Italicum, Renzi apre ma non abbastanza. La sinistra Pd: “Al referendum votiamo no”

 

Il Senato italiano

Interno dell’aula di palazzo Montecitorio.

È di nuovo rottura tra Renzi e la minoranza del Pd. E c’è il rischio concreto che la campagna per un referendum che il premier rivendica orgoglioso («La riforma l’abbiamo voluta, costruita, non riduce gli spazi di democrazia, ma le poltrone, semplifica le istituzioni») Renzi e il Pd l’affrontino con la sinistra interna che, come D’Alema, farà campagna aperta per il No. Eppure Renzi la disponibilità a cambiare l’Italicum l’ha ribadita pure ieri: già girava lo schema possibile di compromesso, il Provincellum.
COSA ha fatto saltare un accordo che pareva nell’aria? Forse le accuse, pesanti, contro la minoranza interna, definita «un insieme di correnti che dalla mattina alla sera sparano a zero sui giornali l’una contro l’altra seminando il panico tra la nostra gente». Forse sono stati i toni, ritenuti troppo sprezzanti, contro D’Alema, attaccato a più riprese, perché «questa è la riforma costituzionale della nostra storia» (e qui il premier cita il programma del Pds, le tesi dell’Ulivo, etc) mentre «quelli come D’Alema sono talmente esperti di passato che vorrebbero fregarci il futuro». Svillaneggiato, D’Alema, al punto che, citando un suo vecchio libro, Un Paese normale, Renzi ne imita pure la voce e lo sfotte parecchio: «In realtà glielo hanno scritto Velardi e Cuperlo, lui ci ha messo solo la firma». Poi: «Alcuni leader del passato vorrebbero trascinarci in risse quotidiane, ma non ci faremo trascinare nella guerra del fango delle correnti». Forse è stato anche il clima esterno, con il fumo delle contestazioni di diversi comitati di base che arrivano fin quasi dentro villa Bellini, a Catania, dove Renzi teneva il suo comizio conclusivo (non molto gremito, a dirla tutta) alla Festa dell’Unità.

Certo è che l’apertura, che pure c’è, e ribadita a chiare lettere, di Renzi sulla legge elettorale («Siamo pronti a discutere e la nostra disponibilità a farlo è totale: fate le vostre proposte, noi faremo la nostra») – e stabilito il fatto che Renzi della sua sinistra interna non si fida né poco né punto e che, se proprio deve trattare, lo vuole fare con gli altri partiti, “tanto quelli mi voteranno comunque contro, al referendum”, sbotta con i suoi – vengono, freddamente e piuttosto sbrigativamente, rispedite al mittente dalla sinistra Pd.
«TROPPO poche e troppo vaghe» le aperture di Renzi secondo il giudizio della sinistra, che aveva chiesto tre cose: un’indicazione chiara di marcia, dettagliata, su ‘come’ cambiare l’Italicum; una tempistica precisa; terzo, la definizioni dei ‘luoghi’ dove produrre le modifiche (riunione della Direzione, input ai gruppi parlamentari, riapertura del dossier in Parlamento).
Roberto Speranza, leader di Sinistra riformista, uno dei pochi esponenti della minoranza presenti ieri a Catania con Stumpo, parla a caldo: «Allo stato delle cose il mio voto al referendum è no. Avrei voluto da Renzi un tentativo vero di abbassare i toni della polemica, ma così non è stato». A ruota segue il senatore Miguel Gotor: «Non ho colto nessuna apertura nelle parole di Renzi, anzi un passo indietro. Stando così le cose voterò No al referendum. Anzi, farò campagna per il No».
Chiude Gianni Cuperlo, capofila di Sinistra dem che la prende larga, parlando del rischio scollamento del Pd con il Paese, ma poi dice: «Il rischio concreto di una rottura è più vicino». Le cose stanno così.
La sinistra sperava in un discorso più da segretario di partito che da premier (come invece Renzi ha fatto) e proposte concrete sulla legge elettorale, oltre che meno sfottò a D’Alema e meno guanti di sfida. «Al congresso del Pd, chi ha i voti lo vinca nelle sedi del Pd. Io ci sarò, li aspetto», li sfida il premier. Eppure, la proposta di modifica della legge elettorale che gira tra i renziani, il Provincellum (c’è il ballottaggio e il premio alla lista, ma sostituisce il collegio uninominale alle preferenze: ogni partito ha un solo candidato in ogni collegio e se nessuno raggiunge una soglia alta, 40% o 50%, si decide col ballottaggio), era fatta per venire incontro alla minoranza o, almeno, a parte di essa. Rischia di restare un sogno di mezz’estate, il compromesso sulla legge elettorale.
Eppure Renzi ha anche fatto di nuovo ammenda di tre errori ritenuti come capitali: evocare la fine anticipata della legislatura, legare il suo futuro alla riforma costituzionale, indisponibilità a rivedere l’Italicum. Le tre retromarce già effettuate (la legislatura dura fino al 2018, del mio futuro non parlo più, sono pronto a rivedere l’Italicum) sono però le sue colonne d’Ercole. Oltre, c’è solo il mare vasto e infinito dello scontro con gli avversari interni ed esterni al Pd, in vista del giorno del referendum. Quello scontro che, da ieri, è già, e con durezza, cominciato.

NB. Questo articolo è stato pubblicato lunedì 12 settembre 2016 a pagina 8 e 9 del Quotidiano Nazionale