Terremoti, tragedie d’Italia. Tra scandali e ricostruzioni infinite Belice, Irpinia, L’Aquila: tre terremoti e tre spaccati di storia. Cronistoria di tre disastri italiani

Roma, 25 agosto 2016 – Tre terremoti (il Belice, 1968; l’Irpinia, 1980; l’Aquila, 2009) e tre spaccati della storia di tre Italie molto diverse tra di loro ma legate da un filo rosso: mancati soccorsi, ruberie, scandali.

Terremoto del Belice, 15 gennaio 1986 (Ansa)

Il terremoto del Belice (1968) e l’infinita ricostruzione

IL CONTESTO STORICO-POLITICO – La contestazione nelle università. E’ un Paese che deve ancora conoscere la reale portata della contestazione studentesca e operaia, l’Italia del gennaio 1968. Eppure, nelle
università italiane, le agitazioni studentesche si infiammano proprio allora: a partire da gennaio, le agitazioni coinvolgono le università di Torino, Padova, Pisa, Lecce, Siena, Firenze (dove il rettore si dimette per protesta contro la durezza con cui la polizia reprime un corteo studentesco). Il 31 gennaio a Trento viene occupata la facoltà di sociologia. In febbraio occupate una dopo l’altra tutte le principali facoltà dell’Università di Roma, a seguire Napoli, Pavia, la Scuola Normale di Pisa, Messina, Bologna, Milano, Modena, Trieste, Palermo, Catania. Alle occupazioni studentesche si contrappongono interventi della polizia, iniziative dei rettori e delle amministrazioni delle università che decretano periodi di chiusura o interruzione delle attività. A Milano, dove gli studenti occupano l’Università cattolica, il rettore Ezio Franceschini chiede l’intervento della polizia e chiude le facoltà a tempo indeterminato. In carica c’è il III governo Moro (Dc, Psi, Psdi, Pri), il IV e ultimo della legislatura (si voterà a giugno del 1968) che deve affrontare in Parlamento la pressante richiesta delle sinistre di una commissione d’inchiesta sul golpe del generale De Lorenzo del 1966.

LA CATASTROFE DEL TERREMOTO: PEGGIO DI UN BOMBARDAMENTO – Il terremoto del Belice (400 morti, 4 mila feriti, 70 mila sfollati solo il bilancio) avvenne il 14-15 gennaio 1968. Fu una grande, terribile, catastrofe, il primo vero grande terremoto del dopoguerra, ed evidenziò un cliché italiano tipico: l‘impreparazione della macchina statale davanti a eventi del genere, soccorsi che arrivano in ritardo, i guasti dei primi e successivi tentativi di ricostruzione in cui si innestarono mafie, malaffare, speculazioni, perdita del patrimonio storico e artistico.

La tragedia va in tv, ma è quella in bianco e nero. Gli inviati del Telegiornale (allora unico di una Rai in bianco e nero) scoprono che esiste anche questo pezzo d’Italia: povero, poverissimo, di pastori e latifondi, di gente umile, dall’italiano stentato, i volti scuri: il Belìce, con l’accento grave sulla ‘e’. Bèlice chiamarono invece il posto giornalisti distratti, sbagliando, spostando l’accento, e così è rimasto tutt’ora. Come in un dolente carosello sulla tv passano le immagini delle abitazioni in tufo crollate sotto i colpi del terremoto, i volti dei sopravvissuti, i corpi dei morti. Il dolore è uno choc per l’Italia e fa il giro del mondo.

LA SPESA INFINITA DELLA RICOSTRUZIONE –  Il conto di quanto lo Stato ha speso finora per il Belice si perde nei rivoli delle mille ragionerie in cui si sono dispersi i fondi pubblici. Si sa per certo solo che tra il 1968 e il 1995 lo Stato Italiano ha erogato 2.272 miliardi di vecchie lire, ma la spesa autorizzata era ancora più alta, 3.100 miliardi di lire oggi pari a 6 miliardi di euro.

LA TARDIVA, LENTA, REAZIONE DELLA POLITICA – Solo nei giorni seguenti, quando si rendono conto della tragedia, vanno in visita in Belice l’allora presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat (Psdi), e il ministro dell’Interno, Paolo Emilio Taviani (Dc). Il presidente del Consiglio era Aldo Moro (Dc), vicepremier Pietro Nenni (Psi), il governo di un centrosinistra sempre più logoro e stanco, privo di ogni spinta innovativa. Il giornalista e storico Paolo Mieli ha definito, in un anno “spartiacque” come il 1968, quel sisma come il simbolo di cose che, apparentemente, con il terremoto c’entravano poco o niente: “sprofondava, con i suoi difetti, l’Italia burocratica, l’Italia ‘di papà’, che a fine degli anni ’60 si percepiva atrofizzata, ammuffita e a cui si imputava tutto ciò che ‘non andava per il verso giusto'”. Proprio come il Belice.

