Il premier suona la carica per il Sì, la Boschi attacca chi vota No al referendum

Il ministro Boschi

Il ministro alle Riforme Maria Elena Boschi (Pd)

La sfida del referendum spacca i partiti. Il premier suona la carica. il Sì è in testa. Si voterà il 20 o il 27 novembre.

Pd (già) spaccato, opposizioni (già) ognuna per conto suo. È lo score o tabellone del referendum costituzionale al primo giorno di una gara che sarà assai poco ‘olimpica’.
La Corte di Cassazione ieri ha dato il via libera ufficiale alla raccolta firme avviata dai Comitati del Sì per il referendum sulla riforma costituzionale. Per ora la vittoria, ai punti, è dei comitati del Sì: 550mila firme raccolte e 3mila comitati locali, coordinati dal senatore dem, ex scout, Roberto Cociancich. Il che vuol dire avere diritto per legge a 550mila euro di rimborsi, più 88mila raccolti finora dai privati. Per contro ci sono le 316mila firme raccolte dal comitato principale del No, quello dei ‘professori’ Zagrebelsky, Pace e Rodotà (vicepresidente operativo l’ex Pds-Ds Alfiero Grandi, sostegno operativo di Sel-SI, Anpi, Fatto e Manifesto) che ha mancato di oltre 200mila firme l’obiettivo e che, perciò, non intascherà un euro, tranne i contributi volontari. Le tante opposizioni a Renzi e alla sua riforma, poi, si sono divise in troppi fronti del No: c’è la sinistra di cui sopra; Forza Italia è assai light, sul tema, tranne Brunetta e Toti, attivissimi; i Fratelli d’Italia sono i più ironici con il loro «No, Grazie»; i pentastellati sono divisi tra Di Battista che batte in moto le spiagge italiche per dire No e un Di Maio assai poco entusiasta di occuparsene; ex-Ncd, ex Udc, ex FI e altri rami minori del centrodestra che si disputano comitati, proessoroni (e -ini) e sponsor.
L’unica richiesta che li unisce è che il governo fissi, «e subito», una «data certa» al referendum. Il primo cdm utile per convocare le urne sarebbe il 10 agosto, ma Renzi aspetterà fino all’11 settembre: infatti, solo allora potrà celebrare il referendum il 20 o il 27 novembre (si può arrivare a 60 giorni per indire, ne servono 50/70 per celebrare).
Nel centrosinistra, i giochi paiono già fatti. La minoranza si sta schierando, per una volta compatta e con grande anticipo sui tempi, sul No (dopo Gotor, Zoggia, Speranza, Cuperlo, manca solo il «No» di Bersani…): la motivazione è che non c’è un reale impegno di Renzi e del Pd a voler cambiare l’Italicum, secondo il teorema dei nefasti effetti del «combinato disposto» legge elettorale-referendum. E, in effetti, Renzi evita di parlarne né lo farà prima del 4 ottobre, quando si riunirà la Consulta per il primo giudizio di legittimità sull’Italicum. Se verrà bocciato, anche solo in parte, Renzi annuncerà la volontà di modificarlo senza dover, per questo, perdere la faccia, ma per necessità. Se l’Italicum passerà l’esame indenne, fino al referendum (e oltre) Renzi ci metterà una pietra sopra.
Gli alleati minori del Pd (Ncd, Ala-Sc, Psi-laici, etc.) si è impegnato per il Sì con comitati autonomi. Pezzi di maggioranza che co-gestiscono, con Renzi, il Pd (Franceschini, Orfini, Orlando, Martina) si stanno già preparando al «dopo» Renzi ove mai il premier dovesse perdere. Garantiscono lealtà nella battaglia per il Sì, ma hanno idee assai diverse da Renzi sul partito e non vedono l’ora di riprenderselo.

