Guerini: “se vince il No si vota presto”. Il Pd minaccia elezioni anticipate. Renzi: resto in sella solo per portare il Paese alle urne

Lorenzo Guerini

Il vicesegretario del Pd, Lorenzo Guerini, detto anche ‘il Forlani’ di Renzi.

IN CASO di vittoria del No al referendum il Pd lavorerà per riformare in tempi rapidi la legge elettorale e per tornare subito al voto, prima dell’estate 2017. Verranno invece respinti i tentativi di usare la modifica dell’Italicum come pretesto per tenere in piedi un governo debole. Questo il succo delle parole del vicesegretario del Pd, Lorenzo Guerini, a Bloomberg, canale economico-finanziario molto importante e di portata internazionale. Per la precisione le parole di Guerini sono queste: “Se c’è la volontà politica, possiamo lavorare su una nuova legge elettorale in breve tempo e andare alle elezioni entro l’estate del 2017”.
Poi, a strettissimo giro, il cosiddetto «Forlani di Renzi», cioè il suo esperto in ‘troncare, sopire’, mica in ‘agitare, fomentare’, più che smentire, precisa: «le mie parole sono state forzate. Indire elezioni è prerogativa del Presidente della Repubblica e non di una dichiarazione». Parole ovvie. Si sarà alzato anche qualche sopracciglio, al Colle, dove sono naturalmente gelosi delle proprie prerogative istituzionali. Ma o bisogna credere che Guerini, come lo sposo di De Gregori in Alice, «è impazzita» oppure, come spiega un renziano, «Lorenzo dice ciò che Matteo pensa e quello che tutti noi ci diciamo in privato».
Si parla, in questo caso, di un solo scenario post 4 dicembre. Sconfitto di misura, Renzi rivendicherebbe orgoglioso: «Ho preso 13-14 milioni di voti, il 47-48%, miei, ben oltre il 41% alle Europee». Se, infatti, una sconfitta larga vorrebbe dire, come spiegano i suoi, «perdere presto e male tutto, palazzo Chigi e il Nazareno, e tutto entro il 2017», una sconfitta di misura potrebbe far dire a Renzi: «Il Paese è spaccato, metà è contro di me, l’altra metà è con me». Ecco perché complici, in qualità di «volenterosi carnefici», Grillo, Salvini, Meloni che chiederebbero tutti (tutti, tranne Berlusconi) a gran voce, le elezioni, «non resta – sarà il ragionamento di Renzi a Mattarella – che il voto delle Politiche per chiarire chi gode davvero del consenso del Paese». Con quale premier nella fase di (breve) transizione? O un governo Padoan, ministro di fiducia del premier, con il compito limitato di chiudere la legge di Stabilità e fare, in tre mesi al massimo, la legge elettorale, o Renzi stesso. Infatti, solo Renzi, agli occhi di Renzi, è la garanzia che, chiusa la legge di Stabilità, si possa rivedere l’attuale Italicum nel giro di tre mesi e non in due anni, come vagheggia Berlusconi. Anche a costo di introdurre un sistema proporzionale semi-puro che, causa l’attuale tripolarismo, costringerebbe a fare, ‘dopo’ il voto delle Politiche, una Grosse koalition all’italiana proprio con… FI. «Altrimenti – minacciano i renziani – c’è sempre l’Italicum, già legge dello Stato, e il Consultellum per il Senato». Come a dire: se qualcuno pensa di tirarla in lungo, la legislatura, fino alla sua scadenza naturale, con la scusa della legge elettorale, si fa un sistema elettorale molto meno proporzionale di quello che sognate. In sintesi: tre mesi di governo Renzi e voto anticipato a marzo-aprile 2017, è lo scenario, il solo che Renzi e i suoi accetterebbero. In alternativa, si fa per dire, rapido giro di consultazioni da parte di Mattarella, che cerca di fare un governo istituzionale di ampio respiro, ma senza trovare i voti necessari in Parlamento causa sempre l’indisponibilità del Pd, e ritorno alla casella di partenza: incarico a Renzi (o a Padoan) per un governo a tempo.
Ma come superare le resistenze del Capo dello Stato di portare a termine la legislatura e, insieme, la volontà della gran massa dei parlamentari che puntano ad arrivare fino al 2018 garantendosi la tranquillità della pensione (scatta, per quelli di prima nomina, dopo 4 anni e mezzo e un giorno, cioè a estate 2017)?
DICHIARANDO che il Pd a guida Renzi segretario, con i suoi 400 parlamentari, è appunto «indisponibile» a sostenere ogni «governo debole» (Guerini) o «governicchio tecnichicchio» (Renzi stesso). Nessun altro governo da altri guidati reggerebbe, senza i voti del Pd, neppure un mese in più. Un calcolo da giocatore di poker dove il fattore tempo è fondamentale. Renzi sa che alla sinistra dem – che già ora gli chiede di anticipare il congresso del Pd – si sommerebbero importanti pezzi della sua maggioranza (franceschiniani, Giovani Turchi, popolari, etc.) per chiedergli la stessa cosa e scalzarlo da quel ruolo, ove non potesse disporre, il premier, della spada di Damocle di elezioni anticipate. Ecco, dunque, il paso doble: congresso anticipato no, elezioni anticipate sì. E un unico sottotesto: «Le liste (alle prossime elezioni politiche, ndr.) le faccio io». Allora, in un repulisti a 360 gradi, persino Guerini potrebbe sorprendere, in quanto a faccia cattiva.

NB. Questo articolo è stato pubblicato a pagina 6 del Quotidiano Nazionale il 23 novembre 2016.