‘Archivi’. Gli articoli usciti sul Pd negli ultimi tre giorni prima della Direzione

NB: Pubblico qui di seguito, ad uso e consumo dei miei affezionati 25 lettori, gli articoli usciti su “Quotidiano Nazionale” negli ultimi tre giorni prima della Direzione del Pd (10/11/12 febbraio). 
Matteo Renzi parla alla kermesse di Rimini

RIMINI Citta’ Italia – Assemblea Nazionale Amministratori Locali 28/01/2017 nella foto: MATTEO RENZI ©Claudio Zamagni/Ag. Aldo Liverani s.a.

1) Il dato è tratto. Renzi non si dimetterà oggi in Direzione, ma aprirà la strada al congresso ‘lampo’. Guerini, intanto, perde le staffe con la minoranza. 
13 febbraio 2017 – Ettore Maria Colombo – ROMA 
MATTEO Renzi ha deciso: oggi, davanti alla Direzione del Pd (un parlamentino già monstre, 200 membri con diritto di voto, che, per l’occasione, è stato allargato ai 416 parlamentari e ai 120 segretari locali), annuncerà la volontà di portare «al più presto» il suo Pd al congresso anticipato. Eppure Renzi non annuncerà, contestualmente, le dimissioni dalla carica di segretario. Invierà, invece, una lettera aperta a tutti gli iscritti del Pd, subito dopo la Direzione, che conterrà una vera chiamata alle armi contro «polemiche, accuse, divisioni interne, caminetti da Prima Repubblica» cui «non ci dobbiamo rassegnare», anzi, «dobbiamo rilanciare il Pd, rimetterci in cammino con una leadership legittimata dal voto popolare, rispettando la regola che chi perde dà una mano a chi vince». Morale: Renzi annuncerà le sue dimissioni formali nei prossimi giorni con una lettera a Orfini, presidente del partito, o direttamente nella sede dell’Assemblea nazionale. il 18 febbraio.  E sta proprio qui il punto che farà diventare la Direzione odierna del Pd un evento epocale. Un timing congressuale che definire da brividi è dir poco, visto che inizierà ora per concludersi entro aprile. Insomma, per fine aprile – e in tempo per andare a votare a giugno o, al massimo, a ottobre – il Pd avrà un nuovo segretario eletto che, almeno ai nastri di partenza, si chiamerà sempre Matteo Renzi.
IERI, al Nazareno, Orfini, il vicesegretario Guerini e pochissimi altri uomini del Pd di cui l’ex premier si fida ciecamente hanno stabilito il percorso congressuale a tappe forzate, anche se «nel pieno rispetto dello Statuto», precisano causa le bordate della minoranza che chiede «la segreteria di garanzia». Parole di fronte cui pure uno «mite e calmo» come Guerini perde le staffe e ribatte che «così si supera il livello di guardia, ora basta. Se anticipiamo il congresso lo faremo seguendo le regole, senza formule fantasiose». E cioè, come dice Orfini, senza «segreterie di garanzia» o «altri orpelli con cui credono di logorarci pensando che siamo così scemi da farci logorare da loro», spiega un pasdaran renziano, assai voglioso di indurre «i vari Bersani e D’Alema, a farla, sta’ scissione».
Renzi e i suoi metteranno ai voti il seguente timing congressuale: il 18 febbraio convocazione dell’Assemblea nazionale che indice il congresso (qui s’annida l’unico vero rischio, per Renzi: l’Assemblea può votare un altro segretario, se si trova una maggioranza alternativa).  Poi, ‘Convenzioni dei circoli’ (dove si presentano le candidature e in cui possono votare solo gli iscritti dem in regola con le quote 2016, termine prorogato al 28 febbraio), nel giro di un mese al massimo.
A FINE marzo, ‘Convenzione nazionale’ che screma le candidature fino a un massimo di tre (purché abbiano preso almeno il 5% dei voti). Infine, ai primi di aprile (il 9, il 16 o il 23 aprile), celebrazione delle primarie per il segretario, carica che nel Pd coincide con il candidato premier: i famosi gazebo cui votano iscritti ed elettori.
Dal Nazareno giurano che «la data del congresso non è collegata alla data del voto alle Politiche, che invece dipende dalla legge elettorale e dalle scelte del governo» (oggi, in Direzione, ci saranno il premier Gentiloni e il ministro Padoan), ma è facile pensare che, una volta legittimato dalla mega-gazebata (obiettivo, 4 milioni di elettori), il nuovo segretario del Pd, appena potrà andare al voto anticipato, ci andrà. A costo di far cadere «l’amico Paolo» che, in ogni caso, non potrà che «prendere atto» del fatto.
Resta in piedi una domanda: cosa faranno i pezzi di maggioranza «diversamente renziana» che sostiene Renzi ma non lo ama? Si tratta di metà dei Giovani Turchi, Area dem e Sinistra&cambiamento, tre aree che fanno riferimento a tre ministri: Martina, Franceschini, Orlando, il quale nutre forti perplessità sul percorso e lo dirà forte. «Staranno con noi», dicono sicuri dal Nazareno, «ma anche se volessero ripensarci, abbiamo i numeri sia in Direzione che in Assemblea nazionale per decidere da soli».

