#Pd, #Renzi e i suoi studiano il ritorno al passato: addio alle primarie aperte a tutti e partito ‘pesante’

Il premier e segretario del Pd Matteo Renzi parla davanti l'Assemblea del Pd

Il premier e segretario del Pd Matteo Renzi parla davanti l’Assemblea del Pd

ROMA  – ALBO degli elettori cui registrarsi ‘prima’ che le primarie si svolgano, se si vuole votare, alle primarie, proprio come quello che proponeva Nico Stumpo, responsabile Organizzazione ai tempi di Bersani, venendo ricoperto d’insulti dai renziani.
Eliminazione stessa delle primarie per l’elezione di tutti gli organismi dirigenti, dai segretari di federazione a quelli regionali: escluso il segretario, verranno eletti «solo» dagli iscritti, come era abitudine ai tempi del tanto vituperato Pci-Pds-Ds e come ora dice, annunciando una sorta di rivoluzione al contrario, il presidente del Pd, Matteo Orfini.
Revisione dello Statuto, da votare in via definitiva all’Assemblea nazionale, unico organo legittimato a farlo. Statuto del Pd che, peraltro, ha già subito alcune rilevanti modifiche alla scorsa Assemblea Nazionale, quella del 19 luglio a Milano, dove è già stata stabilita la possibilità del segretario di «revocare» (commissariare) gli organi locali e l’introduzione di sanzioni disciplinari, dal richiamo alla sospensione fino alla cancellazione da anagrafe iscritti e albo elettori (la cara, vecchia, «radiazione»…).
Nuovi strumenti che fanno il paio con la modifica, ancora un work in progress, dei regolamenti dei gruppi parlamentari dem, dove, per la prima volta, l’espulsione sarà una sanzione realmente comminabile.
Zitto zitto, quatto quatto, il Pd di Renzi sta per cambiar pelle, forse in modo definitivo. Rottamazione, partito leggero e primarie sempre e comunque finiscono in soffitta e il partito si adegua ai tempi, che sono di ferro e d’acciaio, per cui servono partiti strutturati e organizzati, meglio in modo capillare.
Non a caso, la prossima Segreteria, fino a oggi ricca di nomi insignificanti, diventerà «pesante»: dentro Stefano Bonaccini, agli Enti locali, e altri uomini d’ordine, fuori un po’ di donne giudicate “inutili” (Valentina Paris, che perderà gli Enti locali, dove ha fatto poco e male, ma forse otterrà gli Esteri, Stefania Covello, che ha la delega al Mezzogiorno, solo che nessuno se n’è accorto, e Sabrina Capozzolo, delega all’Agricoltura, sfuggita a ogni radar umano), e un solo perno, l’abile Lorenzo Guerini, il «Forlani» di Renzi, mentre l’altra vice, Deborah Serracchiani, potrebbe più utilmente tornare a occuparsi del solo Friuli-Venezia Giulia.
Non a caso, è stata data molta enfasi al dato delle donazioni dei privati con il 2xmille (ben 549 mila), s’è intensificato il rush finale nella campagna tesseramento (obiettivo: superare i 378 mila iscritti del 2014 e chiudere con un obiettivo che tende verso i 400 mila iscritti) e le Feste dell’Unità sono tornate centrali e come tali vengono battute a tappeto, regioni rosse in testa, dal premier-segretario, Prima ancora che questi lanci il nuovo format autunnale del Pd: i «cento teatri nelle cento città» propedeutici alle amministrative 2016, elezioni cui, come si sa, Renzi tiene moltissimo.
Ieri, infine, la ciliegina sulla torta, nel nuovo ‘racconto’ o ‘narrazione’ del Pd, l’elegia del partito «pesante»: un lungo (e noioso?) seminario interno dal titolo anodino («Il Pd riparte dal Pd») che, iniziato ieri, alla Festa nazionale dell’Unità, finirà solo oggi, sotto la regia del responsabile Formazione, il bolognese (e cuperliano, ma soft) Andrea De Maria.
Due giorni due che manco ai tempi del Pci e delle Frattocchie. Presenti dirigenti nazionali, amministratori locali e parlamentari: tutti, o quasi, renziani (1.0 e 2.0, dai Giovani turchi di Orfini all’area del ministro Martina, quella di ‘Sinistra è cambiamento’), con una spruzzata, assai lieve, di minoranza. Minoranza che per lo più è già «altrove» (altre Feste, altri luoghi…), ma che ci mette almeno l’obbligo di firma al dibattito finale, oggi, con Roberto Speranza e Gianni Cuperlo e che, forse, si acconcerà ad assistere pure al discorso di chiusura del segretario-premier che inizierà a partire dalle ore 17. I leader delle due aree interne più anti-Renzi, peraltro, stanno pensando non alla scissione («tre volte “no” ha ribadito il padre nobile di entrambi, Pier Luigi Bersani, D’Alema ci pensa, ma da solo), bensì a organizzare quello che, sempre nel Pci, quando si parlava dei trotzkisti, veniva bollato come «il partito nel partito», simbolo del peggior nemico, il «frazionismo».

ECCO, la sinistra dem guarda a Sel, più che agli ex ormai fuoriusciti (Civati, Fassina), nell’ottica di un «cantiere rosso» che dialoga a sinistra, ma che vuol partire dal Pd e lavorare, casomai, in vista del prossimo congresso del Pd, fissato all’inverno del 2017. Obiettivo, anche se allo stato è più che altro un sogno: riprendersi il partito. Infattti, sfogliando i petali del possibile candidato anti-Renzi, non è che ci si trova un granché.

Ai blocchi di partenza ci sono Speranza il Giovane, Rossi il Volpone, Zingaretti l’Eterno Indeciso. Tutti nomi che, però, allo stato, Matteo il Furbo si mangerebbe in un sol boccone.

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 6 settembre 2015 a pagina 9 del Quotidiano Nazionale.

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