#ildiavolovesteItalicum (2b). Sistemi elettorali tra tecnicismi, storia e politica: il Mattarellum

Dopo aver analizzato, nella scorsa e prima puntata dedicata ai sistemi elettorali italiani, il proporzionale puro o semi-puro della Prima Repubblica (1948) e il tentativo, fallito di introdurre un sistema maggioritario con la cd. ‘legge truffa’ (1953), passiamo ad analizzare il primo e di fatto ultimo sistema elettorale di impianto e di base maggioritario, e non proporzionale, introdotto nella storia politica della Repubblica italiana, il cd. Mattarellum (1993). Nella prossima e ultima puntata parleremo di Porcellum (2005) e Consultellum. 

Sergio Mattarella, XII presidente della Repubblica italiana

Sergio Mattarella, XII presidente della Repubblica italiana

Perche’ si chiama Mattarellum…

Il sistema proporzionale puro (o semi-puro) della I Repubblica venne sostituito, nel 1993, dopo il crollo di questa Repubblica (1992-‘93) da un sistema maggioritario a turno unico (75%), basato sui collegi uninominali, senza ballottaggio ma con recupero proporzionale a vantaggio delle liste per il restante 25%. Si trattava del Mattarellum: inizialmente la legge veniva chiamata, tra gli addetti ai lavori, ‘la Mattarella’; la declinazione in latino, peraltro dall’intento denigratorio, è figlia di un articolo pubblicato all’epoca sul Corriere della Sera dal famoso politologo italiano Giovanni Sartori. Il nome deriva, dunque, dal nome del suo ideatore e primo firmatario, l’allora deputato del PPI e oggi presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Il Mattarellum regolò le elezioni politiche italiane per sole tre legislature: la XII (1994), con vittoria del Polo del Buon Governo/Polo della Libertà di Berlusconi, la XIII (1996), con vittoria dell’Ulivo/desistenza con il Prc di Prodi e la XIV (2001), con vittoria della Casa delle Libertà.

Il clima politico dell’epoca: le due tornate referendarie del 1991-’93.

Essendo qui impossibile ripercorrere le vicende e il clima politico che, in quegli anni (‘92-’93), portarono alla scelta del legislatore di abbandonare il sistema proporzionale per quello maggioritario (scelta politologica ‘di sistema’ in quanto profondamente diversi e ispirati a criteri del tutto asimmetrici se non del tutto opposti), basti dire che la legge detta Mattarellum venne attuata in seguito a due ondata referendarie: quella del 1991 che abolì il sistema delle pluri-preferenze dal sistema proporzionale in uso fino a quel momento a favore della preferenza unica (prima tornata dei cd. ‘referendum Segni’) e quella del 18 aprile 1993 che abrogò la quota di riparto proporzionale per favorirne un effetto iper-maggioritario. Vennero di conseguenza ideate, discusse e varate, all’interno di un Parlamento scosso e falcidiato dalle vicende di Tangentopoli – quello eletto ancora con il proporzionale nel 1992 (XI legislatura) e dove, dunque, erano ancora presenti le principali forze politiche della Prima Repubblica (Dc, Psi, Psdi, Pri, Pli), più alcune nuove (Pds, Verdi, Lega Nord, Rete) e alcune vecchie e nuove (Msi) – le leggi del 4 agosto 1993 n. 276 e n. 277 che introdussero il nuovo sistema elettorale. Esse furono votate da quasi tutti i partiti presenti in Parlamento (con l’eccezione di Prc, Rete da una parte e Msi dall’altra, che si erano anche opposte, per ragioni diverse, alla tornata referendaria maggioritaria del 1993).

Cosa prevedeva il Mattarellum, maggioritario con recupero proporzionale. 

Le succitate introdussero in Italia, per l’elezione del Senato e della Camera, un sistema elettorale misto così composto: 1) maggioritario a turno unico per la ripartizione del 75% dei seggi parlamentari per Camera e Senato; 2) recupero proporzionale dei più votati non eletti per il Senato – attraverso un meccanismo di calcolo denominato “scorporo” – per il rimanente 25% dei seggi assegnati al Senato; 3) proporzionale, con liste bloccate, per il rimanente 25% dei seggi assegnati alla Camera; 4) sbarramento del 4% solo per la Camera. Il sistema risultante riuniva però ben tre e tutte diverse modalità di ripartizione dei seggi: una quota maggioritaria, 75%, di sistema uninominale maggioritario in Camera e Senato, una quota minoritaria, 25%, di recupero proporzionale al Senato, una quota proporzionale, 25%, minoritaria ma più significativa di quella del Senato, alla Camera. Per tale ragione venne definito, sempre da Sartori, come un ‘Minotauro’ in reminiscenza del nome del mostruoso essere parte uomo/parte toro della mitologia greca. La legge Mattarella configurava, dunque, un sistema elettorale maggioritario, ma corretto da una sensibile quota proporzionale pari ad un quarto dei seggi di ciascuna assemblea legislativa. In prima istanza, il territorio nazionale era suddiviso in 475 collegi uninominali per la Camera e in 232 per il Senato.

Il portone d'ingresso di palazzo Madama.

Il portone d’ingresso di palazzo Madama.ds

La seconda scheda, quella del riparto proporzionale. 