2) Il Pd, un partito sempre più sull’orlo della scissione: la sinistra si ritrova a Firenze, Renzi prepara il congresso per farla uscire allo scoperto. 

12 febbraio 2017 – Ettore Maria Colombo – ROMA

IL PD è sempre più sull’orlo della scissione. Oggi, a Firenze, nell’ambito dell’iniziativa unitaria di tutta la sinistra dem (tranne Cuperlo), «Può nascere un fiore», si vedranno i tre candidati antagonisti di Renzi (Speranza, Emiliano, Rossi. Gli anti-renziani di sinistra hanno già deciso di usare «ogni strumento», dallo Statuto alla «carte bollate», per fermare Renzi se il segretario chiederà, come è molto probabile, un congresso straordinario del Pd ma da consumarsi last minute, a partire da marzo ed entro maggio. Roberto Speranza chiede «un congresso vero». «Altrimenti – spiegano gli anti-Renzi – «reagiremo: nel partito usando lo Statuto e fuori, organizzandoci per la scissione». Davide Zoggia parla apertamente di «clima pessimo, con Renzi siamo vicini alla rottura».
E dato che i guai, nel Pd, non vengono mai soli, ora è il turno di una nuova linea divisoria: corre tra i renzianissimi e i gentiloniani. Ieri, sui cellulari di molti pasdaran dell’ex premier girava un fotomontaggio in cui si si vede Trump col telefono in mano che dice «Vorrei parlare con il premier» e Gentiloni che risponde «Può dire a me»…
L’ironia corre su Facebook, filone battute di Osho, ma indica che il livello di guardia, tra i pretoriani di Renzi e gli «amici di Paolo», è stato raggiunto e quasi superato.

I SEGNALI di insofferenza dell’inner circle renziano per Gentiloni non si contano più. Fanucci, giovane deputato renziano, ha raccolto 37 firme («il 10% dei nostri deputati» sfotte Boccia) per dire no all’aumento delle accise su tabacchi e benzina nella prossima manovrina che Padoan dovrà fare per rispettare i vincoli imposti dalla Ue. La raccolta firme ha suscitato una vera e propria «gelata» nei rapporti tra i pretoriani del renzismo e i «gentiloniani» (Giachetti, Realacci, Bonaccorsi). Poi c’è stata la lite al fulmicotone tra Renzi e Padoan con il primo che lo attacca duro, sulla manovrina, e poi lo invita in Direzione per rimediare, e il secondo che si presenterà sì, ma per impartire una lezione di economia. Infine, le tensioni dentro il consiglio dei ministri: quando i titolari dei dicasteri affastellano idee e progetti, solo Luca Lotti ricorda «bisogna prepararsi al voto».

Ecco, è in questo clima di crimini (minacciati) e sospetti (reali), che il Pd si avvicina alla Direzione show down, quella di lunedì 13. Renzi ha davanti a sé tre strade e, con la consueta abilità da manipolatore dei media e giocatore di poker, fa diffondere tre versioni tutte e tre possibili (e verosimili) delle sue prossime, decisive, mosse.

LA PRIMA la sanno anche i sassi: puntare dritti al voto anticipato a giugno, con qualsiasi legge elettorale possibile, risparmiando ai suoi avversari interni (Franceschini e Orlando) e ‘interni/esterni’ (Bersani, etc.) l’onere di una rottura storica e, di certo, drammatica. Quella scissione che D’Alema e alcuni bersaniani (Zoggia, Leva) stanno però già organizzando nei territori costruendo ‘Consenso’, la rete di D’Alema. La seconda – se Franceschini e Orlando non riusciranno a farlo ragionare («Renzi ha l’ossessione di rileggittimarsi, ma proveremo a fermarlo» assicurano gli uomini dei due ministri) – è il congresso anticipato con indizione del percorso a marzo e voto finale (primarie interne) a maggio. Un redde rationem sanguinoso.

