. Renzi è ad portas. Il sindaco di Firenze bussava alle porte e premeva per rompere da mesi. Nel 2012 scende in campo e si candida contro Bersani a guidare la coalizione del centrosinistra. E qui sta il paradosso e il ruolo da non-sense delle primarie. Renzi dovrebbe (e potrebbe) scalare il partito, invece punta alla figura di candidato premier. Bersani, che lo è per statuto (voluto da Veltroni), dove il candidato premier è il segretario che ha vinto le (precedenti) primarie, compie un gesto di liberalità e, a fine 2012, fa cambiare lo Statuto, permettendo anche a Renzi (o altri) di correre. Ma la cosa non ha senso. Nell’idea originaria del Pd il partito esprime un candidato-segretario già a disposizione della coalizione, forte dell’investitura ottenuta via primarie, disponibile, al più, a correre con ‘altri’ leader di altri partiti per la leadership di coalizione, non a ridiscutere se stesso. Le primarie del novembre 2012 (cui partecipano anche Nichi Vendola per SeL e Bruno Tabacci per Cd) sono finte primarie di coalizione. Nascondono, in realtà, uno scontro fratricida dentro il Pd, quello arci-noto ‘rottamazione’ versus ‘vecchia guardia’, ‘Leopolda’ versus ‘Ditta’, liberal-blairiani contro sinistra socialdemocratica (e un po’ post-comunista), che finisce per oscurare e mettere in secondo piano le primarie di coalizione e anche le ragioni stesse di questa. Insomma, dovrebbero essere – legittimamente – primarie di partito, invece sono travestite da primarie di coalizione. Vince Bersani (di misura al primo turno, 44,5% contro il 39% su 3 milioni di votanti ma nettamente al ballottaggio: 60,9% contro 39,1% e meno votanti: 2 milioni e ottocento mila) ma perderà (o ‘non vincerà’) le successive elezioni politiche con Renzi che ormai si pone come una pesante spina nel fianco. Nel partito, prima di tutto, più che rispetto al governo che Bersani non riesce a formare, alle sue successive dimissioni e poi al governo Letta contro cui l’ostilità di Renzi è palese.

L'ex segretario del Pd, Pier Luigi Bersani

L’ex segretario del Pd, Pier Luigi Bersani

Quando vince Renzi (2013) le primarie non gli servono più…

Quando, finalmente, si svolgono le primarie ‘vere’, corrette, le uniche che dovrebbero avere senso, dentro il Pd, e cioè quelle per la leadership del partito, la partita è senza storia. Renzi ha ormai conquistato a sé quasi tutto il partito, dopo le dimissioni di Bersani, e pensa già ad altro (il governo): vince le primarie del dicembre 2013 contro Gianni Cuperlo in surplace, senza sforzo (67,5% contro 18,1% mentre il 14,2% va a Pippo Civati, su un totale di 2 milioni 800 mila votanti in un II turno che in realtà è un turno unico perché il primo, quello tra gli iscritti, ha visto 300 mila partecipanti). Ma al governo ci va perché fa cadere Letta, non per l’esito delle primarie, pur se queste gli danno il Pd chiavi in mano. Renzi, ciò, non ha avuto bisogno delle primarie per conquistare il Pd, che gli è caduto come pera matura in mano, e non usa le primarie (di coalizione) per scalare il governo, ma una congiura di palazzo (per quanto legittima, dal punto di vista del formarsi di nuove maggioranze alle Camere, maggioranza che peraltro è la stessa di Letta…). Né userà le primarie in futuro, quando si candiderà alle prossime politiche: la nuova legge elettorale, l’Italicum, prevede il premio al partito, non alla coalizione, lui è il leader del Pd, non ha e non avrà bisogno di tenere delle primarie per ricandidarsi premier, gli basterà farlo da leader uscente (senza dire del fatto che lo Statuto del Pd ha solo fatto una deroga temporanea, quella voluta da Bersani per Renzi, ma è in vigore: il segretario è in automatico candidato premier).

I fallimenti  (2012 e 2013) delle primarie locali: o il Pd le perde o, dopo, si spacca.

