Renzi ottiene la firma di Cuperlo, non di Bersani. L’Italicum in teoria è già morto, ma non è chiaro cosa nasce al suo posto

Renzi parla all'Assemblea naz Pd

Renzi parla all’Assemblea nazionale del Pd (Roma)

L’ACCORDO raggiunto all’interno della commissione del Pd per modificare l’attuale legge elettorale (l’Italicum: è in vigore dal I luglio 2016 e batterebbe ogni primato: si tratterebbe della prima legge elettorale della storia repubblicana abbandonata prima ancora di entrare in vigore, persino la legge truffa del 1953 entrò in vigore, pur se poi venne abbandonata) presenta due risultati intrecciati e, di fatto, discordanti. Il primo risultato è politico: Gianni Cuperlo, leader di una piccola parte della minoranza Pd (Sinistra dem), è stato “ricondotto all’ovile”, da Renzi: voterà Sì al referendum costituzionale del 4 dicembre. La vittoria del premier è, da questo punto di vista, indubitabile e il ritorno del ‘figliuol prodigo’ a casa (Cuperlo si candidò contro Renzi all’ultimo congresso, poi ruppe con Renzi, rinunciando al ruolo di presidente del Pd, poi oscillò a lungo, tormentato, tra fronte pro-Renzi e contro-Renzi) serve a dimostrare che l’altra minoranza, quella dei duri e puri di Sinistra riformista (Bersani-Speranza), «vuole solo farmi perdere», come è sbottato Renzi l’altra sera alla Leopolda: «quelli preferirebbero veder governare Di Maio e il M5S piuttosto che me».

IN EFFETTI, il fuoco di fila dei bersaniani contro l’accordo raggiunto dalla commissione interna del Pd ieri ha raggiunto lo zenit, pur senza coinvolgere mai, almeno ufficialmente, Cuperlo: «accordo inutile», «pura propaganda», «testo generico», «aria fritta» le parole dei colonnelli (Zoggia, Stumpo, Gotor, etc.) fino al «documento fumoso» con cui lo ha affondato Roberto Speranza. I bersaniani, al referendum, voteranno No e stanno facendo campagna attiva per questo e non solo per questo, ma anche per scalzare Renzi dalla guida del Pd se il No dovesse vincere.
Dall’altra parte i renziani, protagonisti della lunga e faticosa trattativa con Cuperlo, ieri ovviamente brindavano al lieto evento (Guerini: «Abbiamo fatto un buon lavoro», Rosato: «Ora nessuno ha più alibi») mentre lo stesso Renzi diceva soddisfatto ai suoi: «Ho dimostrato che so fare passi avanti, l’accusa del combinato disposto tra riforma istituzionale e Italicum non esiste più». Cuperlo, invece, attende ancora che il documento si sostanzi, come chiede in modo insistente, «in un impegno solenne di Renzi e del Pd».
Traduzione: Cuperlo vuole un voto ufficiale negli organi preposti del partito, cioè Assemblea nazionale, Direzione (soprattutto) e gruppi parlamentari. Anche perché l’altra richiesta, che era pure di Speranza, un ddl formalmente depositato alle Camere dal Pd, non c’è e non ci sarà fino al referendum. Recita il documento: «la totalità delle opposizioni è indisponibile a una verifica parlamentare» prima di allora. Cuperlo, però, si accontenterà – pare – anche di un semplice inserimento nel documento stesso della presa d’atto ufficiale che questo documento, e non l’Italicum votato dal Parlamento e legge dello Stato, è e sarà, per il futuro, il testo base di ogni intesa e proposta del Pd sulla legge elettorale.

E QUI si entra nel merito del documento e spunta il secondo risultato. La vittoria, qui, è tutta di Cuperlo: l’Italicum, di fatto, da oggi in poi non esisterebbe più. Vengono eliminati capilista bloccati, multicandidature e preferenze sostituite dai collegi (anche se non viene specificato se solo collegi maggioritari uninominali o collegi proporzionali stile Provincellum). Viene abolito il ballottaggio mentre il premio di lista resta ‘e/o’ diventa premio alla coalizione: due punti cardine dell’Italicum spazzati via in una paginetta. Infine, il premio di governabilità (di lista o di coalizione, non si sa) dovrà essere consistente ma moderato (quanto, però, pure non si sa) e viene sposata definitivamente la proposta Chiti-Fornaro per eleggere, con voto contestuale ai consigli regionali, i futuri senatori. La capitolazione di Renzi parrebbe definitiva: ballottaggio via, premio di governabilità contenuto, collegi invece di preferenze, coalizione invece che lista singola.
Fatta la legge, però, ecco trovato l’inganno. Lo spiega, con una nota, il bersaniano Federico Fornaro: «I collegi non si capisce se siano uninominali maggioritari o uninominali proporzionali. Il premio di maggioranza non è chiarito se va alla lista o alla coalizione e non è quantificato il numero di seggi che spetteranno a chi vince il premio (50/100/150?)».
La verità è che il documento dei saggi del Pd ha ottenuto il successo politico di riconquistare Cuperlo e di mettere nell’angolo, schiacciandolo su D’Alema, il duo Bersani-Speranza, in vista del referendum, ma dopo il 4 dicembre tutto può succedere. Se vince il No quel documento sarà carta straccia, se vince il Sì potrà essere modificato e piegato in tutti i modi a seconda di cosa vorrà fare Renzi sia della legge elettorale che della legislatura senza dire del fatto che, sull’Italicum, dovrà sempre e comunque pronunciarsi la Consulta.

NB: questo articolo è stato pubblicato a pagina 5 del Quotidiano Nazionale il 6 novembre 2016

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