Il terremoto in Irpinia e la denuncia di un sistema marcio

IL CONTESTO STORICO- POLITICO – L’Italia tra mafia, Br e stragi. E’ un Paese cupo, ancora attraversato dalle tensioni degli anni ’70, il 1980: la mafia uccide in Sicilia (a gennaio Bernardo Mattarella), le Br sparano nel resto d’Italia. Il 2 agosto c’è la strage di Bologna. La Fiat annuncia 14 mila licenziamenti a Torino e Berlinguer va davanti ai cancelli della fabbrica per sostenere lo sciopero degli operai, la marcia dei ’40 mila’ quadri dell’azienda spezza la lotta. A ottobre si insedia un governo quadripartito, subentra al II Cossiga, con a capo Arnaldo Forlani che ha lanciato l’idea del ‘preambolo’: basta accordi con il Pci, solo con il Psi, ormai in mano a Craxi. Il governo è composto da Dc, Pri, Psdi, Psi con l’astensione del Pli, ma avrà vita breve: cadrà nel 1981 a causa dello scandalo della P2. Pochi giorni dopo il terremoto, il segretario del Pci, Enrico Berlinguer, parlando a Salerno, indicherà nel tentativo di dare vita anche in Italia a un’effettiva “alternanza democratica” nel governo del Paese la nuova linea politica che ispirerà l’azione del Pci: è l’abbandono della strategia del “compromesso storico” con la Dc e pone al centro del dibattito la “questione morale»” vista come pregiudiziale per la costruzione di un governo composto da “uomini capaci e onesti” espressione dei partiti ed esterni a essi.

ARRIVA IL TERREMOTO, NON ARRIVANO I SOCCORSI – E’ un novembre dolce, quello del 1980. C’è il sole, in Campania e anche altrove. La gente gira ancora in maniche corte. Il 23 novembre è una domenica stupenda. I tifosi si preparano a vedere la differita serale del derby d’Italia Juve-Inter senza neppure voler sapere il risultato. La terra trema alle 19,34. La scossa è fortissima, interminabile. Nella scala Richter l’intensità è 6,9. Interi comuni della Campania e di altre regioni limitrofe (Basilicata, Puglia) vengono distrutti. Il bilancio sarà di 2.914 morti, 8.848 feriti, 280 mila senza tetto. Oltre 500 i comuni danneggiati. La Protezione civile esiste solo sulla carta. Nessuno avverte nessuno. Prefetture e caserme mute, spesso i collegamenti telefonici saltano. Il popolo del terremoto è solo, lo scenario apocalittico. Lo Stato è lontano, distratto, assente. Nessuno capisce che bisogna affrontare una delle più grandi tragedie della storia italiana, superiore persino al drammatico terremoto che ha distrutto mezzo Friuli nel 1975. Alcuni paesi saranno raggiunti dall’Esercito solo dopo cinque giorni. In Irpinia e Basilicata arriva pure la neve. Manca tutto, la gente è disperata.

LA TRAGEDIA ‘NON’ DIVENTA CRONACA –  L’entità drammatica del sisma non viene valutata né subito né bene. I primi telegiornali (ormai ci sono tre canali: Rai1, Rai2, Rai3, e anche molte tv commerciali, e il colore) parlano per ore – anzi, per due giorni – solo di una “scossa di terremoto in Campania”. Anche le grandi testate giornalistiche non sono per niente tempestive nel mobilitarsi: del terremoto in Irpinia si ha inizialmente una percezione falsata per difetto. La scossa tellurica segnala nei fatti che l’Irpinia era una terra dimenticata dal resto del mondo. Nei primi giorni della tragedia, solo il quotidiano il Mattino di Napoli capisce la reale portata della catastrofe. Il 24 novembre titola “Un minuto di terrore. I morti sono centinaia”. Il 25 novembre si passa a “I morti sono migliaia.100 mila i senzatetto”, fino al titolo drammatico del 26 novembre “Cresce in maniera catastrofica il numero dei morti e dei senza tetto (cui si aggiunge un titolo a caratteri cubitali passato, tristemente, alla storia: “FATE PRESTO per salvare chi è ancora vivo, per aiutare chi non ha più nulla”.

LA DRAMMATICA DENUNCIA DI PERTINI –  Il primo a denunciare lo scandalo del ritardo nei soccorsi è il presidente della Repubblica, Sandro Pertini (Psi). Il 25 novembre, nonostante il parere contrario del presidente del Consiglio, Arnaldo Forlani (Dc) e di altri ministri, Pertini si reca in elicottero sui luoghi della tragedia, dove lo aspetta il ministro degli Esteri, Emilio Colombo (Dc), lucano. Di ritorno dall’Irpinia, in un drammatico discorso in televisione, il Pertini denuncia furente il ritardo e le inadempienze dei soccorsi. Il discorso del Capo dello Stato (“Non vi sono stati i soccorsi immediati che avrebbero dovuto esserci. Ancora dalle macerie si levavano gemiti, grida di disperazione di sepolti vivi”) ha come effetto le dimissioni, poi ritirate, del ministro dell’Interno Rognoni.

