Renzi al Lingotto blinda il governo ma dice: “Il Pd deve dettare le riforme”. E la platea sa di ‘ciellini democratici’.

  1. Renzi al Lingotto: “Andiamo a comandare”.  L’ex premier dà la carica ai suoi, parla di ‘Noi’ e non di ‘io’, lancia le ‘Frattocchie 2.0’ e la piattaforma ‘Bob’.

Ettore Maria Colombo – TORINO

“Se non fossi stato capo del mio partito, se non avessi potuto difendermi, davanti alla signora Merkel, non con il Pil, ma per la fiducia di 11,2 milioni di elettori (alle elezioni europee, ndr), non avrei ottenuto risultati per l’Italia. Ecco perché – spiega Matteo Renzi, dal palco del Lingotto, dove ribadisce “il leale e convinto sostegno al governo Gentiloni, ma ribadendo che “ora è il Pd che deve dettare l’agenda al governo” – la carica di segretario del Pd e di candidato premier devono restare collegate. Non per rispettare il dettame dello Statuto o ambizione personale, ma perché così è in tutt’Europa. I premier Merkel, Rajoy May sono i leader dei loro rispettivi partiti. E tanto per non citare solo dei conservatori, vorrei citare il compagno socialista Antonio Costa in Portogallo!”. Era il ‘segnale’ che i suoi fedelissimi (Parrini, segretario toscano, e Marcucci, senatore toscanissimo) attendevano per rivendicare, sollevati, che “la vocazione maggioritaria” del Pd “continua, va avanti, non si ferma”. Anche grazie alla citazione di un piccolo-grande ospite illustre, il premier maltese Joseph Muscat, che a casa sua prende il 50% dei voti e ieri era in prima fila, al Lingotto, perché Renzi non dimentica la mano che gli ha dato quando battagliava in una Ue che Renzi vorrebbe ora rivoltare come un calzino, cancellandone e ribaltandone le politiche di austerity.

E’ di certo questo – ben più della proposta di rendere la carica di presidente della commissione Ue “oggetto di primarie ‘continentali’, iniziando dal candidato del Pse” – il solo spunto ‘politico’ della lunghissima (70 minuti) relazione introduttiva con cui Renzi ha aperto il Lingotto. Invece, il convitato di pietra dell’intervento di Renzi è il caso Consip e la vicenda che investe ‘babbo’ Tiziano, e il tema giustizia giusta’, come avrebbero detto i Radicali. Ma oggi è atteso l’intervento di Tommaso Nugnes, figlio di Giorgio Nugnes, assessore della giunta Iervolino a Napoli: nel 2008 si suicidò dopo essere finito in galera nell’ambito di un inchiesta della procura di Napoli sulla Global Service di Alfredo Romeo (lo stesso imprenditore ora in Consip). L’inchiesta finì nel nulla, Romeo venne assolto, ma Nugnes si uccise, come ha ricordato Matteo Renzi.

Renzi non ne parla, come non parla dei suoi avversari: “La macchina del partito – spiega il senatore Francesco Russo – è tutta qui e voleva solo sentirsi dire ‘noi’ invece di ‘io’…”. In effetti, da Fassino a Chiamparino, dai franceschiniani ai (pochi) Giovani Turchi sopravvissuti (Orfini, Raciti) alla frana che li ha portati quasi tutti nelle braccia del ministro Orlando all’area della sinistra interna guidata dal ministro Martina, nuovo braccio destro di Renzi con cui farà un vero e proprio ticket per la campagna elettorale, il gotha del Pd che conta c’è e promette un – più o meno convinto – appoggio a Renzi. Mancano i ministri del governo, che arriveranno però oggi, e il premier, Gentiloni, che invece verrà e ascolterà domani la relazione finale dell’ex inquilino di palazzo Chigi.

E’ a loro, alla ‘pancia’ del Pds-Ds che fu che sono dedicate citazioni che solleticano, in positivo, ‘l’Apparato’: il ritorno al concetto delll’egemonia – culturale e politica – di stampo gramsciano (copyright l’economista Tommaso Nannicini), il ritorno in auge della parola ‘compagni’, la riedizione delle ‘Frattocchie’, e cioè una scuola di politica che il Pd, dal 2018, terrà tutto l’anno e altre amenità simili, a partire dalla piattaforma ‘Bob’ (Kennedy) per contrastare la piattaforma M5S che si chiama Rousseau. Però, gratta gratta e trovi il Renzi di sempre, formato partito della Nazione che mai fu o sarà: “Dobbiamo riappropriarci di concetti come identità nazionale e del patriottismo”, con tanto di citazione finale del socialista libertario George Orwell, meglio noto per ‘1984’, cupa profezia sul un futuro totalitario e asfissiante che, per Renzi, è il governo M5S.