L’attribuzione di questo primo gruppo di seggi avveniva in base ad un sistema maggioritario a turno unico detto plurality e molto semplice: veniva eletto parlamentare il candidato che avesse riportato la maggioranza relativa dei suffragi nel collegio. Nessun candidato poteva presentarsi in più di un collegio. I rimanenti seggi erano invece assegnati con un metodo proporzionale, funzionante però con meccanismi differenziati tra le due Camere. Per la Camera, infatti, l’elettore godeva di una scheda elettorale separata per l’attribuzione dei 155 seggi residui, cui accedevano solo i partiti che avessero superato la soglia di sbarramento nazionale del 4%. Il calcolo dei seggi spettanti a ciascuna lista veniva effettuata sempre in un collegio unico nazionale ma mediante il metodo Hare (calcolo dei quozienti naturali e dei più alti resti). Tali seggi venivano poi ripartiti, in ragione delle percentuali delle singole liste a livello locale, fra le 26 circoscrizioni plurinominali in cui era suddiviso il territorio nazionale e all’interno di cui i singoli candidati, che potevano anche corrispondere a quelli presentatisi nei collegi uninominali, venivano proposti in un sistema di liste bloccate senza possibilità di dare preferenze.

L’arzigogolato e dai controversi risultato meccanismo dello ‘scorporo’

Il meccanismo era però integrato dal metodo dello “scorporo”, in teoria volto a dar compensazione ai partiti minori fortemente danneggiati dall’uninominale: successivamente alla determinazione della soglia di sbarramento, ma antecedentemente al riparto dei seggi, alle singole liste venivano decurtati tanti voti quanti ne erano serviti a far eleggere i vincitori nella parte uninominale — e cioè i voti di scarto tra il primo classificato e il secondo — i quali erano tuttavia obbligati a collegarsi ad una lista circoscrizionale. Per il Senato, gli 83 seggi proporzionali rimanenti venivano assegnati, secondo il dettato costituzionale, su base regionale. In ogni Regione venivano assommati i voti di tutti i candidati uninominali perdenti che si fossero collegati in un gruppo regionale ed i seggi venivano assegnati utilizzando il metodo d’Hondt (calcolo delle migliori medie): i seggi così ottenuti da ciascun gruppo venivano assegnati, all’interno di ogni regione, ai candidati perdenti che avessero ottenuto le migliori percentuali elettorali. Ancor più che alla Camera, dove lo scorporo era solo parziale, lo scorporo totale previsto per il Senato faceva funzionare la quota proporzionale di fatto come una stramba e particolarissima quota minoritaria, in aperto contrasto con l’impianto generale della legge elettorale, di cui veniva dunque distorto il principale impianto maggioritario. Il già descritto aspetto iper-compensativo della quota proporzionale poteva tuttavia venire eluso dall’uso delle cosiddette liste civetta, per scaricare su queste, anziché sul reale partito di riferimento di un candidato uninominale, i voti da scomputarsi per ogni collegio in cui si era risultati vincenti. Bastava che il candidato dichiarasse di essere legato a una lista che veniva appositamente creata per questo scopo. Il trucco, congegnato per la prima volta durante le elezioni del 2001, fu attuato sia dalle forze di centrosinistra sia da quelle di centrodestra, creando le prime una lista chiamata Paese Nuovo e collegandosi le seconde alla lista Abolizione Scorporo. Infine, nonostante molti commentatori sostenessero che questo tipo di sistema elettorale incoraggiasse i partiti ad apparentarsi e presentarsi in coalizioni per superare gli avversari in numero di voti e vincere il collegio uninominale, il che effettivamente accadeva, bisogna tenere presente che, una volta eletti, i candidati d’una coalizione o di un partito potevano dar vita a nuove formazioni politiche, come di fatto numerose volte avvenne.

E pur se il dato numerico e storico mostra una riduzione dei gruppi parlamentari (dai 14 dell’XI Legislatura, l’ultima prima dell’approvazione del Mattarellum, ai 10 della XII fino agli 8 della XIV Legislatura, per poi tornare a 14 nella XV Legislatura, con la riforma Calderoli), dimostrando, quindi, l’efficacia del Mattarellum dal punto di vista della riduzione e della semplificazioi ne del numero degli attori politici, restava in campo spesso il rischio che l’assegnazione di un seggio dipendesse da poche manciate di voti. Ne scaturiva la possibilità che un partito anche di piccole dimensioni, potesse far leva sulla sua importanza, reale o presunta, per vedersi maggiormente riconoscere le richieste di candidature sicure nei seggi uninominali.

La vera arma segreta del Mattarellum: la ‘desistenza’. 

Altra questione è’ il meccanismo indotto dal Mattarellum, quello della ‘desistenza’, meccanismo tutto politico che consentiva a candidati di una forza minore (il Prc rispetto al centrosinistra dell’Ulivo) di riuscire a eleggere candidati anche nella parte uninominale, quella dei collegi, dove non vi sarebbe mai riuscito se non fosse stato per la desistenza, appunto, della forza politica principale (naturalmente valeva anche il principio inverso). Con tale meccanismo, il centrosinistra vinse le elezioni del 1996 pur avendo conseguito un numero minore di voti, in termini assoluti, del Polo delle Libertà’, cui la Lega Nord aveva peraltro negato il suo appoggio nei collegi, mentre le elezioni del 2001 vennero vinte dal centrodestra in termini sia di voti assoluti che di collegi, anche se il Prc e l’Idv in quel caso non stipularono accordi di desistenza con l’Ulivo di Rutelli (la Lega invece rientro’ nella Cdl). Caso ancora diverso le prime elezioni svoltesi con il Mattarellum quelle del 1994, che videro la sostanziale cancellazione dalla scena politica del Polo di centro (Ppi-Patto Segni) che pure aveva ottenuto un consistente numero di voti assoluti (14,5) a causa della massimizzazione del profitto dei due Poli di centrosinistra (Progressisti) e centrodestra (Polo delle Libertà’ e Buongoverno) che avevano riunito sotto le loro insegne tutti i partiti delle loro coalizioni.

Questo articolo è stato pubblicato sul sito della Fondazione Europa popolare (http://www.eupop.it) e sul blog che tengo per Quotidiano nazionale (http://quotidiano.net)

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