La terza corre sul filo del telefono di alcuni renziani di alto lignaggio: dice che Renzi metterà entrambe le pistole sul tavolo: chiederà il congresso anticipato «e anche» le elezioni anticipate, da tenersi l’11 giugno o il 24 settembre. Spaccando per sempre il Pd.

 


3) Non ci sto a fare il bersaglio. Renzi prepara la Direzione del Pd e il congresso dem.

11 febbraio 2017 – Ettore Maria Colombo – ROMA  

«Non ci sto a fare ancora il bersaglio per mesi» è l’unica frase che il segretario del Pd, Matteo Renzi, fa filtrare ieri, peraltro a Unità tv. La frase si presta a due assai diverse interpretazioni, anche se entrambe consistono nel tipico azzardo da giocatore di poker. Lunedì, davanti alla Direzione, Renzi si presenterà al parlamentino del Pd mettendo sul tavolo due scelte entrambe drammatiche per chi lo sostiene come per chi lo osteggia, anzi: vuole «cuocerlo a fuoco lento». Renzi metterà tutti davanti a un bivio: «congresso anticipato, entro maggio, con le mie dimissioni», o «voto a giugno, con una legge elettorale nuova». Renzi, pur di ottenere il voto, è pronto ad aprire, «se gli altri ci stanno», al premio alla coalizione che Franceschini e Alfano chiedono o a votare «con le leggi uscite dalle decisioni della Consulta su Porcellum e Italicum, armonizzandole il più possibile». «Naturalmente – dirà il segretario – con l’accordo di tutti noi». E pazienza se la minoranza dirà di no e farà la scissione, andando al voto dietro le insegne del neo partito di D’Alema unito a quello di Vendola. E pazienza anche «se Gentiloni ci resta male»: l’irritazione di palazzo Chigi per le intemerate dei renziani che raccolgono firme
contro la manovrina è stata già messa nel conto. Tanto che, lunedì, Padoan è stato invitato sì in Direzione, ma a spiegare perché «l’Italia non può permettersi manovre recessive».

L’alternativa a questo percorso di guerra – che vuol dire scontrarsi in modo duro con la Ue, il Colle, gli altri partiti in Parlamento, i poteri forti che vogliono stabilità, etc. – è ancora più drammatica. Renzi, infatti, «se dovesse prendere atto che il suo partito dice ‘no’ al voto a giugno – spiega un fedelissimo – annuncerà le sue dimissioni da segretario per avviare l’iter di un ongresso straordinario». Un congresso non ‘ordinario’, come quello che gli chiede la minoranza dem ma anche Orlando, da tenersi, cioè, tra giugno e ottobre. Vuol dire congresso ‘lampo’, a tappe forzate, come l’ex premier voleva fare già a dicembre, subito dopo la sconfitta al referendum.
Dimissioni immediate, reggenza affidata al presidente del partito (Orfini), convocazione dell’Assemblea nazionale, via al percorso congressuale. Con una postilla tecnica non da poco: tranne i congressi di circolo, quelli provinciali e regionali verrebbero rinviati a una
seconda fase. E’ il solo modo per bruciare le tappe: convenzione nazionale ad aprile, primarie tra i vari contendenti a maggio per chiudere la pratica ben prima che, l’11 giugno, si tengano elezioni amministrative in cui il Pd può perdere città chiave. L’obiettivo di
Renzi è duplice: «mettere paura» ai pezzi della sua maggioranza, i big Franceschini, Martina e Orlando, fingendo di forzare su un congresso anticipato che nessuno dei tre ministri vuole, e pure a una minoranza non ancora pronta a una sfida congressuale perché divisa in partes tres (Speranza, Rossi, Emiliano, e nessuno che intenda rinunciare alla
corsa). Quale sarà l’azzardo finale di Renzi? Non è ancora detto, non si sa. La sola cosa certa è che lunedì, per il Pd, sarà un giorno decisivo.

NB: I tre articoli sono stati pubblicati tra l’11 e il 13 febbraio sul Quotidiano Nazionale.