L’intervista. Primarie Pd. Parla Andrea Orlando: “Se corro per arrivare terzo? No, corro per vincere”.

L’INTERVISTA. PARLA ORLANDO: IL MINISTRO DEM CHE CORRE VERSO LE PRIMARIE
Consiglio dei ministri sulla legge di Bilancio

Il ministro della Giustizia Andrea Orlando a margine del Consiglio dei ministri

Ettore Maria Colombo – ROMA
ORLANDO, ma lei corre per partecipare e arrivare terzo? «No, mi dispiace, corro per vincere». Il ministro alla Giustizia, Andrea Orlando, ci riceve nel suo studio di via Arenula: dopo un lungo e austero corridoio, dove si vedono i ritratti di tutti gli ex Guardasigilli, si entra in un ufficio grande come una piazza d’armi dove ci sono ben tre scrivanie. Una era di Palmiro Togliatti: tenuta come una reliquia, non ci si siede nessuno, manco il ministro. Parla il ‘compagno’ Andrea, ex Pci-Pds-Ds: corre per diventare segretario del Pd, sembra Davide contro Golia e neppure si sa, ormai, se Golia è più Renzi o più Emiliano.
Ministro, con questo bell’ufficio, un bell’incarico, c’è pure la scrivania di Togliatti…
Ma chi glielo ha fatto fare di candidarsi per fare il segretario?
«Ho visto a rischio il mio partito e il progetto politico su cui ho investito le mie energie per dieci anni e su cui hanno investito le loro speranze migliaia di iscritti ed elettori».
I renziani più maligni già ridono: arriva terzo, farà la fine di Cuperlo…
«Cuperlo ha fatto una battaglia importante per tutto il Pd e oggi è un punto di riferimento. Quando si comincia una battaglia non ci si chiede come finirà, ma se è giusto o no farla. È giusto, credo di avere ragione, credo di vincere».
Parliamo degli avversari. Emiliano non sta esagerando nei toni polemici? E un ex pm, sia pure in aspettativa, può fare il segretario dem?
«Su quest’ultima valutazione mi astengo per più ragioni. Sul piano politico, Emiliano compie un errore. Io mi sono candidato perché temo che il congresso non sia la risposta giusta per le domande venute fuori dalla sconfitta al referendum, ma non credo sia giusto chiamare ai gazebo tutti quelli che ce l’hanno con Renzi: forse si raggranellano un po’ di voti, ma non c’è alcun progetto politico dietro».
E Renzi come pensa di batterlo? La macchina del partito, compresi gli ex Ds, è con lui.
«Rivolgendomi ai militanti, agli iscritti e agli elettori del Pd e chiedendo loro non un voto contro Renzi, ma per un’altra proposta politica che consenta di rimettere al centro il tema dell’eguaglianza sociale e di costruire un partito da vivere meglio e dove possano convivere idee diverse. Dove si possa tornare anche un po’ a divertirsi, nel fare politica».
In quale stato versa oggi il Pd? Comatoso?
«Il mio principale rammarico non sono le sconfitte subite, ma che a ogni sconfitta non sia mai seguita una riflessione. Se non dai una lettura alle sconfitte rischiano di ripetersi».
Perché dice che, se vince, non sarà segretario e, insieme, candidato premier?
«Il segretario di partito, in un quadro di legge elettorale pienamente proporzionale verso cui ci ha sospinto purtroppo la sconfitta referendaria, diventa l’elemento di raccordo tra una forza politica e l’azione di governo. Questo rende, oggi, difficilmente sovrapponibili le due figure, al di là di quanto scriveremo nel nostro Statuto. Al Pd serve qualcuno che vi si dedichi, e a tempo pieno».
Ecco, la legge elettorale. Come sarà, se mai sarà?
«Io credo che si debba mantenere, per quanto possibile, un premio per la governabilità, ma pare che la cosa non sia più così scontata. Di certo, non si tornerà più al sistema elettorale iper-maggioritario del passato».
Fino a quando può e deve durare il governo Gentiloni?
«Fino a quando non sarà pienamente efficace e operativa la legge di contrasto alla povertà. Ci sono molte cose che si possono fare, nei prossimi mesi, ma la più importante è dare un segnale in direzione della lotta alle diseguaglianze».
Lei ha parlato di lanciare una Bad Godesberg, per il Pd, ma la Spd lì svoltò a destra…
«Con Bad Godesberg intendo dire creare un’occasione di riposizionamento strategico del Pd. Avrei potuto dire Epinay… Il punto è avere un momento in cui si discute di quale futuro e destino deve avere il Pd. Avevo chiesto a Renzi di convocare la conferenza programmatica. Se avesse accettato, oggi, forse, non faremmo un congresso che ci renderà più difficile parlare al Paese».
La accusano di voler ricostruire il Pci-Pds-Ds…
«Io non voglio fare la sinistra del Pd, ma ‘il’ Pd. Mi rivolgo a tutte le sue aree, a culture politiche tra loro assai diverse che hanno costruito la loro casa comune e che, oggi, sono l’unico argine alle destre, sempre più pericolose».
Mettiamo che, per la sorte, lei diventa segretario: quale la prima mossa?
«Un patto con gli altri candidati per aprire una fase nuova nella vita del Pd, concentrando tutte le nostre energie nella lotta alle diseguaglianze, riportando le nostre idee tra la gente, nelle scuole, nei luoghi di lavoro».
Per D’Alema ‘Orlando non ha avuto il coraggio di seguirci, d’altronde so’ ragazzi…’.
«Non è questione di coraggio. Non faccio una cosa di cui non sono convinto, tantomeno le scissioni. Peraltro, D’Alema sa meglio di me come di solito vanno a finire. La sigla Dp mi fa tornare giovane. Io sono per il dialogo, purtroppo le scissioni quasi mai realizzano i loro scopi».
NB: L’intervista è stata pubblicata a pagina 8 del Quotidiano Nazionale il I marzo 2017