E IL PREMIER? Tra un tweet di gioia («Adesso possiamo dirlo, questo il referendum degli italiani») e una E-news di puntualizzazioni («Per vincere il referendum basta entrare nel merito, la legge elettorale non c’entra»), finge di non accorgersi dell’ultima querelle sollevata dalle opposizioni, quella sulla data del referendum, ma sa che è decisiva: punta al 20 o 27 di novembre. Tre i motivi. Sfruttare, per tre mesi pieni, la maggiore potenza di fuoco mediatica di governo e Pd. Due, varare e approvare la Legge di Stabilità, in almeno uno dei due rami del Parlamento per dispiegarne i benefici effetti sull’opinione pubblica prima del voto e per tranquillizzare Mattarella. Tre, se venisse sconfitto al referendum e si dimettesse, come promesso, da premier, Renzi vuole accorciare al massimo i tempi di un possibile governo di scopo in mani altrui, ma che potrebbe nascere solo con i voti decisivi di un Pd di cui vuole restare segretario. E si sa, il tempo, in politica, è tutto.

NB. Questo articolo è stato pubblicato martedì 9 agosto 2016 a pagina 4 del Quotidiano Nazionale. 

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La Boschi scivola sul referendum: “Chi vota no è contro il Parlamento”. Coro di critiche poi il ministro fa dietrofront

MARIA Elena Boschi, primo siluro: «Chi propone di votare No e ricominciare da capo, pensando che in questa legislatura si possa fare una riforma diversa, non rispetta il lavoro fatto dal Parlamento in ben due anni con sei votazioni e maggioranze che hanno sfiorato il 60%. Un dibattito vero».
Seguono proteste di vari esponenti delle opposizioni, tutti inorriditi: «La Boschi dice che chi vota No non rispetta il Parlamento? Lei non rispetta la Costituzione!» (Elio Vito, FI). «Boschi manipola la realtà!» (Campanella, M5S). «Ma di cosa parla la Boschi? Questo è un Parlamento di trasfughi!» (Roberto Calderoli, Lega Nord).
Segue precisazione dell’ufficio stampa del ministro: «La frase ‘non rispetta il lavoro parlamentare’ era evidentemente riferita solo a chi chiede di ripartire da capo con il percorso delle riforme in Parlamento, non a chi vota No»…

SECONDO siluro della ministra, meno citato, ma non meno micidiale: «Mi auguro che nel 2026 non si debba discutere dell’ennesimo tentativo di riforma che non è andato in porto e che ci siano gli stessi che per trent’anni ci hanno spiegato come si fanno le riforme senza riuscirci». E qui saranno fischiate le orecchie ai vari D’Alema&co. che, fino a ieri animati dallo spirito ‘costituente’ delle varie Bicamerali, ora militano per il No.
Non solo Matteo Renzi è tornato, da Rio, con il suo doppio intervento alle feste dell’Unità emiliano-romagnole. Pure il ministro alle Riforme, Maria Elena Boschi, ha iniziato, da giorni, a battere in lungo e largo l’Italia, prendendo per le corna il tema riforme, le ‘sue’ riforme, e cioè, appunto, il ddl Boschi.
Ieri parlava da un convegno a Roma dal titolo inequivocabile, «Perché Sì. Meglio la riforma dello status quo». Messaggio semplice, chiaro, diretto e, va detto, unidirezionale, tanto che la minoranza dem è già sugli scudi: contro la riforma e, ovviamente, contro la «militarizzazione» delle Feste dell’Unità, il cui logo, «L’Italia che dice Sì», campeggia dalle Alpi alla Sicilia.
Intanto, la madrina del Sì va dritta come un treno: spiega che «votare Sì servirà per i prossimi 30 anni, non per i prossimi 6 mesi» (come dire: okkio, ragazzi, la riforma è ‘epocale’), riconosce che «la riforma non è perfetta», ma aggiunge subito: «Sono rincuorata a pensare che anche quando venne approvata la Costituzione nel 1948 non mancavano le voci critiche» (e qui cita Mortati, Salvemini, Ruini, insomma il gotha dei costituenti…).
Poi però rivendica l’iter seguito: «Abbiamo rispettato in toto la procedura dell’articolo 138 per modificare la Costituzione, la strada più dura, un impegno notevole che però ora è un elemento di forza». Ed è qui che, appunto, arriva la frase poi contestata (e poi meglio precisata), quella su chi, «buttando a mare due anni di lavoro che il Parlamento ha fatto e vuole ricominciare da capo immaginando una maggioranza per una riforma diversa. Ma questo vuol dire non rispettare il lavoro del Parlamento». In un Paese dove tutti s’improvvisano costituzionalisti, il Parlamento è diventato la vera ‘vacca sacra’.

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 10 agosto 2016 a pagina 7 del Quotidiano Nazionale

 

 

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