Nel frattempo, nel mare magno di questi anni di coalizione di centrosinistra, si sono svolte primarie di tutti i tipi e gradi: le più clamorose sono quelle per la carica di sindaco che, nel 2012, segnano quasi ovunque la sconfitta del candidato Pd: a Milano, Cagliari e Genova le primarie vincono (anzi: stravincono) i candidati di SeL Giuliano Pisapia, Massimo Zedda e Marco Doria, che stracciano i candidati ufficiali del Pd (rispettivamente Boeri, Cabras, Vincenzi). A Napoli e Palermo saltano. A Napoli, come si è già ricordato, vengono annullate dopo le accuse al fulmicotone tra i candidati (Cozzolino e Ranieri) e contro il nome scelto dal Pd, Morcone, trionfa (ma alle elezioni vere) il candidato dell’Idv, De Magistris. A Palermo le vince, in teoria, tale Ferrandelli (Idv sostenuto da pezzi di Pd) contro il renziano Faraone, ma l’ex sindaco Leoluca Orlando non ci sta, denuncia brogli (che pure ci sono stati) si presenta alle elezioni e rivince lui. Insomma, il Pd promuove le primarie ovunque, ci mette i soldi e la ‘macchina’, mostra tutte le divisioni interne che ha, sbaglia (spesso) gli uomini su cui puntare, si divide e lacera. Ultimo caso, le primarie in Liguria, stavolta per le Regionali. Le vince, a fine 2014, Raffaella Paita contro Sergio Cofferati (28 mila voti contro 24 mila su un totale di 55 mila elettori), che addirittura esce dal Pd denunciando brogli e irregolarità, a partire dall’appoggio di noti esponenti della destra locale. infine, le primarie dell’Emilia-Romagna, che designano Stefano Bonaccini vincente assoluto ma con percentuale di votanti bassissima e poi replicata alle elezioni. E, appunto, le ultime primarie, quelle in Campania, con il loro carico di odi, rivalità, sgambetti, che segnalano una vittoria di Pirro, quella di De Luca, e la disfatta pubblica del Pd locale.

Bilancio: primarie da abolire a livello locale, da regolamentare a livello nazionale.

Morale: le primarie (lo dimostra il caso campano e altri) non funzionano a livello locale: impediscono una seria selezione della classe dirigente, che ogni partito dovrebbe fare; sono ogni volta avvelenate da brogli e inquinamenti del voto; trasmettono, ormai, un’immagine di un Pd dilaniato e diviso, oltre che quella della sostanziale disaffezione dell’elettorato, come è evidente dai sempre meno votanti che vi partecipano. Un partito degno di questo nome dovrebbe sapere scegliere, nei propri legittimi organismi dirigenti, votati e legittimati dagli iscritti, ultima e prima catena dell’anello (forte o debole) del partito, la sola legittimata da sempre a esprimersi, i candidati migliori da selezionare e presentare alle elezioni dei vari gradi amministrativi. come, peraltro, si è sempre fatto nella storia. Potrebbero, invece, restare valide e interessanti, le primarie, sul piano nazionale, per scegliere il candidato premier della coalizione di centrosinistra e, a maggior ragione, il leader-segretario del Pd, ma con due avvertenze. Le primarie andrebbero regolamentate in modo preciso e serio, per legge, valide cioè erga omnes (per tutti i partiti e/o movimenti) e con un grado di legittimazione democratica che passi ‘prima’ per le aule parlamentari. Secondo, le due competizioni (primarie per la carica di segretario-leader del partito e primarie per la leadership-premiership di una coalizione di partito) andrebbero tenute separate e non impropriamente confuse, come è avvenuto con lo scontro Renzi-Bersani. Anzi, anche i regolamenti dovrebbero essere diversi: uno più stringente e meno aperto per eleggere il segretario di quello che resta, pur sempre, un partito. Un altro, più largo e flessibile, per il leader di coalizione non fosse altro perché a un partito ci si iscrive e/o tessera con un atto politico forte e volontario (tesseramento) mentre per una coalizione e il suo leader si vota più in base alle idealità e opinioni politiche del momento (voto fluido). Quello che non può più reggere, a mio modesto avviso, è l’uso delle primarie ‘sempre e comunque’, per ogni ordine e grado di elezione, dal piccolo comune alla guida del Paese. Perché quando il mezzo è logoro finisce per uccidere il fine.

NB. Questo articolo è stato pubblicato sul blog ‘I giardinetti di Montecitorio’ che tengo su Quotidiano.net (http//: http://www.quotidiano.net.)

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