Renzi minaccia i suoi: “Se vince il No a casa”. Lotti propone a Renzi il voto subito. La giornata politica di ieri del Pd tra cronaca e scenari

Renzi

Il premier e segretario del Pd Matteo Renzi all’Assemblea del Pd

Renzi minaccia sinistra e ‘falsi amici’: “Se vince il No, andate tutti a casa”.

“Referendum cruciale. La strategia del Conte Ugolino non funziona”.

MATTEO Renzi – a parte un istante di (sincera) commozione, quando, in sede di replica, parla del figlio piccolo che si vergogna di lui perché si presenta sui campi di gioco con la scorta – ieri, alla Direzione del Pd ha fatto quello che gli riesce meglio, «il Renzi». E, cioè, l’uomo politico – premier, più che segretario di partito, pure questo un topos – aggressivo, baldanzoso, orgoglioso. Quello che è sempre all’attacco. Quello che ferisce di spada, a costo di perire, di spada:  sfida tutti, amici e falsi amici. Forse l’unico format che conosce. Format politico, però, non televisivo. Quello glielo rimprovera, con acrimonia, Gianni Cuperlo («esci dal talent!») e lui risentito risponde, a Cuperlo e non solo a lui: «Io non ho bisogno di stare nel talent, questa è la vostra rappresentazione macchiettistica di un gruppo di arroganti chiuso nel giglio magico!».
Il premier, in una Direzione nazionale convocata non al Nazareno ma in un hotel della Capitale che si trova dietro la vecchia sede dei Ds di Piero Fassino, parte – tra una slide e l’altra, ma l’unica davvero azzeccata sarà quella finale, la citazione del calciatore «matto», come lui, Cantonà – rivendicando tutti i risultati del governo («Il Jobs Act è la cosa più di sinistra che il Pd abbia mai fatto»), il posto di prima fila che l’Italia si è ritagliata in Europa («Ci prendevano per matti quando chiedevamo più flessibilità, ora la vogliono tutti») e nel mondo (il seggio all’Onu, i prossimi G20 e G7, che peraltro nel 2017 si terrà in Italia, in Sicilia, come la Festa dell’Unità…). Un’Italia che deve andare fiera di sé, specie se porterà a termine il referendum istituzionale che nei conti di Renzi si terrà una domenica di ottobre, probabilmente quella del 23 (o del 30, dipende quando gli conviene).

ECCO, dopo aver parlato di banche (con relativa stoccata a D’Alema, ma anche ai vecchi governi dell’ulivo) e di «questione sociale», ma solo per dire che, anche qui, «il governo ha fatto molto», Renzi cavalca ‘il’ tema, il referendum costituzionale di ottobre. Liquidata la sconfitta alle amministrative con un generico «io ci metto la faccia», ma negando, in verità, di aver perso, Renzi ribadisce il core business di «tutto il Pd»: far vincere il Sì. Anche perché, aveva già spiegato in premessa, «se c’è qualcuno che pensa che, dopo aver perso, io, il mio governo e il Parlamento (ma sul punto, causa la gaffe e il rischio di incidente istituzionale, poi tornerà indietro, ndr), non ci sia la mia presa d’atto (le dimissioni e, dunque, elezioni anticipate, ndr), io non ci credo, ma tanti auguri!». Insomma, Renzi lancia il suo grido di battaglia, il suo «muoia Sansone con tutti i Filistei».
Parla, papale papale, non ai suoi avversari interni, alla sinistra – che non calcola neppure, tanto la disistima – ma ai «falsi amici», ai «renziani della prima, seconda ora e pure ai renziani last minute» (loro sì che li detesta), a «quelli che ora scendono dal carro, e fate bene, ma non pensate di risalirci, non troverete posto» (traduzione: alle prossime elezioni faccio fuori dalle liste anche voi…). È a loro che dice che «la strategia del conte Ugolino, di chi dall’alto della sua intelligenza si diverte ad abbattere i leader, con me non funziona».

INSOMMA, Renzi sa e ammonisce non la sinistra, ma i pezzi della (sua) maggioranza che gli chiedono «aggiustamenti». Dario Franceschini timidamente, ma nettamente, gli chiede di cambiare l’Italicum passando dal premio di coalizione al premio alla lista e tutti capiscono che l’azione di ‘smarcamento’ del ministro (e della sua corrente) da Renzi è iniziato. Matteo Orfini, presidente del partito e commissario straordinario a Roma, carica da cui non ha alcuna intenzione di dimettersi e che capeggia i Giovani Turchi, non vuole cambiare l’Italicum (“Favorirebbe le alleanze con i Verdini di turno”), e dunque appare più leale, ma chiede più attenzione ai problemi sociali (giovani e anziani). Insomma, i due capataz correntizi, Franceschini e Orfini, si stanno riposizionando, pronti ad approfittare della caduta del premier per schierarsi con il vincitore di domani. Renzi lo sa e ammonisce che «tanto lo so cosa volete, voi volete il partito». E allora lancia la sfida: «Se volete che io lasci l’incarico di segretario, convocate il congresso e vincetelo. Se volete scindere il ruolo di premier e di segretario, proponete una modifica allo Statuto e mettetelo ai voti». Il sottotesto è lo stesso: «Io ci metto la faccia. Volete sfiduciarmi, voi nel partito o Ncd al governo? Provateci, io non ho paura». Tanto, ottobre non arriverà tardi e, quando Renzi vincerà (o perderà) la battaglia finale, si saprà chi avrà vinto: lui oppure il Conte Ugolino.

