Franceschini: “Non si vota sul governo. E Renzi resti, in ogni caso, fino al 2018”

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Il ministro ai Beni culturali Dario Franceschini

«SIA SE, come credo, vinca il Sì, sia nell’ipotesi sciagurata che vinca il No, Renzi secondo me deve restare alla guida del governo fino alla scadenza naturale della legislatura». Il ministro ai Beni Culturali, Dario Franceschini, è un ottimista, anche se di natura moderata.

Siamo agli ultimi giorni di campagna elettorale. Che aria tira?
«Più ci avviciniamo alla data della consultazione, più le persone sono interessate a capire cos’è la riforma e che cosa prevede. Al di là delle conseguenze politiche (pro o contro Renzi, pro o contro il governo), ora si cerca di capire quale sarà l’impatto della riforma sul futuro dell’Italia. Ed è qui che vedo le maggiori possibilità per il Sì».

Puntate agli elettori moderati indecisi?
«Il messaggio che cerchiamo di dare a chi vota FI come M5S, è che non è in gioco il governo. Chi vuole buttare giù Renzi avrà la sua occasione alle elezioni politiche (febbraio 2018), scadenza naturale della legislatura. Chi lo vuole scalzare da segretario del Pd avrà la sua opportunità a ottobre 2017, scadenza congressuale naturale. Il 4 dicembre si vota sul futuro dell’Italia».

Perché un cittadino dovrebbe votare Sì alla riforma?
«In sintesi: una Camera sola farà le leggi, una sola Camera darà la fiducia al governo; avremo una legge elettorale in una sola Camera grazie alla quale chi vince le elezioni governa cinque anni. Tutti vantaggi indubbi per il Paese che si stabilizzerebbe. Se vince il No il sistema resta bloccato, l’instabilità diventa permanente, rischiamo la fine della Spagna o della Grecia, e dopo nuove elezioni politiche sarebbe possibile solo una grande ammucchiata, un governo delle larghe intese. Temono che Renzi, vincendo, diventi troppo forte? Noi ce lo auguriamo ma chi lo dice che vincerebbe lui le Politiche? Stiamo facendo riforme di sistema».

Ma un governo col Cavaliere è solo un’illazione?
«FI la riforma l’ha votata quattro volte su sei, poi si è sfilata per ragioni politiche. Sulle regole del gioco è giusto cercare larghe convergenze. Ma le elezioni per il governo del Paese si fanno per vincere, non si gareggia per fare larghe intese».

Alt. Lei non è tra quelli che vogliono cambiare l’Italicum?
«Certo, l’Italicum si può correggere ma introducendo un meccanismo che, pur senza il ballottaggio, garantisca, grazie al premio di maggioranza, a chi vince le elezioni di poter governare. Se vince il No non c’è sistema elettorale che permetta di avere la stessa maggioranza in entrambe le Camere, a maggior ragione un sistema proporzionale a causa dell’attuale tripolarismo del sistema politico. Non si può tornare al proporzionale puro né a larghe intese forever».

Puntando a quali alleanze?
«Penso che l’Italicum si possa migliorare dando spazio alle coalizioni (premio alla coalizione, ndr). Dobbiamo impedire che il centrodestra venga risucchiato sulle posizioni di Salvini e Meloni, favorendo l’aggregazione di un polo centrista e moderato che non entrerebbe nel Pd ma vi si può alleare. E dobbiamo favorire la nascita di una sinistra, penso ai sindaci Pisapia e Zedda, dentro il centrosinistra».

Giochiamo agli scenari. Vince il sì: Renzi ci porta al voto?
«Ma scherziamo?! Il Paese avrebbe davanti anni di stabilità assicurata e la legislatura andrebbe a compimento naturale. Bisogna risolvere i problemi più urgenti degli italiani sul piano sociale ed economico, modificare la legge elettorale, affrontare importanti impegni e scadenze internazionali come l’anniversario dei Trattati di Roma, il G7 a Taormina, etc».

Vince il No: la legislatura si interrompe o prosegue?
«Nel caso sciagurato che ciò accada, non decido certo io, ma il Presidente della Repubblica e il presidente del Consiglio. Ma, come ho detto, il referendum è sulla riforma e non sul governo: ecco perché penso che, anche in caso della vittoria del No, Renzi dovrebbe restare a palazzo Chigi, pur riconoscendo la sconfitta politica, per garantire la stabilità al Paese e affrontare impegni interni e internazionali. Andrebbe comunque approvata la legge di bilancio e bisognerebbe fare una legge elettorale per le due Camere. La situazione complicata che si creerebbe sui mercati e nell’economia lo richiederebbe».

Il congresso del Pd si farà prima della sua scadenza naturale?
«Guardi con tutto quello che abbiamo detto, la cosa meno importante mi sembra la data del congresso. Ci sarà, certo, ma non cambia molto se si fa due mesi prima o dopo. In ogni caso, penso che Renzi dovrebbe continuare a fare anche il segretario, oltre che il premier. Io certo lo sosterrei in questa scelta».

E se un pezzo del Pd se ne va?
«Che vinca il Sì o il No, avremo alle spalle ferite interne profonde: dobbiamo tutti lavorare per far prevalere le ragioni dell’unità. Abbiamo fatto tanta fatica per fare il Pd, non possiamo mica romperlo ora».

NB: questa intervista è stata pubblicata a pagina 9 del Quotidiano Nazionale il 30 novembre 2016 ((http://www.quotidiano.net)