LO SCANDALO DELLA RICOSTRUZIONE E LE SUE CONSEGUENZE STORICHE – Per la ricostruzione furono spesi, in quarant’anni, circa 60 mila miliardi di vecchie lire (circa 66 miliardi di euro). Un fiume di denaro che finì anche nelle tasche della camorra. La storia della ricostruzione dell’Irpinia è una storia di macerie su cui proliferarono molti politici di grido (Dc, Psi etc), si alternarono commissariati straordinari, commissioni e sottocommissioni, allargando a dismisura l’area di intervento del terremoto e, soprattutto, la spesa per la ricostruzione. Una Commissione parlamentare d’inchiesta presieduta da Oscar Luigi Scalfaro e istituita nel 1989-1990 concluderà che i 58.600 miliardi di spese già effettuate (sui 70 mila stanziati) sono “finiti nel nulla”. “Si potrebbe formulare l’ipotesi che nell’arco di tempo che separò l’uccisione di Aldo Moro (1978) dal terremoto dell’Irpinia (1980) si sia consumata la vera crisi della cosiddetta Prima Repubblica italiana” è la riflessione di Paolo Mieli: “Quel sistema politico che sarebbe poi crollato fra il 1992 e il 1993 in un altro tipo di terremoto di carattere giudiziario era in realtà già andato in frantumi nel biennio tra il 1978 e il 1980. L’autorevolezza, il prestigio, la capacità di trascinamento che i partiti politici e le
istituzioni erano stati capaci di esercitare nei 35 anni precedenti, da quel momento in poi furono loro del tutto interdetti”.

Il terremoto dell’Aquila

IL CONTESTO POLITICO – Il berlusconismo al suo apogeo. Nel 2009 il presidente del Consiglio è Silvio Berlusconi, che ha vinto, e trionfalmente, le elezioni politiche nel 2008 contro il Pd di Veltroni. Il suo governo, il IV, sarà il più longevo di tutti i suoi. Fini è presidente della Camera, Napolitano è Capo dello Stato. Nel 2009, a inizio anno, Veltroni si dimette da segretario del Pd, gli subentra Dario Franceschini che poi perderà le primarie contro Pier Luigi Bersani, che le vincerà a novembre. Veronica Lario chiede il
divorzio al Cavaliere, a dicembre Berlusconi sarà colpito dal lancio di una statuetta a Milano. Obama viene eletto negli Usa.

Il terremoto è devastante, Berlusconi corre sul luogo. Quando il terremoto di magnitudo 5,9, il 6 aprile 2009, devasta la provincia dell’Aquila e, in particolare, il capoluogo abruzzese, è piena notte. Sono le 3.32. Crollano molti edifici, i morti sono 308, 1.500 i
feriti, 65.000 saranno gli sfollati. Il terremoto ha una vastità di 8 km, è untipico terremoto appennico, eppure i suoi effetti sono devastanti. Berlusconi reagisce con perfetto tempismo. Alle 8.30 il presidente del Consiglio annuncia: “Ho firmato il decreto per lo stato di emergenza nazionale”. Mobilitati esercito, aeronautica e carabinieri, Berlusconi affida la gestione dell’emergenza a Guido Bertolaso, capo della Protezione civile, e corre all’Aquila insieme ai ministri Maroni e Matteoli. Bertolaso parla di “situazione drammatica, la peggiore da inizio millennio”.

La tv stravolge tutti i suoi palinsesti, i talk show sono soppressi, Fiorello in testa, e vanno in onda solo programmi di informazione: Vespa su Rai 1, Mediaset, Mentana su La 7. Il mondo è cambiato, la gente vuole sapere e vuole sapere subito. Fanno la comparsa, nell’informazione, anche i social network, non solo i siti Internet.

Le polemiche non finiscono mai. Bertolaso dichiara che è impossibile prevedere il terremoto, ma già infuriano le polemiche per la messa in guardia della settimana prima su un’imminente scossa dalricercatore Giuliani: è un fisico del Laboratorio del Gran Sasso, ha previsto il terremoto e nessuno gli ha dato retta. Si inizia a parlare di soldi, di quanti ne servono. Il governo stanzia subito 30 milioni, la ministra Gelmini mette a bilancio 16 milioni solo per la Casa dello Studente, ma si capisce che serviranno almeno 5/6 miliardi di euro. Berlusconi assicura: “Niente ruberie”.

Il 10 aprile si tengono i funerali di stato di 205 delle 308 vittime, officiati dal segretario di Stato vaticano Bertone. Berlusconi è in prima fila e garantisce ai vivI che presto riavranno le loro case, le famose ‘new town’. Una delle sue tante promesse mancate.

NB. Questo articolo è stato pubblicato su Quotidiano.net il 25 agosto 2016