Renzi

L’ex premier e segretario del Pd Matteo Renzi all’Assemblea

2. Ultras Lingotto. Sembra un Meeting di Cl. A Torino il rosso davvero non c’è più. 

Ettore Maria Colombo – TORINO

Forse è lo slogan, “Tornare a casa per ripartire insieme” che sa tanto di ennesima edizione del Meeting di Cl, con quei titoli lunghi come Quaresime e tratti tutti, invariabilmente, dalle frasi del fondatore e padre padrone di Cl, don Luigi Giussani. Forse è il colore, il verde, che non è il rosso dei comunisti, il blu dei forzisti, il giallo dei grillini, l’arancione dei nuovi sinistri, ma neppure il verde dei padani. Un verde riposante, pacificante, educato. Sarà che la platea non ricorda in nulla le assemblee di partito del vecchio Pci-Pds-Ds. In prima fila si siede chi vuole, nessuna nomenclatura ha i posti riservati, i renziani stanno in piedi, quasi sulle braci, ad ascoltare il leader, la sola faccia ‘da comunista’ è quella – assai mite e assai sperduta – di Sergio Staino. Lontani pure i fasti di quei bei, caratteristici, e molto naif, congressi della Dc, la Balena bianca che fu, coi dirigenti tutti ben pasciuti e le loro grigie grisaglie d’ordinanza.

Ecco, sarà per questo e per la colonna sonora – un magico e favoloso mondo post-ciellino dove De Gregori canta dopo Ermal Meta, il sound di La La La si mischia con Human, Claudio Baglioni furoreggia a tal punto che è lui il vero leader della giornata… – ma il Lingotto che Matteo Renzi ha organizzato a Torino non ricorda per nulla il Lingotto edizioni 1 e 2 di Veltroni, che qui venne a chiudere, di fatto, i Ds e poi a fondare il Pd. Ricorda, invece, però, una qualsiasi edizione del Meeting di Comunione e Liberazione, quello che tutte le estati, a fine agosto, si svolge a Rimini. Una specie di tassa dell’estatre politica e culturale italiana che, tuttavia, va sempre pagata. Per dire, i giovani del servizio d’ordine sono inflessibili, ma assai gioviali e allegri, le donne belle – e ammiccanti – sono pochissime e tutti, ma proprio tutti, hanno un aria felice, giuliva, da ‘gente del bel fare’, ‘siamo il Paese più bello del Mondo’, ‘il futuro è in noi’.

I maxischermi sono ben tre, i ‘box’ per i dibattiti sono ben dodici (ma, appena Renzi finisce di parlare, tutti sciamano fuori, vecchie abitudini), le cose funzionano a puntino e la gente è tanta. Milleeduecento sedie contate nella sala grande, altrettante aggiunte, almeno mille in piedi per un totale che – spiegano fieri e orgogliosi i renziani Parrini, Marcucci, Del Barba, guardia pretoriana di un renzismo che non vuol tramontare – “vuol dire che qui ci sono almeno tremila persone” e che “con la scarsa preparazione tranne qualche telefonata, questo è il segno e segnale che siamo forti, vivi, in salute”.

E se il trolley in mano è il segno distintivo del ‘new kurs’ renziano, quello della voglia di ‘mettere l’orecchio a terra, come avrebbe detto il nemico per eccellenza, Pier Luigi Bersani, per (ri)ascoltare il Paese, il braccio e la mente del Lingotto sono appena due: un regista, Roberto Malfatto, lo stesso del Veltroni che fu, e un famoso produttore di ‘concertoni’ epici, Massimo Gramigni. Parla, Gramigni, di ‘agorà’, come nell’antica Grecia, e spiega che “ogni seminario è una pila con cui Matteo si ricarica”. Sarà. Certo è che, il novello ‘don Gius’ del popolo democratico, ha appena iniziato un viaggio. che, come diceva un altro autore caro a Renzi, Robert Frost, sta tutto nel “rimettersi in cammino” perché “avevo di fronte a me due strade e io presi la meno comoda”. ‘Strada facendo’ avrebbe tradotto, in prosa, Claudio Baglioni, che qui al Lingotto va ‘a palla’.

NB: Questi due articoli sono stati pubblicati a pagina 6 e a pagina 8 del Quotidiano Nazionale