NB Questo articolo è stato pubblicato su Quotidiano Nazionale il 5 luglio 2016 a pagina 3.

mattarella

Sergio Mattarella, XII presidente della Repubblica italiana

Lotti tenta Renzi: “Vai al voto anticipato a ottobre e sposta il referendum”.

Se i centristi continuano a bloccare il Senato, meglio fare elezioni subito”

E «SE» il premier decidesse di fare la classica «mossa del cavallo»? Dimettersi lui, per primo, con tutto il suo governo, facendo svolgere, a fine settembre, o a inizio di ottobre, non il referendum costituzionale, ma elezioni politiche anticipate? Il che vorrebbe dire rinviare il referendum costituzionale, celebrandolo a ottobre sì, ma dopo le elezioni (infatti, in base alla legge istitutiva del referendum, la 352/1970, mentre il referendum abrogativo slitta di un anno a dopo l’indizione delle Politiche, il referendum consultivo non slitta e può venire celebrato nella data stabilita, di cui ancora si aspetta, però, la fissazione della data da parte del governo, presumibilmente si terrà entro fine ottobre).

Matteo Renzi li odia, «i velinisti e le veline da Transatlantico» e accusa ‘amici’ e avversari di cibarsene. Solo che la «velina» testé descritta «gira» proprio in quel di palazzo Chigi, non da Montecitorio, e arriva da una fonte molto autorevole e storicamente assai vicina al premier, quella del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, con delega all’Editoria, Luca Lotti. In sostanza, di fronte ai movimenti dei centristi – Ncd di Alfano in testa – che vorrebbero impedire a Renzi di fare le riforme e che gli bloccano le leggi, specialmente al Senato, dove godono di un grande potere di interdizione, il premier potrebbe essere tentato dal compiere una mossa assai spericolata. Più che una minaccia verso la sinistra interna al Pd – la quale non toccherebbe palla nella formazione di eventuali liste elettorali, anzi: ne verrebbe decapitata – Renzi dovrebbe, secondo Lotti, agitare lo spauracchio delle elezioni anticipate verso alleati (i centristi) sempre più riottosi e refrattari a condividere la sua spinta al cambiamento. I quali, però, dovrebbero a loro volta fargli il favore di aprire la crisi di governo. Facile a dirsi, meno a farsi. Vediamo, dunque, i possibili scenari connessi.

Scenario A. Il referendum si celebra nella data stabilita (una domenica di ottobre, il 23 o il 30, le date più gettonate) e vincono i Sì. Il governo Renzi va avanti e presenta la Legge di Stabilità (entro il 15 ottobre all’Europa, poi in Parlamento). Si vota nel 2017, in caso di scioglimento anticipato della legislatura, o nel 2018 (la sua scadenza naturale) con l’Italicum alla Camera e il ‘nuovo’ Senato eletto (o indicato) dai venti consigli regionali.

Scenario B. Vincono i «No», Renzi si dimette da premier. Il Capo dello Stato cerca di formare un nuovo governo di tipo istituzionale (Grasso?), ma non ci riesce. Anche perché Renzi, che resta segretario del Pd, rifiuta di dare i voti del suo partito, a chiunque altro. Constatata l’impossibilità di fare un governo e varata in tempi rapidissimi la legge di Stabilità, si vota appena possibile (febbraio-marzo 2017?). Già, ma come? Con l’Italicum, in vigore, alla Camera e il Consultellum al Senato. E qui va spiegato che il Consultellum, cioè ciò che avanza del Porcellum, un proporzionale, ha tre diverse soglie di sbarramento: il 20% per le coalizioni, l’8% per le liste singole, il 3% per le liste interne a ogni coalizione (sempre a livello regionale). La singolarità del caso (di scuola, per ora) è che si voterebbe con un sistema biforcuto: l’Italicum alla Camera, che prevede il ballottaggio tra le due liste più votate se nessuna lista raggiunge, al primo turno, il 40% dei votanti, e il Consultellum al Senato, che invece è un sistema a turno secco ed ha soglie di sbarramento diversificate quando invece l’Italicum ne prevede una sol unica, fissata al 3%.

Scenario C. Renzi fa cadere il suo governo, perché appunto non riesce a governare, indice nuove elezioni, Mattarella non può che sciogliere le Camere. Le elezioni anticipate si tengono a settembre/ottobre, con relativo spostamento della data del referendum, ma di poco, al massimo qualche settimana (per celebrarlo c’è tempo fino al 18 dicembre 2016). Come si vota? Con l’Italicum alla Camera e il Consultellum al Senato, appunto. Quali conseguenze ne derivano? Che il futuro Parlamento, formato da maggioranze diverse, per forza di cose, tra Camera e Senato, obbligherebbe il Pd e FI alla grosse koalition, mandando all’opposizione il M5S, anche con il pieno dei voti. A chi conviene, un simile scenario, B o C che sia? A Renzi (e a Berlusconi) di certo, a tutti gli altri per nulla. Si realizzerà un tale scenario? Forse no, ma anche solo come ventilata «minaccia» non è affatto male.

Ettore Maria Colombo

Nb Questo articolo è stato pubblicato su Quotidiano Nazionale il 5 luglio 2016 a pagina 3.

 

 

Annunci