La Sinistra dem all’attacco di Renzi: “Non sei un leader”. La minoranza si prepara alla battaglia, non finale, sui referendum (trivelle e istituzionale)

Pier Luigi Bersani sorride

L’ex segretario del Pd Pier Luigi Bersani

I TRE PICCOLI, ma tignosi, drappelli della minoranza dem (gli ‘speranziani – da Roberto Speranza, deputato lucano, leader di «Area riformista» – i ‘cuperliani’ – da Gianni Cuperlo, deputato triestino, che capeggia «Sinistra dem» – e i ‘logiudichiani’, da Lo Giudice Sergio, senatore bolognese che guida «Rete dem»), di solito, in Direzione, quando e se si tratta di votare, si astengono. «Perché tanto siamo pochi e loro (i renziani, ndr.) tanti, quindi è del tutto inutile votare no», ripetono, di solito. Stavolta, però, è diverso. Quando, a fine seduta della Direzione (relazione di Renzi, breve dibattito, replica di Renzi), Matteo Orfini, annuncia – sempre un po’ di fretta, sempre un po’ scocciato, questo Orfini, eppure lui i lavori della Direzione li presiede e assicura a Renzi, da quando i suoi Giovani Turchi transitarono, armi e bagagli, da Bersani a Renzi, un saldo controllo del Pd – che “dobbiamo votare la relazione del segretario”, ecco, qui arriva la novità. I big e i colonnelli della minoranza, compreso quel Pier Luigi Bersani che avrebbe invece descritto a un amico la Direzione di ieri come «un interessante, anche se duro, segnale di vita”, dicono di ‘no’.
Certo, sono e restano pochi i loro 13 «no» (Bersani, Cuperlo, Speranza, più Stumpo, Zoggia, etc.), contro i ben 98 «sì» di Renzi, ma i loro scarsi numeri, appunto, questi sono. E c’era pure il «no» del governatore pugliese, Michele Emiliano che però tira non di sciabola, bensì in punta di fioretto, contro Renzi, su trivelle, referendum e caso Guidi: «Serve fiducia, ti voglio bene, etc.», e giù lacrime, persino, da parte di quell’omone.

All’apparenza, dunque, la minoranza ha voluto fare la voce grossa e andare all’attacco. Vuole forse menarlo, la minoranza, il Renzi? Sì, ma non su ‘Tempa Rossa’ o, per dire, su Banca Etruria, o chiedendo dimissioni di Boschi o, tantomeno, di Claudio De Vincenti.
Ergo, senza alcuna, neppure lontana, intenzione d’appoggiare le mozioni di sfiducia al governo. La minoranza s’è inalberata su come «Matteo» sta gestendo il loro Pd. A Cuperlo e Speranza Renzi non piace, si sa, sul fronte interno e pure su quello esterno, del governo. Per Speranza «la segreteria Renzi è inadeguata, il popolo della sinistra non capisce dove andiamo, si torni al partito comunità (sic)» e altri concetti molto politicisti, un po’ astrusi.
Cuperlo usa un’arma insolita, per lui, l’ascia: «Mi sento sempre più a disagio nel Pd». E non solo, sibila, «per «riforme economiche sbagliate di un premier senza coraggio, ma perché non sei all’altezza del ruolo che ricopri, sei privo della statura da leader» e perché «vedo il germe della malattia nel Pd: intolleranza, arroganza, concentrazione del potere». Parole dure, durissime, per uno come Cuperlo: un intellettuale algido, raffinato, etereo. Uno che persino il suo antico compagno di strada, Pier Luigi Bersani, quando un amico gli chiese cosa pensasse della candidatura di Gianni a ‘sfidante’ di Renzi all’ultimo congresso (stante che, lo stesso Bersani, si era dimesso da segretario e aveva abbandonato il campo), rise e, sempre ridendo, disse “Gianni ricorda lo sfortunato tenentino austriaco di ‘Senso’ di  Visconti… Così elegante, così severo, così compito…’. Come a dire: non ha chances….

C’è il fronte referendum trivelle, certo: tutta la minoranza è impegnata, pancia a terra, a far vincere i «sì» e soprattutto a fare ottenere al referendum il quorum (tranne Bersani, che andrà a votare, ma voterà «no»: come Prodi, ritiene la vittoria del Sì una sciagura).
Magari, i più coraggiosi, sulle elezioni amministrative, sono pronti ad approfittare del passo falso, se arriverà, dei candidati renziani e, di conseguenza, del premier medesimo.
Ma gli esponenti della minoranza dem ‘non’ affondano il colpo sul caso più scottante, per il premier. Il caso Guidi e, soprattutto, e di nuovo il caso Boschi. Forse ha ragione il solito «democristiano, Lorenzo Guerini che a un deputato renziano amico confida: «Conflitto insanabile con la minoranza? Ma no, li recuperiamo…». «Si chiama eterogenesi dei fini – ride amaro un senatore della sinistra da sempre su posizioni oltranziste – facciamo sempre finta di azzannare e invece a ‘quello’ (Renzi, ndr.) finiamo solo per fargli un favore».

A meno che la minoranza non faccia quello che proprio Cuperlo – anche se non ieri, in Direzione, ma giorni fa, al seminario organizzato dalla sua area, Sinistra dem, ha chiesto apertamente ed esplicitamente a Renzi: «Libertà di voto» su un altro, di referedum. Quello di ottobre sulle riforme su cui Renzi si gioca, come dice sempre, «l’osso del collo». Ecco, se la minoranza strappasse davvero sul referendum di ottobre, allora sì, ghigna un senatore renziano, «Renzi stavolta li caccia a calci: per lui sarebbe peggio della scissione». Con una piccola complicazione in più: dal I luglio entra in vigore, anche formalmente, l’Italicum che prevede solo il premio alla lista e non anche alla coalizione. Il che vuol dire che un’operazione scissionista da nuovo ‘Pds’ (proprio come quello vecchio, in quanto acronimo di Partito della Sinistra…) che sogna, da tempo, D’Alema, sarebbe un autogol.

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 5 aprile a pagina 